Partinico e la cantina del re


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di AMELIA CRISANTINO

Costruita a Partinico nel 1800, acquisita nel 1997 dal Comune e restaurata con i fondi P.O.R. Sicilia, la Real Cantina Borbonica di Partinico è oggi restituita alla pubblica fruizione e rinasce come Museo delle tradizioni storiche, culturali e agricole. Torna quindi visibile sul territorio un segno di quel riformismo borbonico che – prima l’avversione aristocratica alle riforme e poi la retorica unitaria – è stato in tutti i modi cancellato, dipingendo gli anni della Sicilia borbonica come il trionfo della più retriva reazione.

La Cantina ha una storia tutta da riscoprire. Il suo ideatore fu l’avvocato pugliese Felice Lioy, uno dei protagonisti di quella stagione di riforme: massone quando la massoneria raccoglieva i più ardenti spiriti innovatori, aveva difeso la setta quando nel 1775 era stata ufficialmente proibita: allora Lioy aveva scritto una Memoria anonima, bruciata da un boia sulla pubblica piazza. Ma , fuggito da Napoli appena in tempo per non essere arrestato, il suo libretto pubblicato dalla stampa internazionale gli permise una trionfale tournée massonica.

Lioy era un “uomo nuovo”, allievo di Antonio Genovesi. Vale a dire del filosofo-economista che più lucidamente sapeva osservare i mali del Meridione, ed era deciso a organizzare la cultura moderna nelle Sicilie. Allergico a ogni fuga onirica in nome delle glorie del passato, Genovesi aveva insegnato ai suoi allievi l’importanza dell’economia nell’organizzazione della società. E a varie riprese Lioy dimostrò di essere un buon allievo del grande filosofo. Ad esempio lo troviamo fra gli ispiratori di re Ferdinando a San Leucio, vicino Caserta, dove venne compiuto il più avanzato esperimento riformista di tutto il Meridione. In Sicilia è parte del piccolo nucleo illuminista che sostiene e prova a rendere operativa la politica di Caracciolo. Quando il vicerè viene trasferito a Napoli come primo ministro, Lioy è nel suo team: ed è da Napoli che viene rilanciata la vecchia idea caraccioliana sulla censuazione delle terre, volta a recuperare una parte dei feudi alla Corona che intendeva suddividerli e darli a censo. Lioy ha la carica di intendente della palermitana Commenda della Magione, il 9 luglio 1789 riceve dettagliate istruzioni su come operare la ripartizione nei feudi della Magione, del vescovato di Agrigento, delle baronie di Prizzi e palazzo Adriano: “proporzionata alla quantità degli individui di ogni famiglia”, coi censuatari divisi in quattro classi e “fatte le divisioni delle terre, decida la sorte quella che debba toccare ad ogni famiglia… si accordi loro l’esenzione de’ dazi per cinque anni”. Nel clima di fiducia e ottimismo che sempre ritroviamo nelle riforme di marca illuminista, vengono previsti premi e onorificenze “a quello tra’ censuatari che avrà più avanzata l’agricoltura e si sarà meglio portato”. Se questa politica fosse stata portata a termine, la grande questione della terra ai contadini sarebbe stata affrontata e risolta, e tutta la storia di Sicilia avrebbe avuto un corso differente. Ma a Napoli Caracciolo morì in quello stesso mese di luglio, e a Parigi era nel frattempo scoppiata la rivoluzione: in Sicilia i baroni furono molto svelti a neutralizzare il riformismo filocontadino, e la Storia ritornò nel suo consueto alveo lastricato di soprusi.

La Cantina Borbonica è come un residuo di quella stagione. Lioy aveva a lungo osservato i sistemi di produzione del vino nei paesi siciliani, su di essi aveva redatto un opuscolo – ritrovato e pubblicato nel 1981 da Giuseppe Casarrubea – dove scriveva “trovai al mio arrivo in Sicilia nel 1789 il vino di Prizzi e quello di palazzo Adriano impotabile, da maggio in poi aceto guasto o per meglio dire una composizione meravigliosa di cattivi odori e sapori”. Lioy ha il senso della produttività e dell’impresa, viene esasperato dalla “balordaggine delle insensate pratiche” con cui i siciliani si ostinano a fare il vino. Elenca i suoi inascoltati suggerimenti: “raccomandai mille volte a quelle popolazioni… come se avessi predicato al deserto”. Viene pure preso in giro, a Marineo “questa buona gente si rideva e si burlava di me” continuando come se niente fosse a vinificare in botti “che sanno per lo più di muffa” e tini che “formano una quintessenza stomachevole e nauseosa”. Allora, quasi a sfida Felice Lioy si accinge a due esperimenti per dimostrare come si produce un buon vino. A Marineo e Partinico sorveglia tutte le fasi, dalla vendemmia alla separazione dei grappoli a seconda della qualità, dalla spremitura alla fermentazione del mosto. Alla fine il Re assaggia il vino novello, “servito alla augusta mensa non senza applauso” anche se a Partinico s’è adoperata l’uva della contrada Giancaldaja, che a suo giudizio non è delle migliori: vitigni di qualità daranno un prodotto in grado di competere coi vini di qualità superiore.

Dall’esperimento di Lioy deriva la decisione di acquistare gli appezzamenti di terreno che formeranno il podere reale al cui interno sarà costruita la cantina con annesso fondaco, bettola e locanda: 80 salme per un’azienda agricola modello, che poteva contare sulla produzione di frumento, alberi da frutto, viti. Vennero messe a dimora molte migliaia di piante, e la cantina costò la bellezza di 18mila scudi. Ma, nella migliore tradizione delle opere pubbliche disseminate nel nostro territorio, invece di essere volano per la germinazione di numerose imprese nella seconda metà dell’800 anche la Cantina Borbonica venne abbandonata e dimenticata. Assieme alla memoria di una stagione colma di attese e fiducia nel futuro, da ritrovare e valorizzare in tutta la sua sconosciuta ricchezza.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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