Shoah: Ebrei e fascismo


EBREI NELL’ITALIA FASCISTA

(pubblicato col titolo ‘Il lungo prologo’ in Fabio Amodeo-Mario J.Cereghino, L’Italia della Shoah. Gli ebrei, il fascismo e la persecuzione nazista, Udine-Trieste, editoriale FVG-Spa, 2008)

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“Siete una religione o una nazione?” E’ questa la domanda che Mussolini rivolge polemicamente agli ebrei italiani il 29 novembre ‘28, dalle pagine di un giornale romano. Mancano ancora dieci anni alla promulgazione delle leggi razziali ma l’antisemitismo serpeggia già in un paese uscito con le ossa rotte dalla Grande guerra e che nel giro di appena quattro anni si è trovato ad essere governato dall’ex maestro elementare di Predappio. Come sempre, è il pressapochismo italico a dominare le azioni del fascismo e del suo capo indiscusso anche su un tema così scottante (“La nostra dottrina sono i fatti”, era solito dire con involontaria comicità). Soprattutto se si considera la tradizionale linea antiebraica, di natura religiosa o teologica, capitanata dal Vaticano e che ha nella rivista La Civiltà Cattolica la sua punta di lancia ideologica.

E’ Il Popolo di Roma a pubblicare l’articolo del duce sul sionismo. “Formuliamo l’augurio che l’antisemitismo in Italia non venga provocato dagli ebrei residenti in Italia. L’Italia è una delle poche nazioni al mondo senza partiti o movimenti antisemiti.”, scrive minaccioso. Parole che riecheggiano un articolo del giovane Mussolini apparso su Il Popolo d’Italia nell’ottobre ‘20, in occasione del Congresso sionistico italiano svoltosi a Trieste. “Speriamo che gli ebrei italiani continueranno ad essere abbastanza intelligenti per non suscitare l’antisemitismo nell’unico paese dove non c’è mai stato.” Nel capoluogo giuliano, è attivo dal gennaio del ’21 il Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei. La scelta di Trieste deriva dall’intenso traffico portuale con il Vicino Oriente. Nel ‘20, si imbarcano 2.577 ebrei diretti nelle Americhe mentre 4.081 si dirigono verso la Palestina britannica. Tra il 1933 e il 1940, saranno in totale 121.391 gli israeliti che partono dalla città verso la “Terra Promessa”, in gran parte provenienti dall’Europa centro – orientale.

“L’antisemitismo trovava altra linfa, diversa dalla precedente ma altrettanto nuova, nelle violente inquietudini post belliche – afferma Michele Sarfatti – Così, un proclama ai croati emanato nell’autunno del ‘19 dal Comando italiano della città di Fiume asserì che la detestata Lega delle Nazioni era stata ‘inventata da banchieri ebrei internazionali quale maschera alle loro speculazioni contro tutti i popoli del mondo.’ A questo riguardo, è da notare come Gabriele D’Annunzio, capo dell’iniziativa politico – militare per l’annessione all’Italia di quella città, manifestasse ad alcuni commilitoni ebrei la propria totale condanna dell’antisemitismo e la propria estraneità alla stesura del proclama, ma non accogliesse l’invito rivoltogli dal Comitato delle comunità a pronunciare pubblicamente una ‘parola di giustizia per il nome di Israele’.” [1]

Nel giugno ’19, tre mesi dopo aver costituito a Milano i Fasci di Combattimento, è Mussolini in persona a scagliarsi dalle pagine de Il Popolo d’Italia contro “i grandi banchieri ebraici di Londra e New York, legati da vincoli di razza cogli ebrei che a Mosca come a Budapest si prendono una rivincita contro la razza ariana.” [2] Il futuro duce è imbevuto di pregiudizi antiebraici, esternati già negli anni della sua militanza socialista, come Giorgio Fabre ha ben evidenziato in un recente volume. [3] Un anno dopo, però, si smentisce nel già citato articolo de Il Popolo d’Italia, scrivendo che “il bolscevismo non è, come si crede, un fenomeno ebraico.” Nei primi mesi del ’21, il fascista Giovanni Preziosi pubblica la prima traduzione italiana dell’opuscolo antisemita I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, stampandone quindicimila copie. Al contempo, escono a puntate anche sul periodico cattolico integralista Fede e Ragione. Redatti nella Russia zarista tra il 1902 e il 1903, e circolati in Europa a partire dal ‘19, consistono in sostanza “nei verbali (inventati) di una riunione (inventata) tenuta da dirigenti ‘mondiali’ ebrei (inesistenti) allo scopo di realizzare la (fantomatica) ‘conquista del mondo’. Costituirono – e costituiscono tuttora – il principale testo di riferimento per i miti antisemiti dell’internazionale ebraica, della cospirazione (mondiale) ebraica e dello spirito di dominio degli ebrei.” [4]

Pressapochismo e confusione, dicevamo, che provocano azioni decisamente contraddittorie nel nascente movimento fascista. Secondo Fabre, gli ebrei presenti alla riunione milanese del 23 marzo ‘19 sono almeno otto. Tra costoro, Salvatore Attal, Piero Jacchia e Margherita Grassini Sarfatti, una delle amanti di Mussolini. Alla vigilia della marcia su Roma (28 ottobre 1922), gli israeliti iscritti al Pnf sono già seicento (saranno duemila nel ’29, seimila nel ’33 e quasi settemila nel ‘38) e partecipano con entusiasmo alle violenze dello squadrismo contro socialisti e comunisti. Nell’aprile del ’21, a Pisa, un gruppo di studentesse fasciste accompagnate dall’ebrea Mary Rosselli Nissim tende una trappola al socialista Carlo Cammeo, che è assassinato a revolverate. Eppure, il direttore della Rivista di Milano, un periodico apertamente antisemita, scrive nel novembre ‘22 che “oggi, contro tutti questi nemici, un solo mezzo è buono. Comandare e, se occorre, fucilare! Si sono fucilati troppi ingenui socialisti e non si è fucilato nessun finanziere ebreo che in un’ora può far tanto male all’Italia quanto non ne fanno cento socialisti. Mussolini sa meglio di noi che il socialismo era la testa di turco dell’ebreo finanziere. Se si è accoppata la testa di turco, ora bisogna liquidare chi la faceva muovere.” [5] Nel novembre ’23, il futuro dittatore convoca una delegazione di israeliti italiani e dichiara loro che “il Governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita.” [6] Peccato che, nel suo diario, il fascista Federzoni registri qualche anno dopo “il suo [di Mussolini] a me ben noto antisemitismo: uno degli aspetti meno noti ma più interessanti e intelligenti di questo formidabile spirito.” [7]

“Sul piano diplomatico, Mussolini intraprese una complessa e non sempre lineare politica – rileva Sarfatti – che si proponeva da un lato di mediare tra la persecuzione e i perseguitati, affermando per se stesso e per l’Italia un ruolo primario, e dall’altro di riaprire i termini della questione mediterranea, creando sostegni concreti a una fattiva presenza italiana in Palestina.” [8] Il 17 febbraio ‘34, Il Popolo d’Italia pubblica un articolo del duce intitolato Una soluzione, con la proposta alquanto sorprendente di costituire in Palestina uno “Stato vero e proprio”, superando così la “dichiarazione Balfour” del ’17 che ipotizzava un “focolare nazionale” (national home) per gli ebrei. Il quotidiano Il Tevere, pochi giorni prima, ha infatti accusato gli ebrei (“stranieri in terra straniera”) di restare “estranei al paese in cui vivono e prosperano, e del quale hanno ottenuto la cittadinanza.” Di fatto, con il suo pezzo, Mussolini invita nuovamente gli israeliti italiani a intraprendere la “chiarificazione” già auspicata nel ‘28, procedendo alla piena “assimilazione” nell’Italia fascista e limitando la propria “diversità” al puro ambito religioso. Si avvicina l’aggressione fascista all’Etiopia e il regime inizia a parlare di “difesa della razza”. Nell’estate del ’35, Mussolini proclama che “noi fascisti riconosciamo l’esistenza delle razze, le loro differenze, la loro gerarchia.” [9] Con la proclamazione dell’ “impero” sui “colli fatali di Roma” (9 maggio ’36), la “questione ebraica” non sembra più rinviabile. Nella vicina Germania, il nazismo antisemita di Hitler è al potere dal ’33. Ed è proprio la guerra in Africa orientale ad avvicinare i due dittatori, nel tentativo di arginare le conseguenze delle “inique sanzioni” contro l’Italia emanate dalle maggiori potenze coloniali dell’epoca, Gran Bretagna e Francia. Il 1° novembre ’36 il duce annuncia pubblicamente la costituzione dell’“Asse Roma – Berlino”, il primo passo di un’alleanza nefasta che porterà al “Patto d’acciaio” nel ’39 e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco del dittatore tedesco, nel giugno ’40.

E’ Roberto Farinacci, il ras fascista di Cremona, a dare il via alla campagna antiebraica nel settembre ’36. Il 12, sulle pagine del suo Il regime fascista, Farinacci pubblica un lungo articolo intitolato Una tremenda requisitoria, un riferimento al congresso del Partito nazionalsocialista in corso in quei giorni a Norimberga. La “requisitoria” è quella del ministro della propaganda del Reich, Joseph Goebbels, contro il bolscevismo mondiale. L’“ebreo”, infatti, è “l’infezione mortale del mondo” mentre la stessa dittatura del proletariato in Unione sovietica altro non è che la “dittatura dell’ebraismo”, affermazioni che rimandano alle esternazioni mussoliniane di sedici anni prima. Dopo aver ricordato che la democrazia è condannata per sempre e che “solo due forze si contendono l’avvenire, il Fascismo e il comunismo”, Farinacci avverte gli ebrei in Italia che “si sta generando la sensazione che fra poco tutta l’Europa sarà teatro di una guerra di religione”, sollecitandoli a “dare la prova matematica di essere prima fascisti, poi ebrei.” Il 17 settembre, li invita a dimostrare che “non hanno nulla a che vedere con l’Internazionale ebraica”, ovvero con il “Parlamento mondiale ebraico di Ginevra.” Il 31 dicembre interviene Mussolini dalle pagine de Il Popolo d’Italia, con un pezzo (non firmato) intitolato significativamente Il troppo stroppia in cui, in sostanza, definisce l’antisemitismo una “conseguenza” inevitabile del “troppo ebreo” in circolazione nella penisola. Nel ’37, mentre le librerie italiane tornano ad esporre l’ennesima ristampa dei Protocolli, escono il libello Gli ebrei in Italia di Paolo Orano (gli israeliti, e non solo i sionisti, sono i nemici irriducibili dell’Italia fascista) e il saggio Ai margini del razzismo di Telesio Interlandi, apparso sul quotidiano Il Tevere nel marzo ’37 (l’autore è convinto della “diversità biologica” del “sangue ebraico” e prospetta “provvidenze legislative” contro chi lo possiede). Il 19 giugno ’37, il duce pubblica l’articolo Davar su Il Popolo d’Italia: “Facendo coincidere la religione con la razza e la razza con la religione, Israele si è salvato dalla ‘contaminazione’ con gli altri popoli. […] Quello d’Israele è un riuscitissimo esempio di razzismo, che dura da millenni, ed è un fenomeno che suscita ammirazione profonda. Gli ebrei, però, non hanno diritto alcuno di lagnarsi quando gli altri popoli fanno del razzismo.” E non è casuale che negli stessi giorni il dittatore riceva da Trieste un elenco delle posizioni politiche, economiche e sociali mantenute in città dagli israeliti, che sono identificati sulla base “della razza e non della religione professata.” [10] La strategia della menzogna, intanto, continua a prosperare. L’11 giugno ’37, il dittatore riceve a palazzo Venezia Generoso Pope, direttore del giornale italoamericano Corriere d’America (New York) e lo autorizza “a far sapere agli ebrei d’America che la loro preoccupazione sulla situazione dei loro fratelli di razza e di religione viventi in Italia non può esser che frutto di malevoli informatori. Gli ebrei d’Italia hanno avuto, hanno e continueranno ad avere lo stesso trattamento d’ogni altro cittadino italiano. Nessuna forma di discriminazione di razza o di religione è nel mio pensiero.” [11]

Il 1938, come scrive Mendelshon, è “un anno cruciale e terribile per l’ebraismo europeo.” [12] In febbraio, si enunciano i primi provvedimenti legislativi fascisti. In marzo, l’occupazione nazista dell’Austria estende a questa nazione le leggi antisemite tedesche. In Italia, il 17 luglio, nasce la Direzione generale per la demografia e la razza (nota come “Demorazza”, ministero dell’Interno) e, in agosto, l’Ufficio studi del problema della razza (ministero della Cultura popolare). Il quindicinale La difesa della razza inizia le sue pubblicazioni il 5 agosto (lo dirige Interlandi), affiancandosi così al mensile La vita italiana di Preziosi ed a Il giornalissimo di Oberdan Cotone. Altri periodici specialistici saranno Il diritto razzista di Stefano Maria Cutelli (maggio ‘39), Razza e civiltà di Antonio Le Pera (marzo ’40) e Il problema ebraico di Aniceto Del Massa (aprile ’42).

Nel luglio ’38, sulla base di precise direttive del duce, un gruppo di intellettuali fascisti, sotto l’egida del ministero della Cultura popolare, pubblica il documento teorico Il fascismo e i problemi della razza (noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti). Afferma l’esistenza della “pura razza italiana” definita “di origine e di civiltà ariana”. Stabilisce che “il concetto di razza è concetto puramente biologico” e proclama che gli ebrei (definiti “lo stato maggiore dell’antifascismo”) non appartengono “alla razza italiana.” In agosto, a cura della “Demorazza”, è effettuato un censimento speciale degli ebrei con l’obiettivo di identificare le potenziali vittime. A quella data, in Italia risiedono 58.412 persone nate da almeno un genitore ebreo o ex ebreo, suddivisi in 48.032 italiani e 10.380 stranieri abitanti nel Paese da oltre sei mesi. Di essi, 46.656 (37.241 italiani e 9.415 stranieri) sono “ebrei effettivi” e 11.756 appartengono a varie categorie (ex ebrei e figli non ebrei di matrimoni “misti”). [13] Nei primi giorni di settembre, il Consiglio dei Ministri approva i provvedimenti legislativi sull’ l’espulsione degli ebrei stranieri, l’arianizzazione della scuola pubblica, l’istituzione degli uffici statali incaricati della persecuzione e, nei mesi successivi, una serie di altre normative. Le leggi persecutorie sono controfirmate in toto dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III di Savoia. Come scrive La difesa della razza nel novembre ’38, “gli ebrei non possono prestare servizio militare, esercitare l’ufficio di tutore, essere proprietari di aziende interessanti la difesa nazionale, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici ariani. Non vi possono essere ebrei nelle amministrazioni militari e civili, nel Partito, negli Enti provinciali e comunali, negli Enti parastatali, nelle banche, nelle assicurazioni.” Il periodico si rallegra inoltre dell’espulsione degli ebrei stranieri e dell’esclusione degli israeliti italiani da tutte le scuole del Regno. [14] Nei grandi magazzini e nei negozi, cominciano a comparire cartelli con scritte agghiaccianti: “Negozio ariano” oppure “Non è gradita la presenza di ebrei.” In ottobre, il Gran consiglio del fascismo emana la Dichiarazione sulla razza, stabilendo che gli ebrei italiani non accettano il regime poiché questo è “antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele.” [15]

Alla fine del ’41, la Germania nazista decide di attuare la “soluzione finale” del “problema giudaico”, che culmina nella conferenza berlinese di Wannsee (gennaio ’42). Mussolini è sicuramente al corrente del destino tragico riservato agli israeliti nell’Europa centro – orientale. Nell’ottobre ’42, Aldo Vidussoni (segretario del Pnf) lo informa che sul fronte russo le fucilazioni di ebrei sono all’ordine del giorno. L’11 ottobre è Heinrich Himmler, il capo delle Ss, a comunicare al dittatore italiano le stragi compiute nei territori occupati dalle truppe tedesche. Nel gennaio ’43, un dirigente del ministero degli Affari esteri annota le confidenze fattegli il giorno prima dal segretario dell’ambasciata del Reich in Roma, Otto von Bismarck. Questi gli rivela che “entro la fine del ’43, tutti gli ebrei d’Europa dovranno essere eliminati.” Nelle stesse settimane, il duce scrive che “il ferro e il fuoco guariranno le infermità che le demoplutocrazie e il giudaismo hanno inflitto al genere umano.” [16] In febbraio, Dino Alfieri, ambasciatore italiano a Berlino invia un rapporto al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Alfieri riferisce della volontà tedesca di “sterminare appieno la razza ebraica” e delle numerose uccisioni di massa che non risparmiano né donne né bambini. Il documento reca il “visto” di Mussolini. [17] Tuttavia, fino alla crisi del 25 luglio ’43, il fascismo persegue sostanzialmente due obiettivi: spingere gli ebrei ad emigrare in Palestina o nelle Americhe e far tornare in Italia quelli residenti nelle nazioni europee occupate dalle truppe del Reich.

Il 12 luglio ’43, appena due giorni dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, il Governo militare alleato (Amgot) decreta l’immediata abolizione di “qualsiasi legge che fa distinzione contro qualsiasi persona in base a razza, colore o fede.” [18] Durante i “45 giorni” di Badoglio (subentrato a Mussolini il 25 luglio ’43), continua a rimanere in vigore l’intera legislazione persecutoria (sono revocate soltanto alcune disposizioni di natura amministrativa). Occorre aspettare il 22 settembre perché il capo del governo annunci da Brindisi l’abrogazione delle leggi fasciste sugli ebrei, che avverrà finalmente il 28 dicembre. Nell’agosto ’43, ci si mette anche il Vaticano a confondere le idee. “Secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica, la legislazione in questione ha sì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma.” [19]

Dopo l’8 settembre, e soprattutto dal 23 settembre 1943 (data dell’annuncio della costituzione di una repubblica fascista alleata alla Germania nazista, che prenderà il nome di Repubblica sociale italiana, Rsi, il successivo 1° dicembre), la situazione si trasforma in dramma per gli ebrei che abitano nel centro – nord della penisola. Le operazioni antiebraiche spettano ad una sezione speciale tedesca, la B4 dell’Ufficio IV della Polizia di sicurezza (Sipo – Sd), che a sua volta risponde alla Direzione generale per la sicurezza del Reich (Rsha). La Sipo si insedia a Verona, al comando di Wilhelm Harster. Le azioni “antigiudaiche” sono affidate a Theodor Dannecker (fino al dicembre ’43) e a Friedrich Bosshammer (dal gennaio ’44). Le prime operazioni di rastrellamento e deportazione verso i campi di sterminio tedeschi e polacchi (Auschwitz – Birkenau e Bergen Belsen) avvengono a Bolzano, Novara, Merano, Firenze, Bologna, Torino, Genova, Milano, Siena, Cuneo e nel lago Maggiore. Non mancano le vere e proprie rapine, come quelle avvenute in connessione con gli eccidi del lago Maggiore (settembre ’43) e presso l’abitazione della famiglia Pardo Roques a Pisa (agosto ’44). Nell’autunno ’43, la stampa fascista annuncia che il ministero dell’Interno della neonata Rsi (affidato a Buffarini Guidi) sta elaborando un progetto di legge “inteso a regolare la questione razziale, appoggiandosi alla legislazione germanica in materia, nota sotto il nome di legge di Norimberga.” Il 30 novembre ‘43, con l’ordine di polizia n. 5, il ministro dispone l’arresto di “tutti gli ebrei a qualunque nazionalità appartengano”, il loro internamento “in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati” e il sequestro di “tutti i loro beni, mobili ed immobili.” Subito dopo, iniziano gli arresti per mano di reparti “non specializzati” della polizia italiana. Nel gennaio ’44, Salò ordina di sciogliere le comunità israelitiche e di sequestrare i loro beni e, il 16 aprile ’45 (a pochi giorni dalla disfatta nazifascista nell’Italia settentrionale), il Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini approva un provvedimento legislativo ancora più drastico in rapporto alle proprietà degli ebrei. L’ex duce promuove inoltre l’istituzione dell’Ispettorato generale per la razza (aprile ’44, diretto da Preziosi) e dei Centri regionali per la razza. Alla fine del ’43, Germania e Rsi si accordano per la consegna alle Ss operanti in Italia (e la conseguente deportazione e uccisione) degli ebrei arrestati dagli italiani. Il ventaglio delle forze messe in campo da Salò è molto ampio. Ai rastrellamenti partecipano la polizia, la Guardia nazionale repubblicana (Gnr), le Brigate nere di Pavolini e la Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Gli israeliti che cadono nella rete nazifascista sono inviati ai campi di concentramento di Fossoli (frazione di Carpi, in provincia di Modena) e di Gries (provincia di Bolzano). [20] Secondo Liliana Picciotto Fargion, le persone di “razza ebraica” arrestate e deportate dai nazifascisti, tra il settembre ’43 e l’aprile ’45, sono poco meno di 8.000. Tra costoro, gli assassinati (nei campi di sterminio tedeschi e polacchi o, direttamente, nel territorio della Rsi e delle zone operative germaniche) raggiungono la cifra di 7.000, pari al 16,3 per cento dei 43.000 ebrei censiti nell’Italia centro – settentrionali alla data dell’8 settembre ’43. [21] Oltre ai deportati e a quanti riescono a raggiungere la Svizzera o a portarsi a sud della linea del fronte, sono circa 29.000 gli israeliti che vivono in clandestinità nei venti mesi di Salò. Di essi, un migliaio partecipa alla Resistenza.

Un voluminoso faldone – intitolato Juden in Italien (Ebrei in Italia) e conservato presso gli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens (Surrey) – ci offre una serie di preziose notizie sull’atteggiamento del Reich nazista in relazione alle caotiche politiche antisemite attuate dall’alleato fascista fino a tutto il ‘43. “La posizione italiana sulla questione del trattamento degli ebrei differisce da quella tedesca in misura notevole. Mentre noi consideriamo l’ebraismo come un’infezione che minaccia di distruggere un popolo e cerca di impedire la ricostruzione dell’Europa, il governo italiano è convinto di poter trattare i giudei privilegiando singoli ebrei o gruppi di ebrei. Il giudaismo è il nemico più infame sia per la Germania sia per l’Italia.” [22] Così scrive Joachim von Ribbentrop, il ministro degli Esteri tedesco, al suo ambasciatore in Roma. E’ il 13 gennaio ‘43 e mancano poche settimane all’incontro tra Mussolini e il ministro a palazzo Venezia, un summit convocato d’urgenza per valutare la difficile situazione dell’Asse dopo la sconfitta di El Alamein e quella, annunciata, di Stalingrado. Ma per i gerarchi nazisti i rovesci militari sembrano passare in secondo piano. I contrasti con l’alleato italiano si sono aggravati negli ultimi mesi del ’42. Il motivo? Lo scarso impegno dimostrato da Roma nella “soluzione del problema ebraico” in Europa e nel Mediterraneo. Il tema è discusso in una serie di riunioni a Berlino. “Gli italiani si sono sempre mostrati poco comprensivi, se non addirittura infastiditi, quando ad essere colpiti sono gli interessi dei giudei italiani. – leggiamo in un rapporto segreto del 22 ottobre ‘42 – Roma valuta straordinariamente forte la potenza economica degli ebrei italiani nel Mediterraneo. In generale, si può quindi affermare che l’Italia respinge le misure antigiudaiche. A Tunisi, si sono verificate forti proteste italiane contro i tentativi francesi [del governo collaborazionista di Vichy] di arianizzazione del paese. A Tunisi e ad Algeri, il francese appare come il persecutore degli ebrei, l’italiano come il loro difensore. Dalla Romania giungono rapporti secondo i quali le politiche verso gli israeliti sono ostacolate dall’Italia. Le imprese gestite dagli italiani hanno assunto personale di razza ebraica. In Croazia, le autorità di occupazione italiane hanno garantito la tutela dei giudei. In Italia, gli ebrei svolgono un ruolo decisamente pericoloso. Il capitale giudaico internazionale è uno dei più formidabili strumenti di guerra contro la Germania, ed è così concepito da ogni ebreo. E’ indubbio quindi che l’Italia, con le sue esitazioni, offre al giudaismo l’occasione di sottrarsi ad ogni forma di controllo economico.” [23] Il contenzioso registra il suo massimo punto di tensione due mesi dopo. “Le autorità germaniche hanno arrestato venti cittadini italiani di razza ebraica, traducendoli poi in campi di concentramento – scrive l’ambasciata d’Italia a Parigi il 18 dicembre, in una nota di protesta indirizzata a Berlino – Uno di questi è morto mentre altri tre sarebbero stati deportati nell’Europa orientale. Siamo certi che le competenti autorità germaniche vorranno revocare le misure in questione. Si tratta di normative che riguardano la libertà personale dei cittadini italiani di razza ebraica.” [24]

Tra il 25 e il 27 febbraio ‘43 si svolge il vertice Mussolini – Ribbentrop, sul quale riferisce l’ambasciatore giapponese in Roma in un dispaccio inviato a Tokyo (e che viene intercettato dall’intelligence service britannico). “Sul problema ebraico – commenta il diplomatico – i tedeschi desiderano una politica doppiamente severa, ma gli italiani hanno spiegato che la situazione italiana è diversa da quella germanica. Su una popolazione di 45 milioni di abitanti, gli ebrei sono appena 35.000. Di conseguenza non rappresentano un particolare pericolo.” [25] All’indomani della costituzione della Rsi, il problema si ripropone. “Le azioni ordinate dal comando delle Ss per la cattura degli ebrei italiani non hanno portato finora ad alcun risultato concreto. – leggiamo in un rapporto tedesco del 4 dicembre ‘43 – Le operazioni sono state ritardate talmente a lungo che la maggioranza degli ebrei è riuscita a rifugiarsi nelle piccole località. Con le forze attualmente a disposizione, ci risulta quindi impossibile mettere in atto rastrellamenti a pettine nei comuni piccoli e medi. Nel frattempo, il governo [della Rsi] ha emanato una legge, secondo la quale tutti gli ebrei in Italia debbono essere deportati in campi di concentramento. Per ripulire le zone operative dagli elementi sospetti, siamo quindi favorevoli alla rapida applicazione di questa legge e all’istituzione di campi di concentramento nel nord Italia. In tal senso, il governo germanico è pronto a mettere a disposizione [della Rsi] una serie di consiglieri di provata esperienza.” [26] Il 14 dicembre, i tedeschi tornano sull’argomento: “In relazione alle segnalazioni sullo scarso zelo delle autorità italiane nell’esecuzione delle misure antiebraiche, il ministero degli Esteri del Reich ritiene che l’attuazione del piano dovrebbe essere supervisionata da funzionari germanici.” [27]


[1] M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino, Einaudi, 2007, p. 18.

[2] B. Mussolini, Opera omnia, Firenze, La Fenice, 1951 – 1963, vol. XIII (1954), p. 169 (articolo del 4 giugno 1919).

[3] G. Fabre, Mussolini razzista, Milano, Garzanti, 2005.

[4] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 19 – 20.

[5] A. Raimondi, Mussolini al governo, in Rivista di Milano, anno V, n. 87, (10 novembre 1922).

[6] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., p. 69.

[7] L. Federzoni, 1927. Diario di un ministro del fascismo, Firenze, Passigli, 1993, p. 92.

[8] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 95 – 96.

[9] B. Mussolini, Il dato irrefutabile, in Il Popolo d’Italia, 31 luglio 1935.

[10] Per memoria (17 giugno 1937), Archivio di Stato di Trieste, Prefettura, gabinetto, b. 363.

[11] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 149 – 150.

[12] E. Mendelsohn, Gli ebrei dell’Europa orientale tra le due guerre mondiali in La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma, Camera dei Deputati, 1998, p. 350.

[13] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., p. 160.

[14] M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani, Torino, Einaudi, 2002 (serie di vignette pubblicate il 10 novembre 1938).

[15] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit. pp. 168 – 250.

[16] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 221 – 222.

[17] R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, Torino, Einaudi, pp. 602 – 605.

[18] Proclama n. 7, pubblicato in Sicily Gazette, n. 1, Palermo (luglio 1943).

[19] Relazione di padre Tacchi Venturi al segretario di Stato della Santa sede, cardinal Maglione, 29 agosto 1943, in G. Mayda, Ebrei sotto Salò, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 56 – 57.

[20] M. Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 251 – 308.

[21] L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria, Milano, Mursia, 2002, pp. 27 – 28, 30, 33, 826.

[22] Telegramma da Berlino a Roma, 13 gennaio 1943, Na/Uk, Gfm 33/2403.

[23] L’Italia e la questione ebraica, 22 ottobre 1942, Na/Uk, Gfm 33/2403.

[24] Na/Uk, Gfm 33/2403.

[25] Na/Uk, Hw 1/1449.

[26] Na/Uk, Gfm 33/2518.

[27] Na/Uk, Gfm 33/2518.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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