Giuliano nel Veneto

Giuliano, i viaggi misteriosi alla villa veronese

Nel 1944 i luogotenenti del bandito siciliano

sarebbero stati addestrati a San Martino

(Il Corriere Veneto, 09.12.2004)

di Angiola Petronio

Sono lembi di storia recente. Storia che s’intesse di giallo. Nomi che

richiamano altri nomi. Pagine scritte appena sessant’anni fa e subito chiuse in armadi lucchettati dalle «ragioni di Stato». Luoghi che richiamano altri luoghi. Geograficamente lontani. Apparentemente allo zenith. Uniti dagli eventi. Nomi e luoghi come «Portella della Ginestra», nella piana degli Albanesi, Sicilia, che vanno, in uno strano intreccio che solo la Storia è in grado di dipanare, a fondersi con altri, come Località Campalto, San Martino Buon Albergo, Verona.

Portella della Ginestra una volta era famosa per quella pianta che ne

ricopriva le colline. Lo era fino al primo maggio del 1947. A Campalto,

quasi il suo Azimuth geografico in un’Italia appena uscita dalla guerra, si viveva in maniera quasi uguale. Economia agricola a Portella. Economia agricola a Campalto. Qui, in Veneto, in quella frazione di un comune alle porte di Verona, c’è una villa che ancora porta il nome della famiglia che la abita, villa Grezzana.

Silvino Grezzana, nel 1947, aveva già visto il mondo. Ma lo aveva visto dal fronte. Quello russo. In maggio a Portella fioriva la ginestra. Le colline di San Martino erano invece disseminate da batuffoli bianchi, i ciliegi in fiore. A Portella quella distesa gialla sembrava un mare. E fu in quel «mare» di piante che morirono 11 persone, tra cui due bambini e altre 27 rimasero ferite. La strage di Portella della Ginestra. Erano contadini, quei morti siciliani. Lì, in quella piana, per la festa del lavoro. A trucidarli, insegna la Storia, fu la banda del bandito Giuliano. Una strage che ancora adesso, a 57 anni di distanza, si porta addosso un velo pesante di misteri.

L’ennesimo, forse uno tra i meno conosciuti, misteri d’Italia.

Il perchè un bandito come Giuliano avesse ammazzato così dei suoi

conterranei non è mai stato detto e capito chiaramente. Ma adesso che la Storia di quegli anni sembra non fare più paura i veli cominciano non solo a cadere, ma anche ad essere squarciati. Ed è uno di quei veli che racconta la vicenda che unisce Portella della Ginestra a villa Grezzana.

Quei veli hanno le fattezze di documenti. Carte che danno valenza a quella

che fino a poco tempo fa era poco più di una teoria. I legami del bandito Giuliano e della sua banda, non solo con il fascismo, ma anche con la Repubblica di Salò e i suoi servizi segreti. Queste carte sono contenute in un memoriale di 62 pagine che lo storico Giuseppe Casarrubea ha consegnato alla Procura della Repubblica per riaprire l’inchiesta sulla «prima strage di Stato».

Casarrubea ha analizzato centinaia di documenti per arrivare alla

commistione tra Giuliano e il fascismo. Una commistione che risalirebbe al 1944. E corroborata da documenti trovati lo scorso agosto in America, tra gli schedari dell’Oss statunitense, una sorta di Cia ai tempi della guerra.

In quei fascicoli non si parla solo di dati oggettivi, ma si raccolgono

anche delle testimonianze. E si racconta di come tra i membri della banda Giuliano ci fossero anche diversi sabotatori che operavano sotto l’egida di Junio Valerio Borghese, di come «nelle vicinanze di Partinico ci fosse una banda fascista che operava al comando di un certo Giuliani».

In quelle carte, per motivi di sicurezza, i nomi sono storpiati. Salvatore Giuliano divenne Giuliani. Villa Grezzana si trasformò in Villa Grazzani.

Perchè è qui, sulle colline veronesi, che stando alle carte americane alcuni luogotenenti del bandito siciliano vennero addestrati. Nelle stanze di quella villa, una delle tante basi dei servizi nazifascisti. Lì, in quei giorni, era bambino Luigi Grezzana, il noto geriatria. «Mi ricordo – racconta – che ero piccolo. Non sapevo cosa succedeva in casa. Noi eravamo sfollati».

Luigi e la sua famiglia non vivevano nella villa. Quella avevano dovuto

lasciarla agli occupanti tedeschi. Il padre Silvino era in guerra, al

fronte. Ad aguzzare gli occhi, a vedere quei movimenti strani, quei flussi di giovani uomini affiliati al banditesco siciliano che seguivano correnti contrarie che dal Sud li portavano ad addestrarsi al Nord e altrettanto giovani uomini votati alla causa del principe Borghese che migravano in Sicilia, era la zia di Luigi, zia Lina.

Lina adesso è anziana, ma i suoi ricordi sono vividi e lucidi. «Li vedavamo da lontano. Arrivavano, erano molti. Ragazzi meridionali, siciliani. Cosa facessero durante quei giorni nella villa non lo abbiamo mai saputo». Così quella casa sulle colline scaligere è diventata una testimonianza, un tassello fondamentale per una ricostruzione storica che vuole uno degli «eroi» del banditismo moderno, assolutamente coinvolto in eventi che stravolsero l’Italia. Eventi che in realtà verranno svelati solo tra 12 anni. Nel 2016. Allora i lucchetti verranno tolti da tutti gli armadi. E da tutti i «segreti di Stato».

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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