Deriva di destra

di

Giuseppe Casarrubea

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Di solito le dimissioni di un segretario politico di rilievo nazionale provocano indifferenza sia nell’opinione pubblica sia nel mondo dei partiti. La circostanza tuttavia succede molto raramente e coincide con i momenti congressuali, quando i segretari piuttosto che dimettersi sono sostituiti.

Le dimissioni di Walter Veltroni, però, hanno provocato un reale e diffuso disagio, anche perchè il gesto cade nella fase neonatale di un partito nuovo, il PD, che lo stesso Veltroni ha contribuito a far nascere.

Persino Ignazio La Russa, con la sua faccia aquilina si è detto dispiaciuto della clamorosa decisione. Forse c’è da credergli visto che raramente questo politico esprime giudizi positivi sugli uomini del centrosinistra. Ma non potrebbe fare diversamente. Ormai il gioco politico democratico si riduce ad essere in Italia un continuo battibecco a base di contumelie e attacchi personali. Il gioco va a peggiorare e tutto lascia pensare che la scarsa serietà della maggioranza voglia continuare l’ironia della demolizione dell’avversario fino al suo completo annientamento. Perchè questa maggioranza non ha bisogno di una vera opposizione, come vorrebbero far credere La Russa e molti suoi correligionari del partito unico della destra. E’ pensabile che gli ex missini o un tipo come il presidente del Consiglio possano ritenere che senza opposizione le cose non funzionano tanto bene? Al contrario. Ci troviamo di fronte a un coro intonato con alcuni maestri che sanno dirigere le voci senza neanche fare molta fatica. Dunque, quello che accade, non è qualcosa che ha a che fare solo col PD e con Veltroni, ma con quanto sta succedendo in Italia e con la conseguente crisi del cosiddetto centrosinistra. Aspetti tutti di una più generale crisi del sistema democratico fondato sui valori della Costituzione e della lotta di Liberazione dal nazifascismo.

Che il vecchio Msi prima e AN dopo non abbiano mai avvertito il bisogno dell’opposizione è storia lunga e documentabile e conoscendo il passato prossimo e remoto, nonché la conclamata appartenenza alla destra meno liberale, di parecchi ex commilitoni del partito di Almirante-Fini, qualche dubbio è legittimo. Così mentre nel PD si assiste al proliferare delle correnti (se ne contano già una decina) e alle diatribe sulle elezioni di una persona perbene come Dario Franceschini, sul fronte dell’opposizione sembrano prevalere le componenti che dànno corpo alle forze d’inerzia. Quelle che derivano dall’arresto di un percorso segnato dalla storia e dal radicamento dei valori sempre vivi della Resistenza e della Costituzione. Una crisi questa, avviata dal buonismo di certi revisionismi della storia che hanno portato prima a riconoscere “i ragazzi di Salò” e poi all’oblio delle identità che avevano fatto dei caratteri del cattolicesimo popolare e della lotta antifascista la nervatura centrale del centrosinistra. Una rovina, questa, che costituisce una vera e propria grazia di Dio per i nuovi rappresentanti del potere negazionista del lavoro come valore attuale e storico. Un risultato che da sempre la destra ha cercato di raggiungere, lontana dal gioco della dialettica politica.

Il fatto è che la destra italiana, dopo Mussolini, non è stata mai più la destra liberale prima della marcia su Roma. Ne ha perso i connotati, come se il regime li avesse geneticamente deformati. Lo dimostra l’avversione per tutte le minoranze, l’aggressività per tutte le opposizioni, il rifiuto della funzione primaria del Parlamento, l’ostilità verso il principio, antico quanto la rivoluzione francese, della separazione dei poteri dello Stato. Una destra infantile, questa, che vuole tutto per sé, come ai tempi dell’espansionismo totalitaristico degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, o dell’assistenzialismo borbonico dell’Ottocento.

Che la destra voglia aggiungere al danno la beffa è il dato più tragico, come è chiaro che ormai siamo su una deriva senza ritorno. Perchè non ci può essere ritorno ripercorrendo le stesse strade sbagliate di prima.

Dal congresso di Fiuggi all’unificazione di An con Forza Italia il passaggio è coerente e progressivo. Tranne la novità di una tardiva unificazione delle forze che un tempo si dicevano “laiche e cattoliche” nulla di nuovo si è visto nel panorama della politica italiana. C’è allora da augurarsi che, per una seria opposizione, il PD non smarrisca le sue ragioni democratiche e riformistiche; e che la sinistra recuperi la dimensione della sua dignità che l’ha portata ad essere uno dei principali baluardi della democrazia italiana.

Sul fronte della maggioranza la valanga è in corso.

Per essere identificati nel dopo catastrofe, forse sarebbe il caso di innalzare qualche “tenda rossa”, se l’anticomunismo non ha colpito anche a sinistra.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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