Il “Che”: furono i boliviani a volerlo morto


di Marzio Breda (Corriere della Sera)

Che Guevara

Che Guevara

«Americani assassini», «il Che ucciso dalla Cia». Sono questi gli slogan dei cortei che percorrono le strade di tutto il mondo all’indomani della morte di Guevara. Cori alternati ad altri cori che ripetono il suo celebre motto, «Crear dos, tres, muchos Vietnam es la consigna». E quell’ordine dilaga davvero, nelle capitali della protesta, con milioni di giovani che si mobilitano ispirandosi al nuovo comandamento: «Siamo tutti vietcong».

Paradossalmente nasce proprio allora un mito che evoca il fallimento di un’utopia. In pochi mesi si spegne il «foco» guerrigliero teorizzato dall’apostolo della rivoluzione che vorrebbe conquistare al comunismo la Bolivia del dittatore Barrientos, scelta come teatro di una missione da espandere nell’intera l’America Latina. Ciò che era riuscito a Cuba nel 1959, nella foresta andina si rivela impossibile: il diario di Guevara, pubblicato postumo da Fidel, libro-cult per più generazioni, è infatti il racconto puntuale e amaro di una sconfitta politica e militare. Quando il 9 ottobre 1967, dopo undici mesi di attacchi, imboscate e inseguimenti, il commando viene localizzato a Higuera e il Che ferito e ammazzato qualche ora più tardi in una fattoria, un passaparola planetario diffonde l’equazione boliviani/yankee, Barrientos/Johnson. Certo: manca la pistola fumante, la prova provata. Ma si dà per scontato che la «condanna» sia stata decisa a Washington, per eliminare il pericolo di un contagio anti-imperialista nel «cortile di casa» del subcontinente. Un’interpretazione che passa dai cortei alla pubblicistica alla storiografia, che via via si consolida e nel tempo diventa una verità acquisita.

(per sentire la canzone “Comandante Che Guevara”, clicca qui sotto)

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Oggi, a quasi quarant’anni di distanza e dopo infiniti memoriali, interviste, scoop autentici e fasulli, si scopre che gli Usa furono colti di sorpresa da quell’esecuzione. Non avevano avuto alcuna informazione sulla cattura del Che né, tantomeno, avevano dato un via libera per «terminarlo». Anzi, pochi mesi prima, mentre intorno a lui cominciava a chiudersi il cerchio, avevano diramato a un emissario di La Paz un perentorio<MD> «suggerimento»: «Do everything possible to keep him alive». Fare, dunque, qualsiasi cosa per tenerlo in vita. Perché, come scriverà il consigliere speciale per la sicurezza nazionale, Walter Rostow, al presidente Lyndon B. Johnson, «la morte di Guevara è stata una mossa stupida, sebbene comprensibile dal punto di vista boliviano». E mentre si fanno sparire i corpi del comandante e dei suoi compagni «per evitare la nascita di un “santuario” della guerriglia», un rapporto del Dipartimento di Stato dimostra l’allarme dei responsabili della politica estera Usa: «La colpa della morte del Che sarà gettata sui soliti malvagi (l’imperialismo statunitense, i Berretti Verdi e la Cia), con un riferimento di passaggio ai “lacché” boliviani…». Previsione facile, il duro prezzo d’immagine, come certifica poco dopo un altro messaggio al Dipartimento di Stato: «La stampa di sinistra latino-americana ha iniziato la canonizzazione di Guevara, paragonato ora a Bolivar, El Cid, Spartaco…».

Il Che: il corpo

Insomma: contrariamente alla vulgata che si è via via imposta e che rare indiscrezioni di segno opposto non hanno mai davvero intaccato, la morte del rivoluzionario destinato a divenire un’icona romantica (e perfino pacifista) non è il frutto di un’operazione di polizia coordinata da Langley. Lo rivela il saggio Che Guevara Top Secret (Bompiani editore, pag. 153, euro…) curato da Vincenzo Vasile, scrittore e inviato dell’Unità, e dal ricercatore Maria Josè Cereghino, che hanno avuto accesso a documenti «declassificati» dal Congresso americano e dalla presidenza Clinton. Un’antologia di dispacci, report, corrispondenze che formano una sorta di «controdiario americano» della tragica avventura armata e che aprono squarci inediti anche sui rapporti tra Usa e governo fantoccio locale. Carte opportunamente incrociate, in modo da formare un continuum narrativo, con i resoconti che il numero due di Castro annotava tra una pausa e l’altra della spedizione. Offrendo una lettura parallela di quell’esperienza conclusa nel sangue.

Il dossier fa cadere anzitutto il mito dell’efficienza dei servizi di sicurezza americani e consente di retrodatare di parecchi anni le clamorose insufficienze emerse l’11 settembre 2001. Per l’intelligence Usa il fenomeno Guevara resta a lungo avvolto nelle nebbie di pregiudizi, disinformazione e depistaggi. Un esempio: nel 1965, dopo che il «pericoloso sovversivo» è sparito da L’Avana, la Cia lo segnala contemporaneamente in vari Paesi (dalla Colombia al Nicaragua, dal Perù all’Algeria, dalla Russia al Vietnam), mentre invece, dopo un’abortita missione in Congo, mette già in cantiere lo sbarco in Bolivia.

Quando l’anno dopo il governo di La Paz lancia ripetuti avvertimenti sulla presenza degli insorti castrocomunisti, Washington giudica quegli allarmi dei pretesti, una «lista di Babbo Natale» per ottenere finanziamenti. Che nega in quanto «non sono state prodotte prove evidenti di tale minaccia». Duglas Henderson, democratico kennediano con l’incarico di ambasciatore a La Paz, relaziona Washington derubricando la «minaccia» della guerriglia a un banale «disturbo». Ed è a sua volta escluso da informazioni essenziali per inquadrare sino in fondo il problema. Incalzati dalle richieste di danaro, gli Usa non vanno oltre l’offerta di assistenza: un team di istruttori al comando del maggiore Ralph «Pappy» Shelton addestrerà a Santa Cruz 1500 ranger boliviani. Intanto il presidente Barrientos passa i suoi guai, che preoccupano gli americani più del Che: i militari si preparano a un golpe per spostare il governo ancora più a destra. E ci si mette di mezzo anche il dittatore argentino Ongania, che rifornisce di napalm i boliviani per bombardare l’area della guerriglia. Si materializza l’incubo di un’internazionalizzazione del conflitto che, come annota lo stesso Guevara, «potrebbe essere il primo episodio di un nuovo Vietnam».

Poi, di colpo tutto precipita. La corrispondenza di diplomatici e spie si intensifica, registrando le prime sconfitte del Che, il mancato reclutamento dei campesinos alla causa rivoluzionaria, la cattura di alcuni ribelli che hanno combattuto al suo fianco come Regis Debray e Ciro Bustos. Tra settembre e ottobre ’67 la colonna dei «sovversivi» è accerchiata e Guevara preso. «Valgo più da vivo che da morto», dice ai soldati che lo guardano a vista. Felix Rodriguez, l’agente Cia sul campo, dopo averlo inutilmente interrogato, tenta di convincere i boliviani a non ucciderlo perché sa che i capi dei servizi Usa vorrebbero trasportare il «comandante» a Panama, in segreto. Ma il tempo è ormai scaduto. Il presidente Barrientos e il generale Ovando hanno troppe ragioni per temere gli effetti di un eventuale «processo internazionale» al guerrigliero sconfitto. E, via radio, ordinano che sia tolto di mezzo. Nei giorni successivi, dopo aver fatto le pulci ai verbali dell’esecuzione e ai risultati dell’autopsia (compreso un controllo sulle impronte digitali dopo che sono state amputate le mani al cadavere), l’ambasciatore Henderson scrive in un imbarazzato rapporto confidenziale: «Troppe bugie». A Washington si preoccupano e raccomandano a tutti i diplomatici di non mostrare «alcuna euforia». A tirare un sospiro di sollievo saranno solo i boliviani e i sovietici, che avevano bollato l’esperienza del Che come «avventurismo bakuniniano».

[FIRMA]Marzio Breda

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Il “Che”: furono i boliviani a volerlo morto

  1. Stefano ha detto:

    …ho sentito dire da un vecchio campesino che loro non vedeveno di buon occhio el Che perchè pretendeva che questi mettessero a disposizione sempre tanti viveri per le truppe dei guerriglieri, ma può essere mai che Ernesto sia stato tradito da un motivo così futile? forse non vivevano così male sotto il regime di barrientos da desiderare la presenza di un rivoluzionario che rovesciasse il potere?

  2. fraxx ha detto:

    Dopo parecchi anni di studi da autodidatta alla “causa rivoluzionara del grande Ernesto” a malinquore credo che la sua morte vada imputata per 90% a Fidel, che nonostante la sua garanzia iniziale d’appoggio alla guerriglia, non si preoccupò affatto dei cattivi risultati del Che e lo lasciò vagare nella giungla…..Era l’unica persona che poteva toglierlo dai guai, tutti gli altri hanno fatto quello che andava fatto.
    Credo che la riuscita della sua impresa lo avrebbe elevato al ruolo del “liberatore vivente” come Bolivar, e per il mondo sarebbe diventato un esempio, mettendo Castro e la sua rivoluzione nell’ombra.
    Concludo dicendo che Castro se lo è tolto di mezzo senza colpe (dirette) ed è rimasto lui il “leader maximo”, “l’esempio”………

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