Partinico e la giunta dei “veglioni”

folla

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I codazzi sono stati sempre un aspetto antropologio di un certo interesse nello studio delle relazioni umane e delle loro strutture sociali. Non hanno mai costituito oggetto di studio da parte di sociologici e studiosi di psicologia di massa, ma credo che in Sicilia, e in un paese come Partinico, rappresentino una fenomenologia non indifferente per capire le gerarchie del controllo sociale, e forse anche di certi fenomeni connessi come la mafia. Attenzione, però, non parliamo dei branchi, di quelli che si formano spontaneamente quando alcune specie canine si dànno un capo e si muovono assieme; e neanche dei gigolò o degli éscort. Sarebbe disdicevole mettersi a disposizione di uomini consunti dai malanni e dai vizi della politica. I codazzi sono un’altra cosa, tutta siciliana, luoghi di incontro e di riconoscimento. Di identificazione. Tu sei ciò che appari nel codazzo, nella raggera dove qualcuno dal centro ti osserva, ti valuta e ti destina a quello che devi fare. Quella è la tua collocazione. Sia pure l’attesa, per anni, di un posto di lavoro.

Ai tempi degli onorevoli Calogero Volpe e Girolamo Messeri, due illustri esponenti politici, amici di don Calò Vizzini, e di “Frank Tre dita”, benemerito concittadino partinicese caposcuola del traffico di droga, il rito periodico dei codazzi era un atto di esibizione, di affermazione e di potere. Prendeva il nome di “cassariata” e aveva un’origine lontana. Il termine, se lo si usa oggi, non ha più lo stesso senso di prima, quando l’esibizione per il “cassaro” era una vera e propria cerimonia. Mancavano gli stendardi dei santi, i segni dell’appartenenza a una parrocchia per lo più sostituiti da quelli dei circoli, o, come si chiamavano, dei “casini di compagnia” destinati ai galantuomini, alla maniera di certi usi spagnoli ancora presenti nella Murcia.

Il “cassaro” o “cassero” è parola che deriva dall’arabo “qasr”, che a sua volta deriva dal latino “castrum”, cioè fortezza, e indica una sovrastruttura delle navi mercantili. Ma nel corso del tempo il termine si è evoluto e pur mantenendo il suo significato marinaresco, indica una via principale, una strada maestra. Tant’è che si dice “Ogni vanedda spunta a lu cassaru” (tutte le viuzze portano a una strada principale, come dire: tutte le strade portano a Roma. Si veda il Traina, Palermo, Edizioni Dore, 1975). A Partinico si era poi soliti dire: “Viriri u cassaru addumatu” (vedere il “cassero” illuminato). La differenza tra la via principale e quella secondaria è proprio il fatto che il “cassaro” o “cassero” dà il senso di una maggiore speditezza nel camminare. A differenza di una viuzza solitamente buia, priva del prestigio di una via maestra.

Frank Coppola, alias "Frank Tre dita", partinicese caposcuola del traffico di droga in Sicilia

Frank Coppola, alias "Frank Tre dita", partinicese caposcuola del traffico di droga in Sicilia

Dunque nel “cassaro” ci si esibisce; ci si presenta con una qualche decenza e decoro, non è la stessa cosa che ritirarsi a casa per vie secondarie, magari sporchi dal lavoro.

Questa antica abitudine ha fatto del “cassaro” una platea sociale e politica di notevole interesse. Qui si incontravano i mafiosi per essere identificati e riconosciuti come capi; qui avvenivano le investiture dei subalterni in compiti di servitù e di asservimento; nei bar che qui si affacciavano si beveva un caffè in due come gesto di condivisione inespressa dell’appartenenza.

Oggi, con le telecamere, il cosiddetto controllo del territorio, le intercettazioni ambientali, le spie e gli sbirri sparsi dappertutto la funzione sociale del “cassaro” e della piazza si è perduta. Rimangono i gesti inconsapevoli che scattano alla prima occasione come succede per riflesso condizionato quando i cani vedono un osso. E di gesti inconsapevoli vivono i singoli e i gruppi dirigenti della società. Ne sono diretta e completa manifestazione. Tale società, tale gruppo dirigente. Non c’è altro da fare se non cambiare aria, trasferirsi. Tanto altrove si starebbe meglio e le opportunità di “fare strada” sarebbero moltiplicate per mille. Quindi se qualcosa si può consigliare alle nuove generazioni in tempi in cui è una follia il campanilismo e l’appartenenza paesana è un obiettivo handicap, è fare di corsa le valigie. Lo esige la globalizzazione e la totale assenza di politica della speranza da parte degli amministratori, di destra o di sinistra che siano. Sono persone che non vivono di luce diretta, ma di effetti luminosi riflessi. Tanti indizi potrebbero costituire una prova.

Lo scorso mese di dicembre si è inaugurata la Cantina borbonica. Tra gli invitati a relazionare erano stati chiamati Felice Lioy, discendente del fondatore della Cantina, il prof. Tommaso Aiello e chi scrive. Aiello aveva preparato una ricca relazione sulla cronistoria delle vicende attraversate dalla cantina dagli anni in cui egli, col direttore dei Beni Culturali della Regione, Alberto Bombace, aveva cominciato a gettare le basi della acquisizione e del restauro di questo straordinario bene pubblico, allora in mano a privati. Lioy, avrebbe voluto esporre alcune sue prospettive di utilizzo della Cantina rispetto alle vocazioni vinicole del territorio. Ed io avrei voluto approfondire la storia del primato di questa struttura in un territorio in cui l’impianto del vigneto è stato il primo ad essere escogitato in tutta la Sicilia, già nel secolo XV. Nessuno dei tre abbiamo avuto il tempo di dire qualcosa di completo e di approfondito. A impedircelo ci sono state le star della televisione: il solito Sgarbi, che ha tenuto banco e non so chi altri. Ad essi si sono aggiunti l’Assessore regionale che aveva le idee già chiare sulla destinazione di questo Bene e la signora Mormino, Sovrintendente dei BB.CC.AA della Regione. E fin qui tutto normale. La cosa che mi ha fatto riflettere è stato invece quello che avrei già dovuto prevedere e sapere: il manifestarsi del “codazzo”. Sgarbi ha tenuto il suo discorso e poi è andato via. Neanche qui c’è nulla di male. L’anomalia, il fatto patogeno è stato invece il “codazzo” degli amministratori che abbandonando di corsa e in tutta furia il tavolo della presidenza hanno  lasciato di fatto la cerimonia. Lioy ha guardato in faccia Aiello, stupito, anche perchè non si era spostato da Palermo ma dagli Usa e qui doveva ritornare; Aiello ha guardato in faccia me e poi il pubblico che ormai era sparito al seguito del “codazzo”.

Confesso che sono rimasto indifferente, convinto che avevo ragione quando mi ero detto che non avrei dovuto accettare l’invito di amministratori che non sanno neanche amministrare una riunione. Perchè gestire non è mettere insieme quattro o quattrocento persone, ma avere il senso del futuro. E a questi signori del “codazzo” questo senso manca del tutto.

Si prenda ad esempio, tanto per cambiare argomento, la raccolta differenziata dei rifiuti. E’ lontana sette anni luce dalle attenzioni di questo gruppo di giovanotti che andrebbero bene per  preparare una luminaria carnevalesca. L’impressione che si ha è infatti che essi brancolino nel buio e che siano alla costante ricerca di un padrone, l’assessore regionale Tizio, o uno Sgarbi di turno. Come per le feste della Madonna, quando la gente si chiede: “Chi è il cantante”? Perchè la festa della Madonna la fa il cantante.

Ora la desolazione dell’esibizione dell’incultura è più disarmante della stessa ignoranza e c’è veramente da aspettarsi tutto da chi presume di esercitare una professione non conoscendo neanche i ferri del suo mestiere. E’ come un medico che vuole curare  un malato senza neanche sapere dove sta di casa la medicina. Neanche quella popolare che un tempo praticavano le maghe. Per cui non mi stupirei affatto che la Cantina del Real Podere piuttosto che un luogo di cultura diventasse  un centro per “veglioni” matrimoniali, come qualche voce pare abbia già annunciato. Magari all’antica, con “calia”, “simenza” e rosolio offerti dal sindaco o dall’assessore alla pubblica istruzione.  O si preferisce l’abbuffata di pane e panelle al bar della Cantina?

(Giuseppe Casarrubea)

N.B.:la foto di Coppola è datata 02 Aug 1965, Rome, Italy – Immage by Bettmann/CORBIS

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Partinico e la giunta dei “veglioni”

  1. Gabriella Modica ha detto:

    E’ bella, la sua rabbia, Professore, e la capisco e la condivido.
    La mattina lavoro presso gli spazi espositivi dell’ Oratorio di Santa Cita, a Palermo, ed ho assistito anch’ io al codazzo di cui lei parla.
    L’ incultura e la mancanza assoluta di curiosità è qualcosa che diventa sempre più tangibile e desolante, specialmente nei giovani.
    Fortunatamente però c’ è gente che più vede questo andazzo e più desidera restarci, in questi posti, perchè essi hanno tanto da raccontare.
    Bisogna resistere, e raccontare.
    Perchè questo è l’ unico modo che abbiamo non per far cambiare le cose, quanto per non lasciare che l’ involuzione giunga al suo completamento, almeno in questo momento.

    Resistiamo, Professore.

    A presto.
    Gabriella Modica

  2. Renzo Di Trapani ha detto:

    Caro Professore,
    condivido la sua analisi che è realistica e che, purtroppo, constato quasi quotidianamente, ricoprendo il ruolo istituzionale di Consigliere Comunale.
    Dico “quasi quotidianamente” perchè ci sono dei giorni in cui “mi impongo” di non recarmi al Municipio proprio per “saturazione”.
    Non condivido, però, l’invito a lasciare la nostra terra, farei l’invito ai tanti delusi di unirci tutti assieme per far capire a chi ci amministra che esiste una Partinico diversa da loro, una Partinico vera, seria, non sprezzante, che ha rispetto per le istituzioni, senso civico ed educazione.
    E’ quella Partinico, molto più numerosa di quanto loro pensino, che osserva attentamente e, al momento opportuno, sarà dare la giusta valutazione.
    Facciamoci coraggio!
    Cordialmente.
    Renzo Di Trapani

  3. Ugo ha detto:

    Potrei dire: è una bella prosa. Potrei? Non voglio scivolare nella solita satira cinica del ” che bel racconto”. Quella che ci proponi altro non è che la vita che continua con i suoi riti da oltre mille anni in questi territori in cui la fede a San leonardo di Noblac, protettore dei “carcerati” ( lui di quelli ingiustamente messi alla gogna, ma estendendo democraticamente il termine lo possiamo allargare a una comunità di esteti del paradosso morale, che chiamano Famiglia quella che invece è semplicemente un Clan).
    Allora, come dici tu, avresti dovuto capire tu che sai…ma se l’evento era preparato solo per dare modo a uno che Dio solo sa da dove ci è piovuto addosso che “avi a fari scrusciu pi fari accapiri ca è unu mpurtanti” i soliti ignoti dirigenti del nulla sono corsi a preparare la cassariata per farsi riconoscere e per dire un giorno: c’ero anche io! Altra cosa sarebbe che rispondessero alla domanda : perchè e che ci facevi? Questa è troppo difficile!
    Ugo Arioti

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