Angelo Del Boca, l’ottimismo di uno storico

di ANGELO DEL BOCA

angelo del boca

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(da “Il mio Novecento”, Neri Pozza, Vicenza 2008)

Sono nato nel maggio del 1925, ma i miei ricordi vanno piu’ indietro, almeno di un decennio. Mentre gli altri bambini venivano allietati con le fiabe di Jakob Grimm o con le storie eroico-sentimentali di Edmondo De Amicis, a me toccava ogni giorno entrare nell’inferno delle trincee dell’Isonzo a causa di un padre ossessionato dai gas e dalle mattanze della prima guerra mondiale. A fare di me un buon testimone del Novecento e’ valsa anche la mia scelta professionale, che mi ha portato in ogni angolo del mondo, dove c’era qualcosa di insolito o di catastrofico da verificare. Cosi’ posso ben dire di aver vissuto quasi l’intero secolo, pienamente e dotato degli strumenti piu’ validi per percepirlo. Per oltre sessant’anni, infatti, prima come giornalista, poi come storico e docente, ho lavorato per fornire informazioni agli altri. E’ stato un lavoro particolarmente gradevole, perche’ secondato da un’inesauribile curiosita’ e dal piacere di tradurre in parole, in immagini, in verita’ a volte scomode, cio’ che ho visto da “inviato speciale” o scoperto da studioso nelle carte degli archivi. E’ stato soprattutto un grande bisogno di testimoniare, di denunciare menzogne e mistificazioni, che mi ha fatto scegliere quelle professioni. E penso che continuero’ sino alla fine dei miei giorni, fintantoche’ mi restera’ un lettore e un contestatore, a esercitare il mio diritto-dovere di testimoniare e di informare. Fatte queste premesse, penso di poter offrire una visione abbastanza fedele del Novecento e dintorni intrecciando la mia vita professionale con gli avvenimenti di cui sono stato testimone.

Per rileggere il passato, ritengo che il miglior modo sia quello di raccogliere in questo volume scritti editi e inediti che abbiano un qualche risvolto autobiografico. Per esempio, reportage da paesi, come Algeria, Etiopia, Libia, Israele, Sudafrica, Vietnam, le cui vicende hanno influenzato la mia esistenza e destato l’interesse di milioni di uomini. Ma c’e’ molto, del secolo appena concluso, anche in tanti miei racconti apparsi su quotidiani e riviste ormai scomparsi. E in brani di libri non piu’ ristampati. E in pagine di diario, dove mi sono confessato e dove ho cercato conforto. Non e’ stato un lavoro facile. La parte piu’ ardua e faticosa di questo assemblaggio e’ stata quella di reperire il materiale necessario nel mio archivio, seguendo gli stessi criteri che impiego quando debbo scrivere un libro di storia. Si e’ trattato, dunque, di raccogliere un’infinita’ di documenti, di selezionarli con estrema severita’ e di trovare un collante e un filo conduttore per rendere percettibile la storia di un uomo e, nello stesso tempo, la storia del secolo che lo ha avuto come testimone. Spero di esserci riuscito.

Come scrivo piu’ diffusamente in un’altra parte del libro, il Novecento e’ stato un secolo denso di avvenimenti, molto spesso crudeli, come pochi altri. Un secolo che ha visto due guerre mondiali, con un centinaio di milioni di morti e l’impiego di armi nuove e devastanti. Ha visto l’Olocausto e la proliferazione dei Gulag. Ha visto il massacro degli armeni, dei libici, degli etiopici, dei malgasci, dei vietnamiti, degli algerini. Ha visto la decimazione degli abitanti di Nanchino e lo sterminio di due milioni di cambogiani, di cui restano piramidi di teschi. Ha visto una serie quasi ininterrotta di guerre locali, di conflitti razziali, di “pulizie etniche”. Ho visto i paesi dell’Occidente diventare sempre piu’ ricchi e quelli del Terzo e Quarto Mondo diventare sempre piu’ poveri. Anche per l’Italia il Novecento non e’ stato un secolo clemente. Un milione di morti nelle due guerre mondiali; vent’anni di isolamento e di liberta’ calpestata a causa della dittatura fascista; un paese da ricostruire interamente dopo il 1945. Poi qualche decennio di tregua, che ha visto la modernizzazione del paese, il tentativo, in parte riuscito, di raggiungere l’uguaglianza sociale, realizzare le prime grandi riforme, a cominciare da quella della sanita’. Una tregua interrotta pero’ dagli anni di piombo e dall’estendersi su tutta la penisola di una criminalita’ organizzata i cui introiti la rendono oggi la prima azienda italiana. Dunque, non e’ per nulla confortevole il bilancio di fine secolo. Siamo al primo posto, in Europa, per il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione. Siamo al decimo, nel mondo, fra i paesi che piu’ inquinano. L’emigrazione dei cervelli non conosce sosta. Il peso del debito pubblico (70 miliardi di euro di interessi passivi ogni anno) condiziona pesantemente l’attivita’ di ogni governo. Lo spreco nella pubblica amministrazione ha raggiunto livelli mai visti. L’immigrazione cresce in maniera tumultuosa e produce, sotto la regia leghista, forme di inusitato razzismo e la paranoia dell’invasione. Per finire, lo scandalo di “Mani pulite” ha posto fine alla prima repubblica.

Non c’e’ stato, malauguratamente, un cambio di tendenza con l’inizio del nuovo secolo e del terzo millennio. Alle vecchie piaghe se ne sono aggiunte altre, non meno preoccupanti. Dopo una breve pausa, hanno ripreso ad agire le Brigate Rosse con gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi. Il sistema politico del bipolarismo e dell’alternanza non funziona piu’ mentre il distacco dei cittadini dalla politica si e’ fatto molto grave, tanto da dar fiato ai “grilli parlanti”. La fragilita’ delle strutture produttive sommata all’incapacita’ di eseguire le opportune riforme e ai troppi veti, crea nel paese un’incertezza diffusa. La poverta’ non da’ tregua a strati sempre piu’ consistenti della popolazione. L’insicurezza spinge i cittadini ad acquistare un’arma. Crolla il consenso nelle istituzioni: si salvano soltanto le forze dell’ordine e il presidente della repubblica. Cresce la quota di italiani che considera legittima l’evasione fiscale. Il 2007 verra’ anche ricordato per la strage alla Thyssen-Krupp e per le 1.362 “morti bianche”. Ma sara’ anche ricordato per la strage ininterrotta di extracomunitari nel canale di Sicilia. Di questa sofferenza del paese scrivono anche autorevoli giornali come il “New York Times”: “Tutto il mondo ama l’Italia […], ma l’Italia non sembra piu’ amare se stessa. La parola usata da queste parti e’ malessere e indica una sorta di depressione collettiva – economica, politica e sociale – ben
riassunta in un sondaggio recente, secondo cui gli italiani, anche se sostengono di essere maestri nell’arte del vivere, sono il popolo meno felice nell’Europa occidentale”.

Che esista un malessere in Italia, e non da oggi, e’ un fatto sicuramente accertato. Ma non c’e’ nulla di nuovo, di estremamente inquietante, nella denuncia del “New York Times” e di altri fogli. Malessere non significa declino. Altre volte il nostro paese si e’ trovato a dover affrontare crisi che sembravano insormontabili. Si pensi soltanto agli anni dello stragismo di destra, con uno spaventoso bilancio di morti e feriti; ai vent’anni della sfida brigatista, con l’assassinio di Aldo Moro; all’offensiva della mafia nel 1992 che porto’ all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Nonostante questi gravissimi avvenimenti, l’Italia riusci’ a superare le crisi e a riprendere il suo cammino. Malessere, dunque, sfiducia nelle istituzioni, pessimismo, ma non declino
inarrestabile di una nazione, come alcuni proclamano con impulsi autodistruttivi. Non e’ in declino un paese che ha condotto con successo alle Nazioni Unite la campagna contro la pena di morte e ha un peso crescente sullo scenario mondiale. Non e’ in declino un paese che possiede enormi risorse umane e collaudate capacita’ di reagire anche nelle
situazioni piu’ difficili. E gia’ si avvertono segnali di ripresa, come il netto calo della disoccupazione, lo straordinario incremento del commercio estero, il fatto che nel solo 2007 le industrie italiane hanno fatto acquisti di aziende straniere per 57 miliardi di euro, la coraggiosa presa di posizione degli imprenditori di Palermo, che sfidano la mafia
rifiutandosi di pagare la tangente e denunciando gli estorsori. E’ la prima volta che accade. E’ un segnale forte. E infine io continuo a riporre una grande fiducia in quell’esercito di quattro milioni di volontari, “che ogni giorno, in silenzio, quasi in
segreto, scende nelle strade d’Italia e del mondo per combattere la sofferenza nei suoi mille aspetti”. Un paese che possiede una tale risorsa, che molti ci invidiano, non puo’ soggiacere a lungo nel malessere, non puo’ imboccare la strada del declino.

Angelo Del Boca, Torino, primo maggio 2008

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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