Stragi fasciste

(da Angelo del Boca, “I gas di Mussolini”, Roma, Editori Riuniti, 1996)

Angelo del Boca

Angelo del Boca

La principale accusa che avevo cominciato a formulare, a partire dal 1965 contro il regime fascista, era quella di aver usato l’arma chimica nelle sue guerre africane. Non era soltanto un delitto condannato dal trattato internazionale di Ginevra, lo era anche in quanto violenza premeditata e pianificata contro popolazioni considerate inferiori e comunque “diverse”. I gas erano stati usati sporadicamente in Libia nel 1928 e nel 1930, durante le campagne per la riconquista della colonia, e sistematicamente in Etiopia fra il 1935 e il 1939.

Consideravo questo intervento bellico un atto gravissimo, anche perche’ era stato praticato nel piu’ assoluto segreto, a conoscenza soltanto degli alti comandi dell’esercito e dell’aviazione. Le mie rivelazioni, infatti, destarono all’inizio incredulita’ e sdegno, tanto che si dubito’ delle mie fonti e della mia obiettivita’ di storico Poi, con il passare degli anni, quando del problema cominciarono a occuparsene anche i fogli del neofascismo e di un conservatorismo nostalgico, allora la campagna denigratoria nei miei confronti non conobbe piu’ limiti ne’ pause e si trasformo’ in un autentico linciaggio. Cio’ che mi disturbava, soprattutto, era il silenzio delle autorita’ militari, che conoscevano perfettamente cio’ che era accaduto in Africa, perche’ erano depositarie dei documenti che provavano l’impiego dei gas.

Fu soltanto nel febbraio 1996 che il ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari, ammise l’uso dell’arma chimica in Etiopia e corredo’ la dichiarazione con alcuni documenti firmati da Badoglio. In uno di questi, il maresciallo certificava che nella sola battaglia dell’Enderta’ erano state impiegate 60 tonnellate di iprite. Il saggio che segue, che ho voluto intitolare Una lunga battaglia per la verita’, riassume trent’anni di attivita’ e di scontri per riuscire a imporre all’attenzione dell’opinione pubblica un crimine rimasto impunito e per tanti decenni rimosso dalla memoria collettiva. Il segreto e’ durato ottant’anni. Se qualcuno, documenti alla mano, cercava di dimostrare che il regime fascista aveva usato l’arma chimica nel corso delle sue guerre africane veniva prontamente sbugiardato, messo a tacere in malo modo, minacciato o, nel migliore dei casi, deriso e messo alla gogna come antitaliano.

Mai segreto e’ stato tanto caparbiamente difeso, prima dal regime fascista, poi dall’Italia della prima repubblica. C’e’ voluto l’insediamento di un governo di tecnici, quello di Dini, perche’ il Ministero della Difesa, prima nella persona del sottosegretario Carlo Maria Santoro e poi in quella del ministro Domenico Corcione, si decidesse ad ammettere cio’ che siamo andati scrivendo dal 1965 e che ora cercheremo di riassumere. Firmataria a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque Stati, di un trattato internazionale che proibiva l’utilizzo di armi chimiche e batteriologiche, neppure tre anni dopo l’Italia violava il solenne impegno usando gas asfissianti (fosgene) per annientare la tribu’ ribelle dei mogarba er raedat, che agiva nella Sirtica. Dopo gli attacchi aerei del 6 gennaio e del 4, 12 e 19 febbraio 1928, il generale Cicconetti scriveva in un suo rapporto: “A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l’apparizione dei nostri apparecchi perche’ grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre piu'”.

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Accertata l’efficacia distruttiva ma anche terrorizzante dell’arma chimica, il governatore della Libia, generale Pietro Badoglio, autorizzava il 31 luglio 1930 un bombardamento all’iprite dell’oasi di Taizerbo, dove si sospettava avessero trovato rifugio nuclei di ribelli fuggiti dalla Tripolitania in seguito alle grandi operazioni di polizia coloniale condotte da Graziani. In realta’ nell’oasi non c’era un solo ribelle. L’iprite fece strage di pastori e contadini. Dell’impiego dei gas nelle operazioni per la riconquista della Libia, in Italia non giungeva alcuna eco, tanto era fitta la griglia della censura. Non era cosi’, invece, per il mondo arabo, subito informato di questa e di altre infamie. Ma il regime fascista non sembrava preoccuparsi troppo per le campagne di stampa antitaliane e per la minaccia, formulata da alcune organizzazioni arabe, di boicottare merci e istituzioni italiane.

Anche quando, nel 1935, veniva decisa l’aggressione all’Etiopia, Roma sembrava disinteressarsi delle possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale e non mostrava alcuna esitazione nell’inviare in Eritrea e in Somalia forti quantitativi di aggressivi chimici, i quali non passavano inosservati durante il transito delle navi italiane nel canale di Suez. Tra l’agosto 1935 e il maggio 1936 venivano stoccati, nei depositi di Sorodoco’, Adigrat e Adua, ben 617 tonnellate di materiali per il servizio chimico. In Somalia, alla fine di settembre del 1935, risultavano sbarcate 36 tonnellate di iprite. Se in Libia, come abbiamo visto, il ricorso all’impiego dei gas era abbastanza limitato sia per la frequenza degli attacchi sia per il quantitativo di aggressivi usati, in Etiopia la guerra chimica assumeva invece un ruolo di primo piano, anche se non sara’ determinante per le sorti del conflitto. Si puo’ anzi sostenere che Badoglio e Graziani avrebbero comunque vinto la guerra anche senza ricorrere ai gas, vista la superiorita’ schiacciante dei loro eserciti e il dominio assoluto dei cieli. E questo fatto rende ancora piu’ pesante la responsabilita’ di Mussolini, il quale, durante i sette mesi della guerra, si e’ sempre arrogato la facolta’ di ordinare o di sospendere l’uso dei gas, dispensando la morte piu’ in base ai suoi calcoli politici che alle sue intuizioni strategiche. L’inizio della guerra chimica coincideva con l’arrivo delle armate etiopiche in prossimita’ delle linee italiane, tanto sul fronte Nord quanto sul fronte Sud. Per bloccare l’avanzata di ras Immiru’, che aveva riconquistato lo Scire’ e puntava speditamente all’Eritrea, e quella di ras Desta’ Damteu, che aveva come primo obiettivo Dolo italiana, Mussolini autorizzava Badoglio e Graziani a parare la duplice minaccia ricorrendo all’uso sistematico dei gas.

Dal 22 dicembre 1935 al 29 marzo 1936 la sola aviazione effettuava il lancio di 972 bombe C.500.T sugli obiettivi del fronte settentrionale, per complessive 272 tonnellate di iprite. Ma gia’ il 9 gennaio, dopo i bombardamenti di Dembeguina’, Addi Rassi, Mai Timchet, Meyda Merra e dei guadi dei torrenti Buffa, Segala’ e Gomina’, Badoglio segnalava al ministro delle Colonie Lessona che la pressione dell’avversario era diminuita poiche’ “l’impiego dell’iprite si e’ dimostrato molto efficace, specie verso la zona del Tacazze’. Circolano voci di terrore per gli effetti dei gas”. Badoglio ricorreva anche alle artiglierie per gasare gli etiopici. Nel corso della battaglia dell’Amba Aradam (11-15 febbraio 1936) le batterie da 105/28 sparavano infatti 1.367 proiettili caricati ad arsine. Sul fronte meridionale, l’offensiva a base di aggressivi chimici cominciava il 24 dicembre 1935, due giorni piu’ tardi che sul fronte Nord, e proseguiva, con alcune interruzioni, sino al 27 aprile 1936. In questi quattro mesi l’aviazione della Somalia sganciava 95 bombe C.500.T a iprite, 186 bombe da 21 chilogrammi a iprite e 325 bombe a fosgene da 41 chilogrammi, per un totale complessivo di 44 tonnellate di gas. Il maggior numero di bombe veniva scaricato sui centri dell’Ogaden, come Sassabaneh, Dagahbur, Hamanlei, Bircut, Gunu Gadu e Bullaleh, dove l’armata del degiac Nasibu’ Zamanuel opponeva una resistenza disperata. Ma un notevole quantitativo di iprite e di fosgene (137 bombe) veniva lanciato anche su Areri, Dida Ringi, Gogoru, Malca Dida, Neghelli e Uadara’ mentre Graziani inseguiva con le sue colonne celeri l’armata in disfacimento di ras Desta’ Damteu. “Risulta che i grossi riuniti risalgono il canale Doria e la strada di Neghelli in piena ritirata” telegrafava Graziani a Lessona il 15 gennaio 1936. “Ovunque lungo il fiume e nelle caverne rinvengonsi centinaia di morti per gas, stenti e ferite”.

Non risulta, invece, che Graziani abbia usato proiettili di artiglieria caricati a gas. Secondo i calcoli di Giorgio Rochat, che ha lavorato a lungo sui documenti conservati negli archivi militari italiani, la sola aviazione avrebbe lanciato durante il conflitto italo-etiopico 1.597 bombe a gas, in gran parte del tipo C.500.T, per un totale complessivo di 317 tonnellate. Ma lo stesso autore riconosce che le sue “ricerche si son limitate alle cartelle apparentemente piu’ interessanti degli archivi militari citati (oltre un centinaio) e quindi non possono avere pretese di completezza”. Anche altri storici che hanno studiato il problema sono prudenti nel fornire le cifre definitive delle bombe sganciate. Roberto Gentilli propende per 1.593 bombe, cosi’ suddivise: 1.020 lanciate sul fronte Nord e 573 sul fronte Sud. Alberto Sbacchi, dopo un accurato esame delle operazioni di carico e scarico dei magazzini, propende invece per 2.582 bombe. Egli aggiunge, inoltre, che altre 524 bombe a gas sono state usate, dopo l’occupazione di Addis Abeba, durante le operazioni contro i patrioti etiopici. Sul periodo 1936-1939 Gentilli e’ ancora piu’ preciso. Dopo aver esaminato i “Diari storici” dei vari stormi, calcola in 99 i bombardamenti a gas, con l’impiego di 296 bombe C.500.T, 195 bombe C.100.P e 60 bombe da 40 chilogrammi al fosgene. Anche se questa tragica contabilita’ appare ancora incompleta, si puo’ comunque ritenere che dal 1935 al 1939 siano state sganciate sui soldati e sui civili etiopici non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici. Resta da aggiungere che il regime fascista ha sempre respinto le accuse del governo etiopico di aver fatto ricorso ai gas. “La guerra chimica” fa rilevare Rochat “fu infatti cancellata dalla stampa, dalla produzione documentaria e memorialistica e dalla coscienza popolare con un’efficacia che ha pochi precedenti”. Ancora nel dopoguerra e sino a pochissimi anni fa era impossibile affrontare l’argomento in sede storiografica senza essere incolpati di falso e di vilipendio delle forze armate

 

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Stragi fasciste

  1. morte ai fascisti ha detto:

    niente resterà impunito

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