L’ “annacata” degli assessori

Altro uso dell'annacata

Altro uso dell'annacata


A pensarci bene si va al di là del decalogo del buon partinicese e si superano di gran lunga i confini di un certo galateo toponomastico legato a un luogo. Legato: perchè il filo che unisce ciascuno di noi al nostro “paesello natio”, è una sorta di cordone ombelicale che ci fa benedire e maledire questa madre che ci ha dato i natali, un rapporto di odio e di amore. Due fenomeni inscindibili di una stessa tensione.

Se odi è perchè vorresti che le cose andassero diversamente e se ti disperi è perchè vuoi partecipare, che tu lo voglia o no, alla danza macabra che ci accomuna tutti in questa tribù primitiva dai richiami primordiali. Tutti, e forse in prima fila anche coloro che si professano di sinistra e che hanno sempre una qualche puzza sotto il naso. Qualcuno la riconduce all’antica e comune matrice della trasgressione al sistema delle regole, l’aver fatto combriccola tra “messi al bando” dalle diffuse leggi feudali, quando in Europa cresceva il vento del Rinascimento, mentre da queste parti s’infittiva l’intesa dei “tristi”. E dal bisogno di venirne fuori sarebbe derivata, nel modo più naturale, piuttosto che il ricorso a quella civiltà che avanzava, la scelta di un santo protettore che li rappresentasse tutti, piccoli o grandi mascalzoni che fossero.

All’epoca il territorio partinicese era boschivo. Realtà tragica, serviva a fornire rifugio agli “sbannuti” (Salvatore Salomone Marino), ricercati dalle guardie armate delle diverse baronie e dei diversi principati della penisola e dei Paesi stranieri. Oggi del “Bosco” di Partinico è rimasto solo il toponimo, come anche del “Bosco” d’Alcamo. Ma nello spirito, la fauna della cultura primordiale, come un brodo ancestrale, ha resistito a lungo. Quindi, quando si vuole essere ottimisti, partecipare, qualche rischio bisogna correre, salvo poi ad avere conferma che si è tra i “piedi delle bestie”, che “c’è scuru e malu caminu”.

Al di là di questo spazio, per l’estensione e la consistenza della sua collocazione, il pericolo varca i confini dell’area che lo racchiude. Rientra nel sistema decaduto dei valori, nel disfacimento, anche se constato che molti caratteri primordiali sono venuti meno. Tuttavia una persistenza locale ancora esiste, ed è tutta specifica. Si chiama partinicoteria.

Una malattia dell’anima, manifestazione di uno stato di eterna sonnolenza, di sordità, di paludismo che contrastano con la natura umana dell’intraprendenza, col bisogno di modificare la realtà, di giocare sulla faccia della terra la scommessa della vita, della trasformazione. Stando dalla parte produttiva, positiva. Perciò quello che può preparare un insieme di punti caratterizzanti la comunità di cui facciamo parte, per nascita (anche se non tutti per adozione culturale), è una specie di piccolo vademecum dello spirito, che vuole che nel codice genetico di ognuno che abbia ascendenze locali, ci siano i caratteri di questa patologia. La difficoltà sta nel prenderne coscienza.

Danilo Dolci aveva individuato i grimaldelli del cambiamento: le prescrizioni morali, didascaliche, a parte la sua concreta azione diretta sul campo, la sua straordinaria capacità di mobilitazione. Ad esempio – diceva – la pace non è quiete dello spirito, ma una guerra continua; è il superamento dei conflitti, è un modo diverso di esistere. La partinicoteria recita al contrario. La pace è tranquillità; farsi i “fatti propri”; lasciar correre, laissez-faire. Se non entri nell’ in-group, sei un nemico, un intruso, persona moralmente degradata, spia di qualcuno, forse della polizia. Qui ha il sopravvento il formicaio tribale della Gomorra di Saviano. Punto e a capo.

C’è un modo per sintetizzare e sublimare l’economia ideologica di questa filosofia del pensiero locale. Il concetto dell’”annacata” mi pare molto pertinente, ad esempio, ai gruppi che fanno finta di governare qualcosa. Niente, infatti, meglio dell’ “annacata”, corrisponde all’idea del movimento stando fermi. Le vecchie generazioni collocavano la “naca” (termine dal quale deriva il corrispondente verbo), sopra il letto. Come un’amaca. Ogni tanto col piede la giovane coppia dava una spinta al neonato che magari stava svegliandosi, e la “naca” ricominciava a dondolarsi. Ma era ferma. Sempre lì sopra il letto. Il bambino lentamente capiva così che c’era un motore delle azioni che davano origine al suo bisogno di sentirsi cullato, protetto. Quando cresceva, gli rimaneva la voglia di sentirsi ”annacato”. E lo dimostrava in tutte le occasioni, soprattutto quando camminava per strada. La caratteristica comportamentale era ben visibile nella gestualità, nell’andatura, nel portamento, e persino nel modo di vestire. A ben pensarci anche i mafiosi hanno questo comportamento caratteristico. Segno evidente che dalla nascita hanno avuto impresso il bisogno di essere protetti e di proteggere. Ai piani alti il mafioso si sente protetto da un livello superiore, di tipo politico; a quelli medi la protezione è esercitata invece dai “patriarchi”, quelli che si dànno arie di essere capaci di proteggere qualcuno, in quanto “uomini”.

Vi è tuttavia un’accezione non mafiosa, cioè non legata all’organizzazione criminale, dell’ “annacarsi”. Ed è quella gattopardesca del cambiare tutto, o fingere di farlo, per non mutare nulla. E qui mi pare si distinguano molte amministrazioni comunali, a cominciare da quella locale. Adesso ad amministrarci ci sono questi quattro giovanotti che “s’annacano”.  Pensano di muoversi, ma sono fermi, piantati come vegetali. Sono tutto un programma. Se questa giunta non vuole “annacarsi”, ma spingere le cose in avanti, per cambiare la realtà, deve dare almeno dei piccoli segnali. Il palazzo seicentesco del barone Francesco Ramo sul quale si sono spesi capitali e tempo, va in malora. Che fa la giunta? La villa comunale è chiusa da tempo immemorabile che fa l’assessore? Le scuole non hanno nè mense, nè aiuti per le loro attività di ogni giorno (arredi e progetti), c’è qualcuno che ci pensa? Di lavori pubblici, non s’intravede nulla, almeno ad occhio nudo. L’assessore alla P.I. ha acquistato dei libri per la biblioteca, o mandiamo i ragazzi dal prof. Calìa, alla biblioteca di Alcamo? Si è costruita la sala multimediale per la lettura e la ricerca in internet? C’è un buco dove ascoltare musica o mandiamo i ragazzi sempre a stordirsi la testa in discoteca, tutti i santi sabati? Partinico è l’unico paese al mondo a non avere un proprio archivio storico. C’è una qualche volontà di costruirlo? Alla biblioteca si acquistano delle riviste? Si fanno degli abbonamenti ad alcune testate? Si organizzano incontri con gli autori, o l’assessore ritiene che gli autori lo debbano supplicare per ottenere l’uso di una stanza per l’attività culturale? Altre domande si possono fare e a meno che non si abbiano elementi per cambiare idea, il giudizio finale che ne deriva è uno solo: “annacarsi” non serve e meno che mai serve un atteggiamento spocchioso. Meno che mai serve inseguire l’ultimo Sgarbi di turno. E’ disdicevole per una cultura che vuole essere appena appena alle soglie di una società civile. (G.C.)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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