Rinunciare all’antifascismo?

Lapide sulla casa natale di Salvatore Quasimodo

Lapide sulla casa natale di Salvatore Quasimodo


In questi giorni, dopo la recente estinzione di An e la sua confluenza in Forza Italia, nasce un nuovo partito: il “Popolo delle libertà”. Il partito che fu di Giorgio Almirante è da tempo che si prepara all’evento. Possiamo dire che tutto risale all’Msi e che già, dalla sua nascita (dicembre 1946), questa formazione postfascista cominciò a pensare ad esistere. Per prima cosa  evitò l’isolamento nel quale la storia l’aveva chiusa e iniziò ad unirsi ad altre forze di destra.  Presenze  non tranquille, accomunate tutte com’erano da caratteri refrattari ad ogni idea di Repubblica democratica.

I primi fallimentari tentativi di fusione avvennero con i monarchici. Poi ci fu una sorta di presa di distanza dalle frange neofasciste più oltranziste. Infine si giunse al congresso di Fiuggi (1995) che segnò il lancio definitivo verso la nuova destra. Questa destra di derivazione missina, negli ultimi quindici anni, ha fatto di tutto per darsi un’identità, prendere le distanze da alcuni nodi irrisolti del suo passato e proiettarsi verso una dimensione nuova, quella della borghesia d’ordine, del capitalismo senza regole, della cultura dei colletti bianchi e di certa burocrazia statale. Restava tuttavia un partito dai sostanziali riferimenti al tradizionalismo arcaico (onore, Patria, familiocentrismo, integralismo  clerico-cattolico di osservanza, ecc.)  con isolate e scarse radici nel capitalismo efficientista di quegli anni. Era soprattutto vincolato da una scorza antiegualitaristica che nuoceva ai suoi futuri disegni di conquista istituzionale. Fatto che strideva con alcune spinte presenti alla sua base già dalla sua nascita, quando aveva solo la rappresentanza di qualche punto percentuale del popolo degli italiani.

Poi, a fasi alterne, aveva dimostrato di potere crescere e affermarsi sul piano nazionale, grazie a progressive correzioni di tiro. L’individuazione degli elementi di distorsione è stata quindi tempestiva e costante e Fini in questi ultimi anni ha potuto dichiarare apertamente la validità dei valori della Resistenza antifascista, il ripudio delle leggi razziali, la sua vicinanza col popolo ebreo, il diritto al voto degli immigrati. Un abisso lo separa ormai da Alessandra Mussolini, la nipote dell’ex duce o da Francesco Storace. Gli italiani hanno giudicato tale linea di demarcazione e tale direttrice di marcia come credibile e l’hanno premiata a più riprese. Così oggi Fini è presidente della Camera dei deputati e Giovanni Alemanno, gruppettaro fascista come lo chiamavano a sinistra in gioventù, e genero di Pino Rauti, è diventato sindaco di Roma. E sostituisce Veltroni.

Questa grande area del consenso popolare di destra, per quanto abbia chiuso il sipario con la rappresentazione del suo ultimo congresso, non ha cessato tuttavia di esistere. E’ un’ area grigia che si incontra con una componente nuova della storia politica dell’Italia. Anch’essa nata nella temperie del congresso di Fiuggi, anzi qualche anno prima: il partito antipartito di Silvio Berlusconi. L’incontro di queste due componenti è una buona miscela esplosiva per il futuro. Esse, infatti, originano una nuova realtà che ha in comune la negazione dell’evidenza storica, della memoria, di ciò che si è stati, per affermare qualcos’altro, che non è stato mai scritto nei connotati originari del Msi-An e di Fi. Formano un soggetto da definire.

Questo nuovo soggetto, fatta eccezione per qualche scaramuccia ‘istituzionale’ , sembra intanto godere di una buona armonia interna, del comune riconoscersi nella figura di un leader unico, il primo ad avere indicato la strada del “partito unico”, prima ancora che questa prendesse corpo nello sviluppo conseguente delle azioni messe in cantiere per realizzarle. Siamo al superamento del trasformismo in qualcosa di inedito storicamente. La nascita di un partito de-ideologizzato che fa propria una certa filosofia edonistica, consumistica, con una totale assenza di valori tradizionali a fondamento della sua identità nuova, tutta ancora da definire in termini teorici e politici.

In opposizione a questa neutralità dovrebbero essere colti, invece, i caratteri dei valori irrinunciabili che dànno corpo alla democrazia. L’antifascismo è uno di questi. Gli altri sono i principi costituzionalmente sanciti dalla Carta costituzionale, ciò che siamo stati, i destini valoriali ai quali ci siamo ispirati nella nostra vita:  il lavoro come elemento fondante dello Stato, la salvaguardia delle libertà inviolabili dei cittadini a cominciare dal diritto ad esprimersi liberamente; il diritto di impartire una educazione libera e consapevole ai giovani; la libertà nella ricerca, il principio della distinzione dei poteri fondamentali dello Stato: il Parlamento che fa le leggi, il governo che governa rispettandole, la magistratura che giudica chi sbaglia. Se tutto ciò dovesse essere confuso o distorto andremmo incontro a una deviazione del corso normale della nostra democrazia e da una simile confusione tutto potrebbe derivare. Purtroppo questa è la strada che l’Italia ha imboccato inserendosi perfettamente nella crisi globale, nel modello che  l’ha determinata.

Tra i valori fondamentali di un Paese c’è  non per ultima la sua storia passata. Ciò che è accaduto. Anche qui sarebbe errato cancellare la memoria dei fatti con un colpo di spugna. La pacificazione di cui si parla non può essere intesa come rinuncia o rinnegamento di quanto accaduto. La storia non può essere deformata. E’ davanti a noi e ci indica la strada che abbiamo fatto. Si può semmai parlare, col senno del poi, di errori commessi, della volontà di evitarli per il futuro perchè non si ripetano. Le nuove generazioni è questo che devono sapere: ciò che siamo stati, cosa possiamo fare per l’avvenire.

Parlare di pacificazione quindi non ha senso alcuno. A questo proposito la destra non può continuare in contrasto con la Costituzione, fomentare le differenze e le marginalità regionali; non può, ancora, ad esempio, equiparare, fino a produrre proposte legislative, la funzione assolta dalla Repubblica di Salò, con la Resistenza contro il nazifascismo dei partigiani aderenti poi al Comitato di Liberazione Nazionale. Non a caso la Rsi e i fascisti asserviti a Hitler ebbero compiti di contrasto armato contro la nascente Repubblica democratica, di cui oggi Fini è presidente della Camera. Bene fa quindi l’ex segretario di An a marcare le distanze e le evoluzioni del suo atteggiamento rispetto a un passato tragico di cui i principali responsabili saranno quanti andranno a formare, dopo il 25 aprile 1945, il Movimento sociale italiano di Almirante.

Per questi motivi guardo con sospetto alla nascita di una destra che ha ancora troppi connotati di veteroanticomunismo. Per un semplice motivo: possono costituire la base di una colossale mistificazione politica dalle conseguenze imprevedibili. (Giuseppe Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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