L’Italia c’est moi

Il popolo della libertà

Il popolo della libertà

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E’ nato

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Ricordo che sul finire del ’93 e i primi giorni dell’anno che stava per arrivare, trovandomi a Palermo, provavo una grande curiosità nel vedere per le vie principali, una gigantografia che raffigurava un neonato. Con una semplice scritta: “E’ nato”. Non si trattava di una pubblicità, ma di una comunicazione. Cosa fosse nato non si capiva, o meglio si capiva che c’era di mezzo un neonato, ma se ne sconosceva la paternità e soprattutto la maternità. Come se la spregiudicata madre avesse abbandonato quell’ essere indifeso a se stesso. Un approfondimento della notizia, si sarebbe potuto avere, se si fosse stati più attenti, nell’insolito fermento che in quelle settimane circolava negli ambienti di Fininvest e di Publitalia. Ma non ci fu bisogno di questo sforzo perchè si seppe che quella creatura misteriosa era l’allegoria di un nuovo partito, che aveva un nome: Forza Italia. Ancora non si sapeva che avrebbe celebrato il suo funerale dando vita, come in una sorta di metempsicosi, ad una nuova creatura. Sennonché l’anima trasmigrante in un altro corpo ne ha originato un altro che a sua volta ha cessato di essere quello che era stato da sempre per diventare qualcosa di mai visto prima. Un miracolo. Il 27 marzo 2009 Silvio Berlusconi ha tenuto il discorso di inaugurazione della nascita de “Il popolo della libertà”. Non poteva farlo senza che prima si svolgessero, tra lacrime e nostalgie, due precedenti cerimonie: i congressi di autodissoluzione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale. Un neonato tenuto a battesimo da un simile padrino, non può che godere di buone aspettative per il futuro. Ci sono voluti, però, due funerali per un battesimo. Le parti in causa hanno fatto bene i conti. Hanno calcolato tutto a puntino: patrimoni, familiari e contendenti, soprattutto rispetto al futuro, quando gli eredi dovranno prendere il posto degli attuali protagonisti testamentari e pensare alla produttività dei patrimoni ereditati. Cerimoniali, seguito di pubblico e di elettori inclusi. La creatura dell’azzardato parto comunque è nuova per modo di dire. Da anni se ne parla e se il ventre da cui è nata è, per la privacy, ignoto, è tutt’altro che sconosciuto quello degli ostetrici che ne hanno favorito la venuta alla luce dopo una gestazione durata, pare, quindici anni. I tecnici della sala parto sono personaggi come Fini, La Russa, vecchie volpi, ex democristiani come Claudio Scajola, post socialisti come Fabrizio Cicchitto, e Renato Brunetta, ex comunisti alla Sandro Bondi. Uomini tutti sui quali aleggia il fantasma della buonanima di “Pinuccio Tatarella”. Nomi arcivecchi, e qualcuno, come si vede, presente persino dall’altretomba. Berlusconi è l’ultrasettantenne che ormai conosciamo da quindici anni (e anche da prima) che si dà arie da “primo della classe”; Ignazio La Russa ha una storia politica personale che risale a parecchi decenni fa e, se si includono anche le storie di famiglia, si può andare più lontano. Quell’eterno giovane che pare susciti tanta simpatia politica persino in Anna Finocchiaro, per le sue prese di distanza dal cavaliere, è invece vecchio come un “calamaio di corno” se è vero che Giorgio Almirante lo volle al suo fianco per molti decenni al tempo del Movimento sociale italiano. Comunque sia, diciamo che abbiamo davanti un neonato, tanti operatori, alcuni fantasmi e un grande padrino (senza allusioni metaforiche). E tiriamo avanti con l’Italietta smemorata che non sappiamo più cosa sia, nella quale nessuno si può più permettere di parlare di fascismo e di antifascismo. Come si faceva una volta, quando le cose erano chiare. Purtroppo a chiarirle, oggi, non ci aiutano molto le facce che abbiamo davanti e così dobbiamo ricorrere a questa sorta di self service della nostra gastronomia cerebrale, sperando che qualcosa non ci faccia del male. Dunque cerchiamo di leggere nei fatti e di capire qualcosa.

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Tutta a destra

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Gentile-e-Mussolini

Gentile-e-Mussolini

I punti salienti del discorso di Berlusconi sono utili per saperne di più di questa destra nata nel grembo della diffusa cultura di questo singolare personaggio: le sue vocazioni maggioritarie; la condanna della sinistra legata a vecchie ideologie, violenta nelle manifestazioni di piazza. Appiattita in modo uniforme da Prodi a Ferrero fino ai gruppetti di scalmanati che in qualche manifestazione, anni or sono, bruciavano in piazza le bandiere di Israele o quelle degli Usa. Le azioni di individui esaltati si coniugano con la demonizzazione generale di una opposizione impossibile: ”La sinistra non è mai mutata (…) non ha avuto il coraggio di rinnegare il comunismo e di chiedere scusa agli italiani”. Oppure: ”La sinistra, risparmiata in modo chirurgico dalle inchieste giudiziarie, entrò nelle macerie della prima repubblica ”. Ben altra cosa fu a suo tempo la sinistra di Craxi rispetto a quel PD che si arrabbatta, (”Franceschini è impegnato nell’inutile tentativo di salvare il salvabile”. ”Veltroni mi ha illuso, ma e’ stato un bluff”. ”Prodi? Velo pietoso sul suo ultimo governo”). Infine, l’affermazione di una non meglio precisata rivoluzione liberale: ”La nostra e’ una rivoluzione liberale, borghese, popolare, moderata e interclassista, che colma un vuoto nella storia italiana”. Infatti non c’è mai stato in Italia un partito interclassista, neanche la Dc, fatta tutta da comunisti travestiti. Ci volevano, dunque, Berlusconi e il “Popolo della libertà” a sistemare le cose. Negli ultimi anni i segnali di una lotta più estesa che nel passato contro i partiti del centrosinistra sono stati più insistenti, ma non sono stati sufficientemente avvertiti. Erano invece nella natura delle cose e nel corso normale della storia. A fronte di una sinistra litigiosa e di un governo, quello di Prodi che si reggeva su un paio di voti di scarto, la manifestazione di piazza San Giovanni a Roma (2 dicembre 2006), fu il segnale che qualcosa era mutato nella consapevolezza della destra. Allora libertà sembrò significare lotta contro un governo che imponeva sacrifici enormi agli italiani e la presenza di oltre un milione di persone in piazza diede a tutti la convinzione che contro il governo delle tasse e della sinistra era possibile resistere. Che non si era soli. In quel momento i leader della destra, Berlusconi in testa, capirono che mancava un passo alla caduta di Prodi. Il leader bolognese resistette in modo eroico contro i colpi che gli vennero inferti dall’interno e dall’esterno. Ma era evidente che non poteva durare. E la storia sembrò capovolgersi. La destra estranea alle piazze parve d’un colpo movimentista e dinamica e la sinistra oppressiva e velleitaria. Così iniziò il declino del centrosinistra cui con notevole ritardo si pose mano con la fondazione del Partito democratico, quando una inarrestabile forza di inerzia condusse prima alla sconfitta delle politiche dell’aprile 2008, poi alla perdita del comune di Roma e ai successivi crolli del centrosinistra in Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Abruzzo e infine in Sardegna (Soru). La deriva a destra prosegue ancora con l’alleanza per le prossime europee tra il governatore della Sicilia Lombardo e la Destra di Storace. Alla faccia di quelli che avevano pensato in qualche possibilità innovativa del federalismo siculo di cui oggi si parla sempre meno.

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Laici e clericali

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Benedetto XVI

Benedetto XVI

La sinistra con l’autosufficienza elitaria impersonata da Fausto Bertinotti è scomparsa totalmente dal panorama parlamentare; il Pd è diventato qualcosa che ancora gli elettori non sono riusciti ad identificare; la cultura della laicità sembra sotterrata e il Vaticano ha ripreso a influenzare la vita dello Stato come ai tempi dell’epoca del Concordato e degli anni del postfascismo. Al difficoltoso processo di comunicazione tra Pd e Vaticano o tra la sinistra e il Papa, il cui segnale è dato dall’inaugurazione dell’anno accademico all’Università La Sapienza, previsto per il 16 gennaio 2008, fece riscontro un riorientamento a destra delle posizioni neutrali della Santa Sede, con un deciso risveglio della sua anima conservatrice. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il momento apparente in cui laicità e clericalismo si scontrarono. E lo scontro, al di là delle semplici manifestazioni di cronaca, fu profondo, cupo e sotterraneo. Con le conseguenze che tutti possono visionare. Il governo Berlusconi, infatti, risponde alle vocazioni e alle direttive traverse della Santa Sede e di altre componenti meno vistose della realtà italiana. Ne accenna lo stesso capo del governo in un passo del suo discorso di apertura del congresso: “Lo facciamo anche perché non rimanga inascoltato, almeno da parte nostra, l’incoraggiamento che il 28 maggio 2008 ci venne da Papa Benedetto XVI, al quale va il nostro affettuoso saluto. Pochi giorni dopo le elezioni, Egli parlò di ‘segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo’ e di ‘diffuso desiderio di riprendere il cammino, di affrontare e risolvere insieme almeno i problemi più urgenti e più gravi, di dare avvio a una nuova stagione di crescita economica, ma anche civile e morale’ ”. Non è perciò difficile immaginare che nella vittoria della destra ci sia stato, nel corso di questi ultimi anni, un notevole intervento della Chiesa, attraverso le direttive della Segreteria di Stato vaticana e la Conferenza episcopale presieduta dal 7 marzo 2007 da Angelo Bagnasco. Un simile intervento, discreto e invisibile, non sarebbe il primo nella storia della Santa Sede. Storicamente il Vaticano ha sempre mal tollerato, almeno in Italia, di essere tenuto al di fuori delle decisioni politiche di ordine generale, non solo sulle questioni bioetiche, ma anche su quelle più squisitamente politiche e civili, di orientamento sociale e culturale. Perciò contro la laicizzazione dello Stato si è registrata una convergenza di interessi tra la destra conservatrice e meno sensibile alle questioni dell’autonomia e il mondo clericale. Tradizionalmente favorevole ai valori del cattolicesimo e della romanità, della centralità della persona vissuta in modo astratto, fuori dal suo contesto storico.

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I combattenti della libertà

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Fini-e-Berlusconi

Fini-e-Berlusconi

A parte il vivaio dei giovani che dovrebbero costituire il futuro e la speranza del nuovo partito, possiamo dire che la sua leardship è tutt’altro che fresca di raccolto e che non abbiamo davanti vere e proprie primizie. Anche il contorno che lo impreziosisce non ha nulla di nuovo: a cominciare da Marcello dell’Utri che guida i “Circoli del buongoverno”, da Gianfranco Rotondi della “Nuova DC per le autonomie”, e dal Partito repubblicano che è vecchio di centosessant’anni. Per proseguire con: la nipote dell’ex duce, Alessandra Mussolini (“Azione sociale”), i “Popolari liberali” di Carlo Giovanardi, i “Liberaldemocratici” di Lamberto Dini, la “Federazione dei Cristiano popolari” di Mario Baccini. Diversi altri aderiscono a titolo personale all’esercito del 43% degli italiani combattenti che aspirano ad essere il 51% della Nazione. Ma le formazioni minori non rappresentano nessuno tranne una sigla con la quale pretendono di avere spazio e potere dentro questa nuova orda, il cui padre putativo è genitore di un neonato venuto alla luce nel mondo con la faccia di un vecchio. I vagiti sono dunque, muggiti da minotauro, ed è bene metterlo in conto in partenza a scanso dell’equivoco nel quale qualcuno può cadere. Lo spettatore pensa a qualcosa di mai visto prima, di innocuo e di inedito e invece assiste alla proiezione di un film dei tempi del cinema muto. Tutto quello che doveva accadere è già accaduto dentro questo enorme coacervo di entità che si unificano e gridano “libertà” come condottieri di un nuovo ordine, di una nuova religione. Tra i tanti c’è anche Stefania Craxi, il cui amore filiale per un capo di governo come Bettino Craxi, è pienamente comprensibile, mentre meno si capiscono gli applausi indirizzati dalla platea dei seimila congressisti alla memoria dell’ex segretario del Psi, quando il cavaliere lo menziona come il suo “carissimo amico” Bettino. Del quale dice “fu il primo presidente del Consiglio a rivolgersi nel Parlamento ai banchi della destra garantendo che il partito della destra sarebbe stato trattato alla pari di tutti gli altri partiti democratici superando così l’idea che la vera Costituzione italiana fosse l’accordo tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Fu così – conclude – che egli decretò nei fatti la fine del cosiddetto ‘arco costituzionale’”. Ma proprio questo insegnamento il cavaliere pare non abbia mai recepito. Allora in Parlamento avevamo un’articolazione variegata di ideologie e rappresentanze politiche. Oggi, al contrario, con l’elezione di Berlusconi, siamo di fronte a un partito plebiscitario, dove, la democrazia non è per nulla diffusa. Ognuno ha il suo tornaconto e la perversione del sistema è completa. I capi designano i rappresentanti e concentrano nelle loro mani tanto potere da decidere sulle sorti dei loro adepti. Tra costoro la competizione è solo per ingraziarsi le attenzioni del capo. Si tratta di un sistema largamente condiviso, escludente il dissenso, da dittatura soft. Ecco perchè Berlusconi ha costruito un mondo di vassalli e cortigiani, di stampo medievale, ma adeguato all’età del capitalismo in crisi. Fu la natura di questo capitalismo a determinare nel secondo decennio del Novecento, la Grande guerra e la nascita del fascismo, e furono le urgenze dello stesso capitalismo risollevatosi dalla crisi del secondo dopoguerra a dare continuità al fascismo. Un fenomeno che in Europa è definitivamente tramontato ma che ha lasciato i nodi aperti in Italia.

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Demonizzare e umiliare

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La Social-card di Tremonti

La Social-card di Tremonti

Il dissenso trasforma l’avversario o il dissenziente in nemico e la demonizzazione è lo strumento più comodo per mettere in atto questo processo nell’immaginario collettivo. Questa sorte è toccata anche alla sinistra, condannata in blocco come uno schieramento moscovita agli ordini di Stalin. L’etichettamento le ha negato valori e storia. L’ha relegata al livello delle orde d’assalto pronte a marciare su piazza San Pietro per prendere il potere con la violenza. Ha confuso la storia del comunismo dei Paesi dell’Est con i caratteri originali e nuovi del socialismo dell’Europa occidentale. Ha negato il ruolo positivo di una storia socialista e democratica. L’ha confusa col mondo criminale sostenendo di essere passata “indenne dalla tempesta politico-giudiziaria del ’92-’93 […] risparmiata in modo ‘chirurgico’ dalle inchieste della magistratura militante”. Infine, contro ogni evidenza l’ha accusata di muoversi da “trionfatrice tra le macerie della Prima Repubblica, come l’Armata Rossa tra i palazzi diroccati di Varsavia e di Berlino, dopo avere opportunisticamente atteso alle frontiere”. Una visione artificiosa della sinistra ad usum Delphini. Neanche Giulio Cesare ebbe una visione tanto apocalittica dei suoi avversari. E se ne capisce la ragione. I Romani sentirono forte il senso delle leggi e delle regole. Ma qui ci troviamo di fronte all’ontologia dell’anomìa, dell’assenza di regole. Un imperialismo etico dai contorni oscuri. Nessun riferimento alla storia del movimento operaio e democratico italiano, al baluardo rappresentato dalle sinistre contro il ritorno del nazifascismo in Italia ed in Europa tra il 1945 e tempi a noi più vicini. E se l’antifascismo non trova posto nell’enunciazione di questo partito che qualcuno vorrebbe nuovo, neanche una qualche forma di sinistra (tranne un vago riferimento a una inesistente forma di socialdemocrazia) ha motivo di esistervi. La sinistra più che essere oggetto di un serio esame critico rispetto alla storia politica nazionale e internazionale, è ridotta a questione personale: l’attacco delle “toghe rosse” alla persona del premier; le accuse mossogli da Occhetto nel ’94, l’incapacità di Veltroni prima e di Franceschini dopo. Nell’evoluzione della sinistra, secondo questa visione liquidatrice ed infantile, vi è la rabbia di non avere i competitori docili che questo leader vorrebbe: “Non una sinistra, dunque, che guarda al centro e aspira a conquistare il consenso dei moderati; ma una sinistra che mira a riunire tutte le sinistre possibili, e ad imporre i suoi modelli egemonici a chi, fino a poco prima, era stato laico, democratico, socialista o democristiano. Il tutto sotto l’occhio benevolo e complice della assoluta maggioranza della stampa e delle proprietà azionarie sovrastanti; dei circoli intellettuali; dei cosiddetti salotti buoni, comprese le loro ramificazioni all’estero. E naturalmente con la complicità di una certa magistratura”. E siamo alle solite: “Per descrivere la sinistra, non trovo parole più chiare ed efficaci di quelle che pronunciai il giorno della mia discesa in campo. Dissi: ‘le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell’iniziativa privata, non credono nell’individuo. Non credono che il mondo possa migliorare attraverso l’apporto libero di tante persone tutte diverse l’una dall’altra. Non sono cambiati. Ascoltateli parlare. Guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo stati costretti a contrapporci a loro”. Non dimentichiamoci mai che nel nostro Paese ci sono stati milioni di “adoratori” di tiranni sanguinari come Stalin, come Mao, come Pol-Pot”. Affermazioni che non hanno bisogno di commenti. Parlano da sole e creano un vero imbarazzo nel constatare in quali mani è ridotta la cosa pubblica in Italia, e con quali metodi e valutazioni il “Popolo della libertà” intende realizzare la sua rivoluzione liberale e sviluppare la democrazia.

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Il vero problema

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Gheddafi e Berlusconi

Gheddafi e Berlusconi

Per cui viene spontaneo sostenere con fondata preoccupazione la persistenza di motivi di continuità tra gli eredi del regime fascista e le posizioni da “duce” assunte oggi dal capo del governo. Questi dovrebbe attribuire a sè e ai suoi amici quello che, al contrario, carica sulle responsabilità della sinistra: “Di conseguenza, non esiste e non è mai esistita, discontinuità di strategie e di personale politico tra la classe dirigente che era stata erede di Palmiro Togliatti e quella di oggi”. A capire l’enormità dell’affermazione è lo stesso Fini che sembra dire, come pure ha detto: – Non vi preoccupate che ci sono io a controllare questo individuo affetto da ‘lucida follia’ –. Quindi siamo in buone mani, da qualunque parte ci giriamo. Soprattutto rispetto alle prospettive della politica di una simile destra che da un lato fabbrica diavoli e dall’altro garantisce assumendo posizioni di sinistra. Non una parola del capo sullo sviluppo eco-compatibile, ma attacchi contro il “falso ambientalismo”. Non una parola contro la mafia e la cultura della legalità, ma attacchi reiterati ai magistrati; non una parola sul ruolo dell’informazione, dello sviluppo della democrazia, ma attacchi contro la stampa collusa con i “comunisti”, e cioè la maggioranza dei giornalisti. La scena è chiara. Il palcoscenico è calpestato da molte comparse e da un solo protagonista nella veste del salvatore della patria. Questa “conquista psicologica di massa” fa parte del gioco e impone il dovere di riflettere. Pierferdinando Casini non si è allineato nell’atto rituale della sudditanza, non è entrato nell’imponente scenografia dei plaudenti. Non ha notato, lui che è un anticomunista, ” elementi di novità per le sorti future e progressive dell’Italia”. Non si è commosso per lo slancio di libertà di questo presidente del consiglio dei ministri preso da un improvviso amore per la sua gente. Improvviso, ma anche datato. Insomma non ha creduto alla buona fede di Berlusconi che si auto-incoronava “re” d’Italia, al limite della recitazione teatrale. Quell’uomo dal sorriso meccanico è parso “fuori posto”, perchè è impensabile che qualcuno possa credere che gli spetti una missione divina, destinata a segnare la storia. La missione di portare con la spada della parola, e con altri metodi, la libertà, cioè il tornaconto personale. La difesa di qualcosa che riguarda personalmente i nuovi condottieri del “Popolo della libertà”. “Popolo” e di “libertà”. Come si può ben capire, dal discorso di apertura di Berlusconi, al congresso fondativo del nuovo partito, è stata tranciata del tutto la mediazione politica. Il nuovo partito si richiama direttamente al popolo e cioè al rapporto diretto tra un leader carismatico e la base popolare che lo riconosce. Questo è l’asse privilegiato. La funzione del parlamento e delle istituzioni è meramente secondaria rispetto al valore fondante del capo che si richiama al popolo. Non al suo elettorato, ma al popolo. Perchè in nome del popolo, tutto si può fare. Quindi è il capo che comanda. E’ il capo che designa i rappresentanti in Parlamento. E’ sempre lui che decide la linea da tenere. In Italia e all’Estero. Questa nozione anticostituzionale di popolo, è desunta tuttavia dalla stessa Costituzione, ma in modo alterato, aberrante. E’ vero che l’articolo 1 stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo”, ma precisa che il popolo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E cioè secondo il sacrosanto principio della separazione dei poteri; l’affermazione del carattere centrale e insostituibile del Parlamento e della Magistratura, senza i quali governare è un arbitrio, e l’arbitrio è il potere di un tiranno. E, di fatto, l’aspirazione del capo del nuovo partito ad essere da solo maggioranza assoluta per non avere più condizionamenti di sorta nell’esercizio del governo, è resa esplicita nel suo discorso di apertura: “Oggi i sondaggi ci danno al 43 per cento. Puntiamo al 51 per cento. Sappiamo come arrivarci, sono sicuro che ci arriveremo”. Ed ecco indicata la strada: la messa in movimento di questo popolo/partito, in ogni comune, in ogni casa, nei luoghi di lavoro; credere nelle proprie energie, essere il “partito degli italiani che amano la libertà e vogliono restare liberi”. La “religione laica” della libertà è, nella mente di Berlusconi, una formula retorica. Non ha nulla a che fare con l’antica saggezza popolare, e neanche con l’esperienza dei regimi totalitari. E’ l’opposizione totale allo Stato: “La libertà, in un Paese moderno e democratico, definisce soprattutto il rapporto tra l’individuo e lo Stato. E qui siamo al cuore della nostra identità, al cuore della diversità tra noi e la sinistra. Per loro ancora oggi lo Stato è qualcosa di superiore ai cittadini: è lo Stato autoritario, centralista, dirigista. E’ lo Stato padrone di ogni uomo, il suo precettore, il suo pedagogo. E’ lo Stato padrone della vita dei cittadini. I cittadini devono essere al servizio dello Stato, perché per la sinistra lo Stato è quasi un moloch, una divinità. Ma attenzione: ha solo le sembianze di una divinità, perché in realtà è potere, è l’esercizio del potere e dell’oligarchia. Lo Stato per loro è la fonte dei nostri diritti, per loro lo Stato ci concede graziosamente i nostri diritti e quindi, quando ritiene sia suo interesse – cioè l’interesse di chi è al potere -, questi diritti può limitarli e anche calpestarli. Hanno aggiornato il loro vocabolario ma non la loro concezione del potere: una concezione pericolosa, una concezione che ci allontana dalla libertà, dalla civiltà, ci allontana dalla democrazia, ci allontana dal benessere”. Una repulsione fuori dal tempo e dalla storia. Il mondo è cambiato e forse Berlusconi e il suo seguito non se ne sono accorti. Nessuno avrebbe immaginato, fino a qualche anno fa, che nel 2009 si sarebbe tenuto a Londra un G20 tra i rappresentanti dei governi del mondo più avanzato, e che gli Usa si sarebbero trovati accanto alla Cina, alla Russia e all’India. Paesi con i quali l’occidente dovrà non solo confrontarsi, ma anche collaborare per uscire dalla crisi. I termini saranno probabilmente quelli di un capitalismo rivisitato, corretto nelle sue storture. Comunque sia il futuro richiede un modo diverso di esistere degli individui e degli Stati. Al contrario il cavaliere sembra avere la presunzione dell’irresponsabile. A confermarlo ci sono gli ultimi episodi delle sue berlusconate. A conclusione del G20 a Buckingham Palace, fatta la foto di gruppo, suggerisce ottimismo a Obama che ha fatto della fiducia e della speranza la filosofia della sua condotta. Lo rincorre e urlando come se fosse nel cortile di casa sua “mister Obamaaaaaa” si prende un rimprovero della regina che salta in piedi dalla sua poltroncina chiedendo chi fosse ad urlare. Non contento di questa villaneria che fa rivoltare nella tomba monsignor Dalla Casa, al presidente degli Usa, in tono di rimprovero, dice che “deve rimboccarsi le maniche per fare uscire il mondo dalla crisi visto che la crisi arriva proprio dall’America”. Come se lui fosse un’anima pura e ingenua. Un moralizzatore universale.

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Lo Stato pre-politico del cavaliere

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pecore al libero pascolo

pecore al libero pascolo

Il fatto è che Berlusconi ha davanti una visione pre-politica e l’immagine di uno Stato nemico; quasi lo teme come un ragazzino che potrebbe essere sculacciato per qualche marachella. In realtà, a parte le sue più o meno recondite questioni personali, è fermo a una concezione giusnaturalistica del diritto, vecchia di tre secoli. Come se non ci fosse stata nessuna evoluzione giuridica negli Stati di tutto il mondo, il premier si chiede infatti dove risieda la fonte del diritto. Nega che sia nello Stato e la colloca tutta nell’individuo. Giudizio del tutto arbitrario, antistorico e privo di riferimento concreto alla realtà dei fatti. Furono, infatti Christian Wolff (Breslavia 1679 – Halle 1754) e Samuel Pufendorf, giurista e storico sassone (1637-1694) autore del De Jure Naturae et Gentium a trattarne ampiamente nelle loro opere. Ma questi pensatori non pensarono mai di legare i caratteri fondamentali del diritto all’appartenenza a un partito e il loro pensiero è stato per lo più abbandonato dalla scienza legale. Per cui si continua a rimanere perplessi per la strana concezione del diritto e della libertà che ha il nostro capo del governo. Egli ci vorrebbe liberi da chi? Da cosa? Non si capisce da dove venga il pericolo. E temiamo che il G20 non gli abbia insegnato proprio nulla. Di possibili attacchi del terrorismo islamico e integralista non c’è traccia nel discorso fondativo del suo nuovo partito. Il riferimento è ad un fantasma di Unione Sovietica che non esiste più da circa vent’anni, a una pace e a una libertà minacciata non si sa proprio come. Ma chi sono i boia che privano l’Italia della libertà? Quei quattro comunisti che tentano di racimolare i cocci perduti della loro identità? Forse il riferimento è a loro. Dopo che essi hanno perduto la rappresentanza parlamentare si vorrebbe privarli anche del diritto a esprimersi e ad esistere? Si fa fatica a pensare che ci si trovi di fronte a una analisi equilibrata, volta a stabilire le giuste regole democratiche, ad attuare la libertà di ciascun cittadino che vive in questo Paese. In sintesi il ragionamento schematico e infantile del cavaliere è questo: se sei per lo Stato sei di sinistra, se sei per la persona sei di destra. Secondo questo ragionamento sarebbero stati di sinistra i maggiori esponenti di quella Dc che diedero corpo allo sviluppo economico, da Fanfani a Moro e ad Andreotti, e sarebbero stati di destra quanti, anche a sinistra, si impegnarono per una visione liberale dei rapporti tra Stato e cittadino, più incentrati sulla persona, come nel caso di Giorgio La Pira e lo stesso Giorgio Amendola. Sarebbe di sinistra lo stesso Obama che ha fatto moltissimo da parte dello Stato per risolvere la crisi nel suo Paese. Il fatto è che non esiste una dimensione valutativa nel berlusconismo che vada oltre i confini del modello consumistico di massa nel quale si acquietano tutte le diversità storiche del passato nonché quelle del presente. L’unico a prevalere è il messaggio dell’individualismo che non può sussistere senza una spinta interiore, un appello all’ottimismo. Il modello edonistico-consumistico richiede una forza coesiva interna, senza la quale si affloscerebbe come un sacco vuoto. Si tratta di un tema ampiamente anticipato da Pier Paolo Pasolini agli inizi degli anni Settanta.

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Il partito/popolo

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Obama-e-Berlusconi

Obama-e-Berlusconi

Bipolarismo e democrazia dell’alternanza sono quindi semplici e retoriche evocazioni che il cavaliere sa non ci saranno mai più. Forse. Almeno questo lascia intravedere la sua “certezza” ad essere capo di un partito maggioritario da solo. Questo lascia pensare che la “consegna” della “sovranità” nelle “mani del popolo” abbia interrotto in modo definitivo “lo schema per il quale prima si prendevano i voti e poi si diceva con chi e per che cosa si intendeva governare”. Quello che è avvenuto, con la complicità e il silenzio del centro sinistra è forse qualcosa di ancora peggio: sono stati i capi delle segreterie dei partiti a compilare le liste dei deputati e senatori che dovevano andare in Parlamento. Un vero colpo di Stato che ha tolto ai cittadini e a tutti gli elettori la loro sovranità sancita dalla Costituzione. E quando un popolo non sceglie più i suoi rappresentanti, nelle forme di libertà che si dovrebbero sempre di più estendere e garantire, vuol dire che siamo ormai a un passo dall’abisso. E questo il cavaliere lo sa. Il passaggio è stato graduale. Dagli innumerevoli partiti si è andati verso forme di convergenza e di unificazione che hanno preteso di semplificare il quadro politico italiano. Ma spesso l’Italia, con la sua storia è stata scambiata per un altro Paese, e nel passaggio dal bipolarismo al bipartitismo auspicato da Berlusconi, c’è il pericolo che salti qualche altro fondamentale anello, qualche gioco necessario alla dialettica democratica. Governabilità non è la tirannide, la messa ai margini delle opposizioni e delle minoranze. Peggio ancora fare secondo le proprie convenienze. Di converso ciò che è accaduto con le elezioni politiche del 2008, deve servire da monito per la sinistra. Gli schieramenti politici italiani si sono ridotti a due: il Popolo della libertà e il Partito democratico. Cioè alla rimozione di spazi di storia e di esperienze democratiche. Il deficit di democrazia incide sulla stessa consistenza del Pd, sugli orientamenti dell’Udc come area di erosione da parte della destra. Con un esito prevedibile sulla nuova funzione che verrebbe assegnata all’Italia dei Valori di Di Pietro. Si avrebbe cioè uno stravolgimento inimmaginabile della storia e della realtà politica del nostro Paese. Va bene quindi il bipolarismo, ma non è senza preoccupazioni che si dovrebbe guardare al bipartitismo. Tanto più quando si comincia a parlare di “popolo” e quando il “popolo” si ha la pretesa di farlo diventare “partito”. Un partito/popolo è una contraddizione di termini. Soltanto durante il regime mussoliniano poteva andare bene. Il “duce” interpretava il popolo e viceversa questo si identificava nel suo “dux”. Segnali di tale identificazione sono latenti anche in Berlusconi. Mette, ad esempio, il berretto del capotreno. Non è un accessorio inutile. Ci dice che è lui che guida la locomotiva. Mette il casco dell’operaio. Ci dice che è lui che risolve i suoi problemi. Si dà un nuovo look: vuole dimostrare a tutti che è nel pieno del suo vigore, vuole piacere. Una giovane del nuovo partito all’apertura dei lavori di fondazione, lo definisce “eroe” e lui contento alza il pollice verso l’alto. Alla romana. Questa idea di popolo è infantile. E’ cresciuta in modo confuso per corsi accelerati di storia. Il cavaliere parla di Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington, come “padri fondatori degli Stati Uniti d’America” che si richiamarono al popolo nella loro dichiarazione di indipendenza. Ma trascura che quegli uomini fondavano uno Stato e non un partito. Si riferisce poi alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” della Rivoluzione francese e trascura il fatto che i capi e i teorici di questa rivoluzione, non agivano avendo in mente un partito, ma la Francia e i diritti universali di tutti gli uomini. Parla del partito popolare di Sturzo e confonde il sostantivo con l’aggettivo. Dettaglio non marginale perchè il sacerdote di Caltagirone non si sognò mai di fondare il partito del popolo, ma un partito che fosse popolare, ben consapevole come era che nella nozione di popolo non c’erano solo i contadini e gli artigiani, ma anche il ceto medio, i benestanti, la stessa aristocrazia e tutti i ceti sociali con le loro credenze, i loro bisogni di espressione, i loro usi, e persino le loro differenze dialettali. Quello di Sturzo era soprattutto il popolo degli umili che si opponeva a quello dei latifondisti e degli agrari e che perciò si organizzava nelle “Leghe bianche” per rivendicare i diritti inalienabili del lavoro, della terra, di migliori condizioni di vita. Cose tutte che Berlusconi neanche affronta nel suo discorso di apertura del 27 marzo. Analoga cosa si può dire di De Gasperi che certamente bene farebbe il capo del governo a conoscere meglio magari leggendo un Bignamino. Ma questa voluta ignoranza non è senza ragione, in quanto chiarisce il modello edonistico berlusconiano con i caratteri messianici e carismatici che lo connotano. Vi è una certa sacralità domestica nel pellegrinaggio che conduce Forza Italia dalla sua nascita al “Popolo della libertà”. Questa sacralità attraversa tre concetti chiave: quello del polo (delle libertà, del buongoverno) in cui le vocazioni sono di tipo etico e pluralistico; quello di “Casa delle libertà” in cui l’attenzione è rivolta al dato intimistico-familiocentrico passando dalla cosiddetta “traversata del deserto”, quello del carisma che conclude e sublima l’idea del “partito unico”. Quanto vasto sia il divario che separa uomini come Sturzo e De Gasperi, che pure avevano i loro difetti, dalla platea dei congressisti del “Popolo della libertà” ci è indicato dagli scarsi applausi dedicati a questi eminenti politici della nostra storia repubblicana. L’applausometro dei pidiellini è stato tutto concentrato su figure veramente minori della nostra storia nazionale. Ad esempio “Pinuccio Tatarella, uno dei primi a condividere l’aspirazione ad un grande partito unitario dei moderati, di tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra”. In realtà il processo ha radici più lontane di quelle attribuibili al deputato pugliese, vice primo ministro del primo governo Berlusconi (1994). Più lontane e più profonde. I motivi sono tanti. Basti pensare alla natura di questa destra che nello stesso tempo in cui si pone come “partito unico” è in contraddizione con ogni principio di pluralismo liberale e con quello che non consente la presenza di un leader carismatico. Inoltre occorre riflettere sul fatto che in Italia non c’è mai stato un governo comunista e che non legittimamente può parlarsi in Italia di una “sisnistra postcomunista” come vorrebbe Berlusconi. Il partito unico della destra fa a cazzotti col pluralismo liberale e con la stessa necessità di una “democrazia governante” di cui ha parlato Fini nel suo intervento al congresso fondativo di questa strana destra. Pare si faccia strada a fatica l’idea del “controllo democratico del Parlamento” sul governo e sul presidente del consiglio. E se l’ammonimento a non trasformare la democrazia in autarchia arriva da Fini, il pericolo è veramente reale. A tal punto che il presidente della Camera ha auspicato persino il rafforzamento dell’opposizione del Pd in quanto “portatore di valori necessari ad una democrazia compiuta”. Atteggiamento che non deve trarre in inganno perchè, in assenza di una opposizione credibile e forte, questa viene assunta all’interno della stessa maggioranza da una forza spregiudicata come quella di derivazione ex missina facente capo a Fini. Lo dimostra il suo falso democraticismo nei confronti degli immigrati, del loro diritto ad essere curati anche se clandestini o la sua presa di posizione sulla legge votata al Senato sul testamento biologico (“una cattiva legge che lede i diritti di libertà”). Insomma la ex An, con la sua tenuta più equilibrata e razionale rispetto alla realtà istintiva e meno cerebrale di Forza Italia, dimostra di essere, all’interno della nuova formazione il peso specifico di prospettiva sul quale contare, dopo il venir meno delle condizioni del partito carismatico , al momento del futuro cedimento della leadership di Fi, in assenza del suo leader. Prospettiva forse di lungo periodo, durante il quale certamente molti mutamenti avverranno. Indotte anche da un ottimismo senza fondamento e dalle stesse contraddizioni di questa sorta di nuovo riformismo liberal voluto dal suo capo, dal suo velleitarismo da Città del sole di Campanella. “Noi siamo impegnati a revisionare e a correggere di continuo le possibili degenerazioni di una società imperfetta. In un mondo che cambia di ora in ora, il riformismo liberale è un lavoro che non finisce mai. Il nostro riformismo liberale è la formula vincente anche nei rapporti internazionali. È stato il riformismo liberale a farci dire per primi – noi liberali attenti alla solidarietà, noi liberali che crediamo nell’economia sociale di mercato – che lo Stato di fronte alla crisi doveva intervenire per proteggere le imprese, le famiglie, i più deboli”. In realtà l’ideologia berlusconiana, rigetta l’idea di uno Stato presente sulla scena della crisi globale e dell’emarginazione sociale e lascia l’individuo a se stesso. Atteggiamento irresponsabile che neanche un presidente democratico come Obama oserebbe avere. Analoga è la visione dell’occidentalismo risolto in un rapporto dell’Europa con gli Usa che non pone nessun accenno significativo alla realtà dell’unità europea ma insiste in modo retorico su una inafferrabile “riforma… che permetta di restituire agli Stati alcune competenze nazionali”. Competenze che naturalmente restano tutte nella mente illuminata di questo leader carismatico, che, come quando ci si affida ai chiaroveggenti, afferma di avere la ricetta magica dell’ elisir di lunga vita in mano. Ma che ce l’abbia o no, nulla cambia. Tanto l’Italia è lui ! (Giuseppe Casarrubea)

Per leggere il discorso di apertura del congresso fondativo del “Popolo della libertà” clicca qui sotto:

discorso-berlusconi-al-popolo-della-liberta-_discorso-apertura_1

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a L’Italia c’est moi

  1. angelo ficarra ha detto:

    complimenti.
    bisogna andare avanti.
    resistere resistere resistere

    angelo ficarra

  2. Ugo Arioti ha detto:

    Il mio ricordo risale i muri del mio Liceo, il Cannizzaro, di Palermo e alle lezioni di storia di uno dei più raffinati e sensibili storici della filosofia: Silvestri! Parlò un giorno ad un assise di studenti giù pronti alle vacanze di un uomo, un uomo qualunque…si di un partito, addirittura, dell’uomo qualunque. Penso che se avessimo avuto un movimento di tifosi della maglia della nazionale di calcio così numerosi come oggi, anziccè PARTITO DELL’UOMO QUALUNQUE, la cui fede , naturalmente era il qualunquismo, FORZA ITALIA!

    Ugo Arioti

  3. Silvio ha detto:

    Bellissima analisi che regge la prova del tempo e dei fatti. Chapeau

  4. Maria Grazia Mosconi ha detto:

    Prof casarrubea, ho avuto la ventura della segnalazione del suo sito e di questo scritto dall’amico Renzo. Ho apprezzato molto la collocazione della sua analisi storicopolitica dell’italia recente sullo sfondo -contesto del capitalismo occidentale, prima opposto all’altro blocco, poi irrimediabilmente declinante, dopo l’esplosione della globalizzazione, verso un aumento progressivo delle distanze sociali ed economiche “tra “gli stati (Nord Sud )e “negli stati ” (povertà relativa nei paesi ricchi sempre in aumento, come anche la forbice sociale) Ma oggi, la storia, o è economica o non è storia. Lei ha notato nella condotta dell’ attuale “non governante” B. una elusione totale se non disprezzo del tema ambiente ( ricorda con che sarcasmo derise i sostenitori del “No ponte sullo stretto” perchè altrimenti si sarebbe interferito con le millenarie rotte dei delfini?- nonché la nonchalance con cui B. afferma il diritto alla ricchezza e, come rimedio a un futuro in incognita alla giovane precaria , la soluzione di sposarsi con un ricco, magari uno dei suoi figli ? )ebbene lei , storico, ha avuto una sensibilità che raramente si sente dagli economisti. l’esigenza di rivedere il capitalismo tout court in una versione eco compatibile e con lo scopo di arrestare la caduta libera dell’ineguaglianza tra gli umani verso un cul de sac da cui è difficile ipotizzare un tentativo di ritorno. quindi commercio equo solidale, sobrietà nei consumi, apertura se non alla decrescita ad una non crescita non appaiono più solo sporadici ed utopici interventi di uomini di buona volontà, ma sono, lei afferma pur indirettamente, indispensabili contributi alle linee geopolitiche che si devono tracciare nel presente in modo quanto più urgente possibile. La ringrazio di cuore.

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