Terremoti e potere


terremoto di Messina (1908)

terremoto di Messina (1908)

L’Italia è sempre stata una terra di fenomeni sismici e vulcanici. Possiamo dire che la sua storia è stata caratterizzata da eventi naturali che ne hanno alterato anche la morfologia, influenzando il carattere delle persone, delle comunità, delle popolazioni. Ogni terremoto ha avuto perciò i suoi morti, i suoi martiri, i suoi traumi e le sue speranze. Distruzioni collettive sono servite, se è lecito questo termine, a temprare il carattere delle popolazioni, a costruire in loro una spinta verso la vita e a dare basi solide alla speranza.

Non tutti i terremoti hanno avuto questi effetti. Nel terremoto che colpì nel ’68 la Valle del Belice, con la distruzione in pochi minuti di molti comuni, come Gibellina, Santa Ninfa, Salaparuta, Montevago, l’evento fu la prova generale delle maggiori devastazioni prodotte successivamente (e anche prima) dalla politica e dal potere della corruzione e della mafia. Il terremoto fece i suoi danni gravissimi, abbattendosi sulle povere case di fango e  di pietra, sulla secolare miseria della gente. Ma ancora più gravi furono gli effetti prodotti dagli interventi degli uomini che della tragedia fecero una provvidenziale occasione di arricchimento e di consolidamento del loro potere. Basti pensare che a distanza di oltre quarant’anni da quell’evento, non tutte le opere di ricostruzione sono state ancora effettuate. Si può dire che a un terremoto se ne aggiunse un altro, quest’ultimo più lacerante e duraturo, di cui le collusioni tra mafia e sistema politico corrotto sono state l’ossatura principale.

Non secondari furono gli effetti delle decisioni di cancellare d’un colpo le secolari memorie di quelle comunità costruendo in altre sedi delle new town lontane dai centri del sisma. Si agì come se gli epicentri di quell’evento si dovessero mantenere inalterati in eterno e non si tenne conto che sarebbe stato più ragionevole ricostruire, con sistemi tecnologicamente avanzati, le piazze, le vie, gli edifici di cui nella gente si conservava perfetta immagine. assumendoli almeno come modelli, spunti interpretativi.

Si costruirono nuovi mostri, tutti con un’unica caratteristica: l’annegamento degli edifici e delle vecchie tipologie urbanistiche in uno spazio fuori dal tempo, senza anima, e senza storia.  La loro nuova identità fu lo sgomento della solitudine. Si aggiunse poi , a completare la distorsione, l’estraneità dei contribuiti culturali, artistici, pittorici e monumentali importati da altrove e catapultati in una dimensione surreale, altra, perchè altra era la cultura. Il solidarismo retorico fu una passerella. I morti rimasero morti; le lacerazioni diventarono piaghe e i circoli perversi degli arricchimenti in nome del popolo e della solidarietà, produssero denaro su denaro. Per pochi. In tal modo si schiacciò l’anima secolare della gente che aveva da sempre avuto come valore la semplicità del mondo contadino, la freschezza della sua identità. Errori del genere, non dovrebbero essere consentiti in un paese che avrebbe dovuto fare tesoro della secolare vicenda tragica dei terremoti.

In Abruzzo, come in Sicilia e in diverse altre parti dell’Italia, dalla Calabria alla Campania, dal Veneto all’Emilia, dall’Umbria all’Irpinia, tutto è prevedibile. Da sempre. E appunto per questo lo Stato non può giocare a scaricabarile. Non può essere il pretesto di una tragedia che continua. Almeno per quanto concerne gli edifici pubblici è stato complice e assente. L’Abruzzo, ad esempio, non è nuovo a eventi  catastrofici. Terremoti ancora più gravi   di quello verificatosi il 6 aprile 2009 lo travolsero nel 1703 (6.000 morti) e nel 1706 (1.000 morti), Non sono estranei la Calabria e la Sicilia che nel terremoto del 1783 contarono circa 60.000 morti, pari a quelli che si erano registrati nell’anno tremendo 1693 con la distruzione di Noto e di altri 45 comuni.  A parte il terremoto di Messina (1908) con gli oltre suoi 100.000 morti, è doveroso chiedersi se sia ragionevole oggi costruire tra le due città dello stretto un ponte che, a parte il suo impatto ambientalistico (che sarebbe poca cosa rispetto ad altri malanni) presenta il dato probabilisticamente elevato di un rischio sismico di forte intensità.

Come sempre, dunque, occorre dire, che i terremoti hanno una componente naturale ed un’altra dipendente esclusivamente dagli esseri umani. In questo caso da essi dipende la scelta di fare o non fare; la qualità dell’esercizio del potere; la presenza o meno della penetrazione mafiosa . Sono questi fattori a decidere il futuro degli uomini e delle loro cose. E ciò non può essere lasciato al caso o al destino. Ciascun evento, infatti, è attraversato sempre da un filo sottile e spesso impercettibile che lo unisce a tutta la storia di cui lo stesso evento fa parte.

E questo filo è il potere.

*

data

luogo

morti

Magnit. Richter

8 sett.1905

Calabria-

557

6,8

28 dic.1908

Messina e Reggio Calabria

130.000

7.1

13 gen. 1915

Abruzzo (Marsica, Avezzano)

30.000

7.0

23 lugl 1930

Basilicata- Campania

1404

6.6

15 gen. 1968

Sicilia occ.

370

6.4

6 mag. 1976

Friuli Venezia Giulia

976

6.4

23 nov 1980

Irpinia, Basilicata Campania

2.730

6.9

Alcuni degli eventi sismici più gravi nel Novecento in Italia.

Dopo il 1980, la carta dei terremoti messa a punto dall’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia, ci dà la rappresentazione geografica della distribuzione degli epicentri di  ben 45.000 terremoti avvenuti solo nella nostra penisola tra il 1981 e il 2002. Osservando questa carta si constata una forte corrispondenza tra territorio e fenomeno sismico. La maggior parte dei terremoti hanno una magnitudo inferiore a 4.0 e sono provocati da fenomeni interessanti la crosta terrestre fino a una profondità di 12 km. Soltanto 33 terremoti hanno una profondità superiore e raggiungono una magnitudo superiore a 5.0. Tra questi ultimi il più grave è quello dell’area umbro-marchigiana con magnitudo 6.0.

Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009, con i suoi 294 morti, ha avuto una magnitudo inferiore a quella di molti altri comuni che nei secoli passati hanno letteralmente cancellato intere aree urbanizzate. Rappresenta ugualmente un evento catastrofico nella storia d’Italia. Ma se nella storia delle catastrofi sismiche c’è stato sempre il protagonista dei fatti, e cioè la natura, di per sè senza colpa, altri protagonisti non sono stati di minore rilievo sulla stessa scena. Anche se ad un certo punto sono scomparsi completamente da ogni visuale lasciando il posto all’unico vero protagonista muto e  spaventoso: il terremoto, appunto.

La Regione Abruzzo

L'Abruzzo

In realtà ben altri sono i soggetti. Il potere prima di tutto. Il potere freddo, onnipresente, o assente come un fantasma che aleggia sull’inferno della desolazione; presente o assente col suo fare o con la sua inoperosità, le sue omissioni, il suo esserci e scomparire. Ci sono poi  le vittime. I bambini, gli anziani che lasciano dietro di sè tutta la loro vita, e la loro  memoria. Come se morissero prima di morire.  Ci sono i giovani e il futuro. Ci sono i volontari che si affaticano e talvolta muoiono per mettere in opera la loro solidarietà concreta.  Uomini che rispetto a una catastrofe hanno offerto se stessi, con spirito di abnegazione, con la fatica del lavoro, il loro sacrificio, il loro amore per gli altri.  E ci sono in ultimo quelli che semplicemente si esibiscono, calpestando le scene dello spettacolo, come attori principali  di un copione scritto altrove. Sono testimoni della retorica, dei rituali che si celebrano attorno ai morti. Ogni altro elemento, e soprattutto il dissenso, è intrusivo, fastidioso.

Carta dei terremoti in Italia dal 1981 al 2002


Il fatto è che in un paese secolarmente a rischio la macchina dell’emergenza dovrebbe scattare da sola, automaticamente, dopo un lungo tirocinio che dovrebbe iniziare quando si nasce, e proseguire quando poi si cresce e si frequenta il mondo circostante.

Ma i veri protagonisti delle responsabilità da questo orecchio non ci sentono. Piani di emergenza e di evacuazione dovrebbero essere approntati dovunque. Le tendopoli occorrerebbe farle prima dei terremoti e non dopo. Le simulazioni dovrebbero scattare su precise competenze dei sindaci e dei locali uffici della protezione civile, delle autorità localmente preposte. La loro non dovrebbe essere una finzione, ma un’abitudine, un fatto educativo. Si richiedono piani di evacuazione ai pubblici dipendenti, ma la stessa cosa dovrebbe valere per le amministrazioni locali. Ai sindaci dovrebbe essere demandato il compito di provvedervi non solo per i loro dipendenti, ma per tutta la popolazione che amministrano.

Quante volte ci siamo chiesti:  in caso di terremoto dove ci rechiamo? Che facciamo? Quali sono i punti di raccolta? Quali le vie di evacuazione dalle piazze, dalle strade? Tutto questo sarebbe stato possibile mettere in opera in Abruzzo, e in qualsiasi parte del nostro Paese. La massa della gente non sa cosa fare. Non è abituata alle evenienze più pesanti.

Ma ci sono i vecchi e gli ammalati, i bambini e i loro genitori, i disabili. Intervenire è un obbligo. Invece noi italiani non sappiamo fare altro che cercare capri espiatori.  E certamente ci sono parecchi responsabili, corrotti. Ma che non servano a nessuno per mettersi la coscienza a posto. Sono i pubblici poteri e i trafficanti del cemento; quanti dovrebbe essere in galera non dopo un terremoto, ma prima. Gli uffici che dovrebbe controllare e non controllano, non dopo un terremoto, ma prima. Quanti non applicano le leggi, non dopo un terremoto, ma prima. Le città in cui viviamo sono anche il magma della corruzione diffusa. La gente comune è lì perchè non può trovarsi altrove. Vive sullo spartiacque di un battesimo di sangue e di una tragedia semza fine. Come sotto la spada di Damocle.

Ecco perchè tutti gli italiani si sono sempre sentiti su una stessa barca e i terremoti, come le carestie di un tempo, hanno sempre rappresentato il filo conduttore della loro storia secolare. L’altra storia, nascosta e silente. Dal Friuli a Trapani. Dall’area ligure e tosco-emiliana a quella abruzzese e umbro-marchigiana, da quella del Friuli Venezia Giulia a quella etnea e delle Eolie. Una storia comune, ma anche diversa. Sia per le diverse reazioni alla distruzione, alla morte e al futuro, sia anche rispetto all’idea del potere.

Un potere che ha preso le forme dell’intolleranza, dell’autosufficienza. Che non ammette critiche, che presume di fare da sè e perciò punisce il dissenso.   Le voci della minoranza sono soggette ad ostracismo. Vietato cantare fuori dal coro. Cosa che capita a una voce  sempre più solitaria  come quella di Michele Santoro.

Una volta – al tempo del terremoto del Belice – si diceva che la burocrazia uccide più del terremoto. Oggi possiamo dire che è il potere, che non ammette altro da sè, a fare più danni. E’ il potere distorto il vero terremoto. (Giuseppe Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Terremoti e potere

  1. nemedh ha detto:

    Bell’articolo, è un vero rischio li in Abruzzo adesso. Bisogna stare davvero attenti.
    vi consiglio di leggere anche qui:
    http://www.thepopuli.com/?p=1046

    Saluti

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