L’isola del vento

Pantelleria: arco dell'Elefante

Pantelleria: arco dell’Elefante

Mi è rimasto per svariati decenni il gusto per gli spaghetti in salsa di capperi e per un vinello d’annata (credo il Gadì) consigliatomi con grazioso scrupolo dallo chef  della struttura alberghiera  presso la quale ero ospite. Non avevo mai assaggiato quel piatto in vita mia: un’ottima miscela d’artificio umano e di forza produttiva di colline vulcaniche.

A distanza di tempo anche la mia pelle ha  voluto sentire le sensazioni di quegli anni. M’è venuta perciò voglia dell’acqua calda delle sorgenti termali di quella terra lasciata a decantarsi come nel fondo della memoria. Da quelle parti le chiamano “quadareddri” e sgorgano spontanee come soffi vitali. Ricordo che le vedevo in piena effervescenza dalle parti di Gadir, sul lato orientale dell’isola, e che mi ci immergevo protetto da una sorta di caverna marina, come  in un primordiale grembo materno. Con la sua evanescente schiuma bianca completava il colore dei luoghi e delle case, anch’esse bianche, dipinte di calce. Saltavano agli occhi come lenzuoli abbaglianti messi ad asciugare all’aria assolata dell’estate. Questa era per me Pantelleria.

La ritrovo ora, isola del vento, del deserto africano o del Nord; dell’Oriente o dell’oceano; soffio ininterrotto, palpito di pochi giorni; clima di tutte le stagioni concentrate in un attimo. Così il bianco, il verde bottiglia o l’azzurro e il nero lucido dell’ossidiana sono l’altra componente di luce della mia memoria. Oltre ai sapori e alle sensazioni, dopo un ritorno forzato alla consuetudine quotidiana. Ma mi è rimasto dentro il richiamo. Ne ho sentito il fascino e, a distanza di un lungo tempo, sono stato sopraffatto dal desiderio di ripercorrere la strada che avevo interrotto, quasi per un bisogno dell’anima.

Ho ritrovato l’isola calda con il suo vento del tramonto, con i bagliori del giorno, il lavoro dei panteschi nelle loro campagne, con il silenzio di sempre. Il tepore che mi mancava per stare bene con me stesso. Forse perchè ho scelto il tempo giusto.

Erano decenni che non sentivo il silenzio. Il corpo, e soprattutto la mente, ne hanno bisogno per ascoltarlo. Lo ritrovi, se lo cerchi, non in te stesso ma nelle cose, in quello che vedi e riesci a percepire. Lo senti la mattina con l’alba e la sera col tramonto, nelle montaliane ore del pomeriggio e nel sole caldo che sbatte sui massi delle ossidiane: sembrano grondare di umidità e di acque sorgive. Le strade sono strette, specie quelle che s’inerpicano sulle colline o s’addentrano in mille rivoli di campagna. Sono strette e talvolta tortuose, non pensate e non usate ancora oggi per essere attraversate in macchina. Gli stessi panteschi hanno difficoltà a percorrerle. Te ne accorgi quando vai tranquillo con la tua macchina presa a noleggio. Ti sorpassano facendo suonare prima, quasi come un accenno, il clacson. Forse manifestano in tal mondo l’atavico senso del pericolo di essere troppi in poco spazio o provano fastidio che qualcuno rubi loro, sia pure con lo sguardo, il piacere di avere tutto per sè quel paesaggio straordinario, la vista dei loro giardini e dei loro dammùsi. Perchè qui, a Pantelleria, le case non sono le nostre case, e i giardini non sono quelli che noi chiamiamo giardini. Hanno un’altra storia. Sicuramente una storia di magica resistenza alla follia.

Pantelleria: giardino

Pantelleria: giardino

Il giardino è come una nicchia che ti protegge, ti custodisce, ti culla. Ma non sei tu ad essere cullato, ma uno o al massimo due alberi di limone o di arancio. I contadini li circondano con un muro di pietra di lava ritrovata sul terreno circostante, alto diversi metri, di modo che il vento non possa nuocergli. E’ straordinario. Una cosa analoga fanno con gli ulivi. Vecchi di diversi decenni, li vedi cresciuti tortuosi all’altezza dei muretti di protezione di pietra tirati a secco e mai più alti di un paio di metri. E loro, gli ulivi, come se sentissero l’amore degli uomini, crescono allungandosi in orizzontale con i loro rami curvi quasi a cercare il terreno per nascondersi. Non avevo mai fatto caso ad ulivi tanto piccoli, ma tanto capaci di esprimersi col linguaggio della loro corporeità.

Pantelleria: ulivi

Pantelleria: ulivi

Questa dimensione di corrispondenza felice di quello che un tempo si chiamava “regno vegetale” con l’uomo la concepisci in modo diretto e immediato solo qui. A contatto con una terra recente per formazione, che sa di innocenza, come i gabbiani e gli aironi e le innumerevoli specie di uccelli che si fermano per nidificare, o sostare nei loro lunghi pellegrinaggi per il mondo. Ma i panteschi non migrano. Amano la loro terra e hanno imparato nei secoli a lottare contro le apparenti forze avverse della natura. In realtà hanno raggiunto un equilibrio che leggi nei loro comportamenti e negli sforzi che fanno per dare alla terra e ai loro sistemi di produzione la torsione necessaria perchè l’oggetto del loro desiderio abbia la piega giusta, la corretta inclinazione. Lo vedi se fai caso alle piccole conche dentro le quali crescono, anche questa volta come in una culla, le viti seccagne di ‘zibibbo’ che producono il moscato. Oppure ai terrazzamenti ben curati che valorizzano al massimo i declivi scoscesi delle colline di rocce rossastre e nere dove tra i massi trovi i filari di quelle preziose piante che hanno fatto di Pantelleria un’isola famosa in tutto il mondo.

Tutto a Pantelleria risente di questo rapporto sano della natura con l’uomo e viceversa. I paesi sono puliti; l’acqua del mare sa di mare e la brezza della sera ti riconsegna gli odori che il mare ti ha conservato durante il giorno. Te ne accorgi anche quando la sera rientri a casa dopo avere percorso i sentieri secolari solcati da innumerevoli attività umane. Di popoli che qui hanno trovato l’avamposto della loro avanzata nel Mediterraneo: Fenici, Romani, Turchi, Bizantini, Arabi, e via via fino ai Savoia e ai nostri giorni. Li rintracci non mediante imponenti monumenti, ma nelle piccole cose, nella toponomastica, nei miti.

L’isola si estende per oltre ottanta chilometri quadrati e conta appena settemilacinquecento abitanti. E’ una terra recentissima nata dal mare, come Venere. Un lago di acque solfuree richiama la dea romana direttamente. Le ultime eruzioni risalgono al 1831 e al 1891 (quest’ultima sottomarina). In quella del 12 luglio ’31 spuntò, a nord delle sue coste settentrionali, verso la Sicilia, un’isola di cui parlarono i giornali dell’epoca. La visitò il 27 ottobre un inglese col battello a vapore Francesco I, partito appositamente da Napoli. L’isola fu descritta in tutti i particolari. Ma quando si pose il problema della sua appartenenza geografica e politica,  quel grande oggetto misterioso spuntato dal nulla, per togliere il disturbo, per l’incomodo che aveva creato, preferì tornarsene nelle profondità marine. Segno che le piccole cose, grandi come i misteri dell’universo, non vogliono avere a che fare con quanti ritengono di risolvere tutto con la forza.

(Giuseppe Casarrubea)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a L’isola del vento

  1. Professore com’e’ questa storia della recente Pantelleria , Qual e’ l’isola che per togliere l’incomodo ritorna nelle profondita’ marine? Grazie, rosa casano

    • casarrubea ha detto:

      E’ un’isola comparsa tra Pantelleria e Sciacca, nel 1831, nel mese di luglio, e inabissatasi dopo alcuni mesi. Aveva circa cinquemila metri di circonferenza e fu chiamata Ferdinandea in onore del re che allora regnava su Napoli e Sicilia.

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