25 aprile

Liberazione-di-Milano

Questo giorno è un simbolo e un tempo reale.

Segna uno spartiacque, una storia realmente accaduta.

Nonostante gli sforzi compiuti da molti, specie dell’attuale maggioranza parlamentare e dallo stesso governo nazionale, di dare a questa ricorrenza il valore, sbiadito, di un altro significato: quello generico e settecentesco di libertà.

Il 25 aprile ci ricorda la libertà, ma non è una delle trilogie dei punti cardinali della Rivoluzione francese basata sui principi di liberté, égalitè, fraternitè.

Nel 1945 non siamo all’epoca della rivoluzione francese, ma nell’Italia liberata dal nazifascismo. Cioè ben oltre il semplice limite dell’affermazione di alcuni capisaldi dei diritti universali. A pensarci ancora inattuati in Italia, anzi messi in discussione a causa delle discriminazioni razziali, delle diseguaglianze che aumentano, della centralità del valore del denaro e dei modelli consumistico-edonistici.  Questi principi, comunque, non erano serviti a niente dopo lo scoppio delle due guerre mondiali. Almeno così credettero gli italiani. Specie quelli che in quel giorno di sollevazione dell’ultima roccaforte nazifascista, cacciarono via da Milano e dal Nord i sostenitori di Hitler e Mussolini, nonchè quanti avevano affossato la libertà e i concetti stessi di fratellanza e uguaglianza tra tutti gli uomini della terra, uccidendo, opprimendo la libera espressione di ciascuno, costruendo campi di sterminio, eliminando il pensiero diverso. Errori si erano sommati ad altri errori; i fascisti erano diventati d’un colpo, falsi antifascisti a cominciare da Badoglio e dai membri del suo governo. Fu l’ambiguità di questo antifascismo  a causare ulteriori gravi fatti: da Cefalonia alle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema a Onna e alle innumerevoli altre stragi che i nazisti, con la fattiva collaborazione dei repubblichini di Salò, misero in atto, prima e dopo la loro occupazione dell’Italia. Nessuno ha mai contato i morti civili di questa follia, o ha fatto un bilancio definitivo dei morti ammazzati dai nazifascisti fino agli anni in cui la democrazia non cominciò a prendere corpo nel nostro Paese.

Giovanni Amendola

Giovanni Amendola

Incerto anche il bilancio dei morti voluti dal neofascismo dopo il 25 aprile 1945. Il bilancio della fine che si poneva a un ventennio di violazioni dei diritti umani, di privazioni delle libertà fondamentali, di oppressione del regime, era ed è da considerare tuttora provvisorio. Basti considerare il solo aspetto degli oltre cento campi di internamento fascisti costruiti in Italia per destinarvi le centinaia di migliaia di patrioti jugoslavi che combatterono la loro guerra di liberazione contro l’invasione italiana, tra il 1941 e il 1943, i rastrellamenti di massa nei villaggi partigiani della Slovenia, dove ragazzi di diciotto o vent’anni vennero uccisi dagli uomini di Roatta o Messana, o di altri criminali di guerra, solo perchè difendevano la loro terra, le loro case, le loro famiglie. Il nazifascismo fu l’oscuramento totale della ragione.

Mario Roatta

Mario Roatta

Furono molte le vittime della follia nazifascista: comuni cittadini e intellettuali, ebrei e lavoratori che non vollero piegarsi alla violenza e preferirono morire, sacrificare la loro vita. E’ bene ricordarli il 25 aprile, giorno in cui tutte le vittime ebbero ragione dalla storia e dalla guerra dichiarata contro gli oppressori. Carnefici che non furono gli “amanti della libertà”, i portatori dei valori del futuro e della democrazia. Furono quanti ridussero la vita a morte, il senso dell’uomo, a sacrificio della vita al dio pagano della loro falsa religione.

Perciò il sangue di queste vittime è il segno tangibile della nuova fede dell’Italia nata dalla rovina. Nessuno ha il diritto di calpestarlo, di confonderlo, di annebbiarlo.

Sono Giacomo Matteotti e i fratelli Nello e Carlo Rosselli, Antonio Gramsci e Giovanni Amendola, don Minzoni e quanti furono barbaramente uccisi, in Italia e all’estero perchè non vollero piegarsi alle angherie e alle violenze.

Perciò il 25 aprile non è un giorno qualunque, ma il simbolo di una lunga e faticosa guerra costata sangue e sacrifici, inverni passati sulle montagne, speranze e sogni di vivere in un Paese dove la libertà avesse senso non perchè qualcuno ne pronuncia il nome, ma perchè chi ne parla sa quanto è costato ottenerla. Quello fu il tempo delle scelte che diedero senso e rilievo al futuro del nostro Paese.

Perciò due questioni vanno decisamente respinte da ogni coscienza seria e attenta ai valori del nostro tempo: la cosiddetta pacificazione degli italiani, e l’idea ambigua di libertà.

Che significa pacificare? Non mistificare, non negare valore e realtà alla storia, alla verità dei fatti che qualcuno vorrebbe coprire, come si può in modo ridicolo nascondere il sole col colabrodo. Mai nulla di nuovo è nato dalla mistificazione e dalla confusione. Dal pentimento sì. Perciò solo col pentimento, o con l’ammissione di colpa, è possibile rimediare a un torto compiuto. Perchè disumano è sbagliare, ma è criminale il raggiro, il calcolo di potere, l’inganno.

Il 25 aprile non è la festa della libertà, ma della Liberazione. Senza Liberazione non ci sarebbe libertà. Questa è un valore permanente che va sempre difeso. La Liberazione è, al contrario, un processo storico. Un fatto che si ammette come valore o si nega. Non richiede pacificazioni ma prese d’atto. Reclama che si ammetta la verità delle cose.

Dubito che gli ex repubblichini di Salò abbiano vocazioni al pentimento. E perciò non ho per niente fiducia che molti degli uomini che ci governano,  che sono nella maggioranza, politica e che hanno persino avanzato una proposta di legge che equipara i partigiani con i repubblichini di Salò, siano in buona fede, o vogliano pentirsi e fare chiarezza.

Hanno un’unica, mai morta, ambizione: il potere. (Giuseppe Casarrubea)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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