Pisciotta: un caffè dolcissimo

Gaspare-Pisciotta

Gaspare-Pisciotta

Aveva detto: “Se vado all’Ucciardone mi ammazzano”. E così accade.

Questa è la principale preoccupazione di Gaspare Pisciotta. Ma in quel carcere borbonico che funziona come l’università della mafia ci va a finire lo stesso, e questo è anche, come previsto, il suo ultimo viaggio. Gli dànno il cameroncino n.° 4 che presto diventa come una regia taverna, aperta a tutti. Ma una brutta mattina d’inverno, con l’aria carica ancora di umidità, il giorno prende una piega diversa dal solito tran tran.

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Come  di consueto prepara il caffè di buon mattino. La guardia carceraria è passata da poco a controllarlo e a dargli il buon giorno.  Gasparino beve di seguito, prima un cucchiaio di Vidalin, un ricostituente prescrittogli dall’infermeria del carcere qualche giorno prima, e poi, per farsi la bocca dolce, un bel caffè. Lo beve di gusto, provando uno dei piccoli piaceri che quel luogo tenebroso poteva dargli.

Improvvisamente  si sente male, il padre gli è accanto, compagno di cella. Anche lui ha bevuto il caffè ma non accusa nessun disturbo. E’ angosciato, chiama la guardia. La guardia chiama l’infermiere. Di un dottore non c’è traccia alcuna, anche se può essere chiamato all’esterno del carcere. Sarebbe arrivato subito. Ma nessuno ha questa idea elementare.

Quando giunge l’agente infermiere, Terranova, Frank Mannino (banda Giuliano) e Giuseppe Marotta, capomafia di Castelvetrano, sono già a contatto con Pisciotta da un pezzo. Stranamente Mannino, alias ‘Ciccio Lampo’, arriva dopo. Dov’è andato nel frattempo? Lo spiega Francesco Pisciotta al giudice Garofalo: è rimasto nella sua cella ad attendere. Evidentemente sa di aspettare qualcosa [i corsivi sono nostri]:

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Andai nel cameroncino n. 4 dopo che Terranova aveva portato il flacone di Vidalin nel cameroncino n. 3 perché venisse nascosto. Il flacone venne nascosto da Mannino Frank o da suo cognato Francesco Paolo Motisi. Successivamente Mannino tornò dall’infermeria ove aveva accompagnato il Pisciotta Gaspare e si prese il flacone per mostrarlo al dott. Saso, poscia riportandolo nella cella n. 3. In seguito venne il maresciallo Catino e per di lui invito il Mannino ed il Terranova portarono il flacone nel cameroncino n. 4.Ivi senza farsi vedere dal maresciallo il Terranova ed il Mannino prelevarono dalflacone un campione del medicinale e misero poi il flacone sul tavolino ove rimase venendo chiusa col sigillo la porta del cameroncino n. 4.[1]

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Di fatto quei detenuti avevano costituito, tranne Marotta, la cordata del luogotenente di Giuliano al comando diretto del caposquadra Terranova., alias ‘Cacaova’. Si trovarono tutti in libera uscita: ‘Ciccio Lampo’ e‘Cacaova’, Francesco Pisciotta,(‘Mpompò) e l’altro Pisciotta, Vincenzo, Francesco Paolo Motisi e Giacomo Lombardo, per il quale Giuliano aveva sempre avuto un occhio di riguardo. Tutti occupanti la cella accanto a quella dei Pisciotta padre e figlio, il cameroncino n.° 3. Quali siano stati i comportamenti di tutta questa folla di persone in quella cella, in quei momenti fatali, nessuno lo sa, né i giudici indagarono più ti tanto. Ad esempio sul senso della presenza/assenza continua del Salvaggio, su quel mezzo bicchiere di olio dato dal Terranova a Pisciotta, sull’eventuale finzione del malore da parte di quest’ultimo prima che bevesse quell’olio, sull’affermazione contraddittoria del Salvaggio che non poteva avere scambiato una bottiglia con un bicchiere. E ancora sul via vai di Terranova dalla cella dei Pisciotta alla sua, sull’effettiva sorte toccata al flacone di Vidalin, sui motivi della presenza di Giuseppe Marotta in mezzo a tutti quei galantuomini, ecc.

Di certo sappiamo che Gasparino sospettò subito del veleno messo nel medicinale, che ‘Cacaova’ trafugò e portò nella sua cella, facendo ritorno subito dopo.In linea ipotetica non si può escludere la sostituzione del medicinale nella cella di Terranova e compagni, o addirittura nella stessa cella dei Pisciotta, con lo scopo di accreditare la tesi dell’avvelenamento mediante stricnina nel caffè. In tal caso alcuni occupanti la cella n. 3 avrebbero potuto agire di comune accordo con altri soggetti che potevano entrare nel cameroncino dei Pisciotta di giorno e di notte, eludendo la sorveglianza. A questo proposito occorre dire che nulla sappiamo circa la riutilizzazione, da parte di Pisciotta j., del cucchiaio usato per prendere la dose di Vidalin, anche per rimescolare lo zucchero della sua tazzina di caffè (fatto che spiegherebbe le esigue tracce di veleno rinvenutevi).

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Il grande traffico che si registra attorno al flaconcino per dimostrare alla fine che il medicinale è innocuo piuttosto che allontanare i sospetti li rafforza. Dice Salvatore Pisciotta:

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Non sono in grado di precisare se il campione di Vidalin che Mannino mi consegnò per conservarlo sia stato prelevato dal flacone dallo stesso Mannino o da altri del cameroncino n. 3; e neppure posso precisare chi fece il prelevamento dell’altro campione di Vidalin che fu poi sperimentato sul gatto, con esito negativo sulla tossicità [nda: da parte degli stessi banditi].

Al gatto somministrammo una discreta quantità di Vidalin in mezzo a due fettine di carne e in mezzo a due fettine di baccalà. L’animale mangiò la carne e il pesce con il medicinale verso le 8,30 di sabato 13 corrente e per tutta la giornata lo osservammo tenendolo legato nel cameroncino n. 3. Non mostrò nessuna sofferenza ed era in piena vitalità.[2]

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E al procuratore Pasquale Garofalo, pur escludendo la responsabilità dei detenuti del cameroncino n. 3,dirà:

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Non sono in grado di ammettere o di escludere che la boccetta possa essere stata sostituita da qualcuno prima dell’intervento della S.V. In particolare non solo in grado di stabilire se prima che mio figlio Gaspare consegnasse la boccetta al Terranova per nasconderla, avendo avuto il sospetto di essere stato avvelenato con quel medicinale, l’agente Salvaggio o altri abbiano potuto sostituire la boccetta del medicinale mettendone una genuina al posto di quella che suppongo essere stata avvelenata.[3]

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Sul Vidalin Mannino parla per tutti; i giudici gli dànno credito e la questione si chiude. Al contrario avrebbe dovuto aprirsi visto e considerato che proprio Terranova si era dato da fare – come avevano notato gli stessi magistrati  – per indurre Pisciotta a ritrattare le sue accuse contro il capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi, allora rinchiuso all’Ucciardono pure lui:

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Quando Terranova Antonino – afferma ‘Ciccio Lampo’-fatto chiamare dal Pisciotta Gaspare ebbe da lui affidata la boccetta di Vidalin che sospettava avvelenata, esso Terranova la portò nel cameroncino n. 3 e me la diede per nasconderla. Io la misi dentro il mio tascapane. Successivamente andai dal Pisciotta ed assieme ad altri lo trasportammo all’infermeria.

Dopo la morte del Pisciotta, e richiesto dal medico dott. Saso, andai a prendere dal mio tascapane la boccetta di Vidalin e la mostrai all’infermeria al dott. Saso. Egli disse che si trattava di vitamine ma tuttavia voleva consegnata la boccetta. Io mi rifiutai e messala in tasca la portai via con me. Successivamente il maresciallo Catino, nel cameroncino n. 4 mi invitò a consegnare la boccetta, ma mentre egli redigeva il verbale, io nascostamente versai un po’ di medicinale in un’altra boccetta fornitami dal Terranova Antonino; poi consegnai la boccetta di Vidalin al maresciallo Catino il quale la pose sul tavolino e fatti uscire tutti suggellò la porta del cameroncino n. 4. Da quando ebbi in potere la boccetta di Vidalin nessuno poté sostituirla fino a quando fu sigillata nell’interno del cameroncino n. 4. Escludo che possa essere avvenuta sostituzione durante il tempo che lasciai la boccetta nel mio tascapane, perché nel cameroncino n. 3 erano rimaste persone fidate, quali mio cognato Motisi Francesco Paolo, il Terranova Antonino ed i due fratelli Pisciotta Francesco e Vincenzo nonché Lombardo Giacomo che è fratello di un mio cognato.

D.R.: […] Rimasto in nostro potere il campione di Vidalin che avevo prelevato, pensai che era opportuno dividerlo in due per mandarne una parte fuori dal carcere e farla analizzare. Perciò dalla boccetta ove avevo posto il medicinale ne prelevai una parte che misi in un’altra boccetta. La prima boccetta è quella rimasta in potere del Pisciotta Salvatore mentre l’altra è quella che V.S. ha sequestrato durante la perquisizione del 13 c. m., avendola io stesso consegnata alla S.V. [4]

*

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Cerchiamo di vedere la sequenza dei fatti. Pisciotta avverte di essere stato avvelenato. Non dubita del caffè che ha bevuto tranquillamente ma del Vidalin, che evidentemente ha trovato d’un sapore strano. Fa chiamare Terranova e lo induce a prendere il flacone di quel medicinale. ‘Cacaova’ lo porta nella sua cella e lo dà in consegna a Mannino che lo nasconde nel suo tascapane. Questi contraddittoriamente afferma che essendo uscito per recarsi da Pisciotta nel cameroncino erano rimasti tutti i suoi compagni di cella, compreso il Terranova. In realtà questi, dopo la consegna della boccetta, risulta presente nella cella dei Pisciotta, ed è improponibile che Mannino non lo ricordi. Che interesse ha dunque nel tirar fuori il suo caposquadra dalla cella di Pisciotta negando persino l’evidenza?

Tutto sarebbe stato più chiaro se ciascuno, detenuto o addetto alla custodia, fosse stato al suo posto; se non ci fosse stato nessun via vai di gente incallita nel crimine attorno al corpo di uno che stava per morire ammazzato.

In sostanza l’autorità giudiziaria si trovò nelle mani ‘prove’, fornite dagli stessi detenuti,  che non avrebbe avuto se lo stesso Pisciotta non fosse stato indotto da qualcuno col quale doveva essersi incontrato il giorno prima, a tirar fuori dalla sua cella il Terranova.Ne derivò un esito imprevisto dallo stesso Pisciotta: dimostrare a terzi l’innocuità del Vidalin e che egli era stato soppresso invece con una tazza di caffè contenente stricnina.  Fatto che  devia le responsabilità su Pisciotta padre o sulla guardia carceraria. Ma l’ipotesi non regge  in considerazione dell’eccessiva quantità di veleno rinvenuto nel barattolo dello zucchero. Pisciotta avrebbe potuto prendere una medicina amara che non conosceva bene, ma mai una tazza di caffè disgustosa, amarissima, come si presenta organoletticamente la stricnina al palato. E’ ben strano che possa avere sorbito a sorsi del caffè, caldissimo perché appena uscito dalla caffettiera, reso sempre più amaro con l’aggiunta di altro ‘zucchero’ alla stricnina prelevato dal barattolo. E’ più ragionevole ritenere che abbia ingoiato d’un colpo il cucchiaio di medicinale e che per deviare le indagini gli artefici del veneficio si siano quindi liberati del veleno versandolo in quel barattolo di zucchero. In questo senso depongono tutti i sospetti avuti sin dall’inizio dallo stesso Pisciotta e da quanti inconsapevolmente giocarono un ruolo di comparse.

Corrado Castello di Noto, 51 anni, è appuntato agente di custodia addetto all’infermeria. Dice:

Giunsi all’infermeriaquando egli si trovava sotto le cure del dott. Saso ed ebbi soltanto il tempo di domandargli che cosa si sentisse. Mi rispose: – mi sento male -. Subito dopo colto da una crisi convulsiva spirò.

Nell’infermeria erano il padre di Pisciotta, Mannino Frank e qualche altro che non ricordo.

D.R.: Frank Mannino teneva in mano una bottiglia dicendo: – questo medicinale ha bevuto Pisciotta e per questo è morto. Il Mannino rimase in possesso della bottiglia inquantocchè si rifiutò di consegnarla a chiunque.[5]

*

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L’assassino è, dunque, la persona che, entrata nel cameroncino di Pisciotta, ha avuto la possibilità di buttare la stricnica che gli era rimasta dopo l’avvelenamento del Vidalin, nel barattolo dello zucchero, deviando in tal modo le indagini.

Punto e a capo. Al mistero del flacone si aggiunge quello delle iniezioni di ‘rianimazione’. Secondo Antonino Terranova fu l’infermiere Buscaino a praticare due iniezioni: una di canfora e una di sparteina, prima che Pisciotta fosse portato all’infermeria[6]. Qui tutto è vano. Dopo pochi minuti Pisciotta muore. Mannino, prende con sé il flacone di Vidalin e lo fa pervenire nel suo cameroncino, secondo le istruzioni fornitegli da Gaspare Pisciotta. Si tratta probabilmente di un flacone dimezzato dopo che Terranova ha già provveduto a toglierne una parte e a farla nascondere dai suoi compagni di cella.

Quattro giorni dopo, al procuratore Pasquale Garofalo che lo interroga Salvatore Pisciotta riferisce che egli ha prelevato dalla boccetta di Vidalin una piccola quantità del medicinale che teneva conservata, dicendosi disposto a consegnarne una parte, “trattenendo il resto per sé”. Precisa che il prelevamento è avvenuto, presumibilmente nel cameroncino n.3, mentre egli si trovava all’infermeria, ad opera di Frank Mannino, al quale la boccetta “era stata consegnata”. Quindi questa era stata poi riportata nel cameroncino n. 4.

Subito dopo la morte di Gaspare- aggiunge-si era recato nella prima sezione dove Mannino gli aveva fatto avere “la bottiglietta con parte del medicinale prelevata”affinché la conservasse “per eventuali accertamenti privati”.[7] A questo punto inutile dire che tutti i giochi potevano essere stati fatti. Non ultimo quello di avere giocato con una boccetta innocua che avrebbe potuto sostituire, dopo l’avvelenamento, il flaconcino di Vidalin appositamente trattato. Perché indubbiamente quella sostanza medicinale, per le sue stesse caratteristiche chimiche –come ebbe a notare il sostituto procuratore Pietro Scaglione-non avrebbe consentito “lo scioglimento di nitrati di stricnina” e avrebbe richiesto, quindi, che fosse sostituita. Supposta questa ipotesi l’operazione non poteva che essere stata fatta tra la mattina dell’8 e l’ora che precede la morte di Pisciotta. Ad avvalorarla ci sono alcuni indizi:

1) quel medicinale era stato prescritto e fornito al ‘paziente’ dall’infermeriadel carcere solo da qualche giorno e secondo una dichiarazione del padre quello era proprio il primo giorno in cui Pisciotta j. lo assumeva (secondo Mannino era il terzo).

2) In ogni caso Gasparino non poteva avere acquisito la capacità di distinguere al palato un medicinale da un altro, tanto più che un cucchiaino di medicinale si inghiotte immediatamente senza assaggiarlo. Inoltre zucchero e caffè erano stati adoperati anche la mattina del 7 e dell’8 febbraio senza dare luogo a inconvenienti di sorta. Restava assolutamente imprudente da parte della pubblica accusa l’esclusione della pista ‘Vidalin’ per il semplice fatto che Frank Mannino e altri detenuti avevano provato quel ‘medicinale’ su un gatto ben quattro giorni dopo la morte di Pisciotta.

*

Molti delitti hanno una causa comune: è quell’intreccio di irrazionalità necessario a rendere un fatto impenetrabile, costantemente deviante e confuso. Una loro caratteristica, specie quando essi sono attribuibili all’azione umana in determinati contesti, è l’antinomia delle contraddizioni poste in essere e la difficoltà di percorrerle pervenendo con certezza ad escluderne qualcuna. Così Salvatore Pisciotta e Frank Mannino si contraddicono. Ad esempio secondo il primo l’iniezione di canfora praticata a Gaspare si colloca all’interno del cameroncino n.4, secondo l’altro all’infermeria. Ora siccome entrambe le dichiarazioni furono rese a caldo è difficile pensare che uno dei due non abbia mentito. C’è un particolare ancora che non va trascurato: il giorno prima di essere ammazzato Pisciotta incontra Mannino. Il primo fa un “bagno in vasca”, l’altro una doccia.  Cosa avranno architettato assieme i due? La fuga dal carcere di Pisciotta attraverso la finzione di un suo grave o reale malore? Non lo sappiamo.  Certo è che la mattina di quel 9 febbraio 1954, nel gioco delle parti,  ciascuno ne svolse uno all’insaputa dell’altro e che nell’intreccio mortale di cui fu vittima Pisciotta questo gioco maledetto produsse i suoi effetti grazie alle azioni isolate che ogni elemento produsse  spinto da un’unica regia.(G.Casarrubea)


[1] Cfr. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Atti concernenti la strage di Portella della Ginestra (CPIM-PG),Verbale di sommarie informazioni di Francesco Pisciotta (‘Mpompò), 20 febbraio 1954, p. 582.

[2] Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Salvatore Pisciotta, 19 febbraio 1954, p. 552.

[3] Cfr. ibidem, 20 febbraio 1954, p 559.

[4] Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Frank Mannino, 20 febbraio 1954, pp. 566-567.

[5] Cfr. ibidem, Verbale di sommarie informazioni di Corrado Castello, 11 febbraio 1954, p. 437.

[6] Cfr. CPIM-PG, Informazioni del Maresciallo maggiore comandante Francesco Catino, Palermo, 9 febbraio 1954, parte terza, pp. 410-412.

[7] Cfr., ibidem, Verbale di sommarie informazioni di SalvatorePisciotta, 13 febbraio 1954, pp. 457-458.

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Pisciotta: un caffè dolcissimo

  1. Pingback: Coincidenze | GiulioCavalli.net

    • casarrubea ha detto:

      D’accordo, forse, sul supposto caffè avvelenato di Sindona. No certamente su quello di Pisciotta. Perchè è dimostrato che Gasparino, il luogotenente dell’altro grande criminale che fu Giuliano, sul quale qualcuno scrive pure romanzi e fa teatro, non avrebbe potuto sorseggiare con gusto un caffè amarissimo a causa di più cucchiaini di zucchero pieno di stricnina. E’ possibile che dopo sessant’anni esatti ancora si crede a questa favola?

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