1° maggio a Portella

Il corteo di Piana degli Albanesi si muove verso il pianoro (1°maggio 2009)

Il corteo di Piana degli Albanesi si muove verso il pianoro (1°maggio 2009)

Vado ogni anno a Portella della Ginestra e provo sempre la stessa sensazione. Il luogo, inaugurato dal medico anarchico-socialista Nicolò Barbato nel 1893, ha in sè qualcosa di magico e di profondo. Tutto qui ha un suo linguaggio, come se i massi, le colline, le montagne che degradano verso Piana degli Albanesi, narrassero una storia antica, lontana nei secoli e nella memoria e nello stesso tempo a noi molto vicina. A volerla sentire.

Portella è un pianoro al centro di tre punti nodali equidistanti: il cozzo Rahji Dxhait a 440 metri da quello che ormai è conosciuto come “sasso di Barbato”; il cozzo Valanca (710 metri); il costone degradante della Pizzuta (730 metri). A ridosso del pianoro, di fronte al Kumeta, verso il Pelavet, esiste poi un costone roccioso che guarda verso la valle anch’esso a poche centinaia di metri dal centro di un immaginario cerchio di cui tutti questi rilievi costituiscono il confine. Insomma, a volerlo trovare, nessun altro luogo, quel 1° maggio 1947,  si sarebbe prestato meglio ad un’azione di tipo paramilitare, come in un western, o in un’azione di guerriglia.

Qui incontro sempre due anime. La prima, rituale, burocratica, sindacalese, vecchia, sicura di verità date, retorica. La seconda consapevole del dubbio, arrabbiata, giovane, che si interroga, muta e angosciata. Perciò, le parole pronunciate qui, mi hanno sempre infastidito e ho ritenuto che il migliore omaggio ai morti avrebbe dovuto essere la sacralità del silenzio, l’umiltà nell’ascolto di quelle pietre, l’osservazione del luogo, di per sè più eloquente di ogni discorso dissacratorio, più di una profanazione. Quei morti ne richiamarono altri, quando un mese e 22 giorni dopo la strage furono prese d’assalto le Camere del Lavoro della provincia di Palermo. I giudici di Viterbo unificarono il processo per le due stragi e nella conta dei morti considerarono anche quegli altri caduti, mai menzionati nei rituali dei comizi ufficiali, in questo luogo dove i carnefici programmarono altro sangue da versare all’altare del loro dio pagano.

Il Pelavet che sovrasta il 'sasso di Barbato'

Il Pelavet che sovrasta il 'sasso di Barbato'

Fino a pochi anni fa si sconoscevano persino i nomi esatti dei morti e dei feriti e l’elenco dei “sindacalisti” assassinati – si diceva – dalla mafia e dal bandito Giuliano, tra il 1945 e il 1950, era molto carente, quando non riportava persino nomi e cognomi storpiati. Oggi le cose sono un pò cambiate. Le prime radiografie sui corpi dei feriti fino a qualche anno fa ancora viventi, sono state effettuate dall’Associazione tra i familiari delle vittime di Portella e di altre stragi avvenute in Sicilia, ‘Non solo Portella’, grazie alla generosità di un esperto di medicina legale, il dottor Livio Milone. Ci sono voluti i privati e il volontariato per cominciare a capire qualcosa.

Meriti e difetti, forse storicamente inevitabili, sono propri del mondo della sinistra in generale. Qui hanno giocato negativamente campanilismi locali e presunzioni di verità dovute all’etnocentrismo.  Naturalmente questo peccato non appartiene a tutti ma a molti  e costituisce, nei comuni più vicini a Portella, una prerogativa della sinistra in calo verticale. In specie di quella che ritiene che il tempo sia statico e si possono lasciare le cose là dove si sono  abbandonate  in tempi remoti.

Perciò non deve stupire che in questa condizione, molti abbiano interesse a mettere i bastoni tra le ruote; a ritardare il raggiungimento della verità sulle stragi di quella primavera di sangue. Per loro la verità fu dettata dal ministro dell’Interno Scelba il 2 maggio 1947 all’Assemblea Costituente o è quella dei sempre più numerosi testimoni che dopo sessant’anni ricordano fatti e circostanze di quella giornata ora raccontati ai giornalisti ma mai esposti agli organi inquirenti e ai magistrati.

Il cozzo Rahji Dxhait ai piedi del Kumeta

Il cozzo Rahji Dxhait ai piedi del Kumeta

Portella è sempre stata e continua ad essere un mistero per i morti che reclamano giustizia e per i vivi che hanno fatto di tutto per impedirla, che hanno sempre “sputato dal dente”, come accadeva nelle maleducate abitudini di certi “bravi” di manzoniana memoria. La retorica e l’indottrinamento hanno sostituito la voglia di verità e la sinistra è diventata quasi fossile, con i difetti che le erano propri, aggravati da quelli che le sono derivati dalla sinistra italiana, da un sindacalismo spicciolo da impiegati  negli uffici del vecchio Pci, e da una verbosità priva di sostanza.

Il trionfo del “popolo delle libertà” e il cambio della guardia al governo della città attorno a Portella acuiscono il contrasto con le celebrazioni del 1° maggio in specie in questi ultimi anni. Ma non vorrei proprio che prevalessero, fino a diventare irrimediabili, i difetti che impediscono alla sinistra di affermare i valori e gli ideali per i quali molti lavoratori e molte lavoratrici, donne e bambini innocenti hanno perduto la vita.

In specie di questi tempi e in questo territorio dominato dalla mafia e da un vecchio e solido radicamento fascista messo a tacere per quasi cinquat’anni. (G.Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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