La sindrome del duce


Benito Mussolini

Benito Mussolini

Tra le tante malattie che affliggono la nostra classe dirigente, una è molto diffusa e colpì, primo tra i tanti,  Benito Mussolini. E’  il delirio di onnipotenza. Si potrebbe chiamare anche sindrome del duce, visto l’illustre antenato. Ne sono rivelatori alcuni sintomi: l’egocentrismo ipertrofico, il complesso di superiorità, il vanto retorico delle proprie virtù maschiliste, il senso del dominio, la tendenza sottile a sovvertire le regole legali e sociali. Sono soltanto alcune componenti del quadro clinico che potrebbe definirsi studiando anche i casi di certi personaggi a noi più vicini e che sarebbe erroneo considerare come figure nuove dei nostri tempi. Sono invece vecchie,  esistono da tempo nella storia nonostante l’artefatta virtù che si attribuisce ai fenomeni illusori, come quello della fata Morgana, che accadeva sullo stretto di Messina. Anche i principi azzurri sono l’effetto di simili illusioni ottiche proprie dei comuni mortali. Il tam tam delle grancasse dell’informazione li  trasforma nei leggendari eroi delle favole per bambini. Ma la filosofia è sempre quella dei pesci grossi che mangiano i pesci piccoli; dei pescecani che fanno scempio di pesci innocui e di lupi che divorano pecore.

Questi aspetti, e soprattutto quelli del gallismo, sono cari alla letteratura del Novecento, a Sigmund Freud o a letterati come Vitaliano Brancati e il grande Pirandello. Il Novecento è stato tenuto a battesimo da questa crisi mistificatoria del “maschio italico” durata un secolo, e anche i gusti degli italiani si sono deformati correndo dai modelli normali dello sviluppo a quelli raffinati dell’attuale edonismo amorale. Ha investito anche i gruppi dirigenti della società  sempre più lontani dal senso della democrazia. Essi hanno veicolato tra la gente i caratteri distorti del loro potere di comando, sempre più accentrato, deviato, fino alla rottura di ogni saggezza antica.  Così Mussolini arrivò alla dichiarazione di guerra nel 1940, senza rendere conto a nessuno delle sue scelte personali e unilaterali. Totalmente pieno di se stesso. Inghiottito dalla sua stessa mente. Per altre vie e con altri intenti, anche oggi il potere si accentra nelle mani di pochi, fluendo come dentro un imbuto. Fino a concentrarsi in un solo punto. E’ una crisi di rappresentanza che attraversa il Novecento e arriva ai nostri giorni allungando il secolo breve, quasi a rendergli giustizia dei torti attribuitigli, quando lo si è ridotto dal tempo naturale della sua durata anagrafica a quello artificioso e curioso in cui lo ha compresso Eric Hobsbawm.

In questa storia c’è anche, di riflesso, l’altra faccia della medaglia: quella delle classi subalterne, degli ultimi. I migranti, perchè la deformazione della democrazia e del potere investe i più deboli, scaricando su di loro la forza negativa della sua deviazione. Fino all’assurdo. Se le cose vanno male, la crisi investe l’economia e la società, è sempre più diffuso il senso dell’insicurezza, allora la colpa non è di chi li ha generati, ma di quelli che non hanno colpa alcuna. Le nuove norme sulla sicurezza sono molto vicine alle leggi razziali del ’38. Colpa degli untori: i clochard, i barboni, che dormono per strada. Per colmare il limite dell’assurdo e del ridicolo il governo li obbliga, pena l’arresto, a denunciare il loro domicilio. Dove abitano? Sotto i ponti? Non è possibile. Dovranno da ora in poi prendere un locale in affitto e indicare agli uffici competenti dove abitano. Così la gente  comune dorme più tranquilla. C’è lo spaccio di droga? Perchè colpire le mafie e i trafficanti? Meglio mantenere il problema sempre aperto mandando in giro le ronde, possibilmente armate, sia pure di qualche mazza.

Giustamente, pertanto, Natalia Aspesi su la Repubblica del 13 maggio 2009, parla di “lanzichenecchi dell’insulto”. “Un muro compatto di giornali e televisioni di massimo cinismo”. Di “perdita di equilibrio del costume italiano” dovuto agli ultimi fatti personali del presidente del consiglio.  Le donne “bersaglio del maschilismo più fascistoide”. La donna che torna ad essere solo sesso, da disprezzare, irridere, additare al pubblico ludibrio, oppure se servizievole da esaltare”. In questo quadro , con i giornali in crisi, trionfano i “settimanali rosa”, e la gente meno pensa, più è contenta.

Quest’Italia smidollata con i suoi nuovi leader e capi ci fa pensare alla nuova cultura dell’immigrazione. Come scrive  nello stesso giornale Saviano: “Io so che quella parte d’Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L’Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in sè la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada nella propria terra”. Ma tutto questo avrebbe un senso se noi italiani avessimo conservato la memoria che invece abbiamo smarrito. Anche noi non sappiamo più in che paese siamo. (G. C.)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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