La “vampa guttusiana”

Renato Guttuso

Renato Guttuso

Non ricordo esattamente che anno era. Forse il 1972, quando il partito di Enrico Berlinguer era in espansione e non ci si vergognava affatto di appartenere alla più grande formazione comunista dell’Europa occidentale. Un partito in crescita continua tanto che nel 1976 raggiungeva il suo massimo storico e nelle europee del 1984 vedeva, per la prima volta nella storia politica italiana, il grande sorpasso. Il Pci d’un colpo era il primo partito italiano e superava la grande balena bianca: la Dc di Fanfani, Moro e Andreotti.

A pensare alle imminenti elezioni europee che si svolgeranno  il 6 e il 7 giugno 2009 è come se tutto il mondo si fosse rovesciato, col crollo del muro di Berlino, la liquefazione inimmaginabile dell’Urss, la scomparsa dei paesi del cosiddetto socialismo reale, e la nascita dei nuovi mostri prodotti dall’integralismo islamico. Come in un passaggio di staffetta ben calcolato a Gorbaciov è subentrato Bin Laden e il mondo si è messo a girare in un altro modo.

Un mondo di nuovi nemici si affaccia ora attorno al nostro orizzonte; la nostra tradizione democratica sembra aver perduto i suoi punti cardinali, a cominciare dai grandi valori della Resistenza. E ai vecchi fantasmi di un tempo, tutto sommato controllabili e in leale concorrenza  con i comuni mortali, sono subentati altri spiriti maligni, non migliori di quelli passati. Come se non avesse mai avuto luogo la faticosa ricerca di soluzioni nazionali alla nostra collocazione nel mondo (terza via al socialismo, sforzi di apertura a sinistra dopo il dicembre 1963, l’intesa tra laici e cattolici, ecc.) e come se in Italia, con i limiti e le virtù del suo passato, la democrazia fosse sempre all’anno zero. Anzi, retrocedesse in modo rovinoso verso un abisso che non ha fondo. E’ mutata la concezione della classe operaia e dei lavoratori in genere; il capitalismo si è imposto come modello unico, il mondo marcia verso una società monolitica. Si avverte la mancanza di dialettica, di gioco delle parti, nonostante ci siano in giro molte comparse, a destra e a sinistra.

La trasformazione genetica ha investito tutti. La sinistra si è immiserita rinnegando il suo passato, quasi vergognandosene, e nel confuso tentativo di darle un corpo e un’anima la destra è diventata al contempo maggioranza ed opposizione di se stessa. Nonostante i suoi scheletri negli armadi, le tragedie della storia.

Ignazio Buttitta

Ignazio Buttitta

In uno di quegli anni grassi, quando il pane si chiamava pane, e il nero era il segno del lutto, come il rosso quello dell’allegria, vissero due uomini che ricordo con grande nostalgia. Sembrano rievocare epoche rinascimentali. Il primo è  Ignazio Buttitta, morto una decina d’anni fa quasi centenario. Lo avevo invitato a Partinico – ho delle remore a dirlo – per una recita di poesie. Ma allora la poesia suscitava emozioni e le parole avevano la forza di trainare tutto. Come una locomotiva. Lo ricordo con piacere perchè allora i versi avevano un senso e davano corpo all’azione. Non erano scorze vuote e neanche promesse.  Erano qualcosa che aiutava  le persone a trasformare il loro mondo.

Ignazio era bravo e umile. Gli regalavano una bottiglia di olio di oliva buono, perchè non c’era cachet da pagargli ed era felice  di una simile paga in natura. Recitava e poi lo accompagnavano al suo paese, a Bagheria, dove facevano il pane di casa, sempre caldo di forno a legna.   O nei pressi di Santa Flavia dove, se non ricordo male, trascorreva giorni di riposo. A Bagheria lo legavano i suoi natali ma anche il suo antifascismo che aveva in comune con l’altro grande del paese, Renato Guttuso. Renato aveva la stessa generosità del suo conterraneo. Se gli chiedevi qualcosa che poteva fare la faceva. Era operativo come Ignazio. Puntava all’essenziale, e cioè alla gente, al loro cuore. Entrambi erano due comunisti di petto, autentici. Il comunismo di cui erano interpreti  aveva qualcosa di magico. Sapeva più di romanticismo che di razionalità. Era un fatto culturale, una moda, uno stile e un modo di essere. Prescindeva dalle convinzioni religiose. Era affermazione di laicità. E questi caratteri sembra avere il grande dipinto di Guttuso “I funerali di Togliatti”  (1972), una chiamata a raccolta dell’intellighentia della classe operaia: quella che aveva gettato le basi della democrazia e della laicità moderne, e l’altra, ancora presente e attiva.  Tutti lì, in un grande consulto, tra operai e bandiere rosse: Antonio Gramsci e Luigi Longo, Giuseppe Di Vittorio e Giorgio Amendola, Nilde Iotti ed Enrico Berlinguer.

Guttuso, "I funerali di Togliatti", 1972

Guttuso, "I funerali di Togliatti", 1972

Non riesco a separare Ignazio da Renato. Entrambi amavano il mondo, i valori, i colori, la parola. Odiavano la retorica vuota, il non senso delle cose, gli apparati, la burocrazia, le cerimonie stantie e ripetitive, la mummificazione delle idee. La politica ridotta a recitazione, a finzione. Li rivedo adesso che li ho ripescati dalla mia memoria in due fotogrammi, rari e intensi.

Il primo, il poeta del popolo, si muove tra le rocce di Portella. Vende “Io faccio il poeta” (1972), pubblicato, mi pare, da Feltrinelli. Per ogni acquirente scrive una dedica: “A Giuseppi ca cu’ l’occhi cerca i negghi chi caminanu ‘nto celu cu l’ali russi” (“A Giuseppe che con gli occhi cerca le nebbie che camminano nel cielo con le ali rosse”). Le sue tasche sono tascapani: in una tiene una bottiglia di vino, in un’altra un pezzo di pane imbottito di formaggio  e salame. Era così Ignazio, naturale come i contadini, senza pudori per la gente. Parlava sempre in dialetto siciliano e la sua voce era forte, espressiva, capace di trasmetterti la  musicalità di una melodia antica, primordiale. Amava il giusto bere, quando il vino era fatto nelle botti di casa. E anche le donne, alla maniera di Renato, nel senso sano, pieno, della gioia della corporeità, del dono della natura, della loro spiritualità anche. Perchè la donna è la madre che trasmette la lingua adottata dai padri. E chi perde la lingua è schiavo, scriveva nelle sue poesie. A un uomo –dicevano i suoi versi – toglietegli tutto: il letto in cui dorme, la tavola in cui mangia. Mettelelo in catene, denudatelo: è sempre libero. Un popolo diventa povero e servo quando perde la lingua adottata dai padri. Allora è perduto per sempre. Ignazio: un genio che aveva previsto con quarant’anni di anticipo quello che sarebbe successo dopo. Come Pasolini.

Renato Guttuso

Renato Guttuso, "Nella stanza le donne vanno e vengono" (1986)

Entrambi pensavano che “l’italianizzazione dell’Italia” si sarebbe fondata “su un ampio apporto dal basso, appunto dialettale e popolare ( e non sulla sostituzione della lingua pilota letteraria con la lingua pilota aziendale, com’è poi avvenuto)”. Pasolini pensava ottimisticamente a una specie di “risperimentazione” del loro passato da parte degli uomini, “dopo averlo artificialmente superato e dimenticato in una specie di febbre, di frenetica incoscienza” (Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975). Ma era perfettamente consapevole della drammaticità e della poeticità dell’autore di “Lungua e dialettu”. Per i tempi che non erano più quelli del “manierismo comunista protonovecentesco” su cui si sorreggeva la sua visione del “popolo”.  “La figura retorica del popolo – scriveva Pasolini – che, in una vampa guttusiana, affolla di pugni chiusi e vessilli le sue poesie, diventa perfettamente reale se vista […] come inattuale. Appartenente cioè a quel mondo in cui si parlava il dialetto, e ora non  lo si parla che con vergogna, dove si voleva la rivoluzione, e ora la si è dimenticata, dove vigeva comunque una grazia (e una violenza) da cui ora si abiura.

Sullo stesso piano manieristico caro alle ufficialità politiche del Pci, per le quali ogni forma di propaganda aveva una sua particolare efficacia divulgativa, e mai l’inconsistenza insignificante della  vacuità elettorale odierna, si muoveva l’altro grande artista della comunicazione che era Guttuso.

Renato era più aristocratico. Non aveva affatto l’aria del contadino. Era un intellettuale molto raffinato ed elegante. Nel suo antifascismo c’era stato Carlo Levi. Quando lo scrittore torinese era schedato e perseguitato dai fascisti, e quando essere antifascista era un pericolo. Ma Guttuso non se ne dava pensiero. I due si incontravano ugualmente e Renato imparava i rudimenti dell’arte. Condivise con Levi la sua generosità e il suo amore per il Mezzogiorno, ma a differenza del suo amico e maestro fu soprattutto un siciliano. Ebbe cioè radicato e profondo nell’animo il senso della vita e della morte che dipinse nelle sue manifestazioni più crude, più evidenti. Dalla corporeità femminile alla crudezza del disfacimento.

A Partinico l’incontro con questo grande che volli a tutti i costi ebbe il successo del grande pubblico. Confesso col senno del poi che in quegli stessi anni in cui Ignazio recitava “Io faccio il poeta”, Renato era per me, e volevo che così apparisse, l’intellettuale politico gramscianamente organico. Tenne un incontro di natura politica, infatti, che non pensai di registrare. Disegnò colombe e falci e martello a non finire,  per la gente che era venuta ad ascoltarlo e ancora oggi credo conserva, bene esposti nelle stanze di rappresentanza, questi semplici disegni del maestro, come cimeli, segni di un amore.

Sempre che la falce e il martello, che disegnava per intero senza alzare  mai la punta della matita dal foglio, non sia stata ormai destinata ai roghi dell’incultura, ed eliminata dalla storia e dall’alfabeto della comunicazione.  Ma a perdere, anche questa volta, non sarebbero Guttuso e la sinistra, ma la cultura italiana. (GC)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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