Antimafia di carta

Gatto Silvestro

Gatto Silvestro

Apprendo che l’Amministrazione comunale di Partinico ha assegnato in questi giorni all’Associazione “Gatto Silvestro” un ampio immobile confiscato alla mafia, sito nella via Fermi. L’adempimento sarebbe un esempio di attivismo amministrativo se dubbi e sospetti non serpeggiassero tra la gente di buon senso e tra quanti, dando un’occhiata ai partecipanti all’avviso di concorso, notano che vi sono, tra gli altri, l’Associazione tra i familiari delle vittime di Portella della Ginestra, della mafia e di altre stragi compiute in Sicilia, denominata “Non solo Portella onlus”, Legambiente, L’Associazione contro la droga, Libera e l’Osservatorio sulla legalità “Giuseppe La Franca”, tutti esclusi o messi ai margini in graduatoria, come enti di poco conto rispetto al più nobile e, a quanto pare, più produttivo di risultati antimafia, “Gatto Silvestro”.

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Stando così le cose la situazione appare paradossale, senza nulla togliere alla nobiltà delle azioni poste in essere dall’Associazione “Gatto Silvestro”, o dall’Amministrazione che l’ha prescelta. In merito alla prima , purtroppo pare ci sia un pregresso di totale inerzia su un precedente bene assegnato; sulla nobiltà di intenti della seconda nessuno dubita, perchè la giunta ha dato sempre verbali e verbosi segni di attività politica e culturale antimafia. L’importante, si sa, è che le carte siano a posto, procedimenti compresi e relativi verbali.

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L’Antimafia ha subito nel tempo delle sue evoluzioni. E’ stata prima un’antimafia reale, con le sue vittime, i suoi eroi, i suoi combattenti più o meno solitari. E’ diventata quindi antimafia di piazza. Qualcuno l’ha trasformata in occasione di carriera (senza riferimento a Sciascia) e si è involuta poi in arte declamatoria, per scoprirsi infine antimafia di carta.

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Nel nostro caso il paradosso è chiaro. Ci si chiede infatti se in un paese civile sia lecito, con la solita spocchia, prendere a calci chi da decenni lavora a favore dei familiari delle vittime della mafia, come l’Associazione “Non solo Portella onlus” che ho l’onore di rappresentare, o altri organismi che hanno affrontato con abnegazione e sacrificio un duro lavoro per lo sviluppo civile di questa nostra cittadina dove si sta sempre peggio. Sul piano economico e su quello sociale. Con la morte nell’anima. Pare infatti che tra morti ammazzati, arsenali rinvenuti, “piantagioni” scoperte, macchine incendiate, non siamo proprio ai primi posti in graduatoria tra i paesi più civili del mondo.

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Lo dimostra anche il modo in cui agisce il partinicoto, cioè la classe dirigente che questi si sceglie. Lo sforzo che il comune cittadino deve fare è sempre quello di ricondurre l’informazione, o la semplice comunicazione, alla sua correttezza. In distorsioni della comunicazione Partinico è specializzata. Persino nella segnaletica stradale. Voglio dire a un livello strutturale. Vuoi eliminare un avversario? Denigralo. Vuoi eliminare un concorrente, qualcuno che non ti è gradito? Devi semplicemente dire che non ha i requisiti per accedere, neanche per essere preso in considerazione. “Non solo Portella onlus” sarebbe stata esclusa, per mancanza di documentazione. Al contrario non ha presentato qualche documento che il bando non prevedeva. In ogni caso il sindaco dovrebbe sapere, visto che amministra, che un buon amministratore non può considerare escluso un soggetto avente diritto, in quanto, appunto, soggetto di diritto compatibile con le finalità del bene pubblico da assegnare. E per un altro motivo, questa volta giuridico. E cioè il principio giurisprudenziale dell’avvio di documentazione. Se un’amministrazione riceve un atto incompleto ha il preciso dovere di richiederne il perfezionamento. Non la decapitazione.  Ciò naturalmente se ha a cuore il suo progetto di “bene pubblico”. Altrimenti tutti i cavilli sono buoni per il vecchio detto: -fatta la legge, trovato l’inganno.

Il problema è politico e non burocratico, perchè tutti sappiamo come sia troppo facile e comodo, quando si vogliono ottenere certi scopi, precostituire bandi ad escludendum, o applicarli alla lettera, come nelle azioni di protesta dei burocrati. Ma questo interesse per il bene maggiore per la comunità, come scopo sostanziale di una iniziativa pubblica, specie se di natura antimafia, mi rendo conto che è proprio la cosa che manca nelle teste di certi amministratori. L’onorevole Tizio, o il personaggio Caio, arrivano o se ne vanno ad un convegno come quello dello scorso dicembre sulla Cantina Borbonica?  Gli amministratori locali che fanno? Lasciano tutto e tutti, invitati compresi, e si mettono in coro a festeggiare lor signori. Siamo fermi alla giunta dei veglioni, se non siamo andati decisamente più indietro. E così, continuiamo col solito tran tran. Le processioni, i cantanti in piazza, il corso illuminato per la festa, gli addobbi di Natale e capodanno, e le campane che quando suonano pare che suonino sempre a morto. Col solito vento che tira nella stessa direzione. Scirocco africano.

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Per chi ha intenzione, voglia e  pazienza di rimanerci Partinico è tutta qua. Per il momento prendo atto che si è prescelto chi, da quanto si dice, nella campagna elettorale delle scorse amministrative, ha sostenuto il candidato sindaco appoggiandolo con una propria lista. Non voglio entrare in merito e non voglio neanche sapere se questa persona al momento del bando e del suo espletamento aveva rapporti di dipendenza con l’amministrazione del Comune, prestandovi un qualche impiego. Voglio parlare semplicemente di ciò che ho desiderato, di ciò che ho sognato per il mio paese e per la formazione di una nuova coscienza civile che vedo allontanarsi sempre di più, a diversi livelli, dalla speranza di un futuro diverso, a misura di uomo. E non per questo ennesimo fatto che conferma quanto ho sempre pensato di questa nostra realtà.

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Non appartengo alla razza di quel sindaco che diceva sempre in tutte le salse di amare Partinico. Io non l’amo affatto. Mi ha sempre tolto tutto: da quando sono nato a oggi. Perciò l’ultimo gesto di questa amministrazione egregiamente rappresentata da un Tizio che si professa sindaco, non mi dice niente di nuovo. Mi dà solo conferme. E delusione.

Da vent’anni lavoro alla costruzione di un Archivio storico, unico nel suo genere. L’Archivio è una realtà significativa, aperta a tutti. E’ un bene pubblico costato moltissimo. Raccoglie circa trentamila documenti provenienti da Usa, Gran Bretagna, Slovenia, Italia, e tra poco si aggiungeranno alcuni paesi dell’Europa orientale, dai quali sono stato autorizzato ad effettuare ulteriori ricerche. Sempre a titolo personale, spendendo i miei soldi, la mia salute e il mio tempo.

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Ho più volte e verbalmente ripetuto a questa Amministrazione che il mio desiderio è quello di mettere a disposizione gratuita di scuole, università, studiosi e quanti non vogliono smarrire la loro memoria questa massa di materiali che finora è servita a far conseguire in Italia e all’Estero numerose tesi di laurea per giovani universitari e ricercatori. Utilissima anche a docenti di tutti i livelli. L’Archivio è stato visitato da scolaresche delle Università tedesche e da intellettuali spagnoli. Vogliono sapere della Sicilia, della mafia, della storia di questo nostro paese. Ma qui non abbiamo nulla. Neanche un locale, neanche gli scaffali dove collocare i faldoni dei documenti. Anche per la consultazione dei miei libri  da parte di quanti me ne fanno richiesta, sono costretto a inviare i richiedenti alla biblioteca di Alcamo, dove conservano persino alcuni miei saggi introvabili.  Ma alla biblioteca comunale  di Partinico non c’è traccia dei miei lavori. Non posso dire di essere contento di questa situazione perchè Partinico, nonostante tutto, è il mio paese.  Non lo amo, ma non lo odio.

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Ora abbiamo bisogno di informatizzare l’intero Archivio perchè sia messo a disposizione di tutti visto che in un anno è stato già visitato, via internet, da oltre sessantamila persone. Sono soprattutto giovani che vogliono sapere, che non si accontentano delle solite verità libresche, che si interrogano. Sono la speranza del nostro futuro. A Partinico e nel mondo. Speravo molto nella lungimiranza culturale e politica di questa amministrazione. Ma era la speranza dell’ottimismo della mia volontà a farmi sognare.

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Adesso so che non è così, e perciò non escludo che tra qualche tempo trasferisca l’Archivio altrove, dove magari non ti chiudono la porta in faccia, non ci sono “consoli romani” a cui rendere conto di quello che si fa. Sono convinto che nella condizione culturale in cui vive questa giunta di governo cittadino il criterio di orientamento sia il premio della gestione improduttiva. E’ la cultura del Gattopardo. Questo è un paese con alti tassi di follia, dove provi il senso dell’esclusione, dove parli e sai che non ti  ascoltano, dove le parole non hanno senso perchè non trasformano gli uomini, come sosteneva Carlo Levi, ma servono a renderli schiavi della loro condizione. Dove si può sbattere, senza neanche ricorrere alle accortezze del caso, la porta in faccia a vittime di mafia ancora offese, senza verità e senza giustizia. Dove non c’è valutazione delle cose e quando c’è si valuta non per includere, aggregare, costruire, ma per separare, dividere, mettere gli uni contro gli altri. Qui non c’è valutazione. C’è calcolo. Nessuno pensa che si debba dire: hai fatto bene, ti premio. Hai fatto male, non presentarti. In questo paese anomalo non ci sono processi  valutativi della pubblica amministrazione, tranne che a Scuola. La linea generale è tendere a non verificare nulla. Ad esempio se il contratto stipulato per la valorizzazione di un bene assegnato in precedenza è stato rispettato. O se l’interessato ha gestito bene quanto gli è stato assegnato. Si premia l’inerzia, perchè altri sono i criteri alla base della valutazione e degli scopi che si assegnano alla cittadinanza. Se ci sono e se si assegnano. Qui le parole non hanno senso, e le facce di chi dovrebbe sentirsi la responsabilità del cambiamento sono facce di bronzo.

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Sono abituato a ragionare col buon senso. O può darsi che lor signori ragionino benissimo e sia io a perdere colpi. Certo è che Partinico, tradizionale feudo elettorale di potentati venuti sempre dall’alto e da fuori, è veramente un paese da incubo. Funziona la cultura del gabellotto. In alto c’è il signore palermitano o romano, in basso il partinicoto. Una  tipologia di siciliano al quale piace farsi amministrare in gabella. Io ti dò questo e tu mi dài quest’altro. Di solito quello che il cittadino dà vale molto di più di quello che riceve. Ma non fà niente. Alla faccia dell’antimafia. “Gatto Silvestro” o “Paperino” vanno bene, specialmente per i bambini e va bene pure la rete che per loro si è appositamente costituita: un’associazione tra figure del mondo fantastico dell’infanzia, i mutilati e i reduci di guerra, e qualche carabiniere in pensione. Prevediamo tempi  felici per i giovani.

(Giuseppe Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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7 risposte a Antimafia di carta

  1. Salvo Vitale ha detto:

    Caro Pino, condivido interamente il tuo giudizio e la tua amarezza su questo paese. Se ben ricordi, ne avevo scritto “un’analisi antropologica” nel libro che avevi curato assieme al prof. Cipolla “Quotidiano e immaginario in Sicilia”. Quel libro è ancora oggi un prezioso strumento di materiale di studio del territorio e di lavoro non solo scolastico, ma completamente ignorato:figurarsi se a Partinico esiste gente che voglia fare cultura sul serio, ove si eccettuino pochissimi. Non è che a Cinisi la situazione sia migliore: abbiamo cercato di fare nella casa di Peppino una biblioteca e una raccolta di documenti, vengono circa 20.000 visitatori l’anno, ma ai cinisara non gliene fotte niente, nessuno ci mette piede. Sul bene confiscato tieni presente che Partinico non ha mai voluto aderire al “Consorzio per lo sviluppo e la legalità, che si occupa di gestione di beni mafiosi, proprio per non dovere discutere con altri comuni alcuni principi su cui vuole avere le mani libere per poter procedere secondo i consueti sistemi del clientelismo locale. E allora? Cerco di resistere alla volontà di mollare tutto: è dura, ma bisogna, per questo tener duro. ciao

  2. tommaso Aiello ha detto:

    Carissimo Giuseppe,
    il paese ti deve un grazie grandissimo per quello che hai fatto e quello che stai facendo.Se ti può essere di conforto,sappi che neanche dei miei modesti lavori c’è traccia in biblioteca in quaNTO SONO GLI STESSI IMPIEGATI CHE SE LI PRENDONO O QUANDO LI PRESTANO AL PUBBLICO NON SI INTERESSANO PIù A FARSELI RESTITUIRE.Ora c’è una nuova bibliotecaria(diciamo)che spero sia più attenta e più solerte e per questo ho portato in biblioteca le ultime copie che ancora possedevo dei miei scritti.In questo momento sto lavorando ,ed è quasi finito a una ricerca su:L’edilizia rurale nel territorio partinicese(bagli,masserie,mulini,torri,borghi,la Cantina borbonica).Spero che il mio club Lions trovi la sponsorizzazione per poterlo pubblicare.Ti farò saper in tempo.La documentazione che è in tuo possesso ha un valore inestimabile che solo i nostri politici non riecono a comprendere anche per i limiti culturali e una visione unilaterale della politica.Purtroppo i tempi non sono molto felici,l’intera Europa va inesorabilmente a destra e in Italia ,fra qualche anno avremo lo strapotere dei leghisti.
    Questo comunque non ci deve scoraggiare e può darsi che alla fine di questo tunnel lunghissimo e buio possiamo ritrovare un raggio di luce.Ti saluto e ti sprono a non mollare.Affettuosamente,Masetto Aiello

  3. walter molino ha detto:

    L’archivio storico di Giuseppe Casarrubea è una della più ricche e citate fonti storiografiche d’Italia, soprattutto a partire dai suoi studi – condotti insieme a Mario Cereghino – sugli archivi americani. Un paese neppure “normale”, ma almeno civile, non avrebbe neppure bisogno di amministratori lungimiranti per accogliere, proteggere e valorizzare questa straordinaria risorsa collettiva: basterebbe il coinvolgimento delle scuole medie – inferiori e superiori – in modo coordinato e costante. Attraverso visite, ricerche, seminari, lezioni di storia collettiva. E’ assodato però – e non da oggi – che la subclasse politica locale di tutto si occupa e si interessa tranne che di promozione culturale (e di conseguenza economica) del territorio. A questa gente cresciuta a pane (a sbafo) e televisione basta la magra consolazione di riempire le piazze nella notte bianca. La più grande soddisfazione è che l’anno scorso i negozi erano pieni e che nei bar non si trovava più nemmeno una bottiglia d’acqua. Bene, questa è la zita. Il problema non è tanto una generica resistenza come scrive Salvo Vitale, perchè vale la pena di porsi qualche obiettivo un pò più ambizioso. Sennò, bene che ci vada, manteniamo invariato (ma sempre un pò più degradato) l’esistente. E quello che vediamo non ci piace. Del resto l’autoreferenzialità di una certa antimafia è da sempre il limite di chi si intesta battaglie destinate a rimanere di nicchia e a ingrassare gli egocentrisimi. Cosa fare allora? Investire. Tempo, risorse, energie. E relazioni. Voi sapete cosa abbia prodotto l’iniziativa “Regala un libro” promossa da Libera Mente tre anni fa: mobilitazione nazionale e quasi 3 mila libri in regalo da tutta Italia. E a livello locale, il fastidio perchè qualcuno si è permesso di rompere gli schemi e rimboccarsi le maniche. Bene, io propongo di mettere da parte orgogli, divisioni, egocentrismi e denunciare la scelta di Giuseppe Casarrubea di trasferire il suo archivio, unendo alla denuncia un’iniziativa di grande spessore culturale: una tre giorni di lezioni di storia della sicilia/della mafia in piazza e itinerante per la città da fare in alcune serate estive a Partinico (dalle 19 alle 23, per esempio). Invitando storici e giornalisti a parlare/discutere nelle strade, in piazza, tra la gente. E investendo, come dicevo, soprattutto sulle relazioni, invitando cioè colleghi, amici, compagni di battaglie a prestare il loro tempo gratuitamente. Senza chiedere un penny all’amministrazione comunale, riprendendosi, semplicemente, gli spazi.

  4. tiziana campisi ha detto:

    Fa male constatare, ancora una volta, quanto questo paese sia svilito da un pensiero malato che non risana, non migliora e come cellula maligna impazzita contagia e infesta.Non c’è volontà di rinascita, manca fra i giovani…questo è gravissimo.Pochi giorni fa le parole del titolare di una libreria di Partinico:” chiudo perchè nessuno compra mai un libro, quando entra un bambino con i genitori e magari ne prende in mano qualcuno perchè attratto dai colori, la mamma o il papà -strattonandolo, gli dicono: “camina, lassa stari”.Sono uscita da quella libreria con un nodo in gola.Fa male.
    Professore, i grandi come lei , hanno davanti sentieri scoscesi, e lei che è uno storico finissimo questo lo sa meglio degli altri.

  5. Dino Paternostro ha detto:

    Sono d’accordo con Walter Molino. E’ necessario mettere “da parte orgogli, divisioni, egocentrismi e denunciare la scelta di Giuseppe Casarrubea di trasferire il suo archivio, unendo alla denuncia un’iniziativa di grande spessore culturale”. E’ necessario metterci tutti “in rete” per sentirci meno soli, per contrastare “i potenti”, per riuscire a cambiare le cose. Giuseppe Casarrubea ha fatto e sta facendo cose egregie per Partinico e per la Sicilia. Aiutiamolo! Aiutiamoci!

  6. Giuseppe Nobile ha detto:

    Cari amici,
    al tempo della campagna di Liberamente a favore della Biblioteca, ho fatto sul blog la proposta di costituire l’Associazione “Amici della Biblioteca Comunale”, con proprie risorse e con le seguenti caratteristiche:
    – principi ispiratori: manifesto delle Biblioteche pubbliche dell’UNESCO 1994:
    – struttura e finalità: associazione di volontariato, senza fini di lucro, che si prefigge di avvicinare quante più persone possibili al mondo dei libri e di offrire ai cittadini un approccio più diretto ai servizi della Biblioteca;
    – adesione: proposta a chiunque, ma in primo luogo a tutti i Partinicesi che sono in giro per l’Italia e per il mondo, puntando a ricreare un legame di alto profilo culturale fra essi e la città;
    – storia della comunità: una sezione dedicata alla storia della diaspora partinicese, attingendo ai contatti possibili con altre associazioni e istituzioni (esempio “Ellis Island Foundation” – New York);
    – storia della comunità: un’altra sezione dedicata all’opera di Danilo Dolci, raccogliendo tutta la bibliografia e attivando contatti e scambi con le numerose istituzioni che nel mondo la studiano e la diffondono;
    – premi: una borsa di studio da mettere in concorso, ogni anno, da parte dell’Associazione per la migliore tesi di laurea su Partinico;
    – premi: una borsa di studio pure da assegnare ogni anno, per ogni grado di istruzione primaria e secondaria, allo studente che abbia prodotto la migliore ricerca utilizzando i materiali della Biblioteca.
    L’intervento è datato 11 febbraio 2006 e nel successivo aprile c’è stata una riunione, a cui ho partecipato, promossa dall’amministrazione comunale, in cui si ipotizzava da parte degli intervenuti (una diecina, in prevalenza operatori della Scuola) un percorso di iniziative da sviluppare. Ci siamo lasciati in attesa di una riconvocazione che non è mai arrivata, ma non ci siamo neanche riconvocati noi stessi.
    Ora, il problema è proprio questo. L’idea sopra esposta, come tante altre circolate a Partinico per qualche tempo e poi rimaste sulla carta, non dipende dalla politica ma dalla nostra responsabilità, che magari è alta in partenza ed appartiene ad individui sensibili ma non si sa poi trasformare in azioni collettive. Quanti di noi possono indicare 5 persone con cui collaborerebbero con entusiasmo e senza riserve alla realizzazione di un progetto culturale o di etica civile? Io credo ben pochi e per limitatissime azioni, rimanendo prevalenti la denigrazione, la diffidenza e la concorrenza di cui parla Giuseppe Casarrubea. La nostra inazione è la nostra prima condanna, smettiamola di cercare alibi nell’antropologia del “partinicoto”.
    Rimane ovviamente inqualificabile la scelta del Comune di penalizzare il “vero” associazionismo antimafia nell’assegnazione del bene confiscato. A Giuseppe va tutta la mia solidarietà

    • casarrubea ha detto:

      Caro Peppe,
      ti ringrazio per la tua solidarietà e apprezzo il tuo sforzo di dare una risposta politica al mio articolo. Tuttavia ho il dovere di dirti che non condivido la ‘linea’ del tuo intervento.
      1) Per prima cosa non penso che i libri si debbano donare, specialmente se sono usati. Se nuovi, freschi di stampa, è bene che il gesto si consumi con frequenza periodica e ravvicinata, altrimenti no. Un libro nuovo si compra, si legge e si custodisce tra le proprie cose. Un ente pubblico ha il dovere di comprarlo e metterlo a disposizione di tutti. Cosa che non avviene nel nostro singolare comune. Io non darei un foglio dei miei libri, e non per taccagneria, ma perchè penso che sia compito del Comune avviare una politica culturale che abbia attorno alla lettura il suo centro di interesse e di sviluppo sociale e civile. Altrimenti è tempo perso perchè l’ignoranza non ha mai fatto andare le cose in avanti. E neanche l’elemosina. Lettura non significa leggere qualcosa che qualcuno ti regala perchè magari la sente superflua. Io (sarà una mia deformazione) non riesco a disfarmi non solo di alcun libro che sento mio, ma neanche di una parte di esso, sia pure la copertina o il suo odore di vecchio e ammuffito. Noi siamo ciò che abbiamo imparato e i libri si comprano, fanno parte di noi, non si tirano fuori da qualche soffitta o dal dimenticatorio per regalarli a qualcuno. Se questi lo fa, chi li riceve si dovrebbe sentire umiliato. Nè tanto meno si va all’accattonaggio per averli. Perciò l’amministrazione comunale farebbe bene a dotarsi di fondi per arricchire una biblioteca che appare inesistente, priva di contenuto, di stimoli, di attualità. Una volta c’era l’abitudine di invitare gli autori, parlare con loro, discutere dei libri. Ma anche questa buona esperienza si è perduta in questo macinino che è il nostro paese.
      2) Non credo ai manifesti da sottoscrivere. Ne abbiamo le tasche piene. Basterebbe che funzionasse ogni cosa nel suo piccolo, con umiltà e senza manie di grandezza.
      3) Francamente non capisco cosa dovrebbero fare in giro per il paese le associazioni di volontariato. Propagandare libri? mettersi a esporli alle casalinghe che lavorano? Parlare con i professionisti mentre se ne stanno in pantofole a godersi il riposo domestico? Non capisco.
      4) E cos’è questa ‘adesione’ dei partinicesi in giro per il mondo al loro paese? A che cosa dovrebbero aderire? Fare un’associazione di partinicesi? Mettersi un distintivo?
      5) Parli di diaspora dei nostri conterranei. E meno male che c’è! Te li immagini tutti i partinicesi divenuti boss di primo piano che rientrano nel nostro territorio? Per favore, lasciali dove sono. E se sono onesti lavoratori che dovrebbero venire a fare qui?
      6) Sono d’accordo con la tua proposta di un gruppo di lavoro su Dolci. Ne abbiamo bisogno tutti. C’è un limite: non vedo gli interlocutori. Ma bisogna avere speranza. Comunque la sezione di studio dovrebbe essere più ampia perchè nel nostro territorio, come puoi immaginare, non c’è stato solo Dolci. Dolci si può capire se si capisce il territorio.
      7) Le tesi di laurea su Partinico mi affascinano. Temo però le commissioni giudicatrici e i professori (anche universitari) che dovrebbero formare i neolaureati. Come temo le commissioni che giudicano l’antimafia.
      8) Quanto alla ricerca da premiare, perchè ti riferisci solo alla biblioteca come fonte di informazione?
      Non credo ci sia molto di utile con i pochi libri non aggiornati che ha.

      E’ vero che queste cose le pensavi tre anni fa, ma ti renderai conto che da allora ad ora la situazione è precipitata. Siamo passati dalla padella alla brace e ci vuole un grande ottimismo per ritornare sull’argomento più o meno negli stessi termini. Allora tutto cadde nell’inerzia. Ma se ci fai caso tale condizione dello ‘spirito’ è un elemento caratteristico della nostra formazione. Non dico che sia un fatto genetico (me ne guarderei bene), ma non trovo segnali antropologicamente alternativi in questo momento.
      In conclusione penso che la cosa più saggia sia che ciascuno faccia il suo compito bene, anche se si tratta di un contributo piccolo. E le cose andranno meglio.
      Scusami i toni, ma ho scritto di getto.
      G.C.

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