Truman e il bandito Giuliano

Giuliano e Mike Stern (al centro), 1947

Giuliano e Mike Stern (al centro), 1947

E’ molto curioso constatare come certe persone, anche di sinistra, piuttosto che concentrare le loro attenzioni sulle vittime delle stragi avvenute nella storia italiana, si interessino troppo spesso, al contrario, solo dei loro esecutori materiali. E’ successo con la fiction televisiva “Il capo dei capi”, prodotto nel 2008, per raccontare alla gente la biografia di Totò Riina, o col film “Il Siciliano” di Michael Cimino (1987), per  distorcere, in modo grave, la storia di Salvatore Giuliano, un bandito che aveva quattrocento fascicoli penali sulla testa e che per poco il regista non trasformava in tribuno del popolo.  Su questi due estremi diversi di criminalità,  il mafioso e il bandito, si sono scritti fiumi di inchiostro. Non per spiegare certe cause, come la loro lunga latitanza, ma per fare agiografia. Se ne può cogliere la ragione nel fatto che i grandi criminali, esercitano il fascino dei leader negativi, e che gli italiani non sono un popolo che ama i santi, a parte padre Pio e i loro patroni.

I motivi sono un mistero e risiedono dentro un altro mistero: quello delle stragi e dei loro protettori, a cominciare dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947), realizzata in un contesto in cui agiscono spioni, sbirraglia, criminali e mascalzoni di ogni risma e di ogni tempo, ai più alti livelli.

E a proposito di Giuliano, tema del nostro discorso e di un giornale come il “Corriere della Sera” che ne ha trattato qualche giorno fa, occorre dire che certi intellettuali, giornalisti o studiosi sans façon che siano, si mettono la coscienza a posto, scrivendo più del bandito al soldo degli agrari, che delle sue frequentazioni politiche, a Palermo o a Roma. Preferiscono immaginarlo sulle montagne, come una figura arcadica del ‘700, attorniata da pecore e qualche aristocratico incipriato. Come se l’aristocrazia fosse apolitica e amante della natura e non una classe collusa prima col nazifascismo e dopo con i nuovi vincitori  della guerra che diede origine alla nostra democrazia. Cosa che, come è ormai arcinoto, per primo fu descritta, come una sceneggiatura per un film surreale, da un ministro della Repubblica al quale il manganello piaceva molto, specie se usato contro i lavoratori: il ministro dell’Interno Mario Scelba.

Ma se certi comportamenti si possono spiegare (ma non giustificare) per un ministro dell’Interno, non altrettanto facile è la comprensione per una sinistra che scambia i tempi di Truman con quelli di Obama, nel tentativo di coprire con un velo pietoso le malefatte degli Usa. Gli americani non furono proprio degli angioletti quando sbarcarono in Sicilia e il loro modello di democrazia fu imposto col sangue, soprattutto dei comunisti. Ad intervenire furono chiamati personaggi che avevano acquisito una notevole dimestichezza con l’olio di ricino e i campi di sterminio, le stragi e le retate. Nazifascisti incalliti che non persero tempo a cambiare padrone e a mettersi sotto l’ombrello protettivo dei nuovi vincitori. Come dimostriamo, Cereghino ed io, in “Lupara nera”, uscito in questi giorni con Bompiani.

E’ altrettanto strano che certi giornalisti di destra, ex An, e certi personaggi di sinistra si incontrino in queste vedute scelbiane. Tuttavia, dati i tempi che corrono, c’è da aspettarsi di tutto, persino il rovesciamento della storia e della verità dei fatti. Il benevolo giudizio sui “ragazzi di Salò”, già espresso da Luciano Violante, fa da apripista a intese politiche che nulla hanno a che fare né col buon senso, né con la logica. L’intreccio tra criminalità eversiva e nazifascismo è del tutto ignorato perchè guasterebbe le feste a qualcuno. Perciò si ripete il vecchio clichè: il criminale va sbattuto in prima pagina; i manovratori vanno tenuti lontani da lui. L’obiettivo è mantenere separati i due piani: quello buono della politica e quello cattivo del mostro lombrosiano.

Giuliano chiede armi  al Comando militare americano tramite Stern

Giuliano chiede armi al Comando militare americano tramite Stern

E  il “Corsera” ce ne dà un esempio. Scopo: dimostrare che gli Usa non hanno mai avuto a che fare con la criminalità italiana, nè tanto meno con quella siciliana, per delitti di tipo politico. Il pretesto è un documento di mezza riga. Una nota dattiloscritta, datata 1 luglio 1947 con la quale la Casa Bianca trasmette una lettera che il bandito Giuliano manda a Truman il 12 maggio 1947, chiedendo non si sa bene cosa. Ma la lettera non è riprodotta. Nella noticina di accompagnamento l’addetto della Casa Bianca, M. C. Latta, scrive  poche parole: “Respectfully referred to the Department of State”. Nient’altro. Una strana noticina. Dopo il nome dattiloscritto di Latta, non si legge alcuna firma ma un appunto manoscritto di traverso dove si rintracciano le cose riferite dal giornale. Cioè: “Archiviare, non dare seguito. Chi scrive è un criminale, brigante di strada che si atteggia a moderno Robin Hood”. Con una piccola differenza. Il giornalista ha letto “archive” ciò che invece si legge come “action”. E tra archiviare e agire c’è una bella differenza.  In sostanza l’anonimo annotatore suggerisce di non fare nulla. Evidentemente sa chi rappresenta le recondite volontà Usa in Italia. Su questa materia ci sono camion di documenti sui quali in questa sede non voglio entrare. Mi basta semplicemente rilevare che quanto riprodotto dal giornale:

Doc. riportato dal Corrriere della Sera, 11 luglio 2009

Doc. riportato dal Corrriere della Sera, 11 luglio 2009

1) è un testo dattiloscritto che accompagna una lettera di Giuliano non esibita dal giornale ma risalente a ben diciotto giorni prima che Latta scriva la sua noticina (1° luglio);

2) presenta un’annotazione a mano di fatto anonima;

3) porta in basso la firma “Giuliano Salvatore” che rappresenta un vero e proprio mistero. Giuliano infatti non firmava mai con cognome e nome, ma sempre col proprio cognome, spesso sottolineandolo;

4) la grafia è visibilmente diversa dall’annotazione.

Su un solo foglio di carta intestata alla White House di Washington ci sono dunque tre interventi di tre persone diverse, di cui l’ultima vuole forse imitare la firma di Giuliano. In ogni caso non si capisce cosa ci stia a fare quel nome, l’unico  scritto a mano che si può leggere nel foglio, lì, a conclusione di uno scritto  di fatto informale, nonostante il foglio sia incluso tra le carte Truman.

Fatte queste precisazioni, che Giuliano avesse scritto una o più lettere indirizzate a Truman è cosa da sempre nota. Ne parlavano persino i giornali dell’epoca. In occasione del 50° anniversario della strage di Portella ne avevo riportata fotograficamente  una,  in un catalogo di immagini dedicato al 1° maggio 1947.

Giuliano chiede armi  al Comando americano tramite Stern

Giuliano chiede armi al Comando americano tramite Stern

Non si capisce, quindi, per quale ragione il “Corriere” scriva: “Rivelazioni. Una lettera fu amputata per accusare Washington di complicità con la strage di Portella”. Il giornalista non può ignorare che Giuliano chiese insistentemente armi al “Comando militare americano”, come si può notare nella lettera autografa che pubblichiamo. Di quale “amputazione” parla dunque? Ed ecco svelato il grande mistero. Ci sarebbe un’altra lettera di cui avevano riportato ampi stralci i “giornalisti comunisti” Vito Sansone e Gastone Ingrascì  nel libro “Sei anni di banditismo in Sicilia” pubblicato nel 1950. La parte amputata sarebbe quella dove Giuliano scrive: “Non potevo avere aiuti da nessuno e tanto meno da quella America per la quale io lotto, poichè non mi è stato ancora possibile mettermi in relazione con il Governo Statunitense”. E qui affiorerebbe la solita manipolazione comunista, il complotto antiamericano. La parte mutilata negherebbe che Giuliano abbia avuto rapporti col governo degli Stati Uniti.

E’ l’esatto contrario. Giuliano afferma di non avere ricevuto aiuti dall’America e se ne duole, dandosene una spiegazione per lui irragionevole: non essergli stato possibile avere un rapporto diretto col governo americano. Intenzione che egli fa propria perchè evidentemente qualcuno gli ha detto che gli States sono il suo grande ombrello protettivo. Ma non a tal punto che un pubblico ufficiale della Casa Bianca si spinga a mettere per iscritto il consenso politico-eversivo e paramilitare al “ criminal highwayman” monteleprino. I servizi di intelligence sanno benissimo chi è e come lo devono trattare già dal 2 gennaio 1944, quando la fonte  Z dell’Oss scrive che a Montelepre c’è un tipo “dal carattere forte e determinato” che non si lascia posare la mosca sul naso. E’ piuttosto il bandito esaltato che  cerca il rapporto col numero uno della Casa Bianca a fingere di non saperlo tentando di fare salva la pelle

Vito Genovese, alias 'don Vitone' interprete di Charles Poletti (Amgot)

Vito Genovese, alias 'don Vitone' interprete di Charles Poletti (Amgot)

dopo la strage di Portella. Nessuno infatti immagina che Truman si metta a dare risposte scritte, vergate di suo pugno,  a un elemento di quella razza. Ma questi, al contrario,  da megalomane, si sente un capo di Stato, pretende che la Casa Bianca o il Comando militare americano, si  mettano in contatto con lui. In piccolo il bandito ripete quello che aveva fatto col procuratore della Repubblica di Palermo Emanuele Pili: “Eccellenza –gli aveva scritto– se vuole posso riceverla quando vuole, mi farà piacere”.  Una mente deviata facilmente manovrabile che realmente intende combattere “la canea dei rossi”. Specie dopo il fallimento della Rsi e la sconfitta del nazifascismo, nel cui vortice entra con la sua cultura da terza elementare.

Giuliano in posa col capomafia italo-americano Vito Genovese, interprete di Charles Poletti

Giuliano in posa col capomafia italo-americano Vito Genovese, interprete di Charles Poletti

L’antibolscevismo è lo scopo per il quale il bandito ritiene di avere le coperture politiche che di fatto ha, ma che nessuno gli può apertamente riconoscere. Neanche i nazifascsisti con cui collabora organicamente tra il 1943  e il 1946, visto che gli uomini di Kappler continuarono a restare e ad operare in Sicilia e in Italia anche dopo la Liberazione. Sulla nota della Casa Bianca del 1° luglio 1947, non stupisce, dunque, che qualcuno abbia scritto che la lettera allegata non doveva avere un seguito. Che tutto restasse tranquillo. Le cose sarebbero andate per il loro verso. Il presidente Usa aveva alle sue dirette dipendenze in Italia una mente diabolica del livello di James Jesus  Angleton. Quello, per intenderci, che qualche scrittore americano accusò di avere ordito l’assassinio di J. F. Kennedy. Ed Angleton, che in quell’anno è ancora in Italia, con i suoi atti ufficiali, non solo lascia correre ma favorisce l’utilizzazione dei nazifascisti facendoli circolare per il territorio nazionale molto liberamente. Per citare solo qualche figura di primo piano: Ettore Messana, un criminale di guerra ricercato dalle Nazioni Unite per essersi macchiato di delitti contro l’umanità; Ciro Verdiani, già funzionario fascista in Croazia e amico personale di Giuliano; prefetti e questori che si erano gravemente compromessi col nazifascismo; militari ed esponenti delle forze dell’ordine. Come si spiegherebbero le loro carriere durante la Repubblica democratica nata dalla Resistenza se non con la loro omertà e collusione?

Mike Stern pranza sul terrazzo di casa Giuliano a Montelepre

Mike Stern pranza sul terrazzo di casa Giuliano a Montelepre

Nel giro di Truman c’è anche Mike Stern che per qualcuno era forse solo un bravo giornalista.  Forse per l’alto riconoscimento che ebbero a dargli qualche anno fa Berlusconi e Fini, quando gli fecero visita nella sua nave-museo Intrepid.  Ma c’è un giudizio del Sisde, desunto da una relazione di consulenza giudiziaria da parte del prof. Aldo Sabino Giannuli, che lascia intravedere altri scenari: “ […] pare proprio che dall’Oss provenissero le armi che utilizzerà nelle sue scorribande il bandito Salvatore Giuliano: dalla divisione Anders diretta dal capitano Mike Stern.”

In un documento Sis del 1° novembre 1946 leggiamo ancora: “Ferve l’opera di riorganizzazione [del clandestinismo fascista] soprattutto in Sicilia, dove non si disdegnano i contatti diretti neppure con la banda Giuliano”. E il 26 novembre ‘46: “In tutta la provincia di Potenza […] esiste una forte organizzazione monarchica clandestina a carattere anche militare. Il presidente provinciale è tal Cossidente Michele, medaglia d’oro. […] Ha rapporti con la banda Giuliano”. Ma i collegamenti del bandito sono molto più ampi. Nel suo giro, ad esempio, il Sis, lo spionaggio italiano, segnala (28 luglio ’47) che “Franco Garase della banda Giuliano, giunto da poco a Roma dalla Toscana (sarebbe stato a Firenze e Arezzo), avrebbe avuto colloqui con Di Franco e Puccioni del Pfr”. In altre note si precisa che Garase è “l’emissario” della banda nella capitale.

La logistica urbana è ben studiata per i “picciotti” siciliani. Il bar del “Traforo” non è lontano dal “caffé con servizio esterno sito in piazza San Silvestro”, a pochi passi dalla sede della Stampa estera di via della Mercede. Qui lavora Mike Stern, che l’Unità di quegli anni dipinge come un agente dell’intelligence Usa. A lui il bandito scrive, nella primavera ’47, per ottenere rifornimenti di armi. Il “Traforo” dista appena cinquanta metri dalla casa del principe Ruspoli e della duchessa Livia Caffarelli (1927), in via Due Macelli. Qui, nell’autunno ’46, il colonnello Laderchi, Covelli, il capitano Resio e altri membri dell’Upa (Unione patriottica anticomunista) si incontrano per mettere a punto un piano di colpo di Stato. Non siamo noi ad avere un’immaginazione galoppante. Sono i servizi segreti internazionali che concordemente dicono questo e ben altro su Giuliano e i suoi collegamenti.

Immaginiamoci, dunque, le scene rituali. Il “criminal highwayman”, capelli “impomatati” e occhiali da sole, va a piazza San Silvestro a Roma; si siede all’angolo del bar omonimo, prende un caffè. Arriva un signore distinto sceso da un palazzo a quattro passi da lì. I due si salutano e parlano. E Turiddu annuisce. Non sa neanche dove sia la Casa Bianca e chi ci sta dentro. Ma le lettere scritte da Giuliano a Truman sono lì, nell’ufficio del presidente. Chi ce le ha portate? Le spediva Turiddu per via aerea o le affidava agli emigranti siciliani che partivano per l’America e non sapevano neanche dove si trovasse l’America? Turiddu scriveva realmente delle lettere a Truman che non era della stessa pasta del suo predecessore Roosevelt. Certe volte lo faceva spontaneamente, altre volte era ipercontrollato, come nel caso della lettera che Gavin Maxwell riporta ad apertura del suo famoso libro “Dagli amici mi guardi Iddio” (Feltrinelli, 1957).

Il fatto è che dopo averlo usato, il neofascismo monarchico e terroristico non poteva più garantire non solo sulla sua persona, ma su centinaia di altre che si erano macchiate di crimini inauditi. Nel Mezzogiorno d’Italia, l’ex PNF e il principe nazifascista Valerio Pignatelli, incaricato direttamente da Mussolini di portare la guerra per bande al Sud, non potevano più fare quello che avevano fatto in precedenza. Lo spionaggio americano lasciò fare i vecchi gruppi terroristici e l’estrema destra eversiva, finchè si trattò di bloccare l’avanzata delle sinistre. Per loro l’alternativa era o farsi processare e finire in galera o patteggiare. E i capi patteggiarono. Nino Buttazzoni, capo degli Np (Nuotatori paracadutisti) della Decima Mas di Junio Valerio Borghese fece i patti di ferro con Angleton, nel 1946. Presentò addirittura un memorandum che destò interesse negli ambienti guerrafondai che giravano attorno a Truman. Il denominatore comune rimase per tutti l’anticomunismo.

Questa situazione dura ben al di là dell’attentato a Togliatti nel luglio del ’48, messo in opera da neofascisti catanesi (Antonio Pallante). E’ chiaro però che ai livelli medio-bassi, gruppi e bande territoriali e locali, non avevano la piena consapevolezza di quello che stava passando sulle loro teste. Ancora nel ’49 Giuliano, da sempre diffidente, constatando l’impossibilità di avere un rapporto diretto con Truman, scrive al suo amico giornalista Jacopo Rizza (il brano è riportato così come lo riscontriamo nel manoscritto autografo):

Truman a sx  e Churchill

Truman a sx e Churchill

“Per me Truman ha perduto la corsa perchè sono certo che buon parte del popolo americano lo ha già definito ridicolo come l’ho definito io. Il patto atlantico e la politica italiana. Sulla parte dell’america il patto atlantico è stata, secondo il mio giudizio, una ottima idea, però gli americani non hanno saputo qualificare la situazione dei loro allieati e questa è la causa di qualche colpo di pugnale che loro stessi si preparano nell’eventualità di una guerra”. Si capisce bene, dalla lettura di questo brano e ancora di più di quello “amputato” sopra riportato che Giuliano aveva una forte tensione per i governanti americani; sentiva un trasporto naturale per loro; li vedeva dagli ambienti eversivi monarchico-fascisti che frequentava assiduamente,  come l’alternativa all’espansione sovietica in Occidente. Fu il gioco più grande di lui a travolgerlo.

Occorre inoltre considerare che Giuliano scriveva malissimo. I suoi scritti, innumerevoli, conservati nel nostro archivio di Partinico (Pa), ci dicono che potevano essere manipolati, nel senso che venivano o dettati o rivisitati e corretti da terze persone rimaste sempre sconosciute. Se uno scritto a firma Giuliano è corretto è certamente falso. I volantini a firma Giuliano lanciati a Carini e a Partinico durante la strage del 22 giugno 1947 sono di un livello universitario; attaccano la “canea dei rossi” e la “mastodontica macchina sovietica”. Sono la prova di una sintesi dottrinaria antibolscevica estremamente raffinata. Difatti sono volantini che Giuliano fa propri, ma che sono stampati dai Far, i fasci di azione rivoluzionaria, cioè dagli eredi a Palermo del federale toscano Fortunato Polvani che nella capitale siciliana si era dovuto trasferire per i suoi piani eversivi. Analoga cosa si può dire per il discorso di Giuliano per la campagna elettorale del 1948.

La seconda prova che il “Corriere” adduce è un documento scelto tra le centinaia contenuti nel volume di Nicola Tranfaglia: “Come nasce la Repubblica” (annotati da chi scrive), rintracciati a College Park nel 2002  da Mario J. Cereghino, e ora nel nostro Archivio di Partinico. Porta la data del 24 giugno 1947 e la firma di George Zappalà. Che dice Zappalà? Dice per prima cosa che le fonti sono il vicequestore dell’Interpool italiano, e articoli di giornale. E cosa ci raccontano queste fonti? Che la sinistra in Sicilia cresce e che il Pci è una grande forza popolare organizzata. Raccontano poi gli attacchi del 22 giugno alle sedi di sinistra compiuti dalla banda Giuliano che, in definitiva agiva da solo contro i comunisti, senza mandanti e senza complici. E’ la vecchia e mortificante tesi scelbiana, secondo la quale gli unici agganci di Giuliano erano di tipo locale con gli interessi degli agrari che non volevano perdere i loro privilegi, a fronte delle rivendicazioni dei nullatenenti. Tesi che non ha mai convinto nessuno. Ma ognuno può dire quello che vuole. E specialmente di questi tempi, in cui pare che abbiano fatto pace i cani e i lupi, a danno – si dice in Sicilia – di pecore e capre.

Ora possiamo accettare tutto, ma non lo scantonamento, l’offesa dell’intelligenza, lo “sputare tra i denti”. Riferendosi alle mie annotazioni al documento di Zappalà il giornalista, ex An, ora capopopolo delle cosiddette libertà, scrive che io avrei “cercato di qualificarlo [il documento] come tentativo di ‘veicolare una versione addomesticata della strage di Portella della Ginestra’”. Con la chiosa finale: “Della serie: se le carte d’archivio contraddicono il mio teorema, allora non sono affidabili”. Le mie note a questo documento riportato alle pagine 204-209 di “Come nasce la Repubblica” sono dense di riferimenti a fonti e documenti vari molto più estesi del semplice testo di Zappalà. Un atto classificato “confidenziale”, cioè che tutti potevano vedere. Non si tratta di un secret o top secret, ma di qualcosa che poteva agevolmente circolare tra i vari uffici e anche oltre. Proprio questa classificazione induce il sospetto che si volesse diffondere l’opinione che in fondo le stragi di Portella e di Partinico fossero opera solo di un delinquente comune come Giuliano e dei proprietari terrieri che lo manovravano. Ma le cose non stanno così. E se qualcuno, dopo sessant’anni non l’ha ancora capito, vuol dire che è irrimediabilmente perduto, con tutto il corteo dei suoi accompagnatori.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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