Tradimento

tradimento-bambiniEro partito da una semplice domanda che mi era balenata mentre ero ancora a letto e vedevo spuntare l’alba, io che di solito dormo poco e mi addormento proprio nel refrigerio del nuovo giorno che sale.

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I vicini di casa hanno di tutto: uccelli in gabbia, conigli, cagnolini che abbaiano in modo inversamente proporzionale alla loro grandezza, galli e galline. Ma fanno più chiasso loro, i vicini, quando si svegliano, che questi animali. Contro simili malanni non posso in alcun modo intervenire perchè i vicini in Sicilia, si dice, sono meglio dei parenti, e guai a far loro uno sgarbo. E poi mi scoccia fare il rompiscatole.

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Sentivo dunque cantare un gallo che neanche era spuntato un minimo chiarore e non potendo prendere o riprendere sonno mi ero messo in attesa ad aspettare non so che cosa. Mi bastava il piacere del silenzio interrotto da quell’animale crestato che si sente il padrone della strada e del paese perchè pretende cantare a tutti i dormienti e non so da quanto tempo insisteva in simile tentativo. Ero in un languido torpore. Forse aspettavo il primo raggio di sole che di regola invade la finestra aperta e si fa sempre più grande fino a pervadere la mia camera da letto.

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Ho da poco preso la stessa abitudine degli ungheresi che, con mia sorpresa, come ebbi a notare a Sarospatak, quasi ai confini della Slovacchia, non chiudono le finestre quando vanno a letto la sera, a differenza di certe mie indicibili conoscenze palermitane che quando vanno a letto, chiudono persino gli spiragli d’aria e sprofondano nel loro stato di oggetti sottovuoto. Al contrario i magiari lasciano aperto tutto ciò che può restare a contatto diretto col buio esterno perchè così seguono meglio l’evolversi del giorno, il ciclo del tempo dall’alba al tramonto. In occidente questa abitudine l’abbiamo persa e ci tappiamo dentro pensando di non essere disturbati l’indomani.

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In questa condizione di tempo e di spirito mi interrogavo proprio sul tradimento. Sul fatto che biblicamente non fu al primo canto del gallo che Pietro tradì Gesù, ma al secondo o terzo, come il Maestro gli aveva preannunciato. E mi chiedevo: – se il tradimento di Pietro avviene dopo, che succede al primo canto del gallo? E’ una domanda che ormai mi pongo troppo spesso nel vano tentativo di darmi una risposta. L’ho girata ai miei amici di facebook, sperando che qui non si corra troppo, come si è soliti fare in ogni altra circostanza della nostra vita. Ormai facciamo tutto di corsa: mangiamo di corsa cibi precotti; corriamo per andare al lavoro; corriamo quando prendiamo l’aereo o la macchina. Siamo in una strada dove qualcuno ci fa correre come se ci desse pedate nel sedere dalla mattina alla sera. E noi italiani che, come diceva Curzio Malaparte, abbiamo il culo bifronte, chiamiamo padre ogni padrone che ci capita, fosse pure il peggiore padrone del mondo. Poi ho notato che su fb, mentre quasi tutti si scambiano cuoricini e oggettini stereotipati, qualcuno corre meno e si sofferma di più, magari per porre problemi o per vedersi lo spettacolo. E così ho notato che in un modo indiretto il mio problema era anche oggetto di attenzione di due amiche virtuali che spero esistano realmente. Non avevo nessun interesse immediato, o stimolo a replicare ai due importanti argomenti sollevati da Lorenza Spadini e Anita Silviano sul tema del tradimento. Ne condividevo taglio e lettura e perciò ritenevo superfluo rimettere mano all’argomento. Anita ha subito ricondotto l’etimologia di questa parola, quasi sempre oggi dal significato negativo, alla sua origine latina, al suo senso di abbandonarsi, darsi, consegnarsi. Termini che a suo avviso hanno a che fare con un atto di amore o di riconoscimento (come nel caso di “consegnare a qualcuno la coppa”), piuttosto che riferirsi al suo contrario, cioè l’abbandono, la consegna di qualcuno al nemico. Il fatto è che l’oggetto di queste azioni non è il sè, ma una terza persona che diventa vittima. Lorenza va un pò oltre e concepisce il tradimento un salto di qualità, un saltare il fosso, passare ad una nuova esperienza, dopo avere evitato i percorsi consueti della routine quotidiana, il ripetere riti e azioni. Scrive che il tradimento è “la consuetudine fratturata da un evento, inaspettato, prodotto dalla continuità stessa, un esser consegnati oltre, un fare storia”. “Un’evoluzione”. Ora io non penso che la questione sia così semplice e tranquilla, e naturalmente l’affronto non da chierico, seminarista, o peggio ancora prete, ma da laico e di sinistra per giunta.

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I latini, davano al verbo parecchi significati. Leggo dal Castiglioni-Mariotti che trado (da transdo) può significare: 1) consegnare, porgere, rimettere, trasmettere, mettere a disposizione, dare. Termini quasi tutti positivi fino all’espressione “filiam suam alicui tradere”, nel significato di dare in moglie la propria figlia. Ma dentro questa prima categoria l’uso del termine che fa Tacito è quello di “cedere”, “vendere”, del “tradere alicui aliquem”, che è proprio il significato che l’apostolo evangelista assegna all’azione di Pietro. Un fatto grave sul quale tuttavia occorre dire che si tratta di un  dato “storico”, come dice Lorenza, cioè di un momento fondativo di qualcosa se è vero che proprio su Pietro la chiesa cattolica fonda se stessa. Perciò la debolezza di Pietro è fondativa, è il punto di partenza del processo a Cristo e dello stesso tradimento di Giuda. 2) Oltre, quindi, al significato di consegnare o cedere al nemico qualcuno, o, stando a Cesare, di “se tradere hostibus”, arrendersi al nemico, l’etimologia di tradimento rimanda ad azioni negative, come consegnare qualcuno in prigione o al carnefice, abbandonare qualcuno alla mercè di qualcosa, e via di seguito. 3) Questo non significa che il termine non abbia una sua valenza positiva, altri significati di segno opposto. Quali quelli di darsi a qualcuno, o a qualcosa, “abbandonarsi a”, trasmettere, narrare, comunicare, riferire e addirittura esporre e insegnare: “Operum atque artificiorum initia tradere”, cioè insegnare i principi delle arti e dei mestieri. Come si vede ci troviamo di fronte a una parola che ha diversi significati che dipendono dai contesti in cui vengono usati. Mi pare, però, di cogliere alcuni elementi costanti, come un filo conduttore comune, una specie di filo d’Arianna che ci aiuta ad uscire dal labirinto. E il filo è il senso dell’attraversamento, del passaggio, del salto verso una nuova esperienza. Il filo è distacco, anche se a diversi livelli e gradi, dell’uno dall’altro, il dolore comune che fonda una nuova realtà. L’importante è che il salto al nuovo avvenga da entrambe le parti. Prima o dopo.

(Giuseppe Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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