La “Real Caffetteria borbonica”

La Real cantina e laPalazzina (torre) Foto: Masetto Aiello

La Real cantina e la Palazzina (torre) Foto: Masetto Aiello

C’era una volta a Partinico un antico e imponente edificio affidato al pascolo delle solite mandrie lasciate allo stato brado da padroni di bestiame con pochi scrupoli. L’assenza di un minimo di rispetto per  il luogo era tale che vacche, pecore e cavalli  soggiornavano nei vari saloni e stanze  di questo monumento, come animali sacri. Più sacri degli uomini, spesso eliminati, senza andare troppo per il sottile, dalla follia di certi padrini che si ritenevano detentori del diritto di vita e di morte, come se fossero padreterni. I più anziani di questa piccola repubblica autonoma dai tratti somatici molto caratteristici, ricordano che non era raro il caso che, rincasando la sera, trovassero qualche morto in un quadrivio. Cosa che ha generato, nel tempo, abitudini strane che i partinicesi conservano inconsciamente ancora oggi. Ad esempio, non fissare mai l’ora esatta di un appuntamento o essere incerti sul luogo in cui incontrarsi. Il malcostume dell’arrivo a “scoppu” è infatti molto diffuso. E’ raro che il partinicese si preoccupi, prima di andare in casa altrui, di fissare un appuntamento. Arriva a tutte le ore, del giorno e della notte, senza preavviso, come la morte, anche quando sei in mutande.

Una ragione c’è: dare un’ora esatta e un punto preciso per un incontro, è come essere allo scoperto, bersaglio facile. Naturalmente adesso l’abitudine secolare ha creato una distorsione comportamentale, e nessuno ci fa giustamente caso. Se poi il fortunato destinatario della visita è un amico, meglio ancora. Perchè si dice: “Amici e guardati”. Gavin Maxwell intitolò un libro sul bandito Giuliano, che a Partinico era di casa, “Dagli amici mi guardi Iddio”.

chiave di carretto

chiave di carretto

L’edificio monumentale (al pari di tutti gli altri beni storico-urbanistici andati distrutti),  è  il simbolo della concezione del tempo che hanno i partinicesi. Per loro, ad esempio, il tempo non è  un valore.  E’ possibile, perciò, che tale vacuità derivi dalla lunga dominazione araba, risalente a dieci secoli fa  e persistente ancora oggi. Negli arabi immigrati e nei siciliani che possono essere considerati i loro fratelli minori. Ma mentre i primi sanno apprezzare un  bene architettonico, legato ai sistemi produttivi delle nostre terre, gli altri dimostrano una non poco evidente difficoltà a compiere tale atto.  E la “Real Cantina Borbonica” ce lo dimostra. Ci sono voluti quarant’anni per realizzarla, battaglie e convegni per costruire una sensibilità sull’argomento. Ne è valsa la pena perchè questo non è un edificio qualsiasi, ma uno dei rari esempi dei modelli produttivi legati al vino, realizzato esclusivamente per valorizzare i vigneti del nostro territorio, i primi ad essere impiantati in Sicilia già nel corso del ‘400. Un bene, dunque, che parla della nostra identità, che grida vendetta, prima per essere diventato privato; poi per essere stato vandalizzato, giorno dopo giorno.

Ad un certo punto il miracolo accade: il suo acquisto, da parte del comune, sotto l’amministrazione  Cannizzo. Il restauro e la consegna del complesso monumetale, da parte della ditta appaltatrice, è cronaca degli ultimi anni.

I pubblici poteri non sfuggono alle regole sociali date, prima tra tutte quelle dettate dalle  abitudini delle comunità che governano. Si muovono su uno scenario in cui si combatte la sfida tra fazioni in lotta perenne tra di loro, dalla notte dei tempi. Perchè qui, nella repubblica di Partinico, manca il senso della  solidarietà  e dell’appartenenza. La regola è, come nel racconto di Ferenc Molnar “I ragazzi della via Pal”, la guerra per bande. Di ragazzi si intende. Se qualcuno la fa da grande sono  dolori.  Si salvano coloro che non sono sullo scenario e stanno alla finestra a guardarsi lo spettacolo.

cantina-borbonica dopo il restauro

cantina-borbonica dopo il restauro

E finalmente eccolo pronto per l’uso il nostro simbolo. Ha pure un logo: il particolare in ferro battuto di una “chiave di carretto” o qualcosa di simile. All’inizio di questo lungo e faticoso percorso, dovuto anche all’intelligenza più spigliata del paese, come i professori Masetto Aiello, Toti Costanzo e, se mi è consentito, anche di chi scrive, c’è stata la lungimiranza di pochi, o l’ottimismo della loro volontà. Molti degli attuali amministratori forse non erano neppure nati, o erano appena in fasce. Già da quell’epoca remota che nessuno più ricorda, il pessimismo della ragione doveva indurre a guardare avanti. Perchè, concluso il restauro, ci si aspetterebbe di sentire quanti per decenni su questo patrimonio eccellente di architettura e di storia,  si sono cimentati. Ma non accade nulla.

La storia è questa. Realizzato da un illuminato Ferdinando I di Borbone nel 1800, dopo che il cavaliere Felice Lioy, amministratore dei beni della Magione, ebbe fatto i suoi “esperimenti” del vino in contrada Giancaldaja, la “Cantina del Real Podere” avrebbe dovuto suscitare ben altre intenzioni che quelle di farne una specie di “Veglione di Safina” per matrimoni. Queste cose le può fare solo  chi è ancora fermo alle “mangiate”  dei tempi in cui le feste di matrimonio si concludevano nei “veglioni”, con passate di rosolio, taralli e fave abbrustolite. Ma oggi non sono ammissibili. Non è questione di aggiornarsi. E’ che non ci si possono permettere passi falsi, se  si vuole essere credibili. Sappiamo che ci sono le tecnologie che ci vengono incontro, e le sale per cerimonie si chiamano “saloni” da ballo, “di ricevimento”, oppure sono pub, discoteche, caffetterie, “rotonde” tanto cantate da Fred Bongusto parecchi anni fa. Ma quelle erano sul mare mentre un pò nell’entroterra, i “veglioni” a Partinico farebbero ridere i polli.

Il ragionamento del re non è sbagliato: se “l’esperimento del vino” funziona con uve di scarsa qualità e delle peggiori contrade, a maggior ragione dovrà funzionare con terreni più vocati al vigneto e con vitigni migliori.

Il monarca, dunque, fa una cosa che non ha fatto mai durante tutto il suo regno. Anzi ne fa due, una dopo l’altra: concede a Partinico l’autonomia amministrativa, facendo nascere una classe di borghesi amministratori della cosa pubblica (1800); dà disposizioni per la costruzione di un’imponente cantina che possa funzionare come volano per l’economia locale. La nascita politica del Comune e la cantina vanno quindi di pari passo. Sono legate da un rapporto di responsabilità e di fiducia dello Stato, oltre che dalla stessa età di nascita.

particolare architettonico dell'interno della cantina

particolare architettonico dell'interno della cantina

L’opera è ultimata nel 1803, e chi ha voglia di averne un ragguaglio più dettagliato potrebbe dare un’occhiata alla descrizione che ne fa Stefano Marino nella sua “Storia di Partinico e suoi dintorni. Un raggio di storia siciliana” (Palermo, Clamis e Roberti, 1855). Ferdinando l’affida alle amorevoli cure di alcune decine di impiegati con lo scopo di contribuire tutti allo sviluppo di quell’idea: dimostrare ai partinicesi che si può produrre un ottimo vino, grazie al conferimento delle uve da parte di tutti i proprietari  di vigneti; che la borghesia ha ormai una sua maturità tale da potere gestire autonomamente i bisogni di una comunità come Partinico. Per raggiungere questo obiettivo ha mandato in avanscoperta il cavaliere Felice Lioy che a Marineo e a Partinico ha tentato di sperimentare una tecnica di produzione del vino, usando tutti gli accorgimenti all’epoca possibili. Lioy, con le peggiori terre e con i peggiori vigneti della piana partinicese, produce un ottimo vino. Il re lo beve a tavola con i suoi commensali e brinda al successo.

Cosa ci sia nella testa dei pubblici amministratori nostrani può essere intuibile, ma nessuno può mettere la mano sul fuoco. Negli ultimi mesi molte cose stanno venendo a galla e si cominciano ad avere elementi per valutare la realtà effettiva.  L’atto deliberativo del 27 luglio 2009 concernente l’uso e la gestione dell’immobile e l’accesso da parte del pubblico, ne è una prova. E’ vero che è già entrato in vigore il “pacchetto sicurezza” per la pace sociale, col tripudio di Maroni e dei leghisti. Ma non facciamo che in un paese ancora tribale l’autonomismo tanto di moda, a destra come a sinistra, sia solo la condizione barbarica di fare politica? In tal caso ci vorrebbero le ronde dell’intelligenza contro gli affronti dell’imbecillità. Ed è proprio questo che Partinico deve evitare: trasformare la cantina in uno spazio per veglioni o in una “Real caffetteria”. La nostra città consegni, piuttosto, questo bene prezioso, alla sua destinazione originaria: la produzione del vino. Ne faccia un “banco d’assaggio” delle aziende vitivinicole siciliane, un punto nevralgico dell’ enogastronomia isolana, un centro dei circuiti delle città del vino  su scala mediterranea. E’ un modo per essere coerenti e per evitare di accumulare errori che non gioverebbero a nessuno.

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a La “Real Caffetteria borbonica”

  1. fara misuraca ha detto:

    mi sono permessa di condividerlo sulla mia pagina (il portale del sud) di FB

  2. di vita gaetana ha detto:

    vorrei organizzare un torneo di burraco alla real caffettria si può?

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