“Donna come me”

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Alta e bruna la vorrei, di fianchi pieni e snelli, dalla piccola testa di statua. Una testa di lucertola, lievemente triangolare. I capelli corti e ricciuti, morbidi come le piume di certi uccelli, e facessero un vivo contrasto col viso pallidissimo e spaurito. La fronte ampia e candida, dove la notte e il giorno si avvicendassero dolcemente: e fosse quello il mio vero orizzonte.

Vorrei che nella sua fronte candida si annunciasse il mattino, prima ancora che il cielo si tingesse di rosa, e, a poco a poco declinando il giorno, l’ombra della sera si facesse densa fra le sue ciglia, prima che nelle foglie, nelle pietre, nelle nuvole.

Ma anche vorrei che la notte nascesse dal suo grembo, che fosse nera e compatta in lei più che in ogni altra cosa: che la mia donna fosse notturna più di un animale notturno, che fosse come una pietra nera. Vorrei così che la sua fronte mi apparisse come un’allegoria della mia vita mortale. Talché ogni sera, vedendo l’ombra scendere a poco a poco lungo il suo viso,  naturalmente io pensassi al riposo vicino, al sonno profondo, alle caste immagini notturne, e alla morte.

Gli occhi li vorrei chiarissimi, quasi bianchi, sparsi di macchie rosse: la bocca fine, il sorriso triste e stanco. E dagli occhi bianchi le piovesse sul viso una luce serena fatta più viva da quelle macchie rosse, da quel pò di sangue affiorante nel candore dello sguardo. La voce la vorrei grave e dolce, senza toni alti, mai, neppure negli istanti di più fiero dolore, o di più libera gioia. Una voce che sembrasse cantare, e avesse in sé un’armonia che non fosse soltanto delle parole e degli accenti: ma i nomi più semplici e familiari prendessero nella sua bocca un’eco misteriosa, morbida e pura, come di suoni senza radice nelle parole.

Vorrei che muovendosi, parlando, sorridendo, apparisse come una forza gentile, giusta e incorruttibile, della natura, un elemento della grazia, della forza e della purezza che son nell’aria, nella luce, nelle piante, nelle pietre, nel paesaggio. Che assomigliasse agli animali, a certi animali, che avesse in sè l’innocenza e la nobiltà del cane, o del cavallo.

Che certe volte, nella sua voce, suonasse dolcissima l’eco di un triste latrato. Che la sua testa, posata accanto a me sul guanciale, mi sembrasse talvolta, nell’incerta luce dell’alba, una testa di cane. Che sentendola respirare al mio fianco, o muoversi nella stanza buia, riconoscessi nel suo respiro l’ansito profondo di un cavallo, e i capelli le ondeggiassero sulle spalle come una criniera, e nel suo riso, nel suo pianto, risuonasse talvolta l’eco di un nitrito amoroso.

Che la sua innocenza fosse ferina, che il lato umano della sua natura, ciò che v’è sempre di umano anche nella donna più nobile, avesse il valore di un accidente, di un caso, fosse puramente fortuito. Sempre ritrovasse in un gesto, in un grido, la sua forza animale: che i suoi abbandoni fossero quelli di un animale ferito, che perfino il suo orgoglio di donna fosse un orgoglio di cavalla o di cagna. Un’umanità segreta, la sua, che non già la maternità, ma la bellezza, riscattasse dalla sua materia impura, dal suo peso, dalla sua opacità. Vorrei che fosse mia madre. E avere in lei, amante, la stessa confidenza lo stesso abbandono, che il bambino ha verso la madre.

Vorrei che il mio amore per lei fosse più che un sentimento: fosse una virtù. La più libera e la più generosa delle mie virtù. Che ella fosse per me il mio paesaggio e il mio destino. La somma delle mie ambizioni. Non l’oggetto delle mie ambizioni  nè l’ispiratrice, ma la mia stessa, la mia unica ambizione. Che il solo accarezzarle la fronte, il solo sfiorarle le labbra, il solo stringerla al petto, fosse per me come la liberazione da una oscura schiavitù. Che almeno in lei trovassi compenso alle mie orgogliose rinunzie, alle mie inutili crudeltà. Poichè appunto in questo mi sembra consistere il destino più proprio e più nobile della donna: ordinare e pacificare in se stessa tutte le forze e le fortune dell’uomo, diventare non oggetto nè fine della sua attività fisica e intellettuale, bensì pretesto ai suoi sogni, alle sue speranze, alle sue imprese. Un pretesto: nulla più. Ed è molto. Se è vero che nulla è più difficile, nè più pericoloso, del servir da pretesto a una nobile esistenza.

Vorrei poterne fare non già una creatura soggetta al mio destino, un essere dipendente da me, ma liberarla dalle misteriose tirannìe della sua natura, aiutarla a conquistare una libertà e una dignità che la natura le contesta e le contende. Quella stessa libertà e quella stessa dignità inventate dall’uomo per giustificare il tono di certi suoi rapporti col mondo fisico e morale, col mondo della natura e della coscienza. Proprio e soltanto in questo vorrei che la mia donna mi assomigliasse.

Vorrei che i moti, gli istinti, i sentimenti, propri della virilità, si ritrovassero anche in lei, seppur attenuati e avviliti. Che fossero come un’immagine sbiadita, e quasi direi antica, di me: che nel suo viso io riconoscessi il mio viso lontano, quello della mia infanzia, quel viso che sempre, volgendomi indietro a guardarlo, mi riempie di un segreto spavento, di una sorta di pudìco orrore.

E giunto il momento vorrei potermi staccare da lei, – non ripudiandola, non abbandonandola, non umiliandola col tradimento e la menzogna – staccarmi da lei come dalle rive di un’isola, come dalle frontiere di un sogno, come dal margine netto di un’idea o di un sentimento. Sapermene staccare al momento giusto, quando, dal contatto con l’uomo, la donna acquista una civiltà sua propria, in contrasto con quella virile, e ritorna a se stessa, sforzandosi di esaurire in se medesima il suo istinto e il suo destino di madre. Staccarmi da lei quando comincia a decadere dall’innaturale dignità avuta in dono dall’uomo, quando il senso della maternità cessa, in lei, d’essere un fatto morale, torna ad essere un fatto fisico.

Qui si prova, mi sembra, la vera natura della donna, la sua dignità. Poichè vi son donne che esauriscono tutto il loro senso di maternità nell’uomo, non sanno essere altro che spose, amanti, sorelle, e partoriscono popoli meschini, conducono alla rovina le famiglie, i regni, le imprese. Ma vi son donne che sanno essere, sempre e soltanto, madri: e partoriscono figli, fratelli, amanti, imperi, guerre, avventure disperate e gloriose, e spade, navi, colonne di fanti, torme di cavalli, città turrite. Staccarmene, insomma, senza pietà, ma con dolcezza, come si stacca la garza da una ferita. Che la ferita sanguini, che il dolore sia vivo e bruciante, ma taciuto, nascosto. Perchè la donna non giunga mai a conoscere quest’ultimo segreto dell’uomo.

Vorrei sopra tutto che la mia donna m’assomigliasse nel disprezzo di ciò che gli uomini temono, fuggono, o invidiano. Che non avesse alcuna pietà di se stessa, e in quest’assenza di misericordia trovasse la sola consolazione al proprio inevitabile egoismo. Che sapesse anteporre a tutto e a tutti non la propria persona, non l’amore del proprio amore, ma quella fatalità che ognuno di noi nasconde nel profondo di sè. Orgogliosa, ma intimamente incerta e infelice. Disperata, talvolta, ma serena nel viso, nelle parole, negli atti. E che la sua infelicità, le sue disperazioni non si rivelassero con moti o pensieri dolorosi e umiliati, con soggezioni o rinunzie, ma con rivolte violente, con improvvise fughe incontro alla lotta, al pericolo, al sacrificio. Da potere essere fiero di lei, da poterla amare come io stesso saprei amarmi, se fossi donna.

Da poter riconoscere, nella sua fronte, nel suo sguardo, nel suo sorriso, nei moti degli occhi e delle labbra, nei pallori e nei rossori improvvisi, quel sentimento profondo che spesso mi agita, spingendomi a disfare con le mie mani la trama di cui è fatta la mia speranza di felicità e di riposo. Da potermi staccare da lei, al momento giusto, come da me stesso, volgendomi indietro ogni tanto a guardare quel suo viso simile al mio, quella sua fronte serena, quei suoi occhi bianchi dove il mio sguardo si fa, a poco a poco sempre più lontano e più antico.

(Curzio Malaparte, “Donna come me”,  Mondadori, 1940)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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