La doppia anima di Budapest

Settembre a Budapest (scorcio del Danubio)

Settembre a Budapest (scorcio del Danubio)

Fatichi a capire il magiaro. Non ha nulla in comune con le lingue dell’Europa occidentale e neanche con le rimanenti della parte orientale. Gli stessi ungheresi non ne conoscono esattamente la provenienza, ma pensano che i loro lontani antenati possano essere stati i popoli che parlavano un tempo lingue ugro-finniche, arrivati nella pianura ungherese nella notte dei tempi. E’ probabile che i magiari siano scesi dagli Urali nell’Alfold (grande pianura), e nella puszta attorno a Debrecen nel IX sec. dopo Cristo, dando origine, attraverso Arpad e la sua discendenza, all’attuale popolo. Una teoria che suscita divisioni e contrasti perché i più spinti nazionalisti pensano che questa sia una divulgazione voluta dalla dominazione sovietica mentre, a loro giudizio, le origini sono mitiche ed esaltanti riferendosi alle grandi civiltà mesopotamiche e alle stesse origini della storia umana. Ma come tutti i nazionalismi anche quello ungherese è distorsivo rispetto all’idea di nazione e di futuro europeo, e fa più danni che bene.

I russi continuano, però, ad essere un popolo vicino a quello ungherese. Lo vedi dall’uso di parecchi mezzi agricoli, in minima parte anche dalle automobili fabbricate in Russia e persino dalle scritte in caratteri cirillici nei wc dei treni.

Comunque stiano le cose, a noi che non siamo linguisti e che spesso non conosciamo neanche la lingua italiana, come dimostrano alcune università del nostro Bel Paese costrette a istituire corsi di lingua italiana per le matricole, la questione non interessa più di tanto.

E’ più importante considerare che, se vai in Ungheria, trovi, da italiano, un popolo che assomiglia al tuo, più europeo, più etereo e raffinato per alcuni aspetti,di quello italiano; più plebeo e più paesano per altri. Un popolo che per storia e cultura assomiglia al tuo e che ha fatto gran parte dell’Europa nelle vicende che almeno dal Settecento al Novecento, hanno caratterizzato questo nostro continente. Nonostante le divisioni, le guerre, le persecuzioni.

Il vero muro che ti separa da questo mondo è la lingua. Questa separatezza è espressa anche dai nomi. Non ti consente di acchiappare neanche l’idea più lontana di una sola parola. Attila è, guarda caso, non solo uno dei nomi maschili più diffusi, ma anche il simbolo della personificazione di una comunicazione impossibile, di una condizione barbarica della parola. A noi italiani ci richiama il re degli Unni, e l’unica cosa che ci fa ricordare è che dove passava lui non cresceva un filo d’erba. Fra l’italiano e il magiaro c’è infatti una specie di muraglia cinese, un blocco di separazione e di difesa.

Segno evidente, credo, di una cultura patriottarda che in Italia continua ad alimentare i nostri libri di storia.

Manifesto a piazza Nyugati

Manifesto a piazza Nyugati

Tuttavia se vai a Budapest un manifesto a piazza Nyugati, la stazione ferroviaria dell’ovest della metropoli, alla fermata del tram, manco a farlo apposta, ti avverte: “Appari così allo straniero se non parli la sua lingua”. Resti perplesso, incredulo. L’immagine rappresentata è una pecora che ti guarda. L’avvertimento è in magiaro e non sfugge il doppio senso. Gli ungheresi possono essere gli stranieri per te se non parlano la tua lingua, ma anche tu puoi essere uno straniero se non parli la loro.

Un bel modo di suggerire ad entrambe le parti di imparare gli uni la lingua dell’altro. Questo modo sottile di comunicare riguarda molti aspetti della vita degli ungheresi. La loro filosofia.

Se entri nelle case della gente scopri con sorpresa la singolarità di questa gente. Alcuni oggetti che da noi sono familiari, qua, invece, mancano quasi del tutto, o trovano una collocazione meno preminente rispetto all’eccessivo spazio che occupano da noi. Non è un caso che in una città di circa due milioni di abitanti scarseggino i negozi di mobili, e che per quanto sia presente un certo numero di fabbriche di materassi, siano totalmente sconosciuti i letti di ottone.

Un amico che mi aveva invitato a casa sua  si mise a ridere quando gli chiesi perché mai tenesse il wc chiuso in una specie di sgabuzzino di un metro quadrato. Non sentiva per niente la mancanza di un bidè a casa sua. E, naturalmente, in quasi tutte le altre case che avevo avuto modo di conoscere negli anni. Trovavo assurdo relegare un oggetto tanto essenziale del corredo normale dei servizi igienici di una abitazione alla negazione della loro utilità, o alla loro riduzione estrema. Non capivo perché mai quell’oggetto dovesse essere sostituito dalla doccia il cui uso per altro comporta maggiore dispendio di acqua e di energia, oltre agli svantaggi del doversi di volta in volta, svestire totalmente e rivestire subito dopo. Non trovando altre risposte me ne sono data una di natura ideologica.

Senza avere per nulla le distorsioni di Berlusconi, l’ho legata alla politica del comunismo filosovietico. Al maledetto socialismo reale, alle sue presunzioni e alle sue imposizioni sulle povere masse pazienti delle popolazioni dominate. E rese docili persino nell’uso di quel grazioso e funzionale pezzo igienico tanto necessario ai comuni mortali. Così mi sono detto che, per una errata interpretazione dei sacri testi di Marx e Lenin, la costrizione del privato si era ridotta a quel punto estremo da sottrarre al cittadino il suo diritto a pulirsi il culo, per non sottrarre tempo alle imperscrutabili ragioni della libertà socialista. E confesso che a me, che sono gramsciano, seguace degli insegnamenti di Labriola e delle modalità di applicazione tutte italiane di Marx e Lenin nel nostro Bel Paese, la cosa mi ha fatto molta rabbia. Per l’imbecillità del modello socialista proposto dai Paesi del cosiddetto socialismo reale e per le occasioni che esso ha fatto perdere alla storia della democrazia dell’intera Europa.

Così un popolo come quello ungherese, uno dei più travagliati della storia del nostro continente, ma anche di quelli che hanno anticipato le ansie di libertà del secolo scorso, ha codificato dentro di sé i segni della violenza esercitata sulla sua pelle nel corso del tempo, trasformandoli in corporeità sofferta con una dignità quasi senza pari. Gli ungheresi sono perciò un popolo dignitoso e orgoglioso, alla perenne ricerca della sua identità, della sua autonomia, delle sue vie di uscita dai tunnel che la storia o il capitalismo hanno costruito lungo il suo cammino.

Non sarà facile che si liberino del loro passato, e non sarà facile che possano vivere il presente in modo cauto e critico. E’ più facile che essi, già travolti una prima volta da una grande delusione, possano essere facile preda di un modello consumistico ed edonistico di società. Ancora resistono per ragioni economiche o perché è stato penetrante e diffusivo l’effetto del modello pubblico a totale discarico di quello attento al privato o a contemperare entrambe le realtà.  Si possono prendere in considerazione alcuni indicatori: il rapporto urbanistico tra spazio pubblico e spazio privato, il modello abitativo, il rapporto tra religiosità e laicità.

Uno scorcio dell'immenso parco di Isola Margherita

Uno scorcio dell'immenso parco di Isola Margherita

In tutti i centri abitati dell’Ungheria predominano i grandi spazi verdi, le piazze sterminate che non trovano raffronto con quelle delle città italiane. Questo rapporto tende a stringersi sempre di più nelle grandi città come Budapest, Miskolc, Pecs, Debrecen, a tutto vantaggio di una privatizzazione quasi selvaggia. Ai limiti del codice penale nei grandi quartieri di Budapest. Qui sono sorti palazzi moderni o sono stati distrutti quelli che costituivano un vero patrimonio storico dell’umanità. Per fortuna se ne conservano ancora molti, e la sensibilità degli abitanti dei circa venti quartieri della metropoli tende oggi a conservarne la memoria e l’integrità. Cosa che succede, ad esempio, nel VI distretto di Terezvaros (la citta di Teresa d’Austria) e nell’VIII distretto, denominato Jozsefvaros (la città di Giuseppe II d’Austria), il quartiere dei Palazzi, e della cultura. I caratteri di questo distretto li cogli già nella fila delle librerie di antiquariato di Muzeum Korut, dove si affaccia l’imponente edificio classico del Museo Nazionale di Budapest, una vera e propria porta di accesso all’VIII distretto.

antichi palazzi del VI distretto dánno al visitatore l'idea di un'intima decadenza, il fascino di un certo abbandono

antichi palazzi del VI distretto dánno al visitatore l'idea di un'intima decadenza, il fascino di un certo abbandono

Anche i modelli abitativi tendono in parte a conservare le originarie architetture, a salvaguardare il patrimonio artistico e monumentale, ma in parte stentano a superare gli interventi artificiosi prodotti fino a vent’anni fa dal regime comunista. Così è difficile trovare case con più di due stanze. Spesso i modelli abitativi che si incontrano, anche quando le case sono più grandi del solito (circa 60mq), si hanno due stanze più o meno grandi, cucine ristrette e servizi igienici ancora più contenuti. All’interno di palazzi imponenti predominano  gli innumerevoli “cortili pensili”. I wc sono per lo più separati dal cosiddetto “bagno” dove si contano una vasca o un piatto doccia e un lavandino oltre al posto per la lavabiancheria. Se si esce dallo schema si entra nel modello “americano” con qualche stanza in più e una cucina/tinello vistosamente più grandi. Le case costruite in epoca di socialismo reale, sono grandi caserme che ospitano come in un alveare abitazioni per famiglie medie di tre/quattro persone stivate in strutture in media non superiori ai 60 mq. Gli ungheresi le chiamano “i prefabbricati” perché sono fatte con blocchi cementizi già confezionati per le costruzioni. Sono immensi casermoni grigi, come quelli di via Vorosvari ut, che mettono tristezza alle stesse famiglie che vi abitano, e che oggi cominciano ad essere ravvivati dai colori variopinti dei prospetti. Come a voler cancellare quanto la politica socialista nel settore abitativo aveva realizzato. Ma sarebbe un grave errore non porvi rimedio in un momento di grave crisi globale, e buttare anche il bambino assieme all’acqua sporca. Dovunque vai a Budapest c’ un bisogno di moderno e di antico. Le nuove generazioni hanno già rimosso la memoria dei loro genitori. Ma sarebbe un peccato che non tenessero conto del rapporto che i loro genitori o i loro nonni hanno voluto stabilire con gli spazi verdi  e i servizi pubblici. I tram funzionano a orologio e sono sempre affollati, come del resto le metropolitane, di cui la più antica, tutta in ferro e maioliche colorate  è quella di Foldalatti, costruita nel 1894, due anni prima delle celebrazioni per i mille anni degli ungheresi a Budapest.

(Giuseppe Casarrubea)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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