Cinquanta Sicilie

La Sicilia di Manzella

nudo di Pino Manzella

nudo di Pino Manzella

Non ci riferiamo a nessuno e mettiamo le mani avanti chiarendo in partenza che non vogliamo fare i moralizzatori nè tanto meno prediche a nessuno. Non diciamo una cosa che può sembrare stonata. La Sicilia è stata ed è occasione di arricchimento e un pretesto di esibizionismo personale. Oltre  ad essere, potrei dire, quasi naturalmente, terra di rapina; serbatorio di baratto, nodo storico degli equilibri del potere nazionale.

Un palcoscenico con lo sfondo della mafia, delle coppole storte, della delinquenza comune e dell’ignoranza. La Sicilia è diventata uno stereotipo, miniera d’oro per  cercatori di pepite, siciliani e non. Tutti dalla penna facile, con le loro opere sempre pronte alla prima occasione: collezionisti di cronache, ritagliatori di notiziari,  raccoglitori delle pubbliche dicerie, annotatori di libri altrui, specie di quelli che presumono di avere un potere e lo esercitano a discapito degli altri e della verità. O semplicemente della ricerca. Sempre attenti a citare amici e amici degli amici, a fare favori, a utilizzare università e pubbliche sedi come occasione di veto, forca caudina, e peggio. Di destra e di sinistra. Tutti hanno fatto il salto dalla specie umana a quella dei rapaci dell’artificio del potere. Ognuno nel suo piccolo. Così c’è in Italia chi li rappresenta tutti e il piattume comportamentale non distingue più i colori, appiattisce e basta. Fa le notti con tutto il mondo nero.

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Non c’è più da stupirsi se molte parole del nostro abituale lessico hanno perduto l’uso e il significato e se la solidarietà o il rispetto o la lealtà sono cose già spremute e senza senso. C’è di tutto nell’arrivismo dell’arrembaggio: imbrattatele che si definiscono artisti, registi che fanno cassetta con le facce dei più noti criminali, imbrattacarte che sfornano in serie un libro ogni quindici giorni, giornali che decidono cosa fa notizia e quale deve essere. C’è persino un’antimafia e una cultura della legalità che si manifestano a puntate o a giornate commemorative. Le chiamano “settimane della legalità”, “settimane antimafia”, “giorno della memoria”. Così a furia di ripetere simili corbellerie, la gente fa l’orecchio a un pensiero distorto e capisce che per tutto il resto dell’anno può fare quello che vuole. Sono gli inventori di questa nuova “comunicazione” a  decidere sul vociare e sul silenzio. Meglio dei corvi, cercano i morti annaspando tra i resti delle cose putrefatte, e imbalsamano fatti semplicemente accaduti e che sono sotto gli occhi di tutti : mummificatori delle vittime che ci hanno rimesso la pelle, dei familiari delle vittime che hanno subito il trauma mai sanato da uno Stato colluso e disumanizzante, i sostenitori delle ricorrenze, quelli che applaudono come si applaudivano un tempo nelle pubbliche piazze i soliti candidati al potere, per il non potere degli altri.

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nudo di Pino Manzella

nudo di Pino Manzella

Ben altra cosa è la Sicilia sofferente di Manzella. Una terra che cola a picco, che si crocifigge, che si esalta, quando può, che spera per non morire.

E’ una Sicilia che trova il suo legame con la memoria, il documento, il simbolo. Si legge in ogni sua opera questo legame tra il tempo del ricordo e la realtà del momento. E’ una denuncia e anche un monito che i valori cromatici esprimono come in un’aria cupa di sogno. Forse di incubo. Ma si capisce bene questo atteggiamento, il pessimismo che vi è connaturato in modo ineluttabile.

Pino Manzella è stato uno dei più stretti amici di Peppino Impastato, faceva parte del suo gruppo, del suo “Circolo di musica e cultura”, frequentava radio “Aut” e conosce bene i percorsi che Peppino faceva ogni sera per tornare da Terrasini a Cinisi per incontrarsi con i suoi amici. Quella sera in cui non tornò più, fu poi testimone della tragedia che si era consumata e con un coraggio che è di pochi, raccolse con i suoi compagni e amici, i miseri brandelli rimasti del corpo disintegrato e senza testa, di Peppino. Fatto saltare in aria con la bocca e il petto imbottiti di tritolo. Eppure, da questa profonda oscurità, si coglie una Sicilia che vuole sapere, che si interroga, che vuole fiorire, per continuare una battaglia antica, quella di sempre, dei dimenticati pionieri dell’antimafia. Morti come Peppino. (G.Casarrubea)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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