La ginestra, “fior gentile”

Manifestazione a Portella, 1 maggio 2008di Chiara Racalbuto

1. “Le pallottole mietevano l’erba”

Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola

(Giacomo Leopardi, La ginestra)

*

La ginestra è un fiore tenace. Sorge fra lava e terre desertiche, spunta dal suolo ruvido e cresce, pur minacciata da una natura impietosa, emanando un dolce profumo che sembra diffondersi in quei luoghi desolati come un inno alla vita e alla speranza. Ma il suo destino è già segnato e ben presto essa soccombe, sopraffatta da forze superiori che la investono e la sradicano, lasciando al suo posto le ombre immobili della tragedia, il silenzio malinconico della morte. Tutto intorno un vento caldo brucia le sterpi e risparmia le pietre, che dominano paesaggi orfani di un profumo ormai scomparso, senza più colore.

Cadono, le ginestre, investite da fiumi di lava; caddero travolte da fiumi di sangue in una giornata primaverile, sotto una pioggia di pallottole, testimoni impotenti di una delle pagine più buie del dopoguerra italiano.

Nascono ancora adesso, a Portella della Ginestra, quei fiori gialli e profumati; ma dal primo maggio del 1947 ogni nuova fioritura è come una ricorrenza, amaro necrologio di un massacro mai dimenticato e su cui solo in tempi recenti si è riusciti a fare luce, superando il muro di gomma dell’omertà.

Quella mattina migliaia di persone, per lo più contadini, si erano raccolte nella pianura siciliana, nelle vicinanze dei comuni di Piana degli Albanesi, San Cipirello e San Giuseppe Jato, per celebrare la festa dei lavoratori. Uomini, donne e bambini, sull’onda dell’entusiasmo per la recente vittoria dei partiti di sinistra nelle prime elezioni regionali, prendevano parte ai festeggiamenti ignari della sorte che di lì a poco avrebbero incontrato. Improvvisamente alcuni spari provenienti dalla montagna sovrastante gelarono le parole in bocca a Giacomo Schirò, segretario della sezione Socialista di Piana degli Albanesi, salito sul podio per pronunciare il discorso d’apertura; ben presto, l’eccitazione seguita all’ingenua convinzione di assistere a uno spettacolo di mortaretti celebrativi lasciò il posto al terrore della consapevolezza di calcare il palcoscenico di una strage, vera come i proiettili che trapassavano carni e illusioni recidendo ossa, tessuti, vite.

Portella della Ginestra in pochi minuti vide morire sui suoi campi undici persone, e altre ancora persero la vita nei giorni successivi in seguito alle ferite riportate; con esse vide morire anche i sogni di un cambiamento fino ad allora auspicato, la prospettiva di un futuro migliore che lentamente stava risorgendo dopo la lunga repressione fascista.

La strage del primo maggio, del resto, non fu un caso isolato; era l’ultima di una lunga serie di delitti perpetrati ai danni di esponenti dei partiti di sinistra siciliani e preannunciò il cruento assalto alle Camere del lavoro della provincia di Palermo, avvenuto il 22 giugno 1947, poco più di un mese dopo.

La stessa mano che aveva trasformato in tragedia un giorno di festa, imbrattando di rosso le gialle ginestre, portava avanti imperturbabile e indisturbata il suo progetto di morte. Mano che, si scoprì in seguito, ne strinse tante e tante altre, tutte ugualmente colpevoli, tutte complici consenzienti di omicidi e bagni di sangue, nel nome della nuova crociata che trova le sue origini nello sbarco alleato in Sicilia del 1943 e che con sempre maggior vigore andò radicandosi all’interno del tormentato panorama politico occidentale del dopoguerra: la crociata anticomunista.

Mano che da quelle altre mani fu poi tradita e uccisa, capro espiatorio di un intrigo internazionale di cui altro non fu che una pedina, vittima delle forze inarrestabili, ineluttabili e incontrollabili della Storia, e che rispondeva al nome di Salvatore Giuliano, il “re di Montelepre”.

Il processo di Viterbo, apertosi tre anni dopo la strage e terminato nel 1952, dichiarò il bandito (che nel frattempo era morto) e i componenti della sua banda, tra i quali il luogotenente Gaspare Pisciotta, che con le sue rivelazioni avrà un ruolo fondamentale per quel che concerne gli sviluppi successivi delle indagini, gli unici responsabili della strage di Portella della Ginestra; verdetto che collimava con le dichiarazioni dell’allora ministro degli Interni Mario Scelba e che, attualmente, rimane la tesi ufficiale.

Giuliano e suoi compagni, tuttavia, non furono i mandanti dell’eccidio né tanto meno gli unici esecutori materiali; successive e approfondite ricerche, condotte in particolar modo sulle diecimila pagine degli atti giudiziari del processo, hanno infatti gettato ombre sull’operato dei magistrati e sulla sentenza conclusiva, riaprendo un caso che tutt’oggi resta denso di contraddizioni e di mistero.

Dallo studio dei referti medici si è scoperto che sui corpi delle vittime della strage erano state trovate schegge di granate e proiettili calibro 9, armi non in dotazione agli uomini di Giuliano. Le bombe, in particolare, risultavano di produzione americana. Questa rivelazione presupponeva, dunque, che quella mattina di maggio Giuliano e i suoi uomini non fossero soli ad osservare dall’alto i festeggiamenti di Portella della Ginestra. Qualcun altro, insieme a loro, imbracciò i fucili e prese la mira.

La presenza di schegge di granate di produzione americana, in più, costituiva la prova, per lungo tempo taciuta, di un coinvolgimento statunitense nella strage, come confermarono le analisi dei materiali dell’archivio dell’Office of Strategic Services (Oss) e del Servizio Informazioni e Sicurezza (Sis) del Ministero dell’Interno, che registravano molteplici contatti fra Salvatore Giuliano e i servizi segreti americani nei mesi precedenti la strage.

Dallo studio dei documenti a disposizione emersero inoltre rapporti fra il banditismo e le nutrite compagini neofasciste presenti in Sicilia, formatesi in seguito alla migrazione di numerosi sostenitori del fascismo verso il meridione con l’obiettivo di sfuggire alla giustizia dei governi nazionali; migrazione peraltro favorita dagli stessi alleati, sbarcati in Sicilia nel 1943 (operazione “Husky”), che intravedevano nella folta presenza di “camicie nere” nella strategica “Trinacria” un efficace baluardo contro la penetrazione e la diffusione comunista in Europa.

Testimonianze, infine, provano la presenza di malavitosi tra gli esecutori materiali dell’eccidio. La mafia, che Mussolini mal tollerava e ostacolava e che aveva dunque conosciuto una fase di declino durante il periodo fascista, rinacque proprio grazie alla presenza alleata in Sicilia, che se ne servì per garantirsi il mantenimento dell’isola e per stabilire l’ordine in un territorio fino ad allora in balia del caos e dell’anarchia. Fu in quel momento che la mafia capì che poteva spingersi oltre il controllo locale dei latifondi e penetrare fin dentro le maglie dell’intricata macchina statale. Cosa nostra era già in gestazione.

Dunque una fitta rete di contatti, collaborazioni, accordi, complotti internazionali alla base di un massacro che risultò essere stato programmato addirittura l’anno precedente, nell’eventualità, sgradita ad ex combattenti fascisti, separatisti (fra i quali militava lo stesso Giuliano), Democrazia Cristiana, Stati Uniti e mafia, di una vittoria delle sinistre alle elezioni regionali del 20 aprile, vittoria che si verificò con ventinove seggi alle sinistre contro i ventiquattro della DC. Era tutto stabilito, dunque; e nel momento in cui il “pericolo rosso” si fece più concreto, si trattò solo di passare all’azione.

Sullo sfondo, la sempiterna lotta fra stelle e strisce e falce e martello.

Sulla base di queste considerazioni si può pertanto considerare Salvatore Giuliano come una sorta di capro espiatorio, colui che, in virtù di un tornaconto che gli fu promesso e poi negato, si mise al servizio dell’America, terra che rimandava ai suoi occhi di siciliano sogni di libertà e di ricchezza, e finì con l’addossarsi la colpa di una strage che sporca invece la coscienza di tanti, pagando con la vita la sua sete di gloria.

Dopo le stragi di Portella della Ginestra e di Palermo, Giuliano divenne infatti una figura scomoda non soltanto per i suoi stessi compagni, ma anche per coloro che lo avevano utilizzato e fino a quel momento protetto. Dunque, andava eliminato. Il 5 luglio 1950 il suo corpo ferito a morte fu ritrovato in un cortile di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Il bandito cadde nell’agguato tesogli dall’amico e compagno di sempre, Gaspare Pisciotta, che l’aveva attirato in quel luogo con la promessa di farlo imbarcare per gli Stati Uniti.

Pisciotta, pochi anni più tardi incontrerà lo stesso destino: minacciando di rivelare i retroscena della strage di Portella della Ginestra e di confermare così il coinvolgimento dell’intelligence americana, della mafia e delle autorità italiane, firmò la sua condanna a morte. Un caffé alla stricnina, potente e rapido veleno, pose fine alla sua vita nel carcere dell’Ucciardone il 9 febbraio 1954.

Pisciotta rimane ufficialmente l’unico responsabile della morte di Giuliano. Egli riferì di aver ricevuto l’incarico dell’omicidio dal colonnello Luca, comandante delle forze anti banditismo siciliane. In cambio, il colonnello si sarebbe impegnato a proteggerlo nel caso di un suo arresto; impegno che, naturalmente, non fu poi rispettato.

Malgrado tali rivelazioni, la morte di Salvatore Giuliano rimane ancora adesso avvolta da una spessa coltre di oscurità ed enigmi. Fra le varie ipotesi formulate al riguardo, la più accreditata è quella che ritiene i servizi segreti americani i veri mandanti dell’esecuzione, con la collaborazione delle autorità italiane, allo scopo di sedare le spinte separatiste siciliane.

Solo quando il sepolcro del segreto di stato riguardo gli ultimi istanti di vita del “re di Montelepre”, sigillato fino al 2016, verrà aperto si potrà far luce, forse, su uno dei tanti misteri italiani che la seconda guerra mondiale ha lasciato dietro di sé, come un residuato bellico occultato dal tempo, pronto ad esplodere in qualunque momento.

  1. 2. “Il limone prima si spreme, e poi si getta”

“Questo film è stato girato in Sicilia. A Montelepre, dove Salvatore Giuliano è nato. Nelle case,  nelle strade, sulle montagne dove regnò per sette anni. A Castelvetrano, nella casa dove il bandito trascorse gli ultimi mesi della sua esistenza e nel cortile dove una mattina fu visto il suo corpo senza vita”.

L’intento di Francesco Rosi è chiaro sin dalle didascalie che precedono la scena d’apertura di Salvatore Giuliano (1960): addentrarsi fra i vicoli polverosi della misera e recalcitrante Sicilia del dopoguerra e osservare, documentare, ricostruire. La scelta di girare il film nei luoghi esatti in cui, pochi anni prima, si svolsero le vicende reali dei protagonisti e il bisogno di specificare subito tale operazione agli spettatori denota una chiara volontà di rappresentazione dei fatti in una soluzione che potremmo definire verista, senza artifici o sbavature moralizzanti.

La preziosa lezione del neorealismo italiano è ancora punto di riferimento nel pur variegato panorama cinematografico nazionale degli anni ’60; Rosi la riprende ed ha il merito di arricchirla sviluppandola in una direzione più politica, spiando dal “buco della serratura” non soltanto i volti corrucciati, abbagliati dal sole e dalla miseria, degli abitanti di Montelepre, ma pure i torbidi meccanismi che regolano il complesso apparato statale e le sue connessioni con la società civile siciliana e con la malavita, svelando una solida ragnatela di menzogne e corruzione, tradimenti e delitti, di “limoni” da spremere e poi, una volta finito il succo, da gettare via.

Il film non è, come si potrebbe facilmente desumere dal titolo, una biografia del bandito Giuliano. Egli, nel corso della narrazione, non viene mai mostrato se non cadavere; assume i contorni sfumati di un fantasma, è in sé una forma vuota, sostanziata dalle figure che gli si muovono intorno, plasmata dagli avvenimenti che lo avviluppano e lo trascinano, insieme ai suoi compagni, nel vortice fatale della storia. Il suo corpo insanguinato e riverso nella polvere, circondato da fotografi e cronisti, compare immediatamente sulla scena per poi svanire nel corso della fitta trama di flashback di cui è intessuto il film, fino a ritornare, nuovamente cadavere, nelle sequenze finali: il “re di Montelepre” rivive nella morte perché è già uomo morto, gli eventi narrati sono il preludio alla sua tragica fine, la Storia il suo assassino.

Giuliano, da vivo, malgrado il mito che gli fu cucito addosso, era in fondo un picciotto come tanti: costretto alla macchia da un delitto giovanile (l’assassinio di un carabiniere che cercava di impedirgli il furto del grano), dedito al malaffare, vanaglorioso, con un notevole ascendente sulle donne e il sogno americano di libertà e arricchimento. Il suo cadavere, trascinato, rivoltato, esaminato trascende invece i confini della carne per divenire il simbolo di qualcosa di più grande: un corpo ingombrante il cui peso graverà sulla storia e sulle coscienze collettive e di cui sarà difficile sbarazzarsi; al tempo stesso, una leggenda che solo nella morte recupera l’umanità perduta, reincarnandosi in una massa inerte adagiata sopra un tavolo, con blocchi di ghiaccio tutt’ intorno per rallentarne la decomposizione: pura materia organica destinata al disfacimento.

Non un film su Salvatore Giuliano, dunque, ma su tutto ciò che vi ruota intorno: banditismo, mafia, istituzioni, “picciotti”, società, potere economico. Non a caso la sceneggiatura, in origine, si intitolava Sicilia 1943 –’60, e tale titolo rimase per tutta la durata delle riprese, ufficialmente come stratagemma mirato ad allontanare possibili “fastidi” connessi alla lavorazione del film.

In realtà lo stesso Rosi lo considerava il vero titolo della pellicola, in quanto racchiude l’arco di tempo durante il quale si verificarono i principali avvenimenti trattati: dallo sbarco delle forze alleate nell’isola al pubblico omicidio del mafioso Benedetto Minasola, che aveva decretato la sua condanna collaborando con i carabinieri all’eliminazione della banda Giuliano, ucciso il 20 settembre 1960. In mezzo le spinte separatiste, concretizzatesi in Sicilia con la formazione dell’ Esercito Volontario per l’ Indipendenza Siciliana (EVIS), i reiterati attacchi ai carabinieri e all’esercito, simboli di un governo temuto e sgradito a cui ribellarsi, avvertito  come estraneo e sordo ai reali bisogni della Sicilia (emblematica a tal proposito la sequenza in cui, a un giornalista romano che gli si era avvicinato per bere, l’anziano proprietario di un chiosco ribatte “cosa ne potete sapere voi della Sicilia?”), la lotta anticomunista sfociata nella strage di Portella della Ginestra, l’assassinio dell’ormai scomodo Giuliano, il Processo di Viterbo, l’avvelenamento nel carcere dell’Ucciardone di Gaspare Pisciotta, braccio destro di “Turiddu” e insieme suo sicario, che troppo sapeva e troppo era pronto a rivelare.

Tutti questi avvenimenti si succedono nel film seguendo non già un ordine cronologico ma bensì un sistema di sovrapposizioni, procedendo mediante vistosi salti temporali mirati a instillare dubbi e interrogativi nello spettatore, come se ogni possibile risposta fosse immediatamente smentita da dettagli che vanno ad aggiungersi ai fatti precedentemente acquisiti, rimettendo tutto in discussione fino alla rivelazione finale.

Rosi documenta e ricostruisce, in un asettico stile giornalistico diluito nel bianco e nero di una fotografia “chirurgica” che viviseziona, analizza, riapre e ricuce. Fotografia curata da Gianni Di Venanzo che assume, nel corso della narrazione, tre diverse tonalità, per manifesta volontà del regista: un chiaro-scuro per conferire un tono commemorativo alle rievocazioni del passato; una sfumatura da servizio fotografico per la scena del ritrovamento del cadavere del bandito; un incremento di grigio per rendere più cronistiche le sequenze del processo di Viterbo, quasi fossero immagini trasmesse da un televisore nei salotti e nelle cucine delle case italiane, lasciate alla libera fruizione dei voraci telespettatori.

Il tono giornalistico, del resto, accompagna la narrazione privando il film di qualsiasi dispersione letteraria: le verità vanno cercate in fondo, sotto le pietre e le ginestre, sepolte dagli strati umidi degli eventi e non addolcite da virtuosismi verbali che renderebbero il tutto poco realistico.

Opera dal respiro epico, con sequenze di grande lirismo come il dispiegamento di truppe nei vicoli di Montelepre e la pioggia di fuoco sui soldati per mano dei riottosi abitanti, immagine simbolica del rigetto siciliano nei confronti di qualsiasi presenza statale; o ancora l’eccidio di Portella della Ginestra, con ampie panoramiche sulla piana gremita di uomini, donne e bambini in festa e una bandiera che sventola sul monte sovrastante da dove provengono gli spari, cui seguono urla, pianti, fughe, i cadaveri abbandonati sull’erba e le lacrime dei vivi, che non basteranno a rianimarli. Salvatore Giuliano conserva tuttavia uno stile scarno, acre, antiletterario. Punta i riflettori su volti, tradimenti, strette di mano e fucili irrorandoli di una luce naturale, vera, senza ornamenti.

Pellicola dunque storico – realistica, dal forte impegno civile e al tempo stesso lirica, con evidenti influssi di Visconti e Rossellini per quel che riguarda l’immediatezza e la purezza della narrazione, che però  pone al tempo stesso dei limiti per quel che concerne le conclusioni intuibili alla comparsa dei titoli di coda.

Francesco Rosi sostanzialmente pare infatti avallare la sentenza finale del processo di Viterbo, ancor oggi ufficiale, che imputa la strage a Giuliano e ai suoi compagni, senza indugiare ulteriormente nell’indagine, lasciando inalterata una verità che, come dimostrarono successive ricerche, presenta evidenti crepe sulle quali la magistratura preferì stendere una coltre di intonaco e silenzio. Nessuna connessione con la mafia, i servizi segreti americani, polizia e carabinieri, il governo democristiano…

Il realismo della narrazione, pur con splendide soluzioni stilistiche, pare seguire una tesi prestabilita che giunge alla sua conferma nell’incarcerazione di Gaspare Pisciotta e degli altri “picciotti” di Montelepre. Dubbi e incertezze sono presenti ma appena percettibili, velati, come sussurri esitanti vibrati in un orecchio e ascoltati con paura, ben presto volutamente dimenticati.

Va aggiunto, del resto, che nel 1962 non si era ancora pronti per avanzare ipotesi che avrebbero sconvolto l’opinione pubblica e che, probabilmente, avrebbero bloccato o resa difficoltosa l’uscita della pellicola (come accadde a Giuseppe De Santis nel 1952, quando dovette rinunciare al progetto di realizzazione di un film su Portella della Ginestra proprio a causa dei dubbi sulla effettiva colpevolezza di Giuliano avanzati nella sceneggiatura, che “osava” proporre altre chiavi di lettura).

Supposizioni riguardo potenziali implicazioni nella strage di organismi solitamente preposti alla sicurezza dei cittadini, come carabinieri, polizia, magistratura e governo, ne avrebbero minata l’ integerrima immagine agli occhi della collettività o, con maggiore probabilità, non sarebbero risultate credibili e di conseguenza respinte.

La versione ufficiale, abbracciata all’unanimità da Mario Scelba e dallo Stato italiano, trova così la sua consacrazione; il realismo ricercato da Rosi si arresta dunque in un’aula di tribunale, nascosto da un verdetto che occulta e zittisce, perché l’Italia non vuole verità ma comode menzogne e i morti non hanno più la voce per denunciarle.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a La ginestra, “fior gentile”

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