Portella: il peccato originale dello Stato

Giuliano e Mike Stern, 1947
Giuliano e Mike Stern, 1947

di Serena Minicuci

  1. RICOSTRUZIONE

Se di qualche certezza si può parlare affrontando la vicenda di Portella della Ginestra, forse l’unica è il dubbio.

La verità ufficiale, quella di stato, promossa dalla politica e approvata dai tribunali non convince, non ha mai convinto fin dal giorno stesso della strage.

Questa storia parla di un feroce bandito, Salvatore Giuliano e della sua banda, che terrorizzava la Sicilia negli anni immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Una banda così pericolosa e un capo così scaltro che tenne in scacco i corpi speciali che furono  inviati in Sicilia appositamente per reprimerla e che, nonostante l’esperienza e l’addestramento, non riuscirono a catturare vivo il bandito; solo per carabinieri e polizia Salvatore Giuliano era irraggiungibile; invece per giornalisti e giornaliste, come nel caso della Cyliacus, era rintracciabile senza troppi problemi.

Secondo questa storia, Salvatore Giuliano,  figlio di contadini di Montelepre, un giorno, animato da un nuovo fervore politico, da solo e in assoluta autonomia, decide di falciare un’inerme folla di gente, la sua gente.

Turiddu non disdegnava l’omicidio, ne aveva già diversi sulla coscienza, soprattutto tra le forze dell’ordine, tanto che uno strano giornalista, Michael Stern, probabilmente un agente segreto americano che lo contattò e emerge spesso in questa vicenda, di lui scrisse sulla rivista statunitense “True”: “è un bravo ragazzo ma gli piace uccidere”. Ma la sua gente non l’aveva mai toccata, anzi, la proteggeva e ne era protetto.

Eppure da subito non ci furono dubbi, era stato Giuliano, senza motivi che non fossero di semplice odio personale e senza mandanti.

Invece i dubbi ci sono e l’idea che dietro quell’atto ci fosse qualcosa di diverso ,di infinitamente più inquietante per le implicazioni che avrebbe chiamato in causa e che quei motivi e quei mandanti esistevano davvero, fu subito forte; molto più forte ed efficace fu però il tentativo di insabbiare tutto, potendo contare su una rete di poteri forti che, grazie a  quella esperienza, rimasero poteri e divennero ancora più forti.

Quel giorno a Portella a sparare fu Giuliano o questo fu una semplice pedina funzionale a qualcuno. Chi fu davvero a sparare quel giorno di maggio a Portella? Chi ordinò che quel giorno ci si accanisse contro una folla festante? Perché morirono undici persone e tante furono ferite?  e soprattutto, cosa significò quella strage per i sessanta anni che seguirono nella storia della nostra repubblica, sono domande ancora avvolte in una profonda coltre di fumo.

Alle domande ufficiali  fu risposto in vari modi a seconda di chi fosse a rispondere e ogni presa di posizione escludeva l’altra.

Si è detto che vi fu una verità di stato – ancora oggi ufficialmente valida – che camminò mano nella mano con quella giudiziaria, si può dire che si protessero a vicenda; vi fu poi la ricerca storica, che ora come allora cerca di trovare un’altra verità, più attendibile e suffragata da atti, documenti e testimonianze, “inspiegabilmente” ignorati dagli organi ufficiali.

Come si vedrà, non solo le verità storiche raggiunsero ma superarono e scardinarono le verità di stato.

Il dubbio è il punto di partenza; come si accennava all’inizio, sulla strage del primo maggio 1947 non vi sono certezze ma, sessanta anni di instancabili ricerche, sono serviti – quanto meno – a non accontentarci di quanto fino a oggi ci è stato ammannito e indirizzarci, se non a trovare le risposte, almeno a farci le domande giuste.

Alla luce dei documenti resi disponibili di recente, degli studi attenti e delle prese di posizione coraggiose di tutti quegli storici che, a loro rischio, hanno sempre sostenuto una versione alternativa, è possibile riaprire ufficialmente un dibattito sui fatti del primo maggio, su come siano andate effettivamente le cose, sulle responsabilità che pesano su questa storia e sulla portata nazionale e internazionale di quella che potremmo chiamare ”Operazione Portella”.

Il primo maggio non furono uccisi solo undici innocenti; da qui in poi, come sosteneva Sciascia, l’Italia diventa “un paese senza memoria e senza verità” .

Quell’avvenimento fu una sorta di palestra, di riscaldamento.

Non fu un fatto isolato, come si volle far credere, ma il primo anello di una catena di avvenimenti dalle enormi ripercussioni storiche , a partire dall’equilibrio precario  nei rapporti di forza tra le potenze del secondo dopoguerra.

A Portella fu sperimentato e inaugurato un modus operandi, talmente efficace che dopo sei decenni è ancora in voga nel nostro confuso e indeciso paese.

L’esperienza accumulata in Italia durante quegli anni, da dichiarazioni di esponenti della CIA, fu preziosa nelle future azioni dell’intelligence in America Latina.

Fu inventata la strategia della tensione che terrorizzando le coscienze fino a farle addormentare, ha permesso fino ad oggi ai gruppi di potere – perfettamente coordinati tra loro – di prendere tutte le decisioni nella più assoluta libertà.

Per proporre una versione diversa sui fatti di Portella, si deve partire necessariamente dai protagonisti e dalla ricostruzione di quel giorno, dei giorni precedenti e dei giorni successivi, partendo proprio dalla versione ufficiale.

Per quanto ignorato o nella migliore delle ipotesi minimizzato, il contesto storico della strage di Portella della Ginestra e degli attentati successivi, perpetrati ai danni degli esponenti del Blocco del popolo sono le elezioni regionali del 20 aprile del 1947.

In queste elezioni, il Blocco del Popolo ottenne una straordinaria quanto inattesa vittoria, soprattutto alla luce dei risultati delle elezioni del 2 giugno 1946 e del clima non sempre sereno che caratterizzava le campagne elettorali siciliane.

I partiti di sinistra ottennero oltre 590.000 voti  e la maggioranza relativa all’ARS con 25 seggi, mentre la Democrazia Cristiana si fermò a 400.000 voti che si tradussero in 21 seggi e il Movimento indipendentista non superò i 9 seggi e 171.000 voti; furono ribaltati i rapporti di forze scaturiti dalle prime elezioni della Repubblica: questo fece sussultare più di una poltrona, come si vedrà sia in Italia che oltreoceano.

Era invece un risultato da festeggiare per le forze vincitrici e per tutti coloro che da queste si sentivano rappresentati.

La seconda guerra mondiale era finita da qualche tempo, lasciando strascichi di morte, fame e distruzione, il regime fascista era stato sconfitto e meno di un anno prima il Regno d’Italia si era trasformato per volontà popolare nella Repubblica Italiana guidata dal CLN che comprendeva le forze di liberazione che avevano combattuto e vinto contro il nazifascismo; apparentemente soffiava un vento nuovo, un vento di riforma e le elezioni siciliane, le prime amministrative in Italia, con il loro risultato confermarono questa tesi che, come i fatti hanno dimostrato, non piacque a tutti.

In alcuni ambienti si fece largo il timore dell’avanzata inesorabile delle sinistre; questa   avanzata non era auspicabile né per la delicata situazione siciliana e italiana né – soprattutto – per la situazione internazionale, ancora più delicata.

banda Giuliano al processo di Viterbo (1951)

banda Giuliano al processo di Viterbo (1951)

Che La Sicilia fosse una regione di grande importanza strategica, da conquistare a costo di qualunque azzardata alleanza, era stato dimostrato già dal 1943, anno dello sbarco americano e dell’operazione Husky, ovvero la riconquista dell’Italia da parte degli alleati iniziata proprio dalle coste siciliane .

Proprio quello sbarco fu sostenuto, anzi si può dire che fu consentito, grazie alla “collaborazione” tra servizi segreti statunitensi, l’OSS (l’odierna CIA) e la mafia siciliana; la strada fu spianata dai rapporti tessuti oltreoceano dall’Intelligence americana, allora guidata da William Donovan con importanti esponenti mafiosi residenti e “operanti” negli Stati Uniti, primo tra tutti il famigerato Lucky Luciano: questo “pactum sceleris” durò a lungo e fu proficuo per entrambi.

Ovviamente la disponibilità mafiosa non era gratuita e il prezzo pagato a liberazione avvenuta fu una indiscutibile ripresa del potere da parte della criminalità organizzata in Sicilia e anche una sorta di  sua “riabilitazione”.

Come governatore della Sicilia fu posto dall’AMGOT – il governo provvisorio alleato – il colonnello italo americano Charles Poletti, mentre a capo delle amministrazioni locali, furono posti i capi mafia o chi per loro, come importanti esponenti del mondo agrario: solo per citarne qualcuno don Calò – Calogero Vizzini – esponente principale mafioso nell’isola fu sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo di Mussomeli.

Inoltre, si tentò di nobilitarne le figure: in un rapporto inviato nel ‘44 ai superiori negli Usa Vincent Scamporino, esponente della sezione Italia dell’OSS, descrisse l’organizzazione mafiosa come cavalleresca. Scriveva l’agente americano:” La mafia partecipa alla vita politica ed economica dell’isola con l’obiettivo di rimettere le cose a posto”, cosa si intendesse per “rimettere le cose a posto” sarebbe stato inequivocabilmente chiarito da lì a tre anni.

Gli avvenimenti successivi hanno dimostrato come lo sbarco in Sicilia non fosse l’unico obiettivo da raggiungere per questi due poteri alleati; essi individuarono un nemico comune la cui eliminazione diventò un punto fermo da perseguire a qualunque costo.

Questo nemico erano le forze della sinistra.

Approfondiremo in seguito la situazione internazionale, ma come è stato accennato, la battaglia per le zone di influenza tra i due blocchi USA e URSS era feroce e sarebbe durata ancora diversi decenni, quindi non era possibile far prendere piede e operare liberamente una forza che ammiccava al vecchio alleato in guerra ma nuovo e pericoloso nemico, l’Unione Sovietica.

In loco il problema era legato alla terra, che rappresentava in quegli anni il potere politico ed economico. Chiunque rappresentasse una minaccia per questo stato di cose immutato da secoli era un nemico da distruggere e i contadini guidati dai partiti e dai sindacati, forti dei decreti emanati nel ’44 dal ministro Gullo – neanche a dirlo – comunista, rappresentavano proprio quella minaccia, sia per gli agrari, i latifondisti che per la mafia che con i suoi campieri e gabellotti, gestiva in piena libertà la terra in Sicilia.

Le sinistre andavano quindi fermate, questa era un’esigenza comune; sotto questa bandiera –  come vedremo – si riunirono le forze più variegate.

Quel risultato invece- per le forze della sinistra – partiti, lavoratori, intellettuali, contadini, sindacalisti ecc., andava onorato; per farlo si scelse di organizzare per il primo maggio, il giorno dei lavoratori, oltre varie iniziative e comizi in moltissimi paesi siciliani, una grande festa a Portella della Ginestra.

Nel pianoro di Portella, un anfiteatro naturale attorniato dai monti, già dall’800 Nicola Barbato, medico socialista da cui prende il nome il podio di pietra da cui parlano gli oratori, parlava ai contadini dei paesi limitrofi; durante il fascismo la tradizione fu interrotta, per essere ripresa alla caduta del regime, il primo maggio del ’47 quindi avrebbe avuto una valenza particolare.

Fu organizzata una grande iniziativa politica che raccolse già dalle prime ore del mattino i contadini festanti dei paesi limitrofi: Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirrello; in questi paesi il Blocco del Popolo aveva ottenuto risultati importanti.

Si attendeva l’oratore che avrebbe dovuto parlare alla folla, oratore che, a causa di un incidente, tardava ad arrivare; prese così la parola il socialista Schirò, segretario della sezione di S.Giuseppe Jato.

Erano circa le dieci e dei colpi, simili a mortaretti, entusiasmarono inizialmente la folla; solo quando si videro i primi caduti la gente capì che non erano petardi sparati per festeggiare.

Morirono undici persone, altre morirono nei mesi successivi, ufficialmente ci furono ventisette feriti,  in realtà più del doppio ma ventisette furono quelli che ricorsero alle cure mediche.

Questa è l’unica certezza sulla strage di Portella della Ginestra poiché, da qui in poi inizia la strategia di coperture, insabbiamenti, connivenze,  eliminazioni, vere vittime, falsi colpevoli e viceversa, che ha fatto del primo maggio 1947 il primo intrigo dell’Italia repubblicana, il primo ma non l’ultimo.

Qui si innescano quelle legittime domande a cui ancora oggi non è stata data una risposta convincente.

In Sicilia e in Italia vi furono altre stragi, altri morti, altri misteri, perché si può considerare Portella della Ginestra l’inizio, il punto zero dei sessant’anni successivi?

Che i conti non tornassero l’aveva capito immediatamente il deputato siciliano del PCI Girolamo Li Causi che per primo affermò che si trattava di un attentato politico mafioso.

Questa impostazione sarà goffamente contrastata da subito, con prese di posizione talmente incoerenti e incongruenti che bastò solo questo a dare l’idea di quanto inquietante fosse ciò che si nascondeva dietro questa strage.

Ettore Messana, uno dei  protagonisti di questa vicenda, in qualche modo si tradì, affermando con certezza il giorno stesso della strage, in una conversazione proprio con Li Causi, che secondo lui l’autore era il bandito Giuliano.

Chi era Messana? Il coordinatore dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza siciliano aveva un passato discutibile e un presente non da meno; dopo essersi “distinto” con azioni repressive in Sicilia, fece carriera durante il fascismo; uomo dell’OVRA, la polizia del regime, ricercato dalle Nazioni Unite per crimini commessi durante l’occupazione della Slovenia, alla fine della guerra fu mandato nuovamente in Sicilia grazie al pieno appoggio del ministro Scelba, proprio per contrastare il banditismo, il separatismo e la mafia.

Come lui molti altri rappresentanti delle forze dell’ordine e non solo, in quel periodo vantavano un “glorioso” passato nel regime fascista e probabilmente – come vedremo – questo non era casuale.

Sebbene egli avesse il compito di distruggere il banditismo, durante il suo operato egli ebbe discutibili rapporti con diversi componenti della banda, al punto che Li Causi nel suo intervento in un dibattito alla Costituente affermò di avere la sensazione che “Il banditismo politico in Sicilia sia diretto proprio dall’Ispettore Messana”.

Come Messana fosse a conoscenza con tale sicurezza dell’autore e del movente della strage appena poche ore dopo il delitto, quindi senza prove e senza poter avere avuto contatti, confermerebbe l’impressione di Li Causi.

E’ assodato che  l’Ispettore avesse il suo confidente nella banda, quel Salvatore Ferreri – Fra’ Diavolo – del cui ruolo fondamentale si parlerà approfonditamente.

Anche i carabinieri avevano i loro infiltrati nella banda; i fratelli Pianello erano confidenti del colonnello Paolantonio.

La sera della strage il ministro Scelba si ritrovò due diversi rapporti, uno dell’Ispettore Messana che forte di confidenti sicuri affermava senza dubbio che l’autore materiale dell’eccidio fosse Salvatore Giuliano e uno del maggiore dei carabinieri Angrisani, che ammetteva la possibilità di altri interessi nella strage e soprattutto riconosceva la connotazione politica della manifestazione, come vedremo più volte negata.

C’è da aggiungere che il ministro Scelba,  aldilà delle sue dichiarazioni, conosceva perfettamente la situazione e i rapporti che intercorrevano tra banditi e gruppi neofascisti, tra questi e la mafia e tra mafia e banditi, con il prezioso apporto dei separatisti, dato che i rapporti del SIS erano indirizzati proprio al ministro: nonostante ciò scelse comunque la versione di Messana.

Le incongruenze quindi ci furono e furono immediatamente palesi, così come le strane coincidenze.

Basta un esame superficiale per capire quanto sia stato volutamente tralasciato e che tutte quelle che sono state liquidate come semplici coincidenze non coincidono affatto.

Caddero nel vuoto molte testimonianze, non solo di testimoni oculari, ma anche di componenti stessi della banda. Furono prese in considerazione solo quelle testimonianze funzionali alla versione ufficiale, alcune delle quali strappate dopo vari “trattamenti” forniti all’interno delle caserme.

Inoltre, stranamente, i testimoni di punta – primo tra tutti Fra’ Diavolo – come vedremo più approfonditamente in seguito, morirono prima di poter dare la loro versione.

Perché la versione ufficiale non può convincere? Perché l’idea di un bandito, per quanto feroce, cresciuto tra i contadini, figlio di contadini, che un giorno, di sua spontanea volontà, senza un motivo consistente spara e uccide la sua gente non sta in piedi?

L’idea che il bandito avesse da tempo strani contatti e che alcuni ambienti, come la mafia o i separatisti avessero deciso di utilizzarlo esaltandolo in funzione anticomunista è ampiamente confermata.

A Giuliano tempo prima era stato offerto il grado di colonnello dell’EVIS, l’esercito volontario per l’indipendenza siciliana, braccio armato dei separatisti; questi ultimi ricoprirono un ruolo non indifferente nella vicenda. Il movimento indipendentista, guidato in quel periodo da Andrea Finocchiaro Aprile, si rifaceva – con interpretazioni molto libere – all’idea del Sicilianismo; il movimento aveva al suo interno più anime, da quella più progressista e di sinistra a quella più reazionaria e aggressiva: il prevalere della seconda corrente risulta abbastanza chiaro dopo il delitto Canepa, che sarà approfondito in studi successivi.

Giuliano aveva appena scoperto la sua passione per la politica e soprattutto per le promesse fatte dai politici, promesse di impunità e di importanti incarichi successivi, se solo lui avesse sostenuto la battaglia contro la canea rossa colpevole, come gli avevano fatto credere, di impedire che la Sicilia diventasse la 49^ stella della bandiera statunitense. L’odio c’era, da qui a credere che Giuliano avesse progettato l’eccidio, la strada è lunga.

Lo storico Francesco Renda ha dato una lettura importante  sostenendo che Giuliano era si intelligente, ma aveva una cultura limitata. Poteva essere in grado di eseguire la strage, ma non di progettarla o prevederne gli effetti politici, inoltre avrebbe avuto molte remore ad eseguirla da solo visto che non aveva mai sparato sui contadini, donne e bambini, tra i quali era anche rispettato.

Lo storico sostiene anche che senz’altro la mafia ebbe un ruolo;  vista la forza che aveva nei paesi limitrofi, nessuno avrebbe potuto organizzare una cosa simile senza il suo consenso; anche la mafia però, per quanto potente non aveva l’intelligenza politica per un tale intrigo.

“Portella della Ginestra, poiché ha provocato effetti politici così devastanti, non può non presupporre una mente politica, qualcosa di più di semplici mandanti”.

Calogero Vizzini, pres. Fdos

Calogero Vizzini, pres. Fdos

Forse questo doveva essere il punto di partenza; analizzare chi ha beneficiato politicamente dell’eccidio di Portella poteva risultare molto istruttivo.

Nel tentativo di ricostruzione del primo maggio 1947, è bene procedere per gradi.

Chi fu a sparare quel giorno?

Dalle ricostruzioni parziali, fornite immediatamente dalle forze dell’ordine, si ipotizzò che i gruppi di fuoco potessero essere due, al massimo tre con un totale di undici o dodici tiratori, tutti sul Pelavet. Nel rapporto del maggiore Angrisani del 10 maggio, si formula l’ipotesi di quattro gruppi di fuoco – sempre sul Pelavet,  ammettendo tra l’altro che il giorno della strage e nei due giorni successivi le ricerche si concentrarono solo su quella porzione di monte, tralasciando il Kumeta, il Valanca e il Dxuhait, che vennero presi in considerazione solo dopo, lasciando tutto il tempo per modificare le scene.

Con le perizie balistiche successive si dimostrò l’inesattezza di quelle supposizioni. Furono immediatamente trovati tra ottocento e mille bossoli esplosi, che significa che ne furono sparati molti di più. Se si considera che, secondo le testimonianze  la sparatoria durò al massimo un paio di minuti, crolla l’ipotesi del numero di tiratori.

Questa discrepanza era evidente, al punto che la Corte d’Appello dovette ammettere che potessero esserci “partecipanti esterni alla banda Giuliano”.

Grazie a testimonianze, come quella di quattro cacciatori ostaggi della banda per tutto il tempo dell’operazione e indagini e perizie indipendenti, si arrivò a riconsiderare il numero e l’ubicazione dei gruppi di fuoco e dei tiratori.

Almeno tre erano i gruppi di fuoco, appostati in modo da colpire la folla da ogni lato; il gruppo di Giuliano composto da almeno sette elementi tra cui Genovese e Sapienza , da cui doveva partire l’ordine di sparare, era appostato sul Pelavet, armato di mitragliatrice Breda – casualmente arma in dotazione alla X mas –e mitra Thompson.

Un altro strano caso è che  alla banda – oltre che in altri modi – erano state fatte arrivare armi e munizioni con un carico da Genova, sempre casualmente, sede operativa del gruppo di Borghese.

Sempre sul Pelavet, ma in una postazione diversa, vi era un altro gruppo tra cui spiccavano i confidenti di polizia e carabinieri, Salvatore Ferreri – Fra’ Diavolo – e i fratelli Pianello.

Colpi di arma da fuoco arrivarono anche da destra, dal cozzo Valanca dove era ubicato il gruppo mafioso di San Giuseppe Jato.

Il fatto eclatante però fu la presenza di un probabile, misterioso, quarto gruppo di fuoco, dalle strane caratteristiche che non corrispondevano a nessuna banda di fuorilegge o mafioso che si conoscesse in quelle zone.

Secondo testimonianze mai prese in considerazione, già dalla notte prima della strage, sul cozzo Dxuhait vi era appostato un gruppo di persone, che subito dopo la strage furono viste andar via in fila indiana, secondo un preciso schema militare.

Più di un testimone sentì esultare al grido di “Urrà!” che non è un’esclamazione tipicamente sicula.

Vi era probabilmente un altro gruppo di fuoco quel giorno, che per la sua presenza stessa, apre scenari inquietanti di connivenze e coperture.

Questa tesi è confermata da molti fattori, tra cui le perizie fatte sui feriti: tra le altre, i medici curarono ferite lacerate agli arti inferiori. I proiettili bucano, le granate lacerano.

Sul sasso di Barbato furono notate delle macchie nere, presumibilmente causate anche queste da granate.

Il Dxuhait dista dal punto dove era concentrata la folla almeno cinquecento metri, per cui è ovvio che siano stati usati dei lanciagranate, armi che non furono mai viste in mano a banditi.

Il grido di battaglia, i lanciagranate e tante altre coincidenze fanno pensare che quel giorno a Portella fossero presenti altri personaggi oltre a banditi e mafiosi e tutto porta a un gruppo operante durante la guerra e alla fine di questa fortemente impegnati in un’altra battaglia, quella a cui si accennava in precedenza, quella contro i comunisti; questo gruppo era la Decima MAS.

La presenza di questo gruppo di fuoco, se confermata, darebbe la misura della portata dell’eccidio di Portella della Ginestra, dei proprietari delle mani che muovevano i fili dei burattini e soprattutto, tutto questo può dare l’idea di cosa davvero possa rappresentare il primo maggio ’47 nella genesi e nell’evoluzione della neonata Repubblica Italiana.

La strage non è da leggere come un fatto a sé, un fatto siciliano. Circoscrivere nell’isola gli eventi del ’47 e quelli successivi  faceva parte della strategia.

Portella, così come gli attentati successivi alle Camere del Lavoro o a sindacalisti e esponenti dei partiti di sinistra, fu un fatto dirompente. Quel giorno fu dato l’avvio, ma gli effetti si sentono ancora oggi.

Si diceva all’inizio che a Portella fu inaugurato un metodo, un modus operandi; quel giorno furono gettate le basi per quel finto equilibrio politico che ancora oggi caratterizza l’Italia; come la storia ha dimostrato con le pagine nere dei sei decenni successivi – basti pensare al delitto Moro -, ogni tentativo di alterare quell’equilibrio comporterà una reazione feroce, una recrudescenza terroristica: la strategia della tensione.

Il primo maggio furono sconvolti o meglio sistemati gli equilibri politici in Sicilia, preludio della futura situazione in Italia.

Una delle tante domande da porre e da porsi è: chi fu a beneficiare politicamente della strage?

Basta dare una rapida occhiata alla situazione politica in Sicilia e in Italia all’indomani dei fatti di Portella, per avere un quadro chiaro.

Il Blocco del Popolo, uscito vincitore dalle urne, fu messo in minoranza all’ARS, dove fu creato un governo a guida democristiana con una maggioranza alternativa composta dagli sconfitti, destre, monarchici e qualunquisti: chi aveva perso le elezioni, governava indisturbato la Regione.

Al governo nazionale nelle settimane successive furono estromesse le sinistre, risultato che fu rafforzato irrimediabilmente, grazie all’aiuto venuto da oltreoceano, nelle elezioni politiche del 18 aprile ’48. In questo contesto si può inserire anche l’attentato a Palmiro Togliatti del luglio dello stesso anno. Con queste elezioni, si decretò la fine della coalizione antifascista, quella del CLN che era uscita vincitrice dalle elezioni del 2 giugno ’46 e che era stata artefice di quel mirabile documento che è la Costituzione della nostra Repubblica; da qui in poi si inaugurò una lunga stagione di governi democristiani.

Scrisse Colby, direttore della CIA negli anni settanta “ La possibilità di una presa di potere comunista in Italia aveva preoccupato molto gli ambienti politici di Washington prima delle elezioni del ’48. Era stata questa paura a portare alla creazione dell’Office of Policy Coordination, che dava alla CIA la possibilità di intraprendere operazioni politiche, propagandistiche e paramilitari segrete. L’assistenza frenetica che la CIA aveva fornito in Italia aveva avuto un effetto positivo. Il partito della Democrazia Cristiana, appoggiato dal Vaticano e guidato da De Gasperi aveva raggiunto quasi il 50% dei voti e la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati”.

Il gioco era chiaro, i comunisti dovevano stare fuori da ogni possibile centro decisionale, se poi si fosse riusciti anche a renderli clandestini, ancora meglio.

Probabilmente tutto era finalizzato a provocare una reazione violenta dei comunisti e avere quindi il pretesto di reprimere con forza ogni iniziativa e mettere il partito fuori legge. Questa strategia poteva contare – come vedremo – su molti complici, organizzati e addestrati solo per questa causa.

Questo gioco non fu compreso da tutti, ma sicuramente fu compreso  dal segretario nazionale del PCI – Palmiro Togliatti -che,  memore degli avvenimenti greci, invitò tutti alla calma. Forse solo questo evitò l’epilogo sperato.

Alla luce di quanto detto, in che modo si può ancora sostenere che la strage di Portella fu un semplice atto di brigantaggio compiuto senza nessun movente e, soprattutto, alla luce dei devastanti effetti politici, come si può pensare ancora che Portella non avesse motivazioni politiche e che non sia stata proprio una mente politica a gestirne l’organizzazione?

  1. La battaglia politico culturale.

Sul significato di questo primo eccidio della Repubblica si è ampiamente discusso nei sessanta anni successivi, con pochi risultati concreti: nonostante le scoperte degli storici, non è mai stato riaperto ufficialmente il “caso Portella”, se non sul terreno culturale e la versione ufficiale è sempre la solita.

Dagli elementi in nostro possesso, per semplicità di lettura, emergono tre versioni diverse sull’accaduto che si traducono in tre diverse ricostruzioni storiografiche.

Portella della Ginestra 2009

Portella della Ginestra 2009

Le prime due, come si è visto e si vedrà, si delinearono immediatamente dopo la strage.

La “versione di stato”, portata avanti con fermezza dall’allora governo e sostanzialmente confermata dalle sentenze dei processi, cozza violentemente con le versioni storiche e  giornalistiche emerse grazie a fonti, testimonianze e documenti ignorati dagli organi preposti.

Già dal dibattito alla Costituente del 2 maggio 1947 emerse, rispetto a quanto sostenuto da Scelba, una versione alternativa che, osservando più approfonditamente e cogliendo le evidenti contraddizioni e gli imbarazzi della posizione ufficiale, dava una lettura dell’evento già allora più credibile.

I protagonisti principali, quelli che lavorarono per insabbiare tutti gli elementi da cui sarebbero potute scaturire domande imbarazzanti, tentarono da subito di minimizzare l’accaduto, occultare le reali responsabilità e circoscrivere i confini di quell’avvenimento entro un quadro esclusivamente siculo e di delinquenza comune.

La prima “sentenza”, come si è già accennato, fu di poche ore dopo la strage: l’ispettore Messana affermò a Li Causi che l’autore della strage fosse Salvatore Giuliano: come poteva esserne così sicuro? La sua spiegazione, nel tentativo di riemergere dal pantano in cui da solo si era invischiato, chiamò in causa “confidenti sicuri”.

Ovviamente tutto ciò dimostrò inequivocabilmente almeno un dato che più che un fatto isolato, sembra essere una tendenza delle forze dell’ordine in questo genere di situazioni: l’ispettore sapeva molto prima quello che sarebbe successo e ne sapeva molto più di quanto ammettesse, nonostante ciò non fece nulla per evitare la strage.

La versione di Messana fu quella scelta dal ministro degli Interni per farne quella ufficiale, nonostante gli fosse stato consegnato un altro rapporto, fornito dai carabinieri, quantomeno più complesso e articolato.

A questo punto sorge un dubbio: fu Scelba a optare per la versione del suo protetto Messana o fu quest’ultimo a confezionarla su misura, dopo aver avuto indicazioni precise, magari proprio da Scelba?

Alla Costituente da subito fu evidente la spaccatura tra due visioni diverse che si tradusse ovviamente in una contrapposizione tra due blocchi politici, quello che sosteneva Scelba e quello della sinistra che portava avanti una versione diversa che chiamava in causa scomode responsabilità; neanche a dirlo la versione ufficiale fu quella di Scelba e le sinistre furono accusate di avvelenare un dibattito tranquillo; questo fu il preludio di quanto politicamente sarebbe successo di lì a poco.

Quello che successe il primo maggio era semplice, addirittura logico: fu un mero atto di brigantaggio, compiuto da Giuliano e la sua banda e non era assolutamente possibile attribuire una valenza politica alla strage in quanto non era politica l’occasione.

I contadini si trovavano a Portella per una gita senza implicazioni più profonde e non c’era un’organizzazione di partito, d’altra parte, chi mai avrebbe organizzato una manifestazione in quel luogo così ancorato ad una mentalità feudale?

Quindi i contadini furono uccisi non perché tali ma perché in quella fase storica, reclamando diritti avevano offeso quella mentalità così radicata e quindi avevano scatenato quella reazione di odio; d’altra parte, secondo il ministro, con la stessa logica in altre parti d’Italia venivano uccisi i proprietari terrieri.

Per forza doveva essere andata così, visto che in tutta Italia il primo maggio era stato festeggiato in modo pacifico e solo in Sicilia era avvenuta quella tragedia.

Non si spiega però, come mai ad un’iniziativa che non aveva una valenza politica e che non era stata organizzata dai partiti, fosse previsto l’intervento di un oratore politico, insistentemente individuato proprio nel comunista Li Causi, al punto tale che, qualche tempo prima il solerte ispettore lo fece avvisare di un probabile pericolo a Portella.

Perché mai un deputato sarebbe dovuto essere presente ad una semplice scampagnata e perché mai, in un’innocua gita campestre dovrebbe celarsi un pericolo per qualcuno; ancora, perché tutti erano convinti che quel giorno dovesse intervenire proprio Li Causi, tutti tranne i presenti a Portella, lo stesso Li Causi che avrebbe dovuto tenere un comizio a Termini Imerese e l’oratore ufficiale designato per parlare a Portella dalla Federterra, Francesco Renda. Cosa sapeva in realtà l’ispettore?

Purtroppo – come si vedrà – non sono queste le uniche incongruenze.

La visione del ministro democristiano, fu sostenuta e condivisa non solo durante il dibattito del 2 maggio, ma anche avallata dall’esterno: dalle forze dell’ordine che la sostennero fedelmente in ogni occasione, circoscrivendo, eliminando e insabbiando ogni elemento che potesse far sorgere dubbi e anche il Vaticano non fu da meno, come avrebbe potuto d’altra parte non sostenere i suoi rappresentanti politici; tramite i suoi rappresentanti in Sicilia fu sostenuto non solo che la strage non fosse politica ma che addirittura fosse in qualche modo provocata dalla stessa campagna di odio con cui i comunisti avrebbero contagiato i contadini.

Li Causi sostenne con forza durante il dibattito una versione alternativa, molto più complessa, articolata e documentata, in cui  emerse la profonda valenza politica dell’eccidio, denunciando contestualmente  le responsabilità mafiose e le connivenze tra criminalità, agrari, banditi, separatisti e forze dell’ordine.

Citò la gaffe di Messana e un altro strano caso, ovviamente minimizzato nei successivi rapporti dei Carabinieri, ovvero l’ambigua presenza del maresciallo di Piana degli Albanesi Lucio Portera nella masseria del suo compare capo mafia Riolo, proprio quel primo maggio.

L’Arma rispose su questo imbarazzante episodio ammettendo la poca opportunità delle frequentazioni del Portera, ma che questo non avesse assolutamente nulla a che fare con la strage; qualche tempo dopo il maresciallo fu trasferito ad altro incarico fuori dalla Sicilia.

La seduta della Costituente si chiuse in modo indolore, con proclami di cordoglio e anatemi contro i colpevoli che sarebbero stati presto assicurati alla giustizia, come già stava avvenendo con alcuni immediati arresti.

Nonostante questa conclusione, coloro che si dissociarono dalla versione ufficiale continuarono anche negli anni a venire la loro opera, portando avanti la battaglia politica con ogni mezzo a disposizione; almeno in alcuni ambienti politici, culturali e giornalistici, quella verità venne messa in dubbio e la versione portata avanti alla Costituente dal gruppo di sinistra per bocca di Li Causi divenne la base da cui, per i cinquanta anni che seguirono, presero le mosse le letture più avanzate della strage di Portella della Ginestra.

Soprattutto per gli esponenti della sinistra, testimoni in prima persona sia degli eventi stessi che dei devastanti effetti politici della strage, la vicenda non poteva essere chiusa in quel modo.

Le 11 vittime del primo maggio non furono le uniche di quel periodo: nell’arco di tempo compreso tra il ’44 e il ‘48, in quell’internazionale laboratorio politico e strategico che fu la Sicilia di quegli anni, molti altri sindacalisti, lavoratori, esponenti dei partiti di sinistra, uomini e donne che alla fine della guerra più sanguinosa della storia portavano avanti ideali nuovi, di libertà, di diritti  da ottenere persero la vita in vili attentati, compiuti da chi sa quale mano e per chi sa quale motivo. Non erano passati neanche due mesi da Portella quando ci fu una nuova ondata di violenza con gli attentati del 22 giugno alle Camere del lavoro e alle sedi del PCI; negli anni che precedettero la strage e immediatamente dopo vi fu un vero e proprio stillicidio di sindacalisti e esponenti delle sinistre.

Forse le vittime non erano casuali, di casuale in questa storia c’è ben poco e forse, quelle mani e quei moventi sono ignoti solo per chi non ha mai voluto vedere.

Senza arrivare ai giorni nostri, già nel periodo successivo gli esponenti del PCI non fecero mistero dei loro sospetti.

Degli interventi alla Costituente si è già parlato e anche nel dibattito all’ARS si riproposero le stesse divisioni e soprattutto, le stesse contraddizioni.

Il 30 agosto del ’47, il Presidente della Regione Alessi, pur nel contesto di una totale attribuzione delle  responsabilità a Giuliano, accennò al “banditismo politico”; il deputato comunista Montalbano fu il primo a rilevare questa contraddizione, memore delle posizioni emerse alla Costituente, facendo notare che se di banditismo politico si parla, allora non è possibile non prevedere dietro la banda, mandanti politici che la finanziano e la riforniscono di armi e appoggi.

Lo stesso Montalbano, forte delle sue convinzioni passò alle vie di fatto presentando nel 1951 una denuncia contro coloro che, secondo il deputato sarebbero i mandanti della strage di Portella: il principe Alliata, Leone Marchesano e Cusumano Geloso.

In un rapporto dei Carabinieri datato 27 ottobre 1951, vennero fatte delle considerazioni su questa denuncia, considerazioni che danno l’idea del clima: “le accuse sono prive di qualunque fondamento e potrebbero essere solo una contromisura del PCI per accrescere nell’opinione pubblica i sospetti contro il governo e questa propaganda potrebbe rappresentare la base della prossima campagna elettorale; fare spostare la data del processo fino alle elezioni potrebbe favorire elettoralmente il PCI”. E’ evidente quanto le forze dell’ordine non volessero correre questo rischio.

Tornando un po’ indietro, a proposito del clima politico che si respirava in quegli anni, in un comizio del 1949 nell’anniversario della strage di Portella, Li Causi sostenne la tesi della lotta ai comunisti; tornò sul “caso Messana”, reo di essere complice della strage in quanto non poteva  non sapere ma non fece nulla per evitare; “Rimane da chiedere se Messana avesse agito per iniziativa personale o dietro ordine, interessato, per compiacere esponenti del governo a scuotere la compagine delle forze comuniste”. Gli esponenti del governo erano coloro che avrebbero protetto Giuliano, tra questi Mattarella, Bellavista, Palazzolo ecc.

Ciò sarebbe dimostrato dai risultati elettorali delle nelle zone interessate: solo esponenti democristiani misero piede a Montelepre, regno di Giuliano, riportando la quasi totalità dei suffragi, in particolare proprio Bernardo Mattarella.

Quindi era un problema politico? Inoltre la lotta contro l’eventuale presa di potere comunista c’era davvero ed era condivisa da più parti?

Nell’analizzare il contesto in cui avvenne la strage di Portella della Ginestra, non si possono tralasciare molti importanti elementi, primo tra tutti la delicata situazione internazionale, il ruolo che ebbero i suoi attori principali e le interazioni tra tutti i protagonisti.

Se si analizzano approfonditamente questi elementi, anche alla luce di documenti resi disponibili negli anni scorsi, allora l’ipotesi della possibilità di una terza ricostruzione storiografica appare sempre meno un’ipotesi e sempre più concreta.

I documenti analizzati sono quelli liberati dal segreto di stato dalla Commissione Parlamentare Antimafia nel 1997, quelli della CIA (OSS negli anni ’40) resi disponibili tra il 1999 e il 2000 durante la presidenza Clinton, conservati presso il NARA a College Park nel Maryland, analizzati da Mario J. Cerenghino insieme allo storico Casarrubea, i documenti scoperti da Giannuli nell’archivio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, riguardanti i rapporti di Giuliano con il clandestinismo fascista,  le pazienti ricerche sempre del prof. Casarrubea negli archivi sloveni, inglesi ecc.

Grazie al lavoro attento di ricerca e interpretazione di questi documenti, assume contorni infinitamente più concreti ciò che fino a quel momento poteva solo essere ipotizzato.

Questa terza ipotesi, tiene conto di tutti questi nuovi elementi che uniti a quelli già in possesso degli storici, offrono un quadro di insieme molto più chiaro e attendibile sugli avvenimenti del primo maggio ’47 e sul contesto che li ha determinati.

Questo quadro che appare è si più chiaro ma infinitamente più inquietante e, confermando i sospetti emersi già all’indomani della strage, chiama in causa importanti responsabilità.

A questo punto si può parlare del ruolo che nella vicenda particolare di Portella e in tutto il conseguente contesto siciliano, italiano e internazionale ebbero i servizi segreti italiani e soprattutto quelli statunitensi, preoccupati delle conseguenze di un successo comunista nel nostro paese; viene messa in evidenza la forza e il ruolo dei gruppi neofascisti ricostruitisi all’indomani della fine della guerra, allertati, armati e foraggiati da un’incredibile rete sotterranea, proprio per essere utilizzati in funzione anticomunista.

Troppe sono le coincidenze in questo senso e il fatto che ad oggi ancora non sia stata riaperta la questione Portella a livello ufficiale, dimostra quanto pesanti e importanti fossero le responsabilità da tutelare e quanto questa battaglia anticomunista fosse condivisa e benedetta.

A questo punto un dato è chiaro, cioè quanto le vicende internazionali siano state e siano ancora oggi decisamente collegate a quelle nazionali.

La collocazione dell’Italia nello scacchiere internazionale, alla fine della seconda guerra mondiale, appare già decisa. Il nostro paese, di decisiva importanza geografica e strategica, al centro del mediterraneo quasi a segnare una linea di demarcazione tra oriente e occidente, rientra nella zona di influenza atlantica, sotto l’egida degli Stati Uniti.

Il nemico già da tempo non era più identificato nel nazifascismo, ma nell’Unione Sovietica di Stalin.

La guerra fredda incombeva e sebbene sia iniziata ufficialmente alla fine della seconda guerra mondiale, le battaglie sotterranee per assicurarsi le rispettive zone di influenza erano già in atto da tempo. La dottrina Truman del 1947, fu solo l’ufficializzazione di un atteggiamento già in auge.

La dottrina prevedeva lo spegnimento con ogni mezzo di ogni focolaio comunista in ogni parte del mondo; ovunque si fosse presentato il pericolo rosso, gli Stati Uniti sarebbero prontamente intervenuti per reprimere i movimenti.

Questa battaglia era largamente condivisa nel nostro paese; soprattutto da quegli ambienti che avevano molto da perdere con l’acquisto di spazio e importanza delle sinistre in Italia;  Il papa che allora era Pio XII, fervente anticomunista, autore – tra l’altro – della scomunica agli iscritti del Partito Comunista, appoggiò con trasporto questa nuova crociata, coinvolgendo il braccio politico del Vaticano, la Democrazia Cristiana, allora guidata da De Gasperi.

Il piano Marshall, con i fondi per la ricostruzione dati all’Italia,  rappresentò l’ultimo passaggio del ricatto americano, l’atto d’acquisto della fedeltà del nostro paese alle condizioni americane, che erano quelle di relegare i comunisti in un angolo. Nasce qui quello che Nicola Tranfaglia chiamò il “doppio stato con una doppia fedeltà” e la spiegazione viene dalle testimonianze successive dei vari “uomini di stato”: in quanto tali avrebbero dovuto ufficialmente fedeltà alla Costituzione, che prevedeva la libera e democratica partecipazione alla vita pubblica di ogni formazione politica, compresi i comunisti, ma in realtà la fedeltà maggiore era dovuta alle condizioni imposte dagli Stati Uniti, che non prevedevano la partecipazione dei comunisti al governo, anzi, questa era un’eventualità da combattere ad ogni costo.

C’è da aggiungere che questa condizione imposta non fosse un grande sacrificio, ma una volontà diffusa, come sostiene Umberto Santino, parlando di democrazia bloccata e doppio stato : “che i condizionamenti internazionali abbiano avuto un peso nell’elaborazione delle politiche nazionali è indiscutibile, ma non fino al punto di annullare le responsabilità dei ceti politici e delle classi dominanti nazionali. Più che di un’imposizione dall’esterno si è trattato di un matrimonio consensuale, nel senso che interessi geopolitici e interessi di classe coincidevano perfettamente”. Insomma, erano tutti d’accordo nel combattere il comune nemico; a sostegno di ciò vi è anche la presa di posizione di Pio XII: “l’interesse del nostro paese, coincide con l’interesse americano”. Il “fattore K”, sarà una costante della storia del nostro paese.

Il concetto di spegnere con ogni mezzo i focolai comunisti, fu preso alla lettera dai protagonisti di questa vicenda, al punto di avvalersi, con questa finalità, delle formazioni di provenienza fascista ed eversiva che fino a qualche tempo prima combattevano a fianco della Germania nazista contro gli alleati.

Gruppi neofascisti, veri e propri antesignani della “Gladio”,  furono ricostituiti, armati, addestrati e finanziati solo con questo scopo, quello di contenere un’avanzata dei comunisti. Addirittura – come sostiene lo storico Casarrubea – i gruppi neofascisti, nella più totale impunità istaurarono nel nostro paese un vero e proprio stato parallelo.

Tra questi gruppi quelli meglio organizzati e più temibili erano la X MAS di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli che, in tutto il sud coordinava una sorta di organizzazione paramilitare.

Se si vuole provare lo stretto legame tra gruppi neofascisti, servizi segreti americani e vaticano, basta ricordare il salvataggio in extremis di Borghese da parte dell’OSS, condannato a morte dai partigiani nel ’45.

J.J. Angleton capo delle operazioni dell’Intelligence in Italia e Joe Calderon, l’agente segreto che teneva i contatti tra don Sturzo e i suoi proseliti in Italia, prelevarono il “principe nero” e lo portarono negli Stati Uniti su richiesta del Cardinale Montini (futuro papa Paolo VI), responsabile del servizio segreto vaticano. Le condizioni poste a Borghese furono l’assoluta fedeltà nella lotta anticomunista; L’OSS e il servizio segreto vaticano collaboravano già dal 1942.

Era una rete che collaborava in piena sintonia; Daniele Lembo parla di contiguità tra servizi segreti americani e settori delle disciolte forze armate  fasciste, repubblichine, nell’ambito dell’”attenzione americana all’espansione comunista”.

Perché la dichiarazione ufficiale di guerra alle sinistre italiane partì proprio dalla Sicilia e perché Portella della Ginestra fu il primo campo di battaglia, il primo avvertimento di questa strategia della tensione che voleva i comunisti fuori dai posti di potere e dai luoghi di decisione?

Per rispondere a questa domanda, bisogna tornare al contesto a cui si accennava nelle pagine precedenti.

Il PCI, dopo la clandestinità nel periodo fascista, si andava ricostituendo come un grande partito di massa; Il grande apporto dato alla guerra di liberazione e la politica di responsabilità  enunciata da Togliatti a Salerno nel ‘44, che prevedeva alleanze con tutte le forze che combattevano il nazifascismo, ne avevano fatto anche un partito di governo.

La proverbiale organizzazione dei partiti comunisti, oltre che assicurare la sopravvivenza del PCI durante il fascismo, aveva garantito, alla fine del conflitto una presenza capillare sul territorio, al punto che si diceva che in ogni paese vi fosse una chiesa e una sezione del PCI. Nel 1945 il Partito Comunista Italiano contava oltre 1.700.000 iscritti, che ne faceva la più imponente organizzazione comunista in Europa dopo il PCUS. Il PSIUP contava circa 700.000 iscritti.

In Sicilia la riorganizzazione dei partiti di  sinistra procedeva con una buona velocità, assicurando una notevole presenza anche nell’isola.

La Sicilia era però anche la regione più legata alle vecchie tradizioni della terra e il sistema agrario del latifondo era immutato da secoli.

Per questo, quando si tentò di portare un radicale cambiamento nello stato di cose siciliane, questo incontrò una resistenza feroce.

Così fu quando si tentò con i decreti del ministro dell’agricoltura Gullo, di dare la possibilità a cooperative di contadini  di appropriarsi e coltivare le terre lasciate incolte dai proprietari terrieri; così fu anche quando, a sorpresa, nonostante minacce e attentati il 20 aprile del ’47 i contadini votarono in massa per il loro schieramento, il Blocco del Popolo, decretandone il successo.

Per chi temeva l’avanzata comunista questo era il punto di non ritorno: andavano fermati.

Come si è visto, questa battaglia poteva contare sulle più ardite alleanze ed era anche il momento ideale per dare una lezione che avrebbe avuto un’eco nazionale. Quale migliore occasione della festa del primo maggio.

Per questa trama si misero in molti in movimento; alcuni gruppi si preparavano già da qualche anno a questo momento e coordinati alla perfezione agrari, separatisti, mafiosi, servizi segreti  italiani e statunitensi, forze dell’ordine, gruppi neofascisti e banditi, alcuni con più consapevolezza di altri, misero in atto la scena madre di quello che Nicola Tranfaglia chiamò un “dramma corale”.

Ognuno di questi settori era impegnato a svolgere il suo ruolo e a creare le reciproche coperture, talmente bene ordite, che ancora oggi, sebbene ben documentate, si possono formulare solo ipotesi e non accuse precise.

Iniziarono qui le zone d’ombra,  tutte quelle incongruenze e coincidenze e tutte quelle strane presenze che gravitano in quel periodo in Sicilia, di cui si è parlato nelle pagine precedenti.

A proposito di presenze, il “confidente sicuro” di cui parla l’ispettore Messana, era Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo. Fra’ Diavolo è un personaggio chiave della vicenda di Portella della Ginestra.

Componente dall’inizio della banda Giuliano, fuggì a Firenze con il padre nel ’45 perché ricercato per omicidio; confidente di Messana, grazie a promesse di impunità che coinvolgono importanti esponenti politici, fu infiltrato nuovamente nella banda per riferire immediatamente ogni movimento di Giuliano al suo referente.

Di Ferreri, come di altri banditi oggi, grazie agli studi di Casarrubea,  si sa che durante la latitanza operò nelle squadre fasciste, facendosi così le ossa per le operazioni successive.

Dai documenti vengono fuori quasi tutti i nomi dei componenti della banda, così come dello stesso Giuliano, in qualche modo legati a doppio filo tanto agli americani che ai gruppi neofascisti; negli anni tra il ’44 e il ’47 la banda, in particolare chi la guidava, era collegata a quella che era una vera e propria rete di gruppi neofascisti, monarchici e anticomunisti in tutto il sud.

La guerra ai comunisti in ogni paese, in questo caso in Italia, stava talmente a cuore che finanziamenti a questa causa arrivarono anche dal presidente argentino Peròn, fervente sostenitore di ogni impresa anticomunista.

Sempre a proposito di confidenti sicuri nella banda, anche i carabinieri avevano i loro contatti.

Il col. Paolantonio veniva regolarmente informato delle mosse di Giuliano dai fratelli Pianello.

Il bandito era circondato, tanto polizia che carabinieri conoscevano le sue mosse prima ancora che le compisse. Può risultare ancora credibile che nessuno sapesse prima della strage di Portella?

Vincenzo Vasile pone una serie di quesiti interessanti a proposito dei “confidenti sicuri”. Partendo dalle parole di proprio del col. Paolantonio alla Commissione Antimafia negli anni ’70, vi è la conferma che grazie a questi personaggi le forze dell’ordine erano in condizioni di conoscere in anticipo tutto quello che sarebbe avvenuto a Portella. Addirittura questi uomini, parteciparono personalmente in qualità di esecutori alla strage. Delle due l’una: se erano confidenti sicuri, avranno parlato della strage; se non furono creduti, perché dopo la strage tanto Ferreri che i Pianello girano liberi muniti di tesserino della polizia? Se invece furono creduti, perché non si fece nulla per evitare la strage?

Ancora un’incongruenza: come mai, visto che è sicuro che fossero presenti, né Ferreri né i Pianello – sebbene già morti – non risultano tra i denunciati ai processi per la strage?

La risposta potrebbe essere una: “giustizia creativa”, come molte cose nel nostro paese.

Non è finita la lista degli strani personaggi che gravitavano in Sicilia in quel periodo.

Intorno a Giuliano girava un particolare tipo di giornalista, Mike Stern, della rivista “True”. Era  talmente particolare che forse non era proprio un giornalista, piuttosto un agente dell’OSS, inviato per mettere in contatto il bandito con i vertici dell’Intelligence; Stern si fece latore dei deliranti messaggi di Giuliano oltreoceano; confrontando gli stili delle lettere del bandito quasi analfabeta, si può ipotizzare che a volte fosse lo stesso Stern a scriverle.

Secondo alcune testimonianze, sempre Stern mise in contatto la banda con il corpo di spedizione polacco guidato dal generale Anders, che li rifornì di armi e munizioni.

Da qualche mese prima della strage, è presente nella provincia di Palermo il potente boss Lucky Luciano, colui che aveva tessuto quella trama di rapporti tra OSS e mafia che aveva materialmente consentito lo sbarco alleato in Sicilia. Si sa che Luciano ripartì per gli Stati Uniti il 23 giugno del ’47, esattamente il giorno dopo gli attentati alle Camere del Lavoro in cui persero la vita altri sindacalisti; probabilmente per quella fase, il grosso del lavoro era compiuto.

Altri piccoli accorgimenti furono presi perché tutto si svolgesse senza impedimenti: due giorni dopo le elezioni, il 22 aprile, l’ispettore Messana decise di togliere tutti i posti di blocco nella provincia di Palermo, curioso se si pensa che proprio in quella settimana si sarebbero tenute tutte le riunioni per discutere i dettagli della strage e secondo la ricostruzione più attendibile, sarebbero dovuti arrivare e appostarsi a Portella i vari gruppi di fuoco.

Per chiudere il cerchio manca ancora qualche elemento, che emerge con i documenti di College Park.  Come si è cercato di dimostrare fin qui, subito dopo la fine della guerra l’OSS, insieme alle ricostituite forze paramilitari di matrice eversiva e con l’appoggio del Vaticano, molti neofascisti repubblichini furono salvati, addestrati, armati, messi in contatto con mafiosi, separatisti e banditi e quindi mandati in Sicilia a combattere la loro guerra anticomunista;

Dimostrare che quel giorno di maggio erano a Portella a sparare sui contadini è stato finora compito della storia; la speranza è che presto diventi anche compito della giustizia.

  1. Segreti di tomba.

Si è cercato di dimostrare finora come Portella della Ginestra non fosse affatto un semplice atto di brigantaggio, che ha il suo inizio e la sua fine il primo maggio 1947, ma come rappresenti invece il punto di non ritorno della democrazia italiana.

Con questo evento, fu elevato a sistema un metodo, che sarà spesso riutilizzato nei decenni successivi, quello della strategia della tensione, in cui ogni tentativo di cambiamento sarà accompagnato da una reazione violenta per difendere l’ordine costituito e quello della strage di stato, in cui chi commette o commissiona un delitto e chi dovrebbe vigilare e punire sono dalla stessa parte.

La strage di Portella rappresenta il primo episodio di questa strategia conservatrice ed eversiva, ma non l’ultimo e sebbene protagonisti, contesti e caratteristiche siano differenti, il minimo comune denominatore è sempre ravvisabile. Citando solo qualche caso, come il tentativo di golpe militare di Junio Valerio Borghese – spesso presente nelle pagine nere del secolo scorso – , il caso Moro, Gladio, la stazione di Bologna, e così via fino ai casi più recenti, si può sempre avvertire la presenza di regie occulte e di esecutori materiali più o meno consapevoli che alla fine, da bravi capri espiatori, saldano il conto.

Così successe anche per la banda Giuliano.

Dopo Portella e gli attentati che seguirono, tra gli altri, quello alla Camera del Lavoro di Partinico, in cui furono uccisi i sindacalisti Giuseppe Casarrubea, padre dello studioso Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono, tutti coloro che potevano essere annoverati tra gli esecutori furono in un modo o nell’altro eliminati. L’idea è quella di un metodo scientifico, in modo tale che i mandanti potessero rimanere impuniti, visto che chi sapeva non aveva nessuna intenzione di parlare, mentre chi avrebbe potuto farlo non poteva più.

Si era esaurita quella proficua collaborazione tra mafia, banditi e forze dell’ordine, quella “trinità” di cui aveva parlato Gaspare Pisciotta, luogotenente di Giuliano al processo di Viterbo.

Adesso, l’esistenza degli uni metteva in pericolo l’esistenza degli altri.

Infatti, assolta la loro funzione, i banditi non solo non erano più utili, ma erano testimoni compromettenti.

Nell’arco di una decina d’anni, la banda fu quasi del tutto eliminata: basti pensare che il processo di Viterbo del ‘51/’52 si svolse contro trentuno imputati, mentre il processo d’appello del ’56, si tenne contro nove.

Eliminare quei testimoni non fu troppo difficile, erano pur sempre sospettati di essere gli esecutori della strage di portella e pericolosi criminali.

Iniziò una sorta di maledizione, chiunque fosse venuto in contatto con politici e forze dell’ordine in quegli anni, in qualche modo era a rischio.

I primi a cadere sotto il “fuoco amico”, furono proprio i discussi confidenti delle forze dell’ordine.

Alla fine di giugno del ’47 – qualche giorno dopo l’attentato di Partinico – i carabinieri di Alcamo guidati dal capitano Giallombardo, si disse dietro segnalazione anonima ma in realtà su indicazione del capo mafia di Alcamo, Vincenzo Rimi,  sorprendono un gruppo di cinque banditi con i quali si innesca una sparatoria. Ne muoiono quattro: Antonio Coraci, Vito Ferreri, rispettivamente zio e padre di Fra’ diavolo e Giuseppe e Fedele Pianello, di cui si è abbondantemente parlato nelle pagine precedenti.

Il quinto è proprio Fra’ Diavolo, rimasto ferito, che viene arrestato nonostante abbia esibito il lasciapassare firmato da Messana e abbia affermato d’essere un agente segreto che doveva far arrestare Giuliano: quel documento che gli era stato utile fino a quel momento, questa volta non era servito a nulla. Le possibilità potevano essere due: o carabinieri e polizia non comunicavano tra loro o l’ispettore Messana non considerava più Ferreri indispensabile.

Portato in caserma, dopo una strana colluttazione tra il capitano e il bandito, sulla quale esistono diverse versioni, Ferreri rimase ucciso. La tesi sostenuta da Giallombardo e dal maresciallo Lo Bello fu di legittima difesa, Ferreri aveva aggredito per primo il capitano, ma vi sono tanti punti oscuri, a partire da quale fosse il colpo che avesse ucciso il bandito; ma il punto era questo, Ferreri e i suoi erano morti.

Al processo si preferì non indagare più di tanto sulla vicenda, solo la Commissione Antimafia negli anni ’70 in qualche modo sollevò dubbi sui reali rapporti tra banditi e forze dell’ordine.

Paradosso nel paradosso, allo stato attuale, l’unico che  ha subito un processo legato – indirettamente – alla morte di Salvatore Ferreri è lo storico Giuseppe Casarrubea, querelato dal generale in pensione Giallombardo per “avere offeso la sua reputazione”, narrando i fatti avvenuti nella caserma di Alcamo nel suo libro “Portella della Ginestra – Microstoria di una strage di stato” ; nella sentenza sono stati riconosciuti allo storico siciliano il metodo scientifico nella ricerca, la raccolta dei materiali e l’autorevolezza delle fonti, per cui è stato assolto perché “il reato  è stato commesso nell’esercizio del diritto di critica storica”.

Nello stesso tempo, altri tre componenti della banda, morirono in una tragica “fatalità”, lo scoppio di un residuato bellico: Passatempo, Mazzola e Taormina.

Il mese successivo Messana fu deposto da capo dell’Ispettorato di polizia: l’era dell’Ispettore mandato per sconfiggere i banditi, sarà ricordata come quella con il più alto tasso di violenza, connivenze e collusioni, ma forse era proprio questo il suo compito.

L’Ispettore lasciò un’eredità talmente pericolosa che, dopo varie defezioni, solo un altro ispettore poteva farsene carico: Ciro Verdiani.

Verdiani aveva in comune con Messana – e con altri esponenti delle forze dell’ordine in quel periodo – diverse cose: il discutibile passato nel regime fascista, i metodi acquisiti dalle esperienze passate e la tendenza a colloquiare con i criminali piuttosto che combatterli.

I metodi dell’ispettore, che collaborò attivamente con i carabinieri nel portare avanti gli arresti, servirono almeno a una cosa: a rendere uniforme la versione sulla strage di Portella della Ginestra, tutti indicarono Giuliano come ideatore ed esecutore.

Addirittura Francesco Gaglio (reversino), probabilmente assente dal luogo del delitto quel giorno, confermò la versione, soprattutto dopo essere stato sottoposto a uno speciale trattamento che lo rese invalido.

Vennero arrestati quasi tutti i componenti della banda, solo Giuliano rimase impossibile da catturare.

Strano che non si riuscisse a prenderlo, visto che, come fa notare Li Causi in un comizio, veniva avvicinato da giornalisti e soprattutto giornaliste con grande facilità, la difficoltà emergeva solo per le forze dell’ordine. Forse catturare Giuliano non era il vero obiettivo. Meglio, forse catturarlo vivo non era il vero obiettivo.

“Giuliano sa tutto e per questo sarà ucciso”, scrive Jacoviello sul Nuovo Corriere del luglio ’47.

Il bandito conosce esecutori e mandanti della strage e se lo prendono parlerà. Per cui o non lo prenderanno o lo prenderanno morto e con i documenti distrutti.

Senza saperlo il giornalista aveva anticipato gli eventi.

L’anno successivo, nel ’48, il bandito sentendosi sempre più abbandonato e tradito, provò a giocare la sua ultima carta politica.

Ad aprile si sarebbe votato per le politiche e la campagna elettorale si svolse in un clima di terrore. Tra mafia e Giuliano in Sicilia furono impedito al Blocco del Popolo anche le basi di una semplice campagna elettorale.

A quelle elezioni, come si è accennato, la DC ebbe la maggioranza ovunque, ma è interessante notare i risultati di Montelepre, regno del bandito, che risultano un chiaro messaggio politico, contestualmente un’offerta e una richiesta di appoggio : mentre nel ’47 la maggioranza dei voti era andata ai separatisti, alle politiche Giuliano si spese per la DC.

Le richieste di impunità non furono comunque ascoltate e Giuliano si sentì sempre più con le spalle al muro.

Nei due anni successivi il bandito ingaggiò una vera e propria guerra contro che, secondo lui, lo avevano incastrato; giustiziò carabinieri e anche qualche esponente mafioso.

Anche Verdiani fu rimosso, insieme all’ispettorato, sebbene l’ispettore non si rassegnò e in qualche modo continuò da solo le trame che aveva iniziato, tenendo contatti con Giuliano e con esponenti mafiosi e incontrandolo.

Sulle ceneri dell’Ispettorato nacque il Comando Forze di Repressione del Banditismo, guidato dal colonnello Ugo Luca. Ex ufficiale del SIM, il servizio segreto militare fascista, è l’ennesimo personaggio ad avere avuto importanti trascorsi nel regime, si può affermare che non sia stato casuale. Suoi collaboratori furono il questore Carmelo Marzano e soprattutto il capitano Antonio Perenze. Il lavoro del CFRB – senza discostarsi nei metodi dall’ispettorato – fu indirizzato verso l’eliminazione del bandito.

Sebbene furono arrestati in questo periodo importanti componenti della banda, il colpo più importante fu l’avvicinamento del luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta.

Tramite il mafioso Minasola, convinsero Pisciotta che l’unica via di salvezza fosse aiutare le forze dell’ordine a prendere Giuliano.

Il 5 luglio del 1950 a Castelvetrano, fu ucciso Salvatore Giuliano.

Cosa successe quel giorno rimane ancora un mistero.

La versione ufficiale, fornita da Perenze è talmente falsa da essere scandalosa: si parla di un conflitto in piena notte per le strade del paese, con oltre 250 colpi esplosi. Il bandito inseguito dai carabinieri e colpito da dietro, alla spalla, si girò e fece fuoco con un mitra, per scappare tentò di scalare un muro e a quel punto fu colpito da Perenze.

In quel mirabile esempio di giornalismo investigativo, Tommaso Besozzi pubblicò sull’Europeo un articolo dal titolo: “Di sicuro c’è solo che è morto”.

Le incongruenze erano palesi: prima che accadesse qualunque cosa, i carabinieri intimarono a dei fornai che erano in pieno orario di lavoro di rientrare e di chiudere la porta

Gli abitanti di via Mannone, asserirono di aver sentito solo cinque o sei colpi di pistola e poi due raffiche di mitra.

Tutto cozza con la versione ufficiale: se fosse stata vera gli abitanti avrebbero dovuto sentire raffiche di mitra lontane sparate dal bandito –la raffica del capitano e dei colpi di pistola.

Besozzi fa notare un altro particolare: subito dopo la sparatoria, Perenze chiede gridando, dell’acqua per il ferito. E’ vero che i feriti soffrono per l’arsura, poichè le ferite provocano febbre , ma soprattutto perché questa è conseguenza diretta del dissanguamento – l’uno e l’altro caso si verificano dopo un po’ di tempo dal ferimento. Come faceva Giuliano, se era stato appena colpito a lamentare la sete? Forse non era stato appena colpito.

E poi c’è il corpo che desta molti dubbi; le ferite erano tumefatte, quindi già presenti da tempo.

Il cadavere di Giuliano, che nessuno dovrebbe aver toccato, è a pancia in giù.

Perché la macchia di sangue è sulla schiena invece che sulla pancia e per terra: è andato verso l’alto invece che colare come fisica vuole?

La risposta è semplice: la relazione di Perenze è falsa e Giuliano è stato ucciso in precedenza, probabilmente a casa dell’avvocato De Maria e il suo cadavere è stato trasportato dov’è per inscenare la sparatoria.

Tutto ciò ha un duplice scopo: il primo dare il merito della cattura del pericoloso latitante ai carabinieri e il secondo celare il vero assassino, ovviamente su commissione, che avrebbe svelato il sottosuolo di connivenze che avevano condotto a quel risultato.

Ma quale mano uccise Giuliano? Le versioni anche su questo punto furono contrastanti e poco chiare: c’è chi sostiene che fu lo stesso Pisciotta quando entrò in casa di De Maria, cosa che lo stesso Gaspare confermò inizialmente al processo;altri sostengono che siano stati Mannino o Badalamenti, da poco arrestati e quindi sotto ricatto. Si disse anche che a sparare fu Luciano Liggio, ma l’inconsistenza di questa pista è perfettamente spiegata dallo storico Casarrubea, il quale sostiene che la mafia di Monreale e dintorni era molto forte e organizzata, non aveva necessità per un omicidio del genere di ricorrere ad aiuti da Corleone.

Un altro dato viene fatto notare allo stesso proposito sempre da Casarrubea: tutta la vicenda è fumosa, ma certo è che come la strage di Portella, così l’omicidio di Giuliano, provocò una serie di emigrazioni negli Stati Uniti: che fossero forzate o spontanee è da verificare.

In ogni caso l’importante era che Giuliano fosse morto e, con lui i suoi segreti.

È da tenere in considerazione un’altra coincidenza: qualche mese prima della sua morte, Giuliano scrisse i suoi memoriali, che saranno tra i documenti più utilizzati nel processo, il primo intorno a fine aprile e il secondo a fine giugno.

In essi, in sostanza, Giuliano si attribuiva l’ideazione, l’organizzazione e l’esecuzione della strage e, soprattutto liberava da responsabilità il ministro Scelba e altri politici; entrambi i memoriali furono contrattati con Verdiani – e da lui consegnati al Pg di Palermo, Pili (che pare si incontrò almeno una volta con il bandito) – probabilmente con la promessa della liberazione della famiglia del bandito, soprattutto della madre, che nel frattempo era stata arrestata come arma di ricatto.

Una settimana dopo la consegna dell’ultimo memoriale, il bandito, che poteva essere facilmente arrestato, visto che le forze dell’ordine erano a conoscenza del suo nascondiglio, morì in quell’azione di cui si è appena parlato.

Sebbene fosse protetto e circolasse esibendo un attestato di benemerenza (datato 28 giugno 1950) a firma Mario Scelba, probabilmente consegnatogli da Ugo Luca, Pisciotta fu arrestato alla fine di quell’anno dal questore Marzano e processato insieme ai presunti autori dell’eccidio di Portella della Ginestra.

Dopo vari cambiamenti nelle testimonianze egli decise di parlare chiamando in causa i veri mandanti, mafia, separatisti, democristiani e tutta l’impalcatura di coperture.

Forse è per questo o per tutto quello che ancora avrebbe potuto dire, che il 9 febbraio del ’54, Pisciotta morì in carcere, all’Ucciardone, anch’egli in circostanze misteriose.

Secondo tutti fu a causa di un caffè avvelenato dalla stricnina.

Ma vale la pena riflettere su questo.

Carlo Lucarelli, partendo da un’intuizione del prof. Casarrubea,  in un’indagine su Portella della Ginestra pone un quesito interessante: come è possibile bere un caffè con una dose abbondante di stricnina senza accorgersene. La stricnina è amarissima e avrebbe dovuto, quanto meno, provocare una reazione disgustata, insospettendo la vittima.

Più plausibile – sebbene siamo sempre nel campo delle ipotesi – potrebbe essere collegare a questo un altro avvenimento.

A Pisciotta, casualmente il giorno prima della morte, venne prescritto un farmaco per la tubercolosi di cui soffriva da anni: il Vidalin.

Caratteristica del medicinale è il sapore amaro.

Inoltre, esiste il ragionevole dubbio che egli con un tempestivo intervento – come ad esempio con una lavanda gastrica – potesse essere salvato, invece si perse tempo con palliativi inutili.

Perché tutto questo non fu mai preso in considerazione e collegato al quadro generale? Probabilmente perché l’obiettivo era proprio il depistaggio su quella provvidenziale morte che avrebbe evitato tanti fastidi alla schiera di gente che Pisciotta avrebbe chiamato in causa e alla rete di insospettabili complici.

Per questo omicidio furono processati – e assolti – a Palermo nel ’58, Ignazio Selvaggio, Filippo Riolo e, soprattutto Salvatore Pisciotta, che con il figlio divideva la cella.

A questo proposito è interessante,  solo per avere un quadro complessivo, osservare l’opportuna successione dei governi. Il governo in carica, mentre Pisciotta fu avvelenato, era il governo Fanfani, nato da neanche un mese, ministro dell’Interno era Giulio Andreotti. Il giorno dopo, il 10 febbraio, giurò il nuovo governo, a guida Scelba che tenne per sé, forse per l’esperienza accumulata nel campo, anche il ministero dell’Interno.

Altre strane morti potrebbero essere riconducibili all’organizzazione e alla copertura dei fatti di Portella.

Nel 1952, appena prima di dare la sua preziosa versione dei fatti, morì Verdiani; l’anno successivo morirono i separatisti  Stefano La Motta e Giacomo Cusumano Geloso, in qualche modo entrambi erano entrati in contatto con Giuliano. Il primo perse la vita in un incidente d’auto, il secondo per una malattia che, caso strano, non gli era mai stata diagnosticata.

In quello stesso anno, in carcere fu ucciso Giuseppe Passatempo, presente sia a Portella che nei successivi attentati, mentre due anni dopo un altro bandito – Angelo Russo – morì misteriosamente.

Le morti inspiegabili non si limitarono ai banditi e proseguirono nei decenni successivi.

Negli anni ’60 furono uccisi altri importanti testimoni della strage, come Benedetto Minasola e il mafioso Filippo Riolo, fino ad arrivare all’uccisione nel 1971 del magistrato Pietro Scaglione, uno degli ultimi ad aver ascoltato le dichiarazioni di Pisciotta e colui che condusse – con tutte le omissioni e coperture che la caratterizzarono – l’indagine sulla sua morte per avvelenamento. Scaglione ascolta Pisciotta un paio di giorni prima della sua morte, il caso particolare è che il procuratore non verbalizzò il colloquio, ripromettendosi di farlo in seguito, ma non fece in tempo perché il bandito morì prima e con lui scomparse tutto quello che aveva detto. Anche le frequentazioni di Scaglione sono interessanti: Luciano Mirone scrive che il procuratore era l’uomo più vicino a Bernardo Mattarella, il politico democristiano che aveva avuto un ruolo importante negli avvenimenti siciliani prima e dopo Portella.

Fu molto vicino anche a Vito Ciancimino.

Successivamente fu accusato di avere avuto un ruolo nella fuga di Luciano Liggio da una clinica di Roma.

Sul movente e l’esecutore del delitto Scaglione, non vi sono ancora certezze, ma valutare tutti gli elementi può essere utile per una rilettura della storia siciliana.

Sempre nell’ottica di una valutazione complessiva, un anno dopo, il 5 maggio del ’72, vi fu un’altra pagina nera della nostra storia, il disastro aereo della Montagna Longa, dove morirono centinaia di persone in modo ancora poco chiaro. Tra i passeggeri, oltre alla giornalista Angela Fais, in contatto con Giovanni Spampinato, vi era il Dott. Ignazio Alcamo, sostituto procuratore di Palermo. Secondo alcune fonti, era il magistrato incaricato delle indagini sulla morte di Scaglione.

Finivano così i testimoni che, con le loro dichiarazioni avrebbero potuto fare tremare la Repubblica Italiana dalle fondamenta.

L’atto finale di questa farsa potrebbero essere considerati i processi contro i presunti responsabili della strage di Portella, soprattutto il processo tenuto a Viterbo.

L’esito dei processi rispettò l’impalcatura che era stata costruita negli anni precedenti, con i magistrati che invece che perseguire la strada della giustizia, si dimostrarono funzionali al sistema.

Il copione è noto: fu atto di brigantaggio, deciso e condotto da Giuliano e dalla sua banda, senza mandanti e senza complici, compiuto ai danni dei contadini durante una festa campestre.

Nonostante dal dibattimento vennero fuori i legami della banda con la mafia, le forze dell’ordine, con i separatisti, i monarchici e i democristiani, tutto ciò non fu considerato pertinenti alla strage. L’obiettivo non era quello di fare luce sulla strage, ma di chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile e nel modo più semplice possibile, coerentemente con le prese di posizione politiche del governo sui fatti di Portella.

Furono infatti evitate indagini approfondite, non furono ascoltate importanti testimonianze e documenti determinanti scomparvero definitivamente.

La collusione tra mafia, banditi e forze dell’ordine, ormai ufficiale dopo le testimonianze, fu risolta con una sorta di ramanzina fatta dai giudici a carabinieri e polizia.

Il processo d’appello del 1956 non aggiunse molto alle conclusioni di Viterbo, mantenendosi nel solco tracciato da Scelba il giorno dopo la strage. Le motivazioni politiche e i mandanti esterni alla banda, sebbene ci fossero tutti gli elementi perché fossero provati, rimasero un’ipotesi storica e una strategia politica della sinistra, che voleva usare l’atteggiamento vittimistico per fare campagna elettorale.

Dal punto di vista giudiziario, si chiuse così questa vicenda così importante della nostra storia.

La ricerca della verità è stata affidata agli storici che nel corso degli oltre sessanta anni trascorsi hanno pienamente dimostrato l’inconsistenza di quelle sentenze politiche e giudiziarie.

Grazie al lavoro coraggioso di chi non si è accontentato di quelle verità, oggi è possibile una rilettura di quella storia infarcita di bugie, insabbiamenti, burattinai e burattini.

Portella della Ginestra e le stragi successive sono determinanti per comprendere il difficile passaggio – probabilmente non ancora compiuto – tra dittatura e democrazia.

Se si usa questa vicenda come una sorta di decodificatore, anche altri punti oscuri della nostra storia potranno essere riletti con occhio critico, provando a dare le risposte e – come si diceva all’inizio – soprattutto a fare le domande. Un popolo che non fa domande è l’ideale per chi governa ed è un regalo che, chi ha gestito il nostro paese non merita di sicuro.

La storia racconta e cerca di spiegare, non sempre ci riesce. La complessità della vicenda, le coperture, le connivenze, i protagonisti e le comparse, inquietanti per interessi e provenienze, rendono difficile se non impossibile diradare le nubi che hanno offuscato la verità su Portella della Ginestra e sui sessantadue anni trascorsi.

Tentare di far luce su questi punti oscuri dovrebbe rappresentare una priorità democratica, un monito che permetta prima o poi alle famiglie delle vittime, di tutte le vittime, di avere giustizia e di sapere perché hanno pianto i loro cari e a causa di chi.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Portella: il peccato originale dello Stato

  1. Pingback: Portella: il peccato originale dello Stato « Blog di Giuseppe Casarrubea « Ho visto cose che voi umani…

  2. Comunista ha detto:

    ERRATA CORRIGE (nel precedente messaggio le virgolette basse cancellavano il contenuto)

    Questo articolo fa venire letteralmente i brividi e consente di riflettere su una storia che, a mio avviso, e’ alla base di tutti i misteri italiani. La strage di Portella della Ginestra, infatti, e’ collegata a 30 anni di gialli, dagli omicidi dei sindacalisti all’assassinio del procuratore Pietro Scaglione.
    Mi permetto soltanto di notare un errore: la parte sul procuratore Scaglione e’ stata smentita dallo stesso Mirone nella nuova edizione del libro “Gli Insabbiati”. Luciano Mirone, infatti, scrive che la figura di Scaglione e’ stata rivalutata, non soltanto per merito dei pentiti e dei magistrati, ma anche per le ricerche degli storici. Si trattava di calunnie messe in giro per denigrare una vittima innocente della mafia.
    In particolare Luciano Mirone pubblica una lettera del figlio del procuratore Pietro Scaglione, che smentisce le critiche trentennali su Scaglione.
    Nella lettera pubblicata da Mirone, il professore Antonio Scaglione scrive che:

    “L’operato del magistrato Scaglione è sempre risultato ante e post mortem, in tutte le sedi giudiziarie e istituzionali, assolutamente corretto e imparziale.
    In particolare,
    1) In sede giurisdizionale penale é risultato chiaramente dagli atti che il Procuratore SCAGLIONE fu magistrato “dotato di eccezionale capacità professionale e di assoluta onestà morale”, “di indiscusse doti morali e professionali”, “estraneo all’ambiente della mafia ed anzi persecutore spietato di essa” e che “tutta la rigorosa verità é emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata, così come si legge testualmente nella motivazione della sentenza n. 319 del 1 luglio 1975 emessa dalla Corte di appello di Genova, sezione I penale, passata in giudicato a seguito di conferma della Cassazione (sentenza 17 dicembre 1976 n. 6198), e pubblicata negli Atti della Commissione parlamentare antimafia, 1984, vol. IV, tomo 23, doc. 1132, pag. 729 s. al cui contenuto tutto si rinvia); ed ancora, sempre in provvedimenti giurisdizionali, si legge quanto segue: nel corso della “ventennale istruzione” si è rivelata “vana” la “ricerca di motivazioni o legami di carattere privato” ed è stato accertato che il Procuratore SCAGLIONE svolse “in modo specchiato” l’attività giudiziaria, cadendo vittima del dovere, in Palermo, il 5 maggio 1971 (cfr. Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, sentenza 16 gennaio 1991, proc. pen. m. 2144/71 RG e n. 692/71 R.G.G.I; e il Decreto n. 3772 del 20-11-1991, emesso dal Ministro della Giustizia previo rapporto del Procuratore generale della Repubblica di Palermo e parere del Consiglio Superiore della Magistratura, con il quale il procuratore Scaglione è stato riconosciuto vittima del dovere).

    2) Quanto alla notizia, contenuta nel predetto articolo, secondo cui il magistrato Scaglione ascoltò Pisciotta senza verbalizzare le sue dichiarazioni, si deve rilevare che – come risulta dagli atti e dalle cronache giornalistiche dell’epoca – nel 1954, il dott. Pietro Scaglione, allora Sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Palermo, previo incarico del Procuratore Generale, si recò in carcere per interrogare il predetto Pisciotta, assistito da un segretario; il Pisciotta si rifiutò però di fare qualsiasi dichiarazione in quanto voleva “parlare a quattro occhi con un magistrato” senza testimoni e senza alcuna verbalizzazione delle sue dichiarazioni; il sostituto Scaglione allora gli fece presente che le norme di legge imponevano la presenza del segretario e la documentazione mediante verbale; il Pisciotta rispose che eventualmente dopo un periodo di riflessione avrebbe richiamato il magistrato (v. LONGONE, “Pisciotta annunciò al magistrato gravissime rivelazioni”, in l’Unità, 14 febbraio 1954, pag. 1).

    3) Tutte le notizie relative a presunte attività ovvero inerzie che sarebbero state poste in essere dal Procuratore Scaglione in alcuni procedimenti penali, tra i quali quello relativo alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, sono già state oggetto di specifico accertamento in sede giudiziaria penale e sono risultate mancanti del requisito “della verità e dell’obiettività”, “prive di fondamento e nettamente contraddette dalle risultanze di causa”, con conseguente ulteriore conferma della assoluta correttezza e imparzialità dell’operato del magistrato Scaglione; in particolare, nel caso “De Mauro”, “l’intervento dell’ufficio requirente (diretto dal procuratore Scaglione) fu attivissimo”(così come si legge nella sentenza della Corte appello di Genova, citata sub 1, pag. 52 e al cui contenuto tutto si rinvia; v., pure Tribunale Genova, Ufficio del giudice istruttore, sentenza citata sub 1; cfr., anche, le dichiarazioni della moglie di De Mauro, in La Domenica del Corriere del 13 giugno 1972; e, recentemente, le risultanze delle indagini preliminari svolte dalla Procura della Repubblica di Pavia sul caso Mattei).

    4) Per quanto riguarda poi le vicende relative alla cosiddetta “fuga di Liggio”, sia il Consiglio Superiore della Magistratura “dopo avere proceduto a rigorosa indagine” in data 26 febbraio 1971, sia l’Autorità giudiziaria di Firenze in data 16 febbraio 1971, esclusero qualsiasi responsabilità in detta vicenda del Procuratore Scaglione disponendo l’archiviazione degli atti..”; peraltro, il Procuratore Scaglione diede “la dimostrazione delle numerose iniziative prese in precedenza a carico dello stesso Liggio…” (così Corte di appello di Genova, sentenza citata sub 1, pag. 59-61; v., pure l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxi processo di Palermo-Giudici istruttori Caponetto e Falcone- in “Mafia-L’atto di accusa dei giudici di Palermo”, Editori Riuniti, 1986; le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta davanti le autorità giudiziarie di Palermo e Genova, e davanti alla Commissione Parlamentare antimafia, in Il Tempo 2 ottobre 1984, pag. 1; in la Repubblica, Dossier Mafia, 3 ottobre 1984, in Il patto scellerato…., La Relazione della Commissione parlamentare antimafia, di Luciano Violante, Crescenzi Allendorf Editori, Roma, 1993; in Il Corriere della Sera 18 novembre 1992, pag, 2; in Mafia, Libri-Inchiesta di Panorama del 2 agosto 1992, pag. 13).

    5) Le relazioni di amicizia e di frequentazione del Procuratore Scaglione sono state oggetto di accertamento in sede giurisdizionale e “tutta la rigorosa verità è emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso”, “estraneo all’ambiente della mafia, ed anzi persecutore spietato di essa”; in particolare, il doveroso comportamento tenuto dal Procuratore Scaglione nei confronti di Giuseppe Bertolino “è la migliore e più lampante prova dell’assoluta probità e indipendenza del magistrato” (in questo senso v. Corte di Appello di Genova sentenza citata sub 1, pag. 73- 79); ed ancora, nel corso delle indagini relative all’omicidio del Procuratore Scaglione, venivano svolti anche accertamenti “alla ricerca (rivelatasi vana) di motivazioni o legami di carattere privato, così come nulla di sospetto o di equivoco emergeva dall’attento esame della pregressa attività giudiziaria svolta-in modo specchiato- dal defunto procuratore SCAGLIONE (cfr. le deposizioni dei sostituti procuratori Rizzo, Coco, Puglisi, … del maggiore dei Carabinieri Ricci e del capitano dei Carabinieri Russo, e, in epoca successiva,dello stesso superpentito della mafia Tommaso Buscetta” (v. Tribunale di Genova, Ufficio del Giudice istruttore, Giudice B. Di Mattei, sentenza 16 gennaio 1991, procedimento penale n. 2144/71 RG.P.M. e n. 692/71 R.G.G.I.).

    Palermo 23 gennaio 2001

    prof. Antonio Scaglione

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