Il genere magiaro delle cose

di Giuseppe Casarrubea

Il centro culturale italiano di Budapest

In treno. Osservo la grande pianura ungherese, fin dove il verde si perde a vista d’occhio verso un orizzonte lontano. Regina casualmente mi parla della campagna che ci circonda, che i contadini hanno da qualche mese seminato a grano, repce o mais. Non parla della terra al femminile e noto che ha difficoltà a definire in italiano, lei che è magiara per nascita e formazione, quasi tutti gli articoli che nella nostra lingua è corretto usare per indicare il genere delle cose.

-La terra, gli alberi, il cielo, non sono né maschili, né femminili ­- mi dice.

Rimango stupito e chiedo spiegazioni.

-Le cose che esistono, non hanno un genere in magiaro, precisa. Tranne le persone e gli animali per i quali esistono le forme adatte a definirne il genere.

La mia perplessità, piuttosto che diminuire, aumenta e così, conversando, mi convinco che neanche il tempo dei magiari è quello che noi italiani siamo abituati a considerare. Per noi, ad esempio, esiste il congiuntivo, il passato ha una casistica molto articolata e anche il futuro può essere semplice o anteriore. Per un magiaro, superare le dimensioni del genere e del tempo, come le viviamo noi, può essere paragonabile alla rottura delle grandi categorie kantiane. Il tempo e lo spazio, nonché la qualità delle cose, cambiano radicalmente. Per lui non esiste il congiuntivo, il tempo dell’incertezza. Esistono solo presente, passato e futuro. Il presente è ora e qui; il passato non è niente di tutto quello che ci hanno insegnato a scuola: passato prossimo, trapassato prossimo, passato remoto, trapassato remoto, imperfetto. E’ qualcosa che è già accaduto. Punto e basta. Analoga cosa può dirsi per il futuro anteriore che non pare trovi spazio adeguato nella lingua di questo popolo straordinario, portato da millenni a semplificare tutto. Molto di più degli inglesi e in ben altro modo da come gli inglesi sanno fare, con grande pragmatismo.

A trarre conferma di quanto detto apro a caso un libro di grammatica magiara. Regina ha ragione. Gli ungheresi tendono ad abolire la differenza di genere da un punto di vista strutturale e concettuale. Se dici: – ö finn (lui/lei  è finlandese) – a una persona, non saprai mai se questa è un maschio o una femmina. La devi avere di davanti per saperlo. O lo puoi arguire dal contesto del discorso.

Non credo di sbagliare se affermo che il rapporto col genere delle cose, l’atteggiamento civile e democratico  verso la realtà, a prescindere dal genere che ossessivamente viene imposto nelle varie differenziazioni di ruolo nel mondo occidentale, sia un esempio di civiltà millenaria costruita dagli ungheresi nel corso di tutta la loro storia. Una civiltà che vedi dovunque, nelle strade e nei palazzi, nelle strutture pubbliche e nelle abitazioni private, nelle piazze e nel verde.

Via Andrássy. Monumento al poeta Ady Endre

Via Andrássy, antica strada commerciale di Budapest, simbolo dell’Ungheria che vuole contare. Almeno dalla fine dell’Ottocento e per buona parte del secolo passato. Oggi è una vetrina internazionale delle case di moda, di Dolce e Gabbana, Versace, Armani, Gucci.  Le boutiques di queste case famose si aprono solitarie su questo salotto buono della capitale. Ma sono come pesci fuori dall’acqua.  Parlano una lingua diversa da quella della storia ungherese, il cui filo conduttore non ha nulla a che fare col semplice consumismo. Al contrario, la recente apertura della libreria Alessandra, mi pare il segnale più autentico di un Paese che vuole cambiare. Ricca di libri magiari e organizzata secondo le modene e generali tecniche della ripartizione dei volumi in categorie, è forse la più ricca libreria di tutta l’Ungheria. Introdotta da un’enoteca a destra e da una lussuosa caffetteria al primo piano trovi tutto quello che cerchi. In lingua magiara naturalmente, con le sezioni complementari dell’inglese e dello spagnolo. Di italiano manco a parlarne.

Piazza degli Eroi

Correndo su due livelli, uno in superficie, l’altro sotterraneo, la via Andrassy si apre dritta verso piazza degli Eroi, madre che accoglie a braccia aperte i suoi figli. Millenari, come i grandi patriarchi del Vecchio Testamento: Arpad, capo dei Magiari, i grandi statisti ungheresi, Stefano I e tutti gli altri eroi dell’Ungheria moderna fino a Kossuth Lajos.  Sono gigantesche statue di bronzo, abbracciate da quest’opera monumentale, simbolo di guerre inaudite, contro nemici che volevano smembrarla, occuparla, ridurre in schiavitù. Stefano, il santo, segnò la strada per primo. E poi tutti lo seguirono in nome dello Stato e del cattolicesimo. Fino agli Austriaci, all’Impero austro-ungarico, all’Europa che appare ancora lontana anche se è già dentro le viscere di questa terra dalla storia leggendaria e tormentata.

Castello di Vajdahunyad

Sua caratteristica è una voglia costante di memoria. Tutto è qui un’unità di passato e presente.

Via Andrassy. Celebrazione del Millennio ungherese (1896), di cui la piazza degli Eroi è simbolo, allegoria. Attorno ad essa, si possono ammirare il castello di Vajdahunyad, il Museo delle Belle Arti, la Galleria d’Arte Műcsarnok, la più grande in Ungheria per esposizioni artistiche.

Metropolitana Földalatti

Allora la città rinnovata, si dotò di illuminazione a gas e, prima in Europa, di una metropolitana, percorribile da una punta all’altra, nella sua traiettoria nel sottosuolo di via Andrássy. Unisce il Danubio a Mexikói út attraverso la bella piazza Oktogon. Ancora oggi mantiene molti dei suoi caratteri ottocenteschi. E’, infatti, un’opera in maiolica e ferro battuto, con arredi in legno d’epoca e un piccolo trenino che l’attraversa e che fa di questo tratto della rete sotterranea delle comunicazioni cittadine, un gioiello raro ed unico, come conservato in uno scrigno.  E’ la Földalatti, la strada che corre di sotto.

Via Andrássy. Teatro dell'Opera

Potrai impiegare mesi per visitare Budapest, ma potrai ben dire di non avere ancora cominciato le tue scoperte. Se incontri qualcuno, perciò, non dire che lo conosci se prima non lo hai praticato per un lungo tempo. Molte piccole cose te lo dicono. Alcune di queste gli italiani non le farebbero abitualmente. Ma poi scopri che dietro il gesto si nasconde un fiore, e dietro ogni cosa c’è un’anima. Voglia di essenzialità. Segno di grande maturità culturale, di volontà di evitare gli sprechi, di capacità di prevedere il futuro. Non quello anteriore delle azioni che non si faranno mai, ma quello semplice di ciò che sarà.

Questo ho imparato nel mio breve soggiorno ungherese:  la spiegazione di ogni cosa è nella sua stessa natura. Nella sua storia. Il mare è maschile perchè se  ci sono le onde ti toglie le mutande.

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Il genere magiaro delle cose

  1. Agnese Di Gangi ha detto:

    Avevo apprezzato il rigore della sua scrittura in “Tango Connection”. In “Il genere delle cose” colgo una grande poeticità.
    E se come Lei sostiene “la spiegazione di ogni cosa è nella sua stessa natura”, allora, parafrasando alcuni celebri versi di Marina Cvetaeva , il vero poeta è colui che scopre la legge della stella e la formula del fiore .
    Cordiali saluti, Agnese Di Gangi

  2. casarrubea ha detto:

    Hai ragione, Agnese. La legge delle stelle è nella loro geometria e quella dei fiori nella loro bellezza.

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