Piazza Fontana e dintorni

Milano. La Banca dell'Agricoltura dopo l'attentato del 12 dicembre1969

Ricorre domani il 40° anniversario della strage di Piazza Fontana. Un evento nodale nella storia della nostra Repubblica. Inizia con il sangue di 17 innocenti la lunga notte della democrazia italiana, che ancora continua e che aveva trovato il suo primo battesimo nella strage di Portella della Ginestra (1947).

Nel 1969, come nel 1947, uomini e apparati  sono gli stessi. Mirano ad un unico obiettivo: abbattere la democrazia e cancellare la sua storia fondata sulle lotte di Resistenza contro il nazifascismo.

I documenti che seguono sono stati da noi rintracciati presso il Nara di College Park (Maryland) e denotano l’inquietudine dell’amministrazione Nixon di fronte al possibile ingresso del Pci di Longo, Amendola e Berlinguer, nel governo del Paese.

Il primo rapporto è datato 6 ottobre 1969. Mancano poco più di due mesi alla strage.

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(N.B.: la collocazione iniziale DOS si riferisce all’Archivio Casarrubea, Partinico).

*

DOS A – 40

Nixon and Kissinger

Contingency study of possible communist entry of italian government, 6 ottobre 1969, rg 59, Cfpf 1967 – 1969, b. 2236, f. Pol – 15/It.

Class.: segreto

Oggetto: Studio urgente sul possibile ingresso dei comunisti nel governo italiano

Mittente: Henry A. Kissinger

Destinatario: Elliot L. Richardson, sottosegretario di Stato

Data: 6 ottobre 1969

Il Presidente (Nixon, ndr) ha chiesto che sia preparato uno studio sulle possibili conseguenze rispetto alla politica americana dell’ingresso dei comunisti nel governo italiano, nell’arco dei prossimi 2 o 3 anni. Per tale obiettivo, ritengo che sarebbe molto opportuno formare un gruppo ad hoc, con la partecipazione del National security council (Nsc).

Lo studio dovrebbe trattare le seguenti questioni (ma non limitarsi a queste):

-Valutazione della probabilità, e delle possibili conseguenze, dell’ingresso dei comunisti nel governo italiano.

-Spettro delle azioni che potrebbero essere assunte dagli Stati Uniti nell’arco dei prossimi anni per ridurre la possibilità dell’ingresso comunista.

-Probabili conseguenze dell’ingresso dei comunisti sulla politica interna italiana e su quella estera; sulla partecipazione italiana alla Nato; sulle relazioni italo – sovietiche.

-Portata delle opzioni politiche americane in risposta all’ingresso dei comunisti.

Lo studio dovrebbe essere completato entro il 15 novembre 1969. Considerata la delicatezza dell’argomento, tale studio dovrebbe essere condotto con la massima discrezione.

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DOS A – 43

Contingency study on possibile communist entry into the italian government, 22 gennaio 1970, rg 59, s. 1613 Pol & Def/70 – 73, b. 2394, f. Pol – 15/It.

Con allegato documento di Hillenbrand al sottosegretario di Stato, 12 gennaio 1970.

Class.: segreto

Oggetto: Memorandum per Mr. Henry A. Kissinger, assistente del Presidente per le questioni sulla sicurezza nazionale.

Mittente: Elliot L. Richardson, sottosegretario di Stato (Washington)

Data: 22 gennaio 1970

In risposta alla richiesta del Presidente, come stabilito nel Suo memorandum del 6 ottobre 1969, allego uno “Studio urgente sul possibile ingresso dei comunisti nel governo italiano”.

Tale studio è stato preparato da un gruppo di lavoro ad hoc, presieduto dal Dipartimento di Stato e composto da rappresentanti del Dipartimento della Difesa, della Cia e dell’Usia.

Come Lei noterà, le azioni elencate nel documento sono piuttosto limitate nella sostanza e marginali nei loro potenziali effetti. Può anche darsi che non vi siano altre misure in grado di produrre più benefici che danni,  ma è una questione che ho chiesto al desk Europa (del Dipartimento di Stato, ndr) di riconsiderare. In ogni modo, ho chiesto loro di compiere i passi necessari alla messa in atto delle azioni elencate nel memorandum.

Allegato

Class.: segreto

Oggetto: Studio urgente sul possibile ingresso dei comunisti nel governo italiano

Mittente: Martin J. Hillenbrand, responsabile del desk “Europa” del Dipartimento di Stato

Destinatario: Elliot L. Richardson, sottosegretario di Stato

Data: 12 gennaio 1970

[…] La conclusione sostanziale dello studio è la seguente: è improbabile che il Pci entri nel governo italiano nell’arco dei prossimi 2 o 3 anni. Tuttavia, l’attuale situazione italiana presenta pericoli intrinseci di disordine sociale e di intrighi politici.

Abbiamo attentamente valutato le azioni che gli Stati Uniti potrebbero intraprendere per ridurre la possibilità di ingresso del Pci nel governo italiano e aiutare a prevenire tale partecipazione nel prossimo futuro.  Vi sono alcune azioni relativamente miti che possiamo avviare per aiutare i partiti democratici italiani:

-Incoraggiare le visite negli Stati Uniti di esponenti politici italiani, compresa la riprogrammazione della visita del primo ministro Rumor (se continuerà a ricoprire tale incarico), o del suo successore.

-Ampliare il nostro programma internazionale di visitatori italiani (è stato fortemente ridotto negli ultimi anni).

-Fornire consulenza e assistenza alla modernizzazione del sistema educativo italiano.

-Ampliare il nostro sostegno ai sindacati italiani.

-Enfatizzare l’importanza dei contributi italiani alla scena internazionale […] . Ad esempio, dovremmo dedicare una particolare attenzione all’impatto provocato dalle basi militari americane e alle pratiche commerciali restrittive. Sullo scenario internazionale, dovremmo essere  più propensi ad accogliere i suggerimenti italiani, nonché sostenere le loro aspirazioni ad essere rappresentati in organismi internazionali come la IAEA.

-Promuovere consultazioni più frequenti con gli italiani (come facciamo con i britannici, i francesi ed i tedeschi) sulle varie questioni internazionali, con l’obiettivo di sottolineare il fatto che noi consideriamo gli italiani alleati di primo rango.

Le proposte suddette non costituiscono un esauriente programma di azione: sono invece i punti di forza dei nostri rapporti con l’Italia per i prossimi mesi e anni. I partiti di governo italiani sono sostanzialmente anticomunisti. Rafforzando la loro autostima e la loro capacità a raggiungere le necessarie riforme, ridurremo la possibilità che vi siano pressioni affinché i comunisti partecipino alla soluzione dei problemi italiani. Riteniamo che le politiche americane verso l’Italia dovrebbero essere sottolineate da un atteggiamento cordiale e costruttivo. In particolari circostanze, i capitali interessi degli Stati Uniti dovranno prevalere su quelli di minore importanza, come il commercio o l’aviazione.

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DOS A – 39

Lettera del Dipartimento di Stato all’ambasciatore americano in Italia, 28 luglio 1969, rg 59, Cfpf 1967 – 1969, b. 2235, f. Pol – 12/It.

Class.: segreto

Oggetto: manca (si parla del Pci)

Mittente: Robert M. Beaudry, responsabile del desk “Austria – Italia – Svizzera” (Dipartimento di Stato, Washington)

Destinatario: H. Gardner Ackley, ambasciatore in Italia (Roma)

Data: 28 luglio 1969

La crisi di governo in Italia solleva varie questioni sugli attuali orientamenti della leadership del Pci. Ne abbiamo discusso la scorsa settimana con Seymour Russell, che è passato a trovare Marty Hillenbrand. Mentre si parlava delle possibili reazioni del Pci nell’attuale situazione, Marty ha chiesto a Russell di fornirci un’opinione sulla situazione all’interno di quel partito. Ad esempio: fino a che punto è diventato borghese? Il Pci accetterebbe la politica estera italiana così com’è ora? Un invito a far parte di un “contesto democratico” finirebbe per provocare defezioni al suo interno? In ogni modo, la nostra valutazione del Pci non è molto positiva. […]

Per noi, sarebbe utile ricever informazioni aggiornate sulle opinioni del Pci a proposito della la situazione interna italiana.

Ho l’impressione che, fino ad ora, ci siamo occupati soprattutto di questioni internazionali, e in particolare del movimento comunista mondiale. Le sarei grato se potesse inviarci le Sue considerazioni e i Suoi suggerimenti sul tema.

*

DOS A – 80

Summary of statements made by general Marchesi, 13 novembre 1970, rg 59, s. 1613 Pol & Def/70 – 73, b. 2393, f. Pol 12/It (6. 1. 70).

Class.: segreto

Oggetto: Opinioni del generale Enzo Marchesi, capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano

Mittente: W. C. Westmoreland, capo di Stato Maggiore dell’esercito degli Stati Uniti

Destinatario: U. Alexis Johnson, sottosegretario di Stato per gli Affari Politici (Washington)

Data: 13 novembre 1970

In allegato, potrai trovare un riassunto delle dichiarazioni fatte dal generale Marchesi durante il nostro incontro del 25 ottobre scorso: […]

“Di solito, l’esercito italiano non si occupa di politica. Ma, di fronte alla minaccia di una possibile partecipazione al governo dei comunisti, occorre che i capi militari mantengano stretti contatti con i politici democratici, con l’obiettivo di rafforzarne la fiducia e appoggiarli contro il comunismo. Le forze armate sono fortemente anticomuniste e desiderano che si trovi una soluzione per mantenere l’Italia libera e democratica.”

Il generale Marchesi ha affermato di desiderare con forza l’aiuto americano nella lotta contro il comunismo in Italia. […]

“Il Pci è molto forte. I comunisti sono ben organizzati, disciplinati e puntano a prendere il potere entrando in qualche modo nel governo. Al momento, essi realizzano di non essere in grado di conquistare il potere in maniera diretta, ma hanno una grande influenza sul Psi. Il Pci ha anche problemi interni e, per la prima volta, sembra esserci una spaccatura all’interno del solido fronte comunista. Può darsi che ciò diventi importante nella futura lotta contro il Pci.” […]

Giuseppe Casarrubea e Mario  J.  Cereghino

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Piazza Fontana e dintorni

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  2. gaspare sciortino ha detto:

    Quello che colpisce in questa documentazione è l’approccio “doppio” da parte americana nei confronti del PCI. Cioè a dire se da un lato è più o meno noto il filo nero che lega le stragi di stato e i tentativi golpisti in Italia alla CIA e alle presidenze degli Stati Uniti d’America in funzione anticomunista dall’altro è meno noto che gli americani avessero anche un’attenzione meno “rustica” nei confronti dei fatti inerenti il PCI e la politica italiana. E’ possibile che essi non demandassero alla sola Democrazia Cristiana e partiti satelliti l’intervento nella politica italiana ma al contrario avessero un ruolo attivo di consiglio e indirizzo sulle strategie di questi ultimi.
    Infatti il Dipartimento di Stato nella lettera del 28 luglio ’69 all’ambasciatore americano in Italia lo interroga circa lo stato dell’involuzione borghese del PCI, la sua possibile accettazione della politica estera italiana ovvero della NATO, i contraccolpi (possibili scissioni ) interni al PCI nell’ipotesi di un’offerta di ingresso o semplicemente di collaborazione al “contesto democratico” italiano.
    Personalmente sono convinto che gli americani abbiano sempre utilizzato la politica del bastone e della carota. Da un lato hanno favorito, alimentato, armato le ipotesi golpiste degli apparati statali italiani (mai epurati dalla presenza fascista nel dopoguerra anche per responsabilità togliattiana….ma questo è un discorso troppo lungo in questa sede) e gli eventi stragisti come Piazza fontana, Brescia, l’Italicus ecc. ad opera del neofascismo (Ordine Nuovo di Pino Rauti, La Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale ecc.) in collegamento diretto con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Tale politica dello scontro diretto con l’obiettivo di creare destabilizzazione per suscitare svolte di tipo autoritario ma anche essenza di una guerra diretta contro il movimento operaio italiano che intanto si era trasformato in un elemento poco controllabile e imbrigliabile anche dai partiti della sinistra storica e dai sindacati tradizionali (piazza Statuto a Torino, le lotte alla Fiat, i comitati unitari di base a Milano). I tentativi golpisti (se non sbaglio un paio negli anni ’70) costituivano la “prova generale” che veniva bloccata all’ultimo momento ( Presidente del Consiglio: Rumor) anche per sondare la capacità di mobilitazione del PCI e dei soggetti di massa organizzati.
    Dall’altro lato gli americani hanno stimolato le ipotesi di “collaborazione democratica” provenienti dal PCI salvo naturalmente rispondere a picche o rimandare all’infinito: In tale maniera hanno favorito l’annichilimento dell’avversario attraverso un lungo processo di macerazione appresso ad ipotesi come quelle del “compromesso storico” che ad un certo punto ha avuto consensi anche da ampi settori della DC. Sono infatti convinto che anche Moro si confrontasse spesso con “l’amico americano” e le sue aperture nei confronti del PCI non potevano non avere l’avallo oltre oceano. Nella realtà però l’America ha preferito privilegiare il primo corno di questa politica dualista ….perchè l’avversario intanto si autoneutralizzava e perchè il bastone è meno scomodo e più gestibile….le vittime, quelle non contano. Emerge un quadro intricato e articolato dove l’eversione contro le regole e le istituzioni dell’Italia della Resistenza e della Costituzione si intreccia dialetticamente, come altro lato della medaglia, alle politiche di dialettica democratica e apertura al PCI.

  3. casarrubea ha detto:

    Gaspare Sciortino
    Quello che colpisce in questa documentazione è l’approccio “doppio” da parte americana nei confronti del PCI. Cioè a dire se da un lato è più o meno noto il filo nero che lega le stragi di stato e i tentativi golpisti in Italia alla CIA e alle presidenze degli Stati Uniti d’America in funzione anticomunista dall’altro è meno noto che gli americani avessero anche un’attenzione meno “rustica” nei confronti dei fatti inerenti il PCI e la politica italiana. E’ possibile che essi non demandassero alla sola Democrazia Cristiana e partiti satelliti l’intervento nella politica italiana ma al contrario avessero un ruolo attivo di consiglio e indirizzo sulle strategie di questi ultimi.
    Infatti il Dipartimento di Stato nella lettera del 28 luglio ’69 all’ambasciatore americano in Italia lo interroga circa lo stato dell’involuzione borghese del PCI, la sua possibile accettazione della politica estera italiana ovvero della NATO, i contraccolpi (possibili scissioni ) interni al PCI nell’ipotesi di un’offerta di ingresso o semplicemente di collaborazione al “contesto democratico” italiano.
    Personalmente sono convinto che gli americani abbiano sempre utilizzato la politica del bastone e della carota. Da un lato hanno favorito, alimentato, armato le ipotesi golpiste degli apparati statali italiani (mai epurati dalla presenza fascista nel dopoguerra anche per responsabilità togliattiana….ma questo è un discorso troppo lungo in questa sede) e gli eventi stragisti come Piazza fontana, Brescia, l’Italicus ecc. ad opera del neofascismo (Ordine Nuovo di Pino Rauti, La Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale ecc.) in collegamento diretto con l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Tale politica dello scontro diretto con l’obiettivo di creare destabilizzazione per suscitare svolte di tipo autoritario ma anche essenza di una guerra diretta contro il movimento operaio italiano che intanto si era trasformato in un elemento poco controllabile e imbrigliabile anche dai partiti della sinistra storica e dai sindacati tradizionali (piazza Statuto a Torino, le lotte alla Fiat, i comitati unitari di base a Milano). I tentativi golpisti (se non sbaglio un paio negli anni ’70) costituivano la “prova generale” che veniva bloccata all’ultimo momento ( Presidente del Consiglio: Rumor) anche per sondare la capacità di mobilitazione del PCI e dei soggetti di massa organizzati.
    Dall’altro lato gli americani hanno stimolato le ipotesi di “collaborazione democratica” provenienti dal PCI salvo naturalmente rispondere a picche o rimandare all’infinito: In tale maniera hanno favorito l’annichilimento dell’avversario attraverso un lungo processo di macerazione appresso ad ipotesi come quelle del “compromesso storico” che ad un certo punto ha avuto consensi anche da ampi settori della DC. Sono infatti convinto che anche Moro si confrontasse spesso con “l’amico americano” e le sue aperture nei confronti del PCI non potevano non avere l’avallo oltre oceano. Nella realtà però l’America ha preferito privilegiare il primo corno di questa politica dualista ….perchè l’avversario intanto si autoneutralizzava e perchè il bastone è meno scomodo e più gestibile….le vittime, quelle non contano. Emerge un quadro intricato e articolato dove l’eversione contro le regole e le istituzioni dell’Italia della Resistenza e della Costituzione si intreccia dialetticamente, come altro lato della medaglia, alle politiche di dialettica democratica e apertura al PCI.

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