Da Spatuzza a Messina Denaro

di Giuseppe Casarrubea

Spatuzza e la destra

Giuseppe e Filippo Graviano

Siamo arrivati al turno dei Graviano. E le cose già si complicano. Filippo smentisce Spatuzza, Giuseppe dice che parlerà quando starà bene. Per il momento ha un sacco di malattie e non se la sente manco di andare in aula per essere ascoltato. E’ da una vita che è in galera. Carcere duro. 41bis: non ne può più. Suo fratello invece ha trovato una sua filosofia e si ha l’impressione che sia in ritiro spirituale, come un monaco benedettino .

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I Graviano avrebbero dovuto coprire le affermazioni del loro killer. Non l’hanno fatto. Almeno Filippo, il boss che in cella fa l’intellettuale. Tutti se l’aspettavano. Nei giorni scorsi ad Anno Zero, in una messinscena, lo ha anticipato Michele Santoro di fronte a un pubblico di qualche milione di spettatori.

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Che cosa sta succedendo? Chi ha ragione? Spatuzza che con i suoi omicidi e stragi ha gli ergastoli alla portata di mano o Filippo Graviano che, essendo il suo capo la sa più lunga del diavolo? Può darsi che abbiano torto entrambi. Il primo perchè continua a ubbidire, non ai giudici, ma ai Graviano che sono per lui come “madrenatura”, i padri putativi. Che, però, lo mettono all’angolo e lo lasciano lì, abbandonato a se stesso. Il secondo perchè pensa di lanciare un messaggio per chi ha orecchie per intendere. E spera. Chissà in che cosa. Come se dicesse rivolto ai suoi interlocutori: “- Io continuo a fare la mia parte. Vediamo che mosse fate voi”. Sbagliano anche perchè sono spregiudicati e sfidano la logica. Sono giovani. Non hanno più i capifamiglia anziani alle spalle ma altre nuove leve, la cui prospettiva di vita è precipitata in considerazione del basso tasso di gerontocrazia in Cosa Nostra. L’età dei capi è direttamente proporzionale al livello di crisi che questa organizzazione criminale sta attraversando. I giovani che vi aderiscono sono intraprendenti, riflettono meno e tendono per natura a fare le cose con una certa impulsività. Sventura che toccò per primo a Gaspare Pisciotta, quando si mise nelle mani dei Carabinieri, e del suo amico, il capitano Antonio Perenze, per primo.

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Se si pensa a ciò che è stata la gestione di Cosa Nostra da parte di Totò Riina, ultimo degli eletti al vertice della cupola, si può avere un’idea di cosa potrebbe essere un comando affidato alle nuove leve allo sbando, dopo  il periodo transitorio di Bernardo Provenzano che cessa nel 2006.

Il comportamento di Spatuzza è tuttavia ben comprensibile. C’è un effettivo crescente attacco alle fila di Cosa Nostra. Tutti, destra e sinistra, si dicono felici dei risultati. Sono il frutto non degli ordini taumaturgici di Maroni, il ministro dell’Interno, ma della professionalità delle forze dell’ordine. Il ministro è il primo ad esultare: -“Manca – dice – solo Matteo Messina Denaro”.

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Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006) sono catturati ben sedici mafiosi. Nel giugno 2006 Nino Rotolo, nel dicembre 2007 Salvatore Lo Piccolo. Il governo non è quello di Berlusconi ma di Prodi durato dal 17 maggio 2006 al 7 maggio 2008, data di insediamento del quarto governo del cavaliere.

Il 15 novembre 2009 è arrestato, a Calatafimi, Domenico Raccuglia, latitante da quindici anni, del quale si scopre un arsenale nelle campagne di Partinico sufficiente ad armare un plotone. In contemporanea allo Spatuzza day sono arrestati a Palermo e a Milano, altri due pezzi da 90 della mafia siciliana: Gianni Nicchi, 28 anni, alias Tiramisù, boss emergente successore di Raccuglia e quindi capo della mafia di Palermo, e Gaetano Fidanzati, 74 anni, “re del narcotraffico” da trent’anni, attivo su Milano.

I Gambino e gli Inzerillo

Nicchi, figlioccio di Nino Rotolo, è avversario dei Lo Piccolo. L’ostilità é legata al fatto che nel 2005, i perdenti subiscono l’impatto con i corleonesi, ad esempio i Gambino e gli Inzerillo, scappati dalla Sicilia per non soccombere del tutto. Sono la causa di uno scontro che mette a dura prova i clan mafiosi.

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Come ha notato Francesco La Licata su La Stampa del 6 dicembre, Rotolo è contrario al loro ritorno. Teme la nascita di un asse della vecchia mafia perdente con i Lo Piccolo. Così autorizza il figlioccio ad eliminarli. Anche Nicchi é inseguito per essere mandato al creatore. Ma non sta fermo. A New York sonda l’atteggiamento degli Inzerillo e stabilisce rapporti con la vecchia mafia occupandosi, per riempire i vuoti, di narcotraffico.

Si tratta di personaggi o morti o in galera.

Nel caso di Spatuzza emerge un dato che lo qualifica immediatamente: il suo isolamento oggettivo e mediatico. Oggettivo per la scopertura nella quale si trova e mediatico perchè la campagna di informazione contro di lui parte con grande anticipo sui fatti e proseguirà certamente anche dopo le dichiarazioni dei Graviano, nell’aula bunker di Palermo. Quelle di Filippo sono una grave smentita; il silenzio di Giuseppe è un trattato diplomatico.

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E’ così. La realtà odierna impone al residuato di Cosa Nostra in galera, di giocare d’azzardo, magari con una divisione di ruoli. A quella parte che ancora si trova in latitanza di evitare la liquidazione finale. La possibilità alternativa che tutti hanno, quando vi sono costretti, è fare una scelta traumatica di rinnegamento del loro passato, di autodenuncia dei loro misfatti e passare al ruolo di ‘pentiti’. Obiettivo: rientrare nel programma di protezione dello Stato, con tutti i benefici che ne conseguono. Naturalmente Filippo Graviano la pensa diversamente.  Almeno dal punto di vista dei codici di comunicazione correnti. Ma noi sappiamo che, un ritardo nel rispondere a una domanda, una sillaba pronunciata in un certo modo hanno, per gli uomini di Cosa nostra, un significato che il comune mortale non può immediatamente cogliere.

Staremo a vedere cosa succederà con suo fratello, quando la “salute” glielo consentirà. Per ora ci sembra che la situazione sia aperta. Sul palcoscenico  ci sono attori che si dànno dei ruoli. E’ un fatto interno alla loro strategia. Ognuno recita, conoscendo la parte dell’altro. L’unico a non recitare è forse Spatuzza, killer ai livelli bassi di Cosa nostra. Tutti, però, sono accomunati da una lista di desideri. Il processo breve e la revisione del 41 bis sarebbero già un buon segnale.

Il processo breve (Sebino Dispenza)

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I cortigiani

Il 7 dicembre scorso sono state messe in onda due trasmissioni in prima serata sulla tv pubblica. La prima è la fiction Il sangue dei vinti, la seconda Porta a Porta con il solito Bruno Vespa nella veste di  bravo chierichetto. I due programmi non sembrano avere avuto tra di loro qualche relazione, ma io che non mi accontento mai di guardare e neanche di osservare, vi ho trovato serie connessioni.

La fiction altro non è che una lettura dell’omonima opera di Gianpaolo Pansa ed ha questo senso: anche i “ragazzi di Salò” furono dei bravi soldati. Un salvacondotto per la destra più estrema. Quella che ha proposto in Parlamento l’equiparazione dei “ragazzi di Salò” con i partigiani del Cln. Ne è esempio Lucia,  la repubblichina che chiude in modo eroico e solitario la sua lotta armata contro i militanti del Comitato di Liberazione nazionale. Quelli, per intenderci, che faranno la Carta Costituzionale che abbiamo e che Berlusconi vorrebbe cambiare. Lucia diventa un personaggio toccante, con l’ottima interpretazione di Michele Placido, nella fiction fratello della donna.

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Anche a me sembra giusta l’idea di “seppellire la guerra una volta per tutte”, ma guai a seppellire anche la memoria, i valori che l’hanno riempita di senso. Salò fu un fantoccio armato nelle mani dei tedeschi che ne fecero l’uso e consumo che vollero. Alla fine l’abbandonarono a se stessa e firmarono un accordo separato con gli Alleati. Lasciarono Mussolini in fuga e quei quattro esaltati che facevano capo all’irriducibile Pavolini, alle prese col tentativo di “resistere” in Valtellina.

Il fatto tragico per l’Italia e l’Europa è che proprio da queste ceneri, da questa autodissoluzione, il fascismo è rinato in altre forme puntando dritto al cuore dello Stato democratico.

La trasmissione di Vespa ha avuto come tema un eloquente titolo, orientativo in partenza: “Appesi ad un killer

Gaspare Spatuzza

Gaspare Spatuzza

pentito?” . Una cannonata contro Spatuzza. Si ripete come un ritornello il suo curriculum vitae: quaranta omicidi, sei stragi, partecipazione alla barbara uccisione del piccolo Di Matteo, e via di seguito. Come se qualcuno avesse nutrito certezze che questo mafioso potesse essere al contrario un galantuomo. Al pubblico “salotto” partecipano -come avvocati del cavaliere e della vittima che si sente diffamata, cioè Dell’Utri- Cicchitto, nella qualità di “interprete sottile del Capo”, lo stesso Dell’Utri e naturalmente il padrone di casa, cioè Vespa. Tutti concentrati contro la sinistra, la magistratura e Spatuzza. La colpa del killer? Non i delitti che ha commesso ma essersi ricordato dopo 16 anni che Berlusconi e dell’Utri sarebbero stati implicati nelle stragi del ’93. E’ ovvia la risposta indotta dalla trasmissione. Se ne evince che è manovrato.

Purtroppo le cose sono molto più complicate di quanto possa apparire a prima vista. Penso, personalmente, che la dichiarazione di Spatuzza, per quanto contraddetta dalla “Madrenatura” Filippo Graviano, sia una sorta di segnale di fumo. Un segnale di quello che gli indiani si comunicavano, per parlare ad altre tribù. Dall’altra parte  Dell’Utri, ospite d’onore, fa un’affermazione importante, se abbiamo capito bene.

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Ed è questa: siccome nel 1993 c’era il rischio che i comunisti potessero ottenere con altre forze democratiche una maggioranza in Parlamento, alcune persone illuminate ebbero la buona idea di fondare una nuova formazione politica capace di riempire i vuoti lasciati dalla crisi che il famigerato pentapartito aveva registrato nelle politiche del 5 e 6 aprile 1992. Questa informazione mi pare un nodo da non sottovalutare. Perchè raccontato da un testimone dei fatti.

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Certo è comunque che non ci fu soltanto una mobilitazione squisitamente politica per sanare le fratture col passato e rimediare in una prospettiva nuova. Non furono poche le persone che si dettero da fare.

Anche la mafia, che non sta mai alla finestra a guardarsi lo spettacolo, colse in anticipo i segni premonitori dello sfascio del vecchio sistema partitocratico e ritenne, non certo a livello di Spatuzza, di dovere svolgere una sua parte. Quella di ritessere il suo rapporto con la politica e le istituzioni. Cosa che aveva sperimentato da sempre: da Portella a Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia, freddato a Mondello il 12 marzo 1992.

La motivazione del bisogno di Cosa Nostra ad avere un proprio referente politico nel governo nazionale ci è consegnata dalla storia: l’anticomunismo. Nasce e produce i suoi effetti per attaccare la laicità dello Stato, i principi costituzionali, il rischio del comunismo al potere.

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Il killer dei Graviano ha uno svantaggio: è il primo a sondare il terreno scosceso dei tentativi della mafia in questa direzione, dopo il crollo del muro di Berlino, dopo Tangentopoli nata con l’arresto dell’ex assessore del comune di Milano, Mario Chiesa (17 febbraio 1992), le picconate di Cossiga al settimo governo Andreotti, le elezioni anticipate indette per l’aprile ’92.

I governi che derivano da queste elezioni sono due, entrambi di breve durata: il pentapartito di Giuliano Amato e il quadripartito di Carlo Azeglio Ciampi (23 aprile 1992 – 16 gennaio 1994). Sotto il governo del primo avviene la cattura di Totò Riina, il capo di Cosa Nostra (15 gennaio 1993). Il quadro è instabile. La Dc e il Psi sono dentro una dissoluzione senza ritorno. Al termine di questo vortice c’è la nascita di Forza Italia, il partito di Berlusconi e Dell’Utri, chiamati in causa da Spatuzza.

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Allo stato delle cose non ci sono certezze o ipotesi scientificamente fondate che provino che quello che dice Spatuzza sia vero.

Il boss di Brancaccio è un soldato, agisce su comando. Dipende dai fratelli Graviano. Per ora lo hanno relegato al ruolo di accusatore, per poi smentirlo e costruire un’attesa enigmatica. Dell’Utri è “esterrefatto”. Piuttosto che parlare davanti ai magistrati di Torino, per pronunciare le sue dichiarazioni spontanee, poi non rese, ha scelto la ribalta di Porta a Porta, ponendosi come vittima sacrificale che vorrebbe mettersi una corda al collo se le dichiarazioni di Spatuzza fossero vere. Dice poche cose. Lascia che sia Cicchitto a parlare. Solo che Dell’Utri è sotto processo a prescindere dalle dichiarazioni di Spatuzza, ed è già stato condannato in primo grado. Ma dalla misteriosa scatola cinese che è Porta a Porta l’ospite é accostato ai casi giudiziari che hanno dato una brutta immagine della magistratura: i casi di Enzo Tortora e giusto giusto di Giulio Andreotti. Nel primo si era sbagliata addirittura persona e nel secondo c’era stata un’assoluzione. Ma nessuno dice che quest’ultima non riguardava i fatti nei quali Andreotti era stato coinvolto prima del 1980 per i quali era subentrata la prescrizione.

La mistificazione è l’elemento più insidioso di cui la maggioranza si sta servendo. Si veda ad esempio come la destra ha interpretato le parole del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, circa la sua opinione sul modo con cui Spatuzza è entrato nel processo dell’Utri.: “Sì, è inusuale  – ha detto – che le dichiarazioni di un pentito entrino in un processo nonostante debbano ancora essere verificate, ma mi rendo conto che era necessario fare in fretta, dato che il processo è alle battute finali. In ogni caso è la legge che consente di procedere così, ma laddove si può, è meglio evitare” (la Repubblica, 6 dicembre 2009). Evidentemente, nel caso Dell’Utri la ristrettezza dei tempi non ha consentito ai magistrati altre possibilità. Dunque la maggioranza fa quadrato e in modo sconnesso sfrutta Spatuzza per un attacco contro la sinistra. Altro esempio sono le strumentalizzazioni, il gran darsi da fare  per mettere sul piano del De Ridiculis di ciceroniana memoria, il racconto dei boss in galera che cantano. Di tutti, non solo di Spatuzza. L’attivismo mediatico è iniziato prima ancora che avessero una qualche eco le affermazioni del killer di Brancaccio, aspirante allo status di pentito.

In ultimo la destra ce l’ha persino contro quei ragazzi che passandosi il tam tam attraverso facebook, si sono incontrati a Roma il 5 dicembre. Sono l”’onda viola”, una realtà spontanea e democratica, pacifista che ha inventato il “No-B day”. Per quanto coincidenti, la manifestazione romana e la deposizione di Spatuzza al tribunale di Torino, sono totalmente separate. La prima tuttavia è presentata come la massa apartitica, spontaneistica e informe dei protestatari senza cultura di governo. Sono, dice Storace a Rai 2, il giorno dell’Immacolata, il partito che dovrebbe emigrare, non rimanere in Italia. Alla trasmissione interviene anche Maurizio Costanzo, vittima di un attentato avvenuto il 24 maggio ’93. E’ l’occasione per un veloce apprezzamento di Costanzo delle qualità liberal di Berlusconi e per una condanna implicita dello Spatuzza.

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Personalmente nutro forti dubbi che il merito dei successi nella lotta antimafia sia del governo. Ad esempio la cattura di Gaetano Fidanzati, è il frutto di una meticolosa opera  di Alessandro Giuliano, capo della squadra mobile di Milano e figlio di Boris, il vicequestore di Palermo assassinato da Leoluca Bacarella nel 1979. Il governo se ne appropria nel momento in cui l’affondo contro Cosa Nostra risulta, rispetto al passato, più sistematico e coerente, ma per una elevata capacità d’azione delle forze dell’ordine, non certo di Maroni o di Berlusconi.

Tra le voci del coro spicca quella stridula di Gasparri, anti-sinistra per partito preso. Il 9 dicembre su Rai Uno dice: “- L’antimafia siamo noi, la destra. Su questo terreno la sinistra è latitante”. E ancora peggio, alcuni giorni dopo: “Il governo stermina la criminalità con norme che la sinistra non fece perchè era dalla parte di Cosa Nostra”.

Scrive Ugo Magri a proposito dello sbracamento logorroico e senza ritegno di Gasparri: “Cedono i freni inibitori: ‘Gli arresti sono un duro colpo alla sinistra politico-giudiziaria stile Ingroia e Spataro’ magistrati in prima linea”. Sugli stessi toni La Russa: “Sinistra uguale mafia” (La Stampa, 6 dicembre 2009).

Dunque l’antimafia la farebbero Maroni, Berlusconi, Gasparri e Dell’Utri. A sinistra, dai morti di Portella della Ginestra a quelli di Reggio Emilia, da Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Cesare Terranova a Pio La Torre e a molti altri vissuti fino all’altro ieri, che si è fatto secondo l’onorevole?

Non ci può essere risposta alla malafede e neanche a quelli che fanno politica sputando sui morti.

identikit-recente-di-Matteo Messina Denaro

“La mafia – ha detto Peppino Di Lello, ex membro del pool antimafia ai tempi di Caponnetto – ha molti referenti tra gli uomini del centro destra, tanto che ogni volta che un uomo politico è indagato per collusioni con la criminalità organizzata, il centro-destra ha sempre fatto quadrato. E’ accaduto con Cuffaro, anche dopo la sentenza di primo grado, con Dell’Utri e nelle settimane scorse con Cosentino”. (La Stampa, 6 dicembre 2009).

Una cosa analoga accadde sotto il regime fascista, che fu solidale con la grande borghesia mafiosa dei traffici e dei commerci e fu duro contro i pesci piccoli, gli straccioni, i banditi.

Come abbiamo già detto in due post di questo stesso blog (Ci ho fatto un papello così, Agenda rossa), siamo in un vasto sistema trinitario con comportamenti che seguono schemi ben consolidati. C’è un’analogia Spatuzza-Gaspare Pisciotta il luogotenente del bandito neofascista Giuliano al tempo di Portella.  Allora al processo di Viterbo (1950-1952) parlarono prima i ‘picciotti’ e poi i capisquadra. Alla fine si arrivò a Pisciotta dopo varie affermazioni e vari dinieghi di ‘Cicciolampo’ (Frank Mannino), Antonino Terranova e altri della loro formazione paramilitare. Quando infine parlò Pisciotta ebbe il tempo di capire che ormai per lui era finita, o che comunque doveva uscire di scena. Cosa che toccò anche a Giuliano, nel senso che uscì di scena, ma non nel modo che ci hanno fatto credere.

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Sopra Spatuzza e i Graviano che sono ancora alla fase preliminare come dichiaranti, c’è il trapanese Matteo Messina Denaro, considerato capo reggente di Cosa Nostra, una delle dieci persone più ricercate al mondo, di cui, al momento, non si hanno le più labili tracce. Ecco perchè la sola presenza in aula del soldato semplice, lascia intravedere i termini delle condizioni che tenterà la componente militare di Cosa Nostra. E Messina Denaro, condannato in via definitiva all’ergastolo, guarda caso, per le stragi del 1993, accetterà di farsi ritagliare come l’unico male da recidere e distruggere? O questa volta avrà delle carte segrete da giocare? Dovranno essere i giudici a fare le loro verifiche e valutazioni. Soprattutto dovranno trovare i riscontri oggettivi. Il che non sarà un’impresa facile.

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Il fatto è che Cosa nostra si è evoluta per adeguarsi ai tempi nuovi, si è mimetizzata. E’ ritornata, come una volta, negli strati ipogei più profondi. Verso il vero centro gravitazionale o è passata altrove. Non ha più bisogno dei mandriani e dei bifolchi di un tempo, dei bombaroli che conoscono solo l’alfabeto del tritolo. Non può restare ferma a Totò Riina.  Bernardo Provenzano è la prima evoluzione della specie. E’ l’uomo che sta in piazza di Spagna, a Roma, che veste abiti eleganti, si fa chiamare “ingegnere Lo Verde” e frequenta politici, giornalisti e imprenditori. E’ la mafia che non ha più bisogno di mediazioni perchè ormai il potere ce l’ha a portata di mano. Ma anche questo primo stadio evolutivo oggi risulta inadeguato per i nuovi bisogni della realtà contemporanea, con i suoi fenomeni di globalizzazione, con  la ricerca sempre nuova di tecnologie, di un diverso modo di relazionarsi con la società. Matteo Messina Denaro è a metà strada tra il vecchio e il nuovo, C’è da ritenere che non sarà cosa di domani mattina catturarlo. Ma è quell’anello consapevole al quale si può arrivare dopo preliminari verifiche. Ad esempio la tenuta di Spatuzza e dei fratelli Graviano. Matteo Messina Denaro rappresenta uno stadio ancora più avanzato del problema della crisi di Cosa nostra.

“La mafia che pensa – scrive Attilio Bolzoni su la Repubblica di qualche giorno fa – è nascosta, al riparo, intrecciata con il potere di Palermo. […] E’ in ginocchio l’ala militare, ma è sempre viva l’intelligenza di Cosa Nostra, un’intelligenza collettiva, patrimonio di alcuni personaggi che sono rintanati da qualche parte a fare sempre i loro patti e i loro ricatti […] che disegnano strategie, che conoscono la politica e che sono liberi di spadroneggiare, sempre dentro i palazzi della Regione e sempre in contatto con apparati dello Stato. […] Alti burocrati della Regione legati ai boss della Cupola in carcere, commercialisti famosi, ex uomini politici di medio livello e di una certa notorietà che hanno sempre avuto agganci con la mafia che spara, un avvocato, un paio di ingegneri che sono i ras degli appalti pubblici. Tutti loro sono in contatto – almeno dal 1992 – con uomini dei ‘servizi’, trafficanti internazionali, banchieri, maestri della massoneria segreta”.

Si tratta di un’area di collusione, di una zona grigia legata anche ai poteri forti, ai riferimenti internazionali, ai servizi di intelligence.  Come abbiamo visto nel post di questo blog Il potere è sempre altrove, solo a questo livello è possibile capire cosa sta succedendo.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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