Uomini e cose dell’Etiopia (1)

donna etiope

Ringraziamo Gaspare Sciortino per averci consentito di pubblicare nel nostro blog alcune sue letture e immagini dell’Etiopia, una terra martoriata dal fascismo italiano ma che rappresenta, per le nostre coscienze, una grande testimonianza di coraggio e di voglia di autonomia dalle dominazioni straniere. Analoga cosa abbiamo fatto noi per l’Eritrea. Riteniamo, perciò, con questo contributo, di approfondire, ancora di più di quanto non abbiamo potuto fare finora, la realtà storica e geografica dei Paesi del Corno d’Africa. Testi e illustrazioni sono tratti dall’home page di Facebook di Gaspare Sciortino.

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Architetto libero professionista, nasce a Palermo il 27 settembre del 1958. Impegnato nell’attività politica in Democrazia Proletaria, prima e in Rifondazione Comunista successivamente, dalla metà degli anni ’80 si occupa prevalentemente dell’attività professionale svolta a Palermo e in Sicilia per conto di committenza pubblica e privata. Tra i lavori pubblici più importanti la ristrutturazione delle scuole Ragusa Moleti, Giovanni Verga e Montegrappa per conto dell’amministrazione comunale di Palermo e la partecipazione al gruppo di progettazione dei lavori di ristrutturazione dei Capannoni Ducrot alla Zisa (Cantieri Culturali) in occasione del “Convegno dell’ONU contro la criminalità organizzata” nel 2000.

Svolge lavoro di consulenza per il CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud) di Palermo per il quale, tra le altre cose, ha svolto una missione a Cuba nell’anno 2003 per i lavori di recupero urbano nel centro storico della città di Bayamo nella provincia orientale di Granma.

Per il CISS attualmente è impegnato nella realizzazione del “Centro Culturale Konso” nella Konso Special Woreda (sud Etiopia) dopo averne redatto il progetto esecutivo.

Gaspare Sciortino, L\’Etiopia

di Gaspare Sciortino

Addis Ababa

Addis Ababa. Al merkato

Fondata dall’imperatore Menelik alla fine dell’800 in seguito alla campagna militare per la riunificazione dell’impero e la conquista dei territori e delle popolazioni del sud (Uollo-Galla). La nuova capitale veniva ad assumere una posizione centrale nella nuova geografia del paese sostituendo definitivamente le vecchie capitali del Tigray.
Menelik si servì di tecnici e maestranze indiane, armene, greche e dei “prigionieri” italiani di Adua.

Gondar

Gondar era la vecchia capitale imperiale dell’Etiopia e della provincia storica del Begemder, attualmente parte della regione di Amhara. La città si trova a nord del Lago Tana, sulle rive del fiume Angereb ed a sud-ovest delle Montagne Simien. Nel 1994, contava 112.249 abitanti.

Fino al XVI secolo, l’Imperatore dell’Etiopia non era solito prendere una città come capitale fissa, vivendo piuttosto in lussuose tende, piazzate nel mezzo di accampamenti reali temporanei, che venivano spostati per tutto il regno mentre la sua famiglia, guardie del corpo e corte reale divoravano le coltivazioni in eccesso e tagliavano gli alberi vicini per ottenere legna da ardere.

Cominciando con l’Imperatore Minas nel 1559, i governanti dell’Etiopia cominciarono a passare la stagione delle piogge vicino al Lago Tana, spesso tornando alla stessa località parecchie volte.

Gondar venne fondata dall’Imperatore Fasilide attorno all’anno 1635, e cresceva come un centro agricolo ed un emporio commerciale.

Addis Ababa. Merkato

Secondo la tradizione, fu un bufalo a condurre l’Imperatore Fasilide presso uno stagno vicino ad Angereb, dove un “venerabile vecchio eremita” avrebbe predetto all’Imperatore che egli avrebbe fondato la propria capitale in quel luogo. Fasilide fece riempire lo stagno e costruì il proprio castello sul posto. L’Imperatore costruì anche un totale di sette chiese; le prime due, Fit Mikael e Fit Abbo, furono costruite per porre fine a delle epidemie. I cinque imperatori che lo seguirono sul trono fecero costruire anch’essi i propri palazzi nella stessa città.

Nel 1668, in seguito a un concilio della chiesa locale, l’Imperatore Giovanni I ordinò che gli abitanti di Gondar fossero divisi per religione, e che i Mussulmani si spostassero in un quartiere apposito, detto Eslam Bet, entro due anni.
Si stima che nel XVII secolo la popolazione di Gondar superasse le 60.000 persone. Nel 1678, il vescovo armeno Hovannes, in visita alla città, notava che Gondar era “due volte più grande di Istanbul”. Molti edifici di quest’epoca esistono ancora, dato che il XVIII secolo fu un periodo di tumulti e decadenza, e non si diede luogo a nuovi interventi edilizi.

La città mantenne il ruolo di capitale dell’Etiopia fino al regno di Tewodros II, che sposto la capitale imperiale a Magadala fino alla sua incoronazione come imperatore nel 1855.

Il sultano Abdallahi ibn Muhammad saccheggiò Gondar quando invase l’Etiopia nel 1887.
Nel corso della Guerra d’Etiopia Achille Starace, alla testa di una colonna motorizzata, composta in prevalenza da camicie nere, occupò la città il 1 aprile 1936. In realtà fu una semplice “passerella” concessa al segretario del partito fascista. La guerra d’aggressione infatti nel contempo stava arrivando al suo epilogo nel Tigray con le truppe di Badoglio e nell’Ogaden e Harar con le truppe di Graziani…..e con l’abbondate uso di gas iprite. Ciononostante Starace riuscì “eroicamente” a restare ferito e subì l’amputazione di una mano …..a causa di un maldestro lancio di una bomba a mano mentre era intento a pescare in un lago.
Gondar è una delle città dell’Etiopia dove più pesantemente di altre si avverte il passaggio degli occupanti italiani nella seconda metà degli anni 30.
La città fu ristrutturata tramite un piano regolatore opera di Gherardo Bosio.
Nel 1938,per iniziativa del governatore Mezzetti, il Genio militare inizio a restaurare alcuni dei principali edifici storici della città, in particolare il castello di Fasiladas e la piscina del Bagno di Fasiladas.

Gli edifici più famosi della città si trovano tutti nella Cittadella reale, risalente al XVII secolo. Vanno segnalati il Castello di Fasilide, il Palazzo di Iyasu, la Sala di Dawit con la sua Sala dei banchetti e le stalle, il Castello di Mentewab, una cancelleria, una biblioteca, e tre chiese. Nelle vicinanze della città si trovano i Bagni di Fasilide, che ogni anno vengono aperti ai fedeli in una cerimonia di benedizione; il complesso della Qusquam, costruito dall’Imperatrice Mentewab; il Palazzo di Ras Mikael Sehul (XVIII secolo) e la Chiesa di Debre Berhan Selassie.
Il centro di Gondar mostra l’influenza architettonica dell’occupazione italiana nei tardi anni trenta. La piazza principale presenta parecchi edifici la cui architettura è improntata ai dettami del razionalismo italiano. Sono interessanti da un punto di vista architettonico e sociologico anche le ville e gli appartamenti nel vicino quartiere che una volta ospitava gli ufficiali dell’esercito occupante ed i coloni italiani.

Il lago Tana

barca di papiro sul lago Tana

Il lago Tana è il lago più esteso dell’Etiopia, ha una superficie di circa 3.600 km2 ed è situato nella parte Nord del paese a 1788 metri di altezza. Ha per emissario il Nilo azzurro, che da esso prende origine verso Sud, formando, dopo un tratto di qualche km, le imponenti cascate del Nilo Azzurro, seconde in Africa solo alle cascate Vittoria.
Sul lago Tana si affaccia la vivace città di Bahir Dar nel punto più meridionale e sono presenti ben 37 isole sulla superficie. Sia queste isole che le coste sono sede di un gran numero di monasteri e chiese, molti dei quali di grande importanza storica e ancora oggi vivo punto di riferimento per la cristianità etiope. Tra di essi merita menzionare: Tana Kirkos, nel quale la tradizione della Chiesa Ortodossa Etiopica vuole che sia stata custodita per molti secoli l´Arca dell´Alleanza prima di essere trasportata ad Axum, dove dovrebbe trovarsi oggi; Daga Istefanos, con una grande pittura della Madonna del XV secolo, dove la tradizione vuole che sia sepolto l´imperatore Fasilidas; Narga Selassie, costruito nel XVIII secolo dall´imperatrice Mentewab e, a differenza dei primi due, aperto anche alle donne; Ura Kidane Meret, il monastero più famoso della penisola di Zege.

La pesca sul lago è un´attività importante, ed è una tradizionale fonte di sussistenza per i villaggi della costa; ancora oggi si possono vedere caratteristiche barche di papiro, tradizionalmente usate per questa attività.

La Chiesa Ortodossa Tewahedo d’Etiopia ha caratteristiche del tutto singolari, che la distinguono da ogni altra. Con quella di Nubia è la prima delle Chiese che si instaura e diffonde il messaggio di Cristo in una terra dell’Africa nera. Non solo, essa non è il risultato dell’opera missionaria europea, ma nasce e fiorisce ben prima di tante cristianità europee. Inoltre non reca l’impronta della cultura e della mentalità ellenistica alessandrina e neppure di quella costantinopolitana, come dimostra, fra l’altro, lo stile degli edifici cultuali.

La tradizione cristiana etiopica vanta radici che si ricollegherebbero alla storia di Makeda (o Azieb), la mitica Regina di Saba, cosi come narrataci dal Kebra Nagast, “Gloria dei Re”, il libro sacro degli Etiopi. Dal figlio Menelik che la regina ebbe da Salomone deriverebbe la discendenza salomonica della dinastia che fino al 1974 ha regnato in Etiopia, dove l’ultimo sovrano, Hayla Sellasse, sarebbe stato il 225° successore di Salomone. Insieme con Menelik, l’Etiopia avrebbe avuto anche l’Arca dell’Alleanza e le Tavole della Legge di Mosè.

Secondo il racconto di Rufino di Aquileia (redatto nel V secolo) e confermato da alcune iscrizioni frutto di campagne archeologiche il re axumita Ezana prima della metà del IV secolo lasciò il paganesimo per passare al cristianesimo, fatto attestato anche dalle emissioni numismatiche dello stesso sovrano.

saggi

La diffusione del Cristianesimo fuori dall’ambito di corte fu facilitata dall’arrivo in Etiopia di missionari la cui presenza nel Paese è da ricollegarsi con ogni probabilità alle dispute cristologiche che si svilupparono nell’impero bizantino in questi anni. Attorno alle loro figure si svilupparono cicli di leggende, caratterizzate da eventi miracolosi, riportate dai vari gadlāt dei santi.

Ben più ricche e complesse sono le leggende relative ai Nove Santi. Stabilitisi in varie regioni del regno axumita, sarebbe a questi personaggi che andrebbe ricondotta la reale cristianizzazione del Paese, nonché l’introduzione del monachesimo e la traduzione di opere importanti per la vita religiosa, oltre che monastica. Il loro arrivo in Etiopia e la loro attività si situano nel regno dei sovrani Sa‘aldoba, Ella Amida, Tazena, Kaleb e Gabra Masqal, del V e del VI secolo.
Col VII secolo hanno inizio i contatti col nascente movimento religioso dell’Islam e la storia successiva dell’Etiopia sarà drammaticamente segnata dal confronto, spesso sanguinoso e violento, con l’espansionismo islamico. Gli inizi, tuttavia, furono molto più pacifici e l’Etiopia accolse generosamente gruppi dei primi seguaci di Muhammad (Maometto), inviati in Abissinia dal Profeta stesso per metterli al sicuro dalle persecuzioni scatenate contro di loro dai Qurayshiti della Mecca, i membri della tribù di Maometto, fieri avversari della nuova religione.
L’espansione araba del VII e dell’VIII secolo e la sua crescente egemonizzazione del commercio marittimo nel Mar Rosso portarono al crollo dell’intero sistema economico sul quale si era fondata la prosperità di Axum; la minacciosa presenza musulmana provocò infatti l’abbandono da parte dei Cristiani anche del porto di Adulis, il più importante dell’Abissinia, nonché unico accesso del regno di Axum al commercio internazionale.

Nel XII secolo, ormai decaduto il regno di Axum, nella regione del Lasta emerse, verso il 1137, una nuova dinastia, quella degli Zagwé, di origine Agaw. Questa dinastia rimase celebre soprattutto per le chiese monolitiche che il re Lalibela fece scavare nel tufo rosaceo della capitale Roha – più tardi ribattezzata col nome stesso del re –, chiese annoverate dall’Unesco come parte del patrimonio universale.

Lalibela

Lalibela è una piccola città situata nel cuore della regione Amhara ad un’altitudine di 2700 m s.l.m. Anticamente si chiamava Roha, ed era una delle capitali della dinastia che aveva ereditato l’impero di Axum.

Le chiese rupestri di Lalibela sono attualmente incluse nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

Ura Kidane Meret. Le pitture interne

La leggenda di fondazione è incentrata attorno alla figura di Gebre Mesqel Lalibela: si racconta che un bambino di una famiglia di stirpe reale venne avvolto da uno sciame di api appena venuto alla luce e fu quindi battezzato Lalibela, ossia “le api riconoscono la sovranità” in lingua agaw. Predestinato al trono, si tentò di avvelenarlo. Ma sopravvisse e dopo essere uscito dal coma si dedicò alla costruzione della nuova Gerusalemme, obbedendo all’ordine celeste ricevuto nei giorni passati tra la vita e la morte, ad imitazione degli edifici che aveva visto in Paradiso.
L’Etiopia divenne precocemente cristiana, verso il 330, accogliendo la fede delle comunità giudaico-cristiane d’Arabia, e Lalibela è considerata la Gerusalemme della Chiesa nazionale etiopica, chiesa cristiana monofisita spesso confusa con i copti perché soggetta, fino al 1959, all’autorità del patriarca copto di Alessandria.
La costruzione delle 11 chiese rupestri di Lalibela, scavate nella roccia tufacea, costruite senza muratura, né pietre né legname e collegate fra loro da cunicoli, fu iniziata alla fine del XII secolo dal re Gadla, che dopo la presa di Gerusalemme da parte del Saladino decise di fondare una seconda Gerusalemme nella sua capitale, Roha, che divenne centro di grandi pellegrinaggi.

Le chiese sono dunque una rappresentazione dei luoghi santi. È opinione diffusa, ma non documentata, che alla loro progettazione e costruzione partecipassero i Cavalieri templari, scacciati a loro volta da Gerusalemme. Una ulteriore leggenda connessa a questo filone fa di Lalibela la sede, almeno per un periodo, dell’Arca dell’Alleanza di cui i Templari avevano la custodia. È invece evidente e storicamente documentata l’influenza, sull’architettura del sito, dello stile axumita.
Le chiese sono tutte denominate “Bet” (casa). Sono organizzate in due gruppi, separati tra loro da un canale artificiale che rappresenta il fiume Giordano.
A nord del Giordano sono situate:

Bet Medhame Alem – la Casa del Redentore del mondo, la più grande e la più alta, che si crede costruita ad imitazione della chiesa di Santa Maria di Sion di Axum (costruita nel V secolo e andata distrutta nel XV);

Bet Maryam – la Casa di Maria, l’unica affrescata e la più popolare, sul cui sagrato si apre Bet Meskel, una cappella tra molte grotte di eremiti;

Bet Danaghel – la Casa delle Vergini Martiri;

Bet Debre Sina, anche detta Bet Mika’el – la Casa del Monte Sinai;

Bet Golgotha – la Casa del Golgota, interdetta alle donne;

Bet Giorgis – la Casa di San Giorgio, che si dice aver diretto i lavori di costruzione, la cui forma a croce greca è forse quella più spesso rappresentata;

La Cappella Sellassié – Cappella della Trinità, luogo sacro accessibile solo all’imperatore d’Etiopia (quando esisteva), sorvegliato da monaci guardiani che ne impediscono l’accesso, che contiene la Tomba di Adamo, e in cui è sepolto il fondatore di Lalibela, accanto – dice la leggenda – al sepolcro di Cristo.

II gruppo a sud del Fiume Giordano comprende quattro chiese:

Bet Amanuel – la Casa di Emanuele;

Bet Merkorios – la Casa di San Mercurio;

Bet Abba Libanos – la Casa di Abba Libanous;

Bet Gabrie-Rufa’el – la Casa degli Arcangeli.

Il primo completo lavoro su Lalibela fu scritto e pubblicato durante l’occupazione italiana dall’architetto, storico e archeologo Alessandro Augusto Monti Della Corte corredato dai disegni di Lino Bianchi Barriviera.

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Il progetto del Centro Culturale Konso.

Il Centro Culturale Konso è in corso di realizzazione nella zona a sud della regione dei laghi della Rift Valley etiope, presso la cittadina di Karat Konso.

Il progetto è stato concepito all’interno di parametri di riferimento nettamente delineati.

Il primo: il rispetto o per meglio dire la riscoperta delle forme dell’architettura tradizionale etiope precedente l’avvento del cemento armato, della pur pregevole architettura coloniale italiana e infine degli effetti della “globalizzazione” in campo edilizio.

Il secondo: l’economicità a causa delle scarse risorse a disposizione per la realizzazione dell’opera

(una cifra con la quale in Italia difficilmente si riesce a ristrutturare un appartamento di medie dimensioni).

Il terzo: l’elementarietà dei processi costruttivi da condurre in un territorio privo di mezzi tecnici moderni e la difficoltà per il loro reperimento (Addis Ababa dista più di 500 Km da Konso) e la scarsissima professionalità da parte delle maestranze edili tenendo conto di impiegare prevalentemente gli abitanti dei villaggi circostanti.

progetto di Gaspare Sciortino per la costruzione del Centro culturale a Karat Konso, Etiopia- Committente Ciss.

L”edificio principale, la casa della cultura, richiama nella forma i primi edifici edificati sull’amba di Entoto, il primo sito scelto dall’imperatore Menelik per fondare Addis.

La pianta ha infatti una forma ellissoidale con l’asse maggiore di 33 metri e quello minore di 18.  Gli edifici di Entoto avevano una forma ovale che corrispondeva alla fase di passaggio dal tukul circolare alla pianta squadrata delle architetture più moderne.

La struttura portante è realizzata con una doppia orditura di pilastri in pali di barzaf dal diametro di 20-30 cm. (pali in legno di eucaliptus), disposti all’interno dell’edificio fondati su una piastra in cemento, parallelamente al perimetro murario.

La muratura esterna precedentemente concepita in “cikka” (terra cruda, paglia fine e sterco) come i tukul tradizionali dei villaggi konso è stata realizzata in laterizio di pomice-cemento intonacato a causa dell’opposizione dei funzionari della woreda (amministrazione regionale) a causa di una malintesa concezione di modernità.

La doppia orditura di pali in barzaf regge un sistema di travature reticolari, realizzate artigianalmente con elementi tubolari di sezione rettangolare in acciaio verniciato, allo scopo di collegare i pali tra di loro e reggere la struttura della copertura.

Sulle travi reticolari è fissata una prima orditura di barzaf dal diametro più grosso per costituire l’intelaiatura delle travi portanti e sovrapposta ortogonalmente una seconda orditura dal diametro più fine a mò di arcarecci. Sugli arcarecci è fissata una stuoia in elementi di canne intrecciate.

La copertura ha la forma di un cono schiacciato e allungato sull’asse maggiore dell’ellisse e presenta  una stretta finestratura intermedia per assicurare il ricambio e la circolazione dell’aria come nella tradizione di Addis Ababa. Essa è realizzata in lamiera ondulata e verniciata.

Infine la muratura esterna intonacata e pitturata secondo modelli geometrici di decoro della tradizione del tukul prevede che tutte le aperture, sia le porte che le finestre, siano schermate all’azione dei raggi solari dalle “musciarabie” come nella tradizione islamico-indiana presente nelle case storiche delle più importanti città etiopi.

Un lato della costruzione ospiterà un loggiato tradizionale in pali di barzaf e balconata in legno come nelle ville di Addis.

Sono pertanto evidenti i richiami alla tradizione costruttiva esercitata della fine dell’800 fino ai primordi del novecento, negli edifici di pregio e di importanza maggiore delle città etiopi, nonché   nei tukul ancora oggi sia per il loro  mantenimento sia per l’edificazine di quelli nuovi nei villaggi.

Infatti il tipico tukul konso è edificato in cikka, ha forma circolare e la copertura è sorretta da un palo centrale in barzaf. In prossimità della cima del palo una raggiera realizzata in elementi di barzaf più sottili, come la struttura di un ombrello, regge l’incannucciato e la struttura dei travetti del tetto a cono che è realizzato con uno spesso strato di paglia.

Dai primi del ‘900, negli edifici più importanti come per esempio le chiese del lago Tana, la copertura in paglia è stata integrata o a volte completamente sostituita dalla copertura in lamiera.

Il centro ospiterà una sala cinematografica, un’aula didattica attrezzata per la multimedialità, una hall centrale con funzione di biblioteca e internet point. Su un lato dell’edificio, con affaccio esclusivamente sull’esterno sono ricavati alcuni piccoli negozi per l’artigianato konso.

Sull’eseterno dell’edificio della casa della cultura sono già in corso di edificazione quattro tukul tradizionali atti ad ospitare la mostra di oggetti artigianali konso.

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Axum

Axum è una città del Tigray, nella regione settentrionale del paese confinante con l’Eritrea, situata nei pressi delle montagne di Adua. È stato il centro del regno di Axum, che sorse nel periodo attorno alla nascita di Cristo e declinò verso il XII, per quanto le origini del regno axumita si possono tranquillamente far risalire (dopo le scoperte al seguito dei più recenti scavi archeologici) alla civiltà Sabea sulle due sponde meridionali del mar Rosso e nell’Arabia meridionale. La civiltà Sabea ebbe il suo periodo più florido intorno al 700 a.C e le tracce lasciate sul territorio del Tigray sono riscontrabili presso la piccola cittadina di Yeha a nord di Axum e Adua.
Il 75% della popolazione di Axum è composto da etiopici di religione cristiano-ortodossa. La rimanente parte è di religione musulmana.
Per il loro valore storico, le rovine sono state incluse nel 1980 dall’UNESCO nella lista dei Patrimoni dell’umanità.
Il regno di Axum aveva un suo linguaggio scritto chiamato Ge’ez e sviluppò un’architettura le cui matrici si ritrovano nelle successive chiese rupestri della regione. Il regno raggiunse il suo apogeo sotto re Ezana, che fu battezzato con il nome di Abriha nel IV secolo. Questo avvenimento segna il momento ufficiale per la cristianizzazione del regno.
La Chiesa ortodossa etiopica afferma che la chiesa di Nostra Signora di Sion di Axum custodisce l’Arca dell’Alleanza. Naturalmente nessuno può vederla.
Questa stessa chiesa fu il luogo dove per secoli vennero incoronati gli imperatori fino al regno di Fasilidas e di nuovo da Giovanni IV di Etiopia fino alla fine dell’impero.

Axum

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Axum viene considerata la più santa delle città dell’Etiopia ed è un’importante meta di pellegrinaggi. Feste significative sono T’imk’et (la Festa dell’Epifania dei cristiani occidentali, celebrata il 7 gennaio, non il 6), e la Festa di Maryam Sion che cade nel tardo novembre.
Nel 1937, un obelisco di Axum, alto 23,4 metri e risalente a 1700 anni prima, già a terra e rotto in quattro pezzi da diversi secoli, fu inviato a Roma dalle truppe di occupazione italiane quale regalo del Ministro per l’Africa Italiana a Mussolini. L’obelisco è generalmente ritenuto uno dei più begli esempi di questo tipo di costruzioni dell’impero axumita. Nell’aprile del 2005, finalmente, dopo un lungo contenzioso, l’Italia restituì l’obelisco all’Etiopia.

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Per visionare un filmato You Tube sui crimini del fascismo in Etiopia (stragi di massa con lancio di bombe all’iprite) clicca qui sotto:

stragi italiane in Etiopia

crimini fascisti contro l\’umanità

crimini italiani in Etiopia

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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2 risposte a Uomini e cose dell’Etiopia (1)

  1. pietro ha detto:

    conplimenti per l’articolo, ed in generale per il blog. mi permetti di segnalare il mio che tratta di etiopia.
    Pietro

  2. Franco Sala ha detto:

    Molto utile, cercavo notizie, per ricollegarmi al periodo trascorso da mio padre in Etiopia (Gen. 1937 – Giu 1938) in occasione della guerra coloniale.

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