La “città accampamento”

La fondazione di Addis Ababa

di Gaspare Sciortino

(con una eccezionale raccolta fotografica in slide alla fine dell’articolo)

1. Il volto odierno della metropoli.

Harar (foto Sciortino)

Un immenso accampamento nascosto da un fitto bosco. Questo in sintesi il parere dei viaggiatori europei che si trovarono a visitare Addis Ababa tra la fine del XIX sec e l’inizio del XX. Tra tutte le metafore utilizzate per descrivere una città sicuramente la meno usuale. “Città corpo”, “città foresta”, città giardino”. Queste erano state fino ad allora le principali metafore utilizzate per descrivere le peculiarità di una città. Di volta in volta circa la somiglianza ad un corpo umano, oppure a proposito della natura intricata di una città al punto da richiederne un intervento di razionalizzazione e di bonifica o infine in riferimento alla sintesi perfetta con la natura, esperimento naturalmente mai riuscito in tutte le realizzazioni via via tentate. La metafora che alcuni scelsero per descrivere Addis Ababa era invece “città accampamento” probabilmente non perfettamente consci che stavano fotografando la dimensione quotidiana di un’era che si andava definitivamente a concludere: quella del nomadismo dei popoli dell’altopiano etiope. La civiltà stanziale fino ad allora, nella storia dell’Etiopia, conosceva ben pochi esempi e tutti nati in conseguenza di un sistema di produzione mercantile. Harar ne era l’esempio più antico; per il resto solo importanti santuari, come Lalibela, Axum, i monasteri delle isole del lago Tana. I popoli dell’altopiano fino ad allora non avevano avuto bisogno delle città ma semplicemente di ripari a carattere provvisorio durante la stagione delle piogge. Si potrebbe dire che la nascita di Addis Ababa segni l’ingresso dell’Etiopia nella prima grande globalizzazione con la nascita di un mercato stabile aperto al mondo. Probabilmente nel giudizio di “città accampamento” era anche contenuto senza alcuna dissimulazione un giudizio sprezzante a sottintendere tutta la “superiorità” della civiltà europea. Costoro evidentemente  dimenticavano  che Londra, la metropoli piu grande d’Europa, per tutto il XVII e XVIII sec. fu un enorme accumulatore di peste bubbonica, nel XIX sec di colera, di continui focolai d’incendio e infine  un inferno per la classe operaia.

Ma guardando oggi a distanza di 130 anni dalla fondazione di Addis Ababa l’album fotografico della sua “infanzia”, la città accampamento risulta avere un enorme fascino ed un potenziale evocativo di una stagione nella quale le differenze di storia, di civiltà, di costume, di natura e tipo dell’insediamento umano erano ancora pressocchè intatte e costituivano una ricchezza via via persa nel tempo quando non depauperata per azione diretta dell’intervento umano.

La città accampamento di Addis Ababa aveva dei tratti unici che la differenziavano da tutte le altre grandi capitali del mondo. Era caotica, instabile e precaria ed era immersa in una fitta foresta di eucalipti: La città era costruita, con l’eccezione dei luoghi di culto, dei palazzi del potere e delle strutture pubbliche, con capanne in cikka e tetti in paglia, prima, e lamiera, poi. Oggi la realtà è affatto diversa e i suoi immensi e rigogliosi giardini come le sue architetture uniche continuano ad essere fagocitati da una “modernità” che come in tutto il mondo continua ad avere le sembianze dei modelli dell’emisfero nord-occidentale del mondo.

Addis Ababa, all’inizio del III millennio, è dominata dalla burocrazia e dall’oligarchia tigrina del presidente Meles Zenawi.

Zenawi è l’ex leader del Fronte di Liberazione del Tigray (marxista-leninista) che, in alleanza con il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo di Isaias Afewerki (anch’esso m.l.), alla fine di una lunga e sanguinosa guerra civile tra gli anni ’80 e l’inizio del ’90, sconfisse il regime filosovietico del Derg e costrinse alla fuga il suo presidente Menghistu Haile Mariam.

Addis Ababa si prepara alle elezioni previste per i prossimi mesi. O meglio si prepara ad esserne esclusa ! Le elezioni infatti coinvolgeranno l’intero paese con l’esclusione della capitale secondo un dispositivo di autoconservazione messo in atto da Zenawi che sa bene di contare sull’egemonia delle provincie, in special modo quelle meridionali, ma di avere scarsissimi appoggi tra la borghesia amhara ma sopratutto sull’immensa popolazione di Addis Ababa e sulla popolazione di religione musulmana che ormai è maggioranza in intere regioni del paese.

Vige una dimensione di incertezza sullo “stato di diritto” che in terra d’Africa, e nel sud del mondo in genere, si manifesta spesso senza le mediazioni e le campagne di costruzione del consenso come avviene nelle capitali dell’Impero euroamericano. Le elezioni si svolgeranno il prossimo 23 aprile quando circa 30 milioni di cittadini etiopi saranno chiamati a rinnovare i membri del Parlamento bicamerale di Addis Abeba.  Alle elezioni si arriva grazie al raggiungimento, dopo due mesi di negoziati, di un accordo sul codice di condotta elettorale tra la coalizione di partiti al governo, Fronte rivoluzionario per la democrazia del popolo etiope (Eprdf), e tre partiti di opposizione. Accordo contestato però da molti esponenti dell’opposizione, i quali definiscono gli schieramenti firmatari dell’intesa “creature del governo”. Di fatto il documento non è stato firmato dal Forum per il dialogo democratico, la nuova coalizione nella quale sono riuniti tutti i principali e storici avversari del governo del primo ministro Meles Zenawi. Secondo gli esponenti dell’opposizione al momento tutti i requisiti che rendono democratica un’elezione non esistono in Etiopia, a partire dall’indipendenza della commissione elettorale. Nel 2005, l’ultimo voto nazionale era stato seguito ad Addis Abeba da scontri e violenze che causarono oltre 200 vittime. I leaders dell’opposizione dichiararono, come si affrettò a fare il governo, di aver vinto le elezioni. Finirono in carcere e le manifestazioni degli studenti furono represse dall’esercito che sparò sulla folla. Si parlò di circa 40.000 arresti.  Dall’Europa e dagli Stati Uniti d’America non si levò la benchè minima protesta o si ipotizzarono sanzioni o ritorsioni commerciali. Zenawi si è trovato così legittimato nella sua azione e l’Etiopia confermata nel ruolo di potenza regionale di riferimento nel Corno d’Africa e gendarme contro la penetrazione islamica.

Addis Ababa. Merkato

Oggi Zenawi vanta in Etiopia e all’estero uno sviluppo del prodotto interno lordo a due cifre ma si dibatte in realtà tra la dipendenza dagli aiuti alimentari ONU e i prestiti della Banca Mondiale via via crescenti. La possibilità di una nuova esplosione del conflitto con l’Eritrea è sempre presente dal momento che al cessate il fuoco nel 2000 non seguì un riconoscimento dei nuovi confini da parte etiope. Oltretutto la possibiltà di un nuovo conflitto potrebbe essere ben accolta da tutti e due  i governi contendenti al fine di distogliere l’attenzione dai problemi interni. Inoltre negli ultimi anni non si contano più gli sconfinamenti dell’esercito etiope attraverso la regione dell’Ogaden, visto il quadro di incertezza della realtà statale della Somalia.

Oggi Addis Ababa mostra i segni della frenetica e in taluni casi faraonica attività edilizia, che spesso non ha risparmiato importantissime emergenze architettoniche dell’età di Menelik, avvenuta  a ridosso dei festeggiamenti del “millennio” (anno 2007 secondo il calendario ortodosso etiope). Inoltre l’attuazione del nuovo piano regolatore rischia di avere un effetto devastante per il tessuto urbano della città. E’ in previsione una vera e propria colata di cemento che avrà l’effetto di sradicare i ceti poveri dal centro urbano a vantaggio di programmi di “edilizia convenzionata” alias drammatici condomini (parecchi già in costruzione) per il ceto medio. Il volto di Addis Abeba variante africana del prototipo di città giardino rischia di essere definitivamente e irrimediabilmente trasfigurato. Addis era una città giardino dal carattere “spontaneo” per via della particolare genesi storica, delle qualità paesaggistiche del sito e della prorompente potenza della vegetazione  in quella particolare conca dell’altopiano etiope. “Nel giro di dieci anni Addis Ababa sarà irriconoscibile !” Giura Meles Zenawi promettendo un’era nuova di benessere e modernità che suona piuttosto come una minaccia assistendo alla scomparsa del tessuto storico urbano di intere zone della capitale. Ma il paese dietro questa celebrazione di opulenza offre un volto ben diverso. Lo sviluppo a due cifre nasconde processi di concentrazione della ricchezza secondo i canoni classici del neoliberismo mentre all’orizzonte si profila minacciosa l’ombra di una carestia dai caratteri epocali come quella che afflisse il paese negli anni ’70 e che contribuì alla spallata finale al regime feudale di Hailè Sellassie. Quella stagione portò alla vittoria della rivoluzione socialista, prima, e al sopravvento delle gerarchie militari filosovietiche del Derg attraverso un “golpe”, poi.

Immense regioni del sud (le più povere) sono oggi interessate da fenomeni crescenti di siccità per il probabile effetto dei  mutamenti climatici in corso sul pianeta. Quest’anno non c’è stata una vera stagione delle piogge praticamente in tutta la fascia equatoriale del continente africano!

Addis Ababa conserva per certi versi alcune delle caratteristiche caotiche e contraddittorie della sua origine. Oggi sebbene le stime ufficiali riportate sulle guide turistiche considerino la città popolata da circa tre milioni di abitanti, molti giurano che la popolazione sia molto più del doppio, mentre le autorità si ostinano a celare le cifre esatte dell’ultimo censimento per mascherare il proprio fallimento in tema di programmazione urbana ed economica.

Accanto ai grandi alberghi di Bole road, l’arteria che porta all’omonimo aeroporto internazionale e accanto al grande nucleo novecentesco di Churchill-Gambia road (ex viale Mussolini) e di Arada-Piazza, che conservano in buona parte l’impianto urbanistico oltrechè alcuni pregevoli edifici del periodo dell’occupazione italiana, esiste ancora la città accampamento. Resistono ancora gli enormi quartieri di case in cikka (terra cruda, paglia fine e sterco con esili strutture di legno) e tetti in lamiera, attorno al ghebbi imperiale, così come nei pressi di Villa Italia (l’antica ambasciata italiana) sulle pendici dell’Entoto e nelle estreme e immense periferie, all’ombra dei giganteschi eucalipti e delle acacie e sul greto di torrenti diventati ormai fogne a cielo aperto. Tra i vicoli e le strade polverose di un tessuto urbano unico resistono ancora centinaia di eccezionali edifici, dal grande valore architettonico , in “stile indiano”, che furono dei ras e dei dignitari di Menelik.

2. Ritratto di Addis Ababa nella sua “infanzia”.

Compagnia Florio Rubattino

Nell’Italia della sconfitta di Adua (1896) il mito della capitale etiope crebbe nelle aristocrazie politiche crispine e post-crispine e in una borghesia il cui interesse geografico-esplorativo (Società Geografica Italiana) era spesso legato agli incrementi di capitale finanziario della compagnia Florio-Rubattino, l’unica che guadagnò, insieme all’industria delle armi (vero settore trainante della nascente industria automobilistica), dalla politica coloniale nel corno d’Africa che fin lì si era sviluppata. Era il mito per un oggetto divenuto imprendibile dopo tutti i tentativi miseramente naufragati fino ad allora e lo sarebbe stato ancora  per i prossimi quaranta anni. Presto il mito si sarebbe mischiato all’odio razziale verso i “ selvaggi” di una terra misteriosa che aveva ridicolizzato, agli occhi dell’Europa, l’Italia culla della civiltà e il suo esercito nutrito di retorica risorgimentale. Il risentimento colonialista si rifletterà nel vissuto comune popolare dando vita anche alla produzione di testi di canzoni goliardiche con protagonisti Menelik e la sua consorte Taitù. Avrà un influsso anche nel mondo dei giochi, naturalmente quelli con carattere irriverente. Pochi sanno che la famosa trombetta carnevalesca, che tramite il soffio attraverso una breve cannuccia o un fischietto produce lo srotolamento di una lingua di carta, fu inventata in questo periodo e battezzata “lingua di  Menelik” a simboleggiare la presunta “doppiezza” di quella del Negus.  Entrerà pure in cucina cosicchè l’atto di mangiare diventasse un potente esorcismo contro il nemico.  In pasticceria è ancora usata la ricetta della “torta Menelik” e  fino a qualche decennio fa in alcune pasticcerie del centro Italia era ancora possibile acquistare un dolce fatto di sfere di cioccolato: “le palle di Menelik”. Il colpo accusato fu talmente forte che teorici e propagandisti del colonialismo italico (dai professori universitari ai maestri di scuola, dai giornalisti ai poeti passando per i compositori di motivi popolari) furono incapaci di trasformare, come avvenne per Dogali alla fine del decennio precedente, la disfatta  in motivo di adunate di piazza, di celebrazioni politiche e altisonanti proclami  a mezzo stampa dell’amor patrio oltraggiato. Stavolta la glorificazione delle gesta dei nostri militi, accerchiati e massacrati da soverchianti e barbare forze nemiche, stroncati nel corso della missione civilizzatrice, fu molto più difficile. Ma ciò che veniva denigrato e vilipeso con le parole, cioè l’universo africano e la sua realtà “ostile”, bollato come stadio inferiore selvaggio e arcaico della civiltà umana,  invece si insinuava in maniera sempre più evidente nel gusto commerciale per gli oggetti di arredamento e di uso quotidiano. Il mercato con le sue leggi contraddiceva la falsa coscienza e l’ideologia patriottarda di una borghesia che sopratutto in Italia ha avuto il carattere e i pregiudizi di una servetta di provincia uniti al continuo esercizio dell’arroganza e dell’eversione conservatrice.  Oggetti d’artigianato, avorio e cimeli, in maniera sempre più copiosa affluiscono dall’Africa e arredano le case patrizie. Le Esposizioni Nazionali e internazionali di fine ottocento dedicheranno interi comparti ai prodotti coloniali. Il gusto per l’esotico sarà la forma con la quale un epoca scopre una dimensione internazionale del mondo e dove le merci hanno abbattuto qualsiasi frontiera. In architettura si crea l’unico “codice-stile” capace di attraversare i continenti. Esso si nutrirà delle fascinazioni dei paesi arabi, dell’India, dell’Estremo Oriente, dell’Africa. Elementi architettonici  dei palazzi “indiani” di Addis Ababa e musulmani di Harar saranno gli stessi che troveremo, insieme ad elementi cosidetti “moreschi”, nelle architetture eclettiche-coloniali da Palermo a Torino, da Istambul all’Avana passando per Vienna, Berlino, Bruxelles, Parigi e Madrid, toccando gli estremi del Mondo di Vladivostok e Santiago del Cile.

Addis Ababa. Stazione ferroviaria

Addis Ababa viene fondata quando il centro politico e geografico dell’impero abissino diventa lo Scioa, la regione che attualmente costituisce il cuore dell’Etiopia dei nostri giorni, al seguito delle campagne del Negus Menelik per la conquista dei territori dell’Harari e del Sidamo (est e sud est del paese).  Alla morte dell’imperatore degli Habesha Yohannes IV, nella battaglia di Metemma contro il Mahdi e l’invasione proveniente dal Sudan, Menelik riesce a farsi incoronare Negus Neghesti (re dei re) con il nome di Menelik II (il primo fu il mitico figlio di re Salomone e della regina di Saba) confinando la concorrenza del Negus Tekle Haymanot nel Goggiam. Ciò grazie ad un’abile politica di mediazione tra la forzata fedeltà verso Yohannes, le campagne di espansione territoriale dallo Scioa e la costruzione di un potente esercito di guerrieri dell’altopiano dotati anche di armi moderne acquistate dall’Inghilterra, dalla Francia e dall’Italia. Fino ad allora, secondo il costume medievale, le capitali erano state parecchie sia nel Goggiam che nel Tigray, le due regioni prevalenti lungo il corso della storia abissina. Capitale era di volta in volta l’accampamento scelto dalla corte nomade dell’imperatore. Nello Scioa  le capitali erano almeno tre: Leche a nord, Warra Illu a sud del Wollo e sopratutto Ankober sul bordo del territorio strategico della Rift Walley che costituisce un vasto e fertile corridoio naturale tagliando in due l’altopiano etiope da nord a sud dall’attuale Eritrea al lago Turkana (ex lago Rodolfo) in Kenia. La mutata condizione geopolitica e la nuova dimensione di relativa tranquillità dell’impero spingono Menelik a spostare la corte sull’amba di Entoto, come atto rifondativo dell’impero, nel rispetto di un’antica tradizione che voleva che la capitale avesse nel suo “genius loci” una profezia. Entoto era infatti l’antico sito della capitale dei re dello Scioa di un’epoca precedente ai re del Goggiam. Inoltre Entoto era una montagna sufficientemente coperta da boschi e alle sue falde esistevano alcune importanti sorgenti d’acqua, tra cui la sorgente calda di Filwoha nel piano denominato in lingua oromo Finfinni, dove la corte spesso amava piazzare le proprie tende. Al ritorno dalla campagna di conquista del sud est Menelik fu sorpreso di trovare alcuni edifici in costruzione a Finfinni su iniziativa dell’imperatrice Taitù. Presto tali edifici diventeranno i primi edifici in muratura di Addis Ababa. Pare che sia stata la presenza di un grande albero di mimose ad indurre Taitù a chiamare l’insediamento  Addis Ababa che in amarico vuol dire appunto “nuovo fiore”. (Tra il 1920 e il 1930 le sorgenti di Filwoha diventeranno parte integrante dell’ancora esistente complesso termale dell’hotel d’Europa).

Ben presto Taitù vince la ritrosia del consorte grazie anche alla maggiore presenza di boschi a Finfinni rispetto che ad Entoto. Comincia in questa maniera la storia della città.

Il missionario Italiano padre Taurin così scrive in una lettera indirizzata a padre Bruno da Viney il 21 ottobre 1868 circa la possibilità di stabilire una missione presso la corte del Negus: “questa è la più piacevole area del distretto. Collocata più in basso che il piano di Liccè e quello di Devra-Bran è anche meno calda. L’acqua è abbondante; il territorio è boscoso: una cosa buona piuttosto rara nello Scioa. Ho fatto una prima missione in luglio e sono stato ricevuto in ogni posto gentilmente secondo le disposizioni del re. Ma la cosa che mi ha convinto a prendere la decisione è stata la scoperta di una chiesa distrutta durante l’invasione di Gragn ( il missionario si riferisce all’invasione musulmana tra il 1508 e il 1540 guidata da Ahmad Ibn Ibrahim, detto Gragn, “il Mancino”, che diventato signore del sultanato di Harar assoggettò nella sua jihad il Dawaro, lo Scioa, l’Amhara, il Lasta, il Ghuraghè, lo Hadiyya e parte del Sidamo). Su una collina piuttosto alta (Entoto) rimangono soltanto alcune pietre scolpite che probabilmente avevano fatto parte dell’altare e parte di un recinto in legno di quelli generalmente fatti dagli abissini per proteggere le loro chiese. Vicino c’è un grande albero che potrebbe riparare più di 1200 persone (……). Il re ha ordinato la costruzione di alcune capanne e di una chiesa che sarà dedicata al santo nome di Maria”. (lettera riportata in: “Guglielmo Massaja, i miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia, Milano, Roma, Tipografia Pontificia, 1885-1892).

Secondo quanto riportato dal cronista di Menelik Guebrè Sellassiè ( “Cronache del regno di Menelik II”, Parigi 1930), nel 1889, dietro consiglio del medico italiano De Castro, Menelik scelse il sito più adatto alla costruzione del suo “ghebbi” imperiale e piantò il primo palo della capanna provvisoria. In osservanza del sistema feudale abissino di dominio sul territorio dell’impero Menelik assegnò un “safar”, un quartiere attorno al suo ghebbi, ad ogni negus rappresentante delle provincie e delle etnie, con il fine di costruivi la propria residenza. Nel safar la casa del dignitario è posta in posizione più elevata, attorno vengono costruite le capanne dei guerrieri, delle maestranze dei servitori e degli schiavi (la società abissina faceva largo uso della schiavitù sotto la forma dell’istituto del lavoro coatto a danno sopratutto delle tribù del sud). Ogni safar è aggregato per appartenenza etnica e prende il nome dal negus del gruppo etnico prevalente, a volte dalla chiesa più vicina, altre dall’attività economica prevalente che si svolge nel safar. Ogni safar è prossimo o circondato da  una folta vegetazione di essenze arboree endemiche impotantissime per l’approvvigionamento del combustibile e dei materiali da costruzione inoltre per la particolarità orografica del sito parecchi torrenti assicurano l’approvvigionamento idrico ma dividono in maniera quasi invalicabile il territorio della città nel periodo delle grandi piogge. Ben presto si verificò un disboscamento quasi totale dell’area e scarseggiando la legna da ardere Menelik meditò di trasferire la capitale presso la vicina  Addis Alem. Grazie all’importazione degli eucalipti per iniziativa dei francesi Chefneaux e Mondon-Vidailhet il pericolo fu scongiurato. Nell’arco di qualche decennio l’intera regione fu riforestata. Gli indigeni avrebbero chiamato gli eucalipti, che di fatto salvarono l’esistenza di Addis Ababa, “bahir zaf” cioè “alberi di la dal mare”. Addis Abeba si configurava nel territorio come una città multicentrica, con il ghebbi e il safar del mercato di Arada come centri prevalenti.

Etiopia storica

Lo sviluppo della città è strettamente legato allo sviluppo del suo mercato che presto diventerà uno dei più grandi del continente africano. Il safar che si specializza ai commerci è quello di Arada, in origine mercato oromo, posto nel vasto piano nei pressi della chiesa di San Giorgio. Il giorno deputato per il mercato era il sabato ma ben presto cominciarono a sorgere numerosi negozi e magazzini trasformando Arada in un distretto permanente del commercio tant’è che Menelik dovette intervenire con un editto che bandiva, la domenica, qualsiasi forma di affari e transazioni. Il mercato di Arada era lo strumento per soddisfare le esigenze di sviluppo della città con l’afflusso di ogni sorta di mercanzia da tutte le provincie dell’Etiopia, dai porti costieri e dai mercati stranieri. L’Italiano Carlo Citerni (“Ai confini meridionali dell’Etiopia, Milano, Hoepli, 1913)  che visitò Addis Abeba dopo la morte di Menelik scrisse che Arada costituiva il centro dei commerci dell’Etiopia e descrisse il caos pittoresco di oggetti e bestiame nel giorno del mercato. All’inizio del ventesimo secolo Arada aveva una propria organizzazione e, come succede oggi a Merkato (il  quartiere- mercato fondato dagli italiani nel ’38) divisa per settori di specializzazione secondo la tipologia di merci. Per parecchio tempo, fino all’introduzione da parte di Menelik dei talleri di Maria Teresa, la moneta di scambio fu costituita dal sale che era venduto a blocchi. “Grano, spezie, caffè, berberè, cotone grezzo, foglie e cortecce di gesho per fare la birra, differenti tipi di tessuti, terracotta, oggetti in vetro, gioielli (bastoni, pettini, collane, anelli) in oro e argento. Gli anelli d’oro in prevalenza provenivano dal Wollega, rare pelli di leopardo, pelli di leone, di lontra, armi, mangimi, legname e carbone,  cinghie e selle, e infine in differenti recinti, bestiame, cavalli, muli, asini e capre”. (Lincoln De Castro, Nella terra del Negus, Milano, Treves, 1915).

Nel 1909 la vendita degli alcolici, tej (idromele) e birra, era monopolio statale per motivi di ordine pubblico e la mescita avveniva in un unico locale nei pressi di due grandi alberi che venivano spesso usati come patibolo. “Le bibite venivano consumate solo nella casa delle libagioni collocata al centro della piazza del mercato sotto la vigilanza degli zabanas (guardie) che concludevano la bevuta di ogni avventore provando la sua capacità di stare in piedi su una gamba e diffidando chi falliva dal circolare esclamando la tipica frase: amico mio tu non sei un santo ma un ubriaco. Solo Tekle Hajmanot (il santo etiope più famoso) riuscì a stare su una gamba per un tempo incalcolabile. Per questo fu fatto santo!”(Arnaldo Cipolla, In Etiopia, Torino, Paravia, 1933).

Il mercato era anche un posto dove era possibile incontrare artisti. “Poeti e bardi, ogni sorta di cantastorie venivano invitati alle feste private per cantare le gesta dei guerrieri defunti o delle belle donne; musicisti che rallegravano i banchetti e pittori che offrivano le loro curiose pitture che rappresentavano temi religiosi, ritratti di santi,  di donne e del Negus “. (Carlo Citerni, Ai confini meridionali dell’Etiopia, Milano, Hoepli, 1913). Al mercato erano resi pubblici proclami e provvedimenti di legge, generalmente il sabato: “ il popolo radunato faceva un circolo attorno ai soldati, al centro, quando i tamburi smettevano di rullare, una volta ottenuto un religioso silenzio, il banditore leggeva il proclama: udite, udite, il Leone della tribù di Giuda ha decretato ! Menelik II, nostro signore, ordina che …… (Lincoln De Castro, Nella terra del Negus, Milano, Treves, 1915).

Infine il mercato era il luogo dove la giustizia veniva amministrata e le pubbliche sentenze rese esecutive con la frusta, la lapidazione, col taglio delle mani e con l’impiccagione. Quest’ultima sentenza veniva resa esecutiva su uno dei grandi alberi esistenti nell’area del mercato. Era il nagadras (capo del mercato) che leggeva la sentenza insieme al kantiba (sindaco). Le pubbliche sentenze per impiccagione furono abolite sotto il regno di Haile Sellassie con un’unica eccezione messa in atto per Menghistu Neway uno dei responsabili del fallito colpo di stato del 1960. la sentenza fu eseguita nella piazza di Merkato.

Il mercato di Arada funzionò fino al 1938 anno dell’inaugurazione da parte degli occupanti italiani dell’area del Grande Mercato Indigeno nello smisurato quartiere che conseguentemente sarà chiamata Merkato. Nel frattempo l’espansione del mercato di Arada aveva incluso tutta l’area del pendio sotto la chiesa di San Giorgio.

Nei pressi del centro di Arada c’erano gli uffici della dogana fino al trasloco presso la stazione ferroviaria nel 1925. In origine gli uffici erano costituiti semplicemente dalla tribuna del nagadras realizzata in pietra e legno dalla quale, questi riparato da un ombrello in vimini, presiedeva le eventuali dispute tra commercianti. Le tasse venivano pagate in natura o contanti con i talleri di Maria Teresa, prima, e con quelli di Menelik (che non ebbero altrettanta fortuna) poi. Ci informa De Castro che nel 1909 chi avesse voluto entrare con le proprie merci nell’area del mercato doveva pagare un pedaggio. Tuttavia, non esistendo un varco doganale apposito, una semplice bandierina rossa posta lungo la strada di accesso segnalava la presenza dell’ufficiale doganale il quale all’occorrenza prontamente esclamava “ba Menelik”! (nel nome di Menelik). Sempre il De Castro ci informa dell’istituzione di una tassa particolare che fu imposta quando si rese necessario pavimentare la strada che collegava il Ghebbi con Addis Alem. In quel periodo per accedere al mercato era necessario pagare con pietre da pavimentazione stradale.

Sarà la vittoria di Adua a determinare un forte sviluppo dell’inurbamento e delle infrastrutture della città.

panorama di Addis Abeba

Con il trattato di Uccialli del 1889 l’Italia di Crispi e l’Etiopia di Menelik si impegnavano a comporre i conflitti che fino ad allora si erano sviluppati e stipulavano un patto di amicizia e di libero commercio reciproco nei territori dell’Etiopia e dell’Eritrea della quale si stabilivano i confini con l’acquisizione italiana di Asmara.  Inoltre veniva assicurato il libero passaggio in Eritrea e il libero uso del porto di Massaua per le carovane di armi e munizioni del governo etiope.

Ma l’art. 17 diverrà ben presto la causa del conflitto risolutivo per via della discordanza tra il testo italiano e il testo in amarico. La versione italiana del trattato così recitava all’art. 17: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi”. Così la versione in amarico: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia può trattare tutti gli affari che desidera con altre potenze o governi con l’aiuto del  Governo di Sua Maestà il Re d’Italia.

Era evidente che la versione italiana trasformava a sorpresa l’Etiopia in un protettorato italiano (non si capisce per quale diritto acquisito !). E’ facile ipotizzare che la versione italiana dell’art.17 sia stata il frutto delle impazienze coloniali di Crispi e di una particolare propensione a risolvere grandi problemi con piccole astuzie. Inoltre esistono mezze ammissioni circa il raggiro perpetrato da parte del delegato italiano conte Pietro Antonelli. Eppure il ricordo della cocente disfatta di Dogali di appena due anni antecedente al trattato doveva essere assai vivo. Se Crispi in questo modo preparava una nuovo conflitto al fine di impadronirsi dell’Etiopia mancò di capacità di comprensione circa la natura indomabile dei popoli dell’altopiano.

Così nel 1896  le truppe del generale Baratieri vanno incontro ad una disfatta dal carattere “epocale” sulle colline nei pressi di Adua. Crispi sarà costretto alle dimissioni a favore del palermitano Di Rudinì (poco interessato alle avventure coloniali) e l’Italia si scorderà dell’Etiopia per 39 anni, fino all’avventura fascista del ’35.

Molti storici sono propensi a credere che Adua abbia segnato la fine dell’epoca del colonialismo classico ma quel che è certo che subito rappresentò una fonte di grande preoccupazione per gli stati europei padroni di tutto il resto del continente africano. Adesso esisteva una grande realtà nazionale  in grado di resistere e sconfiggere il colonialismo e non a caso da questo momento e per cent’anni a venire Adua rappresenterà un esempio per l’indipendenza dei popoli africani.

Per effetto della vittoria conseguita Addis Ababa diventerà una vera capitale ottenendo il riconoscimento ufficiale degli stati europei che si affrettano a stabilire proprie legazioni presso la corte di Menelik. Ben presto verranno costruiti gli edifici delle legazioni inglese, francese, tedesca e italiana. Il Negus costruisce il quartiere della propria residenza su una superficie di 400.000 metri quadri dove troverà posto un’enorme aderash capace di ospitare e sfamare ad un tempo oltre ottomila tra dignitari e soldati in continuo andirivieni anche dalle più estreme provincie. Nell’aderash il tej veniva servito direttamente con un sistema di pompe e tubazioni direttamente dalla fabbrica di palazzo.

A questi lavori, come ad altri di importanza maggiore, sovrintende l’ingegnere svizzero Alfred Ilg, consigliere di Menelik, che assumerà un ruolo fondamentale nella pianificazione e  nella dislocazione di importanti infrastrutture cittadine. E’ in questo periodo che Menelik stipula un patto con la Francia al fine di assicurarsi lo sbocco a mare (problema che sarà e continua ad essere una costante nella politica dell’Etiopia) sul più importante porto del del Mar Rosso. Cominciano così i lavori per la ferrovia Addis Ababa – Gibuti e verrà edificato lo splendido edificio della stazione ancora esistente alla fine di Churchill road. E’ singolare che ancora oggi all’interno della stazione, da qualche anno non più funzionante come tutta la ferrovia, la lingua utilizzata dai funzionari nelle relazioni con i ferenge (stranieri) non sia l’inglese, seconda lingua in Etiopia, bensì il francese (come ha potuto constatare il sottoscritto) forse in omaggio alla genesi storica della stazione  e alla grande scritta in francese che campeggia sulla facciata: “Chemin de Fer Djibouto Ethiopien”.

All’abilità progettuale e alla perizia costruttiva del sergente italiano dei “genieri” Sebastiano Castagna si deve la costruzione della splendida chiesa di San Giorgio sul sito della precedente, nei pressi di Arada. Castagna era uno degli oltre duemila prigionieri di Adua. Tutti sconteranno una prigionia dal carattere più simile ad una allegra vacanza all’estero piuttosto che ad uno stato di soggezione in terra straniera, affidati alla custodia di famiglie benestanti della capitale. Ad alcuni elementi particolarmente capaci, come per l’appunto al Castagna, Menelik affidò importanti compiti nella costruzione della città. Altri saranno impiegati come meccanici, giardinieri, orologiai, carpentieri e infine chi non aveva alcuna specializzazione verrà impiegato nei lavori edili.

Questo trattamento di favore non sarà ricambiato dall’Italia fascista nei riguardi dei prigionieri etiopi in Italia!

Castagna non era né architetto né ingegnere e porterà avanti i lavori con la collaborazione e i disegni dell’architetto greco Orphanides. La chiesa di San Giorgio è ancora adesso considerata uno degli esempi più splendidi di riutilizzo del linguaggio del rinascimento italiano adattato alla particolare tipologia delle chiese ortodosse etiopi. A Castagna saranno anche affidati i lavori della prima strada pavimentata dal ghebbi ad Entoto.

Alla sensibilità femminile dell’imperatrice e alla sua capacità negli affari si deve l’edificazione delle prime strutture alberghiere della capitale accompagnata da una accattivante campagna di promozione sopratutto nei confronti dei dignitari delle provincie e dei viaggiatori europei (erano stimolati a venire ad Addis con le proprie famiglie). Il primo albergo costruito da Taitù fu l’ancora bello e dignitoso Taitù Hotel.

Alla perizia degli ingegneri francesi, prima, e russi, dopo, si deve la costruzione dei ponti cittadini per porre fine al relativo isolamento dei vari safar durante la stagione delle pioggie a causa delle piene dei torrenti.

Le prime imprese private nel settore dell’edilizia sono armene: Krikor Hovian e Minas Karbejian si occupano della costruzione delle strade, di molti ponti e del loro mantenimento ma, in assenza di un piano regolatore della città, non esitano ad operare arbitrarie demolizioni per conseguire tale scopo.

Menelik, oltre a perseguire l’obiettivo della costruzione di un esercito ben armato, fu molto attento all’acquisizione di tecnologia dall’Europa. Si deve al suo attivismo l’introduzione delle prime linee telefoniche vincendo l’opposizione del clero e dei patriarchi che consideravano il telefono uno strumento del diavolo. Arrivarono dall’Europa, oltre alla prima automobile che lo stesso imperatore non esitava a guidare, importanti macchinari come il primo rullo compressore. Menelik inoltre dotò il ghebbi della prima sala cinematografica d’Etiopia. La prima proiezione avvenne nel 1907 grazie all’importazione su ordine del Negus del primo proiettore da parte dell’armeno Estevinev. Un po di tempo dopo venne aperta la prima sala cinematografica in città ad opera di un francese. La sala non ebbe molta fortuna per il solo fatto che il popolo la chiamava seitan bet (casa del diavolo) cosicchè nel 1930 esistevano soltanto due sale cinematografiche in città.

Mercanti armeni, greci e indiani danno stabilità alle loro attività aprendo numerosi negozi specializzati sopratutto nel campo della tessitura, calzaturiero e della ristorazione. Alcuni di questi edifici ancora oggi rimangono dalle parti di Arada.

Ma sul ruolo dei mercanti indiani è doveroso soffermarsi, sia pure brevemente  ma in maniera particolare, giacchè il loro ruolo culturale nel campo dell’architettura è uno dei lasciti più importanti ed evidenti ad Addis Ababa oltrechè ad Harar. Gli edifici più belli e significativi di queste due città, siano esse le case dei ricchi mercanti indiani o quelle dei potenti Ras etiopi,  sono case indiane. Ne riflettono il gusto culturale, la tipologia e riportano svariati elementi del codice architettonico del continente indiano. Due esempi su tutti: ad Addis Ababa il palazzo del Ras Birru attuale sede del Museo della Storia della Città  ma sopratutto l’Elfin, la Residenza Reale di Menelik all’interno del recinto del ghebbi. Altri ad Harar, come la casa del Ras Makonnen, padre del Negus Haile Sellassie, oppure la casa che attualmente è sede del Museo Arthur Rimbaud che era appunto la residenza di un ricco mercante indiano.

E’ da supporre che la presenza indiana nel corno d’Africa datasse già di parecchi secoli ed è presumibile che le vie di penetrazione dei mercanti indiani nel continente africano siano state prevalentemente due, o quantomeno queste siano state le più importanti. La prima attraverso l’antico porto di Adulis, prima, e successivamente attraverso il porto di Massaua in Eritrea. La seconda attraverso Gibuti, che diventerà la via commerciale più importante dopo la realizzazione della ferrovia per Addis Ababa.

Le prime notizie della presenza indiana nel Mar Rosso si hanno già da Aristotele e da Diodoro Siculo e sono state confermate dalle scoperte archeologiche fatte ad Adulis e sopratutto a Debra Damo, ad ovest di Adigrat nel Tigray, dove sono state rinvenute monete indiane del 200 a.C.

La storia dell’Etiopia riporta che il re axumita Kaleb, nel VI sec d.C. si servì di navi indiane per invadere le coste dell’Arabia Saudita, mentre nell’VIII secolo d.C., secondo lo storico arabo Tubari, le isole Dahlac (lo splendido arcipelago di fronte il porto di Massaua) erano letteralmente invase da indiani.

Marco Polo riporta che Aden e il Mar Rosso erano frequentati da navi provenienti dall’India cariche di spezie e droghe.

I 400 soldati portoghesi che sbarcarono a Massaua nel 1541, accorsi in aiuto dell’imperatore di Gondar Lebna Dengal, per contrastare l’invasione di Gragn, trovarono navi indiane ancorate al porto. Poco tempo dopo il navigatore fiorentino Andrea Corsali riferiva che nel Mar Rosso commerciavano navi indiane che scambiavano le loro merci con avorio, oro, oppio, e perle.

Nel 1700 piccole comunità indiane erano stabilmente insediate a Massaua, nelle Dahlac e sulla costa migiurtina del nord della Somalia, dove secondo il gesuita Manoel Barradas, gli indiani avevano una intensa attività legata all’usura.

L’esploratore scozzese James Bruce scrisse  che nel Mar Rosso gli indiani acquistavano gusci di tartaruga, mirra, zibetto, avorio in cambio di seta, cotone, riso, profumi e artigianato.

Agli occhi dei viaggiatori europei che avessero osservato la città dall’amba di Entoto, Addis Ababa appariva sparpagliata su di un’immensa e irregolare area dove gruppi di capanne in cikka circondate da recinti e i nuovi edifici  si alternavano a macchie di folta vegetazione; le tende bianche, inoltre, erano sparse ovunque. La città appare più simile ad un grande accampamento. Questa è l’impressione che riceve Lord Edward Gleichen e che leggiamo in “With the mission to Menelik, 1897” (Londra, 1898).

Addis Ababa nel 1897 si presenta per Henry d’Orleans come “un gran camp militaire”.

Un gran camp militaire, et non encore une ville” per Charles Michel che visitò la città nello stesso anno.

A collection of villages “ per Powell-Cotton nel 1900.

Uno sterminato gruppo di capanne” per Lincoln De Castro nel 1909.

La città senza limiti a causa del continuo movimento delle armate e degli accampamenti” per il giornalista italiano Arnaldo Cipolla nel 1910.

L’unica metropoli al mondo nascosta in un fitto bosco”per l’austriaco Antonio Zischka nel 1935.

Bibliografia:

Massimo Bilò, Divagazioni sulla metafora, Architettura e città; Società identità e trasformazione, Di Baio editore.

Milena Batistoni & Gian Paolo Chiari, Old tracks in the new flower; a historical guide to Addis Ababa, Arada books Addis Ababa 2004.

Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, Mondadori 1992.

Nicky Di Paolo, Colonizzatori del Corno d’Africa: i Baniani, in “ilcornodafrica.it”.

Nicky Di Paolo, Il tallero di Maria Teresa, in “ilcornodafrica.it”.

Fasil Giorghis & Denis Gerard, The city & its architectural heritage; Addis Ababa 1886-1941, Shama books Addis Ababa 2007.

Alberto Tessore, Etiopia, Istituto Italo Africano, Quaderni d’Informazione, Roma 1984

Illustrazioni:

1. Pianta di Addis Ababa (Finfinni) nel 1909.

Bollettino della Società Geografica Italiana

2.Il Negus Menelik, Re dello Scioa.

Da G. Selassie, “Chronique du regne de Menelik II”, 1930-31

3. L’Imperatore Yohannes IV.

Da G. Selassie, “Chronique du regne de Menelik II”, 1930-31

4. Il Negus Tekle Haymanot, Re del Goggiam.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

5. Il Palazzo di Menelik in cima alla collina di Ankober nel 1890.

In Società Africana-Napoli.

6. Tukul tondi e ovali lungo il sentiero che porta al palazzo di Menelik ad Ankober nel 1890.

Pocins Family collections.

7. La chiesa di Qidus Raguel ad Entoto nel 1897. In primo piano soldati dell’esercito di Menelik.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

8. Carovana dal Mar Rosso alla nuova capitale (1910).

Col. Michel Pasteau.

9. Il mercato del sabato ad Arada nel 1920.

Col Andrè Evalet.

10. Tende alle pendici della collina di Entoto nel 1910.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

11. Tende e tukul. Addis Ababa nel 1900.

In J. Emily, “Mission Marchand”, 1913.

12. Accampamento di dignitari presso Addis Ababa nel 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

13. Nei pressi del mercato di Arada nel 1898.

Col. Biblioteque Franciscaine Provinciale des Capucins, Paris.

14. Vista di Addis Ababa dal Ghebbi imperiale.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

15. Addis Ababa città policentrica: la stazione in primo piano, il Ghebbi sulla destra e il mercato di Arada a sinistra. 1929.

Col. Biblioteque Franciscaine Provinciale des Capucins, Paris.

16. Cavaliere etiope.

In “Le guerre coloniali italiane”, 1885-1900.

17. Celebrazioni per la vittoria di Adua ad Addis Ababa nel 1896.

In F. Martin, “Nell’Affrica italiana”, 1896.

18. Veterani della battaglia di Adua. 1896.

Col. Bekele.

19. I primi ambasciatori arrivati ad Addis Ababa dopo la battaglia di Adua. Da sinistra a destra: Ciccodicola per l’Italia, Leoncè Lagarde per la Francia, John Harrington per la Gran Bretagna. Insieme a loro Alfred Ilg, consigliere di Menelik. Foto del 1900.

In “Menelik et nous”, Hugues Le Roux, 1900.

20. Menelik visita la Legazione italiana. 1897.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

21. Il Ghebbi, circondato da una staccionata, nel 1897.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

22. Il portico d’ingresso del padiglione dell’imperatrice Taitù.

23. L’aderash (sala ospiti) nel 1910.

da Herbert Vivian “Abyssinia”.

24. Gibir (banchetto) sotto le tende per migliaia di ospiti a base di carne cruda (ancora oggi pasto prelibato in Etiopia). 1920.

Da G. Selassie, “Chronique du regne de Menelik II”, 1930-31

25. I cannoni catturati agli italiani ad Adua. 1910.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

26. Menelik, Taitù, Zewditu e alcuni amici in un salone di palazzo. 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

27. L’Elfin (appartamento imperiale) nel 1890.

da De Castro, “Nella terra del Negus”.

28. Danze di guerra nel Ghebbi. 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

29. Lo zoo del Ghebbi.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

30. Vista aerea del Ghebbi. 1929.

Col. Alain Le Seach.

31. Il Ghebbi nel 1920.

Col. Michel Pasteau.

32. Il mercato di Arada nel 1910.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

33. Il mercato di Arada il sabato nel 1900.

Col. Austrian Embassy in Ethiopia.

34. Vista aerea di Arada nel 1930.

Da  Zervos, “Miroir d’Ethiopie”.

35. Il centro di Arada nel 1930.

Col. Berhanu Abebe.

36. Gli uffici della dogana ad Arada.

Col. Alain Le Seach.

37. La piazza centrale di Arada.

Col. Biblioteque Franciscaine Provinciale des Capucins, Paris.

38. La chiesa di San Giorgio nel 1919.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

39. Condanna pubblica a frustate nella piazza di Arada.

Col Michel Pasteau.

40. Pubblico proclama ad Arada nel 1910.

Da De Castro, “Nella terra dei Negus”.

41. Menelik ispeziona il primo rullo compattatore nel 1910.

Col. Austrian Embassy in Ethiopia.

42. Ponte in legno.

Col Michel Pasteau.

43. Inaugurazione di un ponte in Pietra.

Col. Goethe institut in Ethiopia.

44. Strada di Addis Ababa nel 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

45. Auto renault per le strade di Addis Ababa nel 1929.

Col. Michel Pasteau.

46. Il primo taxi ad Arada.

Col. Michel Pasteau.

47. La prima stazione ferroviaria ad Addis Ababa.

Col. Claude Mollet.

48. Mercato di Arada

Col. Andrè Evalet.

49. Mercato di Arada.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

50. Mercato di Arada

Col. Berhanu Abebe.

51. Mercato di Arada.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

52.Il negozio del farmacista tedesco Zahn.

In Ladislav Farago, “Abyssinia on the eve”, 1935.

53. Il negozio del farmacista tedesco Zahn.

In “Das ist Abyssinien”, 1935.

54. Barbiere all’aperto ad Arada.

Col. Biblioteque Franciscaine Provinciale des Capucins, Paris.

55. Servitori domestici nel 1908.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

56. Macellazione all’aperto, pratica ancora oggi largamente diffusa.

Col. Michel Pasteau.

57. Musicisti a Palazzo nel 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

58. L’orchestra suona a casa di Alfred Ilg nel 1910.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

59. Attraversamento di un torrente presso la legazione tedesca.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

60. Case in cikka con tetti in paglia. 1919.

Col. Institute of Ethiopian Studies.

61. I differenti safar sono separati da larghe strade e torrenti.

Col. Andrè Evalet.

62. 1910. Addis Ababa appare deforestata.

Col. Volkerkundemuseum der Universitat Zurich (Alfred Ilg).

63. Costruzione di strada.

Col. Andrè Evalet.


Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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