Governo Lombardo: la “milazziata”

Pier Luigi Bersani, segretario del Pd

Guardavo l’altra sera la faccia di Pierluigi Bersani. Prima incurante. Poi attratto da un certo improvviso  corrucciamento che l’espressione degli occhi disegnava sulle guance insolitamente incavate, sullo sguardo smarrito, persino sulle dita della mano collocate sul mento come a sorreggerlo. Non è la faccia che vediamo nelle celebrazioni quotidiane  della cosiddetta comunicazione. Termine ambiguo per definire ciò che è semplicemente trasmissione di contenuti e di modelli dominanti.

Le “celebrazioni” fanno parte ormai della galleria delle facce alle quali siamo abituati obtorto collo. Così attraversiamo i corridoi del nostro mondo arcano (quello delle immagini), percependo appena il calpestio dei nostri passi.  Una realtà che si costruisce nella finzione, nella negazione dell’essere, nella banalità dell’apparire. Personalmente lo attraverso come succede se ci avventuriamo negli eremitaggi, nelle antiche abbazie e nei conventi arroccati. Ci pare di immaginare volti di abati e  di santi muti e orrendi, dipinti ad olio su tela, tirati a lucido da sempre nuovi ritocchi e  amorevoli cure di sgraziati seminaristi solitari.

Sandro Bondi

Così, guardando la faccia di Bersani, mi sembrava avesse l’espressione del cireneo durante una via crucis. Volto depresso, pensoso, sfinito. E osservavo, di fronte a lui, la testa rotonda e biancastra, quasi incipriata di Sandro Bondi, ministro per i Beni e le attività Culturali dal 2008, passato dritto dritto da Botteghe Oscure ad Arcore. Ha fatto il salto giusto al momento giusto e si è ritrovato beatificato, elevato quasi all’ascesi della preghiera. Notavo, con un certo fastidio, il cuoio capelluto lucido e oleato di questa sorta di ecclesiastico di alto rango, le sue guance ben nutrite conformate a un cronico sorriso artificiale, il suo naso un po’ aquilino e la sua postura in poltrona, come in una sedia barocca e dorata, usata da papi o cardinali e vescovi quando celebrano messe solenni e si accingono poi a pronunciare le loro omelie. Mi convincevo che non è il luogo dove si sta seduti a rendere sontuoso il trono, ma l’alterigia di chi vi sta seduto.

Due facce, quelle del ministro e del capo dell’opposizione, simili a programmi, due condizioni e due mondi opposti. Entrambi patetici. Quello del segretario Pd lascia trasparire una sofferenza  indefinibile. L’altro il guizzo d’irresponsabilità infantile, con le sue cadenze monotone, con la sua aggressività spinta  oltre i limiti dell’indecenza: mimica routinaria della testa, per troppo lungo tempo abituata a girare da destra a sinistra e viceversa per definire il diniego di fronte a qualsiasi argomento addotto dall’ interlocutore, sempre in torto, sempre in errore.

Nulla è più sordo e muto di chi non vuole sentire e da sordo presume di parlare!

Mentre mi chiedo per quanto tempo gli italiani si muoveranno negli oscuri meandri di simili gallerie d’arte sacra, mi consolido nella convinzione del sonno della ragione e del buon senso, del declassamento della normalità a categoria della retorica e del nulla. Mi passano per la mente i tempi d’oro della politica, quando classi dirigenti e leader della stessa opposizione nutrivano l’uno per l’altro un sicuro rispetto, nel consapevole reciproco gioco dello scontro costruttivo.

*

Raffaele Lombardo

Mi stavo assopendo in questa visione surreale senza vie d’uscita quando sentii interiormente confortarmi dai fatti di cronaca politica che avevo letto la mattina sui giornali e che già da diverse settimane interessano l’opinione pubblica: la rottura del Pdl e la formazione di un nuovo schieramento di maggioranza da parte del governatore della Sicilia Raffaele Lombardo.

Straordinaria questa Sicilia immortale!  E’ vulcanica per fenomeni geologici e antropologici. Tutto si può dire dei siciliani tranne che non siano  tra i più creativi della razza italica. Perciò nella desolazione nazionale quei fatti di cronaca creavano dentro di me una specie di cauto ottimismo reso ancora più roseo dalla partecipazione diretta o indiretta alla nuova direzione lombardiana di un partito ridotto ormai al lumicino: il Pd di Antonello Cracolici, emblema siculo marginale e mortificante della figura austera ed eremitica di Bersani.

E’ il conforto dell’idea che si può guarire dai malanni della politica e dalle sue degenerazioni.

Voglio per un attimo sognare la bontà della sperimentazione politica, l’accantonamento delle solite facce di bronzo  (da Bondi a Bocchino, da Gasparri a Cicchitto e La Russa), la speranza di una via di uscita dalla mortificante desolazione del nulla. Ecco, mi dico. Che gente straordinaria la classe dirigente siciliana! Poi penso a Silvio Milazzo e a Domenico La Cavera e la mia fantasia si ingessa.

Perchè è vero che gente come questi signori è capace di farti sognare, ma è dimostrato anche che può farti morire subito dopo.  Chi ha comandato in Sicilia è stato sempre un padre padrone, come don Cesare Lanza che nel 1563 uccise la figlia, donna Laura, per salvare l’onore offeso del genero e per il conformismo sociale.

*

Ricordo i vecchi democristiani. Patriarchi che si portavano dietro le processioni dei fedeli aspiranti a un posto di lavoro, capaci di fedeltà a vita, come nei matrimoni consacrati in chiesa. Le ragnatele delle clientele senza fine che come le ciliegie si tiravano l’una con l’altra, di famiglia in famiglia fino a coprire paesi, territori, collegi senatoriali, regioni intere. Bastava un fischio, un colpo di telefono, un cenno. E si saliva alle stelle o si crollava nelle stalle. Erano consorterie a catena, un grande sistema di protezione, che dava sicurezza, tranquillizzava  o destava ansie e terrori mentre lo Stato se ne stava lontano, da un’altra parte, presente solo con tasse e carabinieri. Poi questo mondo si è dissolto e altri hanno ricoperto i vuoti della deriva.

PAISA'

Ci sono movimenti politici in Sicilia, giammai perfettamente nitidi e intelleggibili, che si trascinano dietro corpi e anime che sembrano risalire alla notte oscura dei tempi. Prendono, di volta in volta, il nome di separatismo, indipendentismo, autonomismo,  a seconda dei dominatori e delle convenienze. Ci sono anche  personaggi che sembrano miti immortali.  Domenico La Cavera, amico di Emanuele Macaluso e di tutti i siciliani che hanno avuto a che fare nella prima e nella seconda metà del Novecento, con l’economia e la finanza, è uno di loro. E’ l’uomo (ed eminenza grigia della politica) che partecipa alla nascita del governo di Silvio Milazzo (1958-’59)  e che oggi può vantarsi di avere tenuto a battesimo la Fiat di Termini Imerese. Adesso sbandiera ai quattro venti che il complesso industriale che Marchionne ha abbandonato si può salvare convertendone la produzione per un futuro più compatibile con l’ambiente e con lo sviluppo. Forse si annunciano investimenti dello Stato nel settore. Oppure si usano proprio sullo Stato pressioni indirette che gli facciano sentire che i siciliani non sono abituati a farsi trattare disinvoltamente e senza contropartite, dai vicerè di turno che presumono di agire in nome del volere di un principe reale. Forse abbiamo dei santi che ci proteggono e non lo sappiamo. E come allora per Milazzo così adesso per Lombardo l’autonomismo è una strategia di cui la nuova maggioranza è solo un’azione tattica concreta. Che lo sappiano o meno quelli del Pd che hanno nella giunta regionale un loro vecchio fiore all’occhiello come Mario Centorrino, anche se inspiegabilmente il Pd siciliano nega che ciò significhi partecipazione del Pd al governo regionale.  Arcana imperii!

*

Amintore Fanfani preso per le orecchie

Forse veramente sono in molti a pensare che bisogna unire le forze, smetterla con i giochetti della politica e degli schieramenti, guardare alla sostanza delle cose, essere operativi, produttivi. Come fece appunto il governo Milazzo cinquant’anni fa, quando ruppe con la Dc di Amintore Fanfani e diede vita a un progetto autonomistico. Un progetto limitato, stando al governatore siciliano, perchè a quell’esperienza non seguì – cosa che è avvenuta in altre regioni italiane – la nascita di una organizzazione conseguente. Colpa, a suo modo di vedere,  di quegli “ascari” che hanno “consegnato la Sicilia ai suoi oppressori in cambio di un privilegio, una carica o un feudo finanziario”.

Ora una questione si pone in modo evidente. Se la Sicilia non è stata mai in grado di affrontare esperienze più grandi di lei, come l’attuazione dello Statuto autonomistico, pur avendo avuto come altre Regioni un ordinamento speciale; se questa terra martoriata è sempre stata preda della mafia e delle consorterie politiche abbastanza scatenate durante la temperie delle elezioni regionali, in base a quale valutazione i cittadini onesti dovrebbero prestare fede alla bontà di un progetto di autonomia che intanto sta passando sulla testa di tutti i siciliani?

Chi decide per i comuni mortali?

Per quanto ci si sforzi di sostenere che il milazzismo fu cosa ben diversa dall’attuale autonomismo lombardiano, non possiamo considerare i caratteri di continuità e le analogie con quell’esperienza. Allora si misero insieme il diavolo e l’acqua santa, il Pci e il Msi; l’antifascismo e il fascismo. La Dc fu mandata all’opposizione e si rivendicò una certa libertà a trattare i monopoli dell’industria energetica. Forse  per questo La Cavera, presidente della Sicindustria, era ed è molto vicino a Enrico Mattei e alle sue battaglie per l’affermazione dell’Eni contro il monopolio delle grandi compagnie petrolifere.

Ma i sicilianisti come lui e come Lombardo dovrebbero ogni tanto ricordare che attorno alla questione energetica non c’erano solo i bisogni dei siciliani e degli italiani. C’erano altre scelte strategiche ; c’era l’Occidente europeo. E non solo europeo.

Queste scelte – ebbe a dire  Vito Guarrasi a un giornalista olandese che lo intervistava sulla lotta anticomunista in Sicilia –  erano “ben chiare” nella mente degli strateghi dal primo minuto della loro presenza nell’isola.  Se fosse vivo Guarrasi , che già sostenne il governo Milazzo,  appoggerebbe anche le attuali scelte di Lombardo. E’ un caso che su questo strano autonomismo si incontrano Guarrasi da morto e La Cavera da vivo? Ed è azzardato chiedersi chi ci sta dietro una posizione  tanto fuori luogo quanto ridicola qual è quella di Cracolici?

Tanto per cambiare ai siciliani resta il monito della loro antica tradizione proverbiale: “Ficiru paci i cani e i lupi, poviri picureddi, affritti crapi”! [fecero pace i cani e i lupi. Povere pecorelle, afflitte capre”!]

Giuseppe Casarrubea

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a Governo Lombardo: la “milazziata”

  1. Salvatore Lo Leggio ha detto:

    Il ritorno di Don Mimì l’ingegnere, benedetto dallo spirito dell’avvocato, storica testa di serpente, è emblematico.

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