Basaglia e la follia

Franco-Basaglia

Ieri sera abbiamo visto sul primo canale una fiction su Franco Basaglia, il noto psichiatra che per primo, nel corso del secolo scorso, innovò il trattamento dei malati di mente e giunse a definire, fatto inedito nella storia dell’età moderna, una nuova terapia.

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Io non sono uno psichiatra e ho scarsa competenza nell’affrontare il problema. Posso dire, come un comune osservatore, che il termine ‘follia’ è molto ricorrente nella società moderna, che siamo abituati a dare del ‘pazzo’ a chiunque faccia delle cose fuori dall’ordinario e, in ultimo, che visto da vicino – come diceva Basaglia – nessuno è normale.

Sul piano storico l’istituzionalizzazione della follia e la sanzione della sua condizione di fenomeno da relegare all’isolamento, ha una storia che risale al secolo XVIII e trova una sua origine proprio  agli inizi della società contemporanea. Paradossalmente coincide con lo sviluppo dei princìpi di uguaglianza, fratellanza e libertà propri dell’illuminismo e non per nulla trova in Francia una sua culla originaria e un suo primo terreno di progettazione politico-sociale, quale fu, ad esempio, la Salpétrière: un luogo  destinato, già alla fine del ‘600 a porre rimedio alla devianza sociale. Dalle prostitute ai pazzi. Il limite di questo razionalismo fu la sua sostanziale tendenza al controllo e alla separatezza sociale e quindi a organizzare gli essere umani in funzione delle loro professioni, della loro utilità all’interno delle varie comunità, campagne o città che fossero.

A partire da quel momento tutto concorse alla rimozione delle disfunzionalità che il nuovo sistema borghese evidenziava dentro una crisi che investiva da un lato l’aristocrazia, dall’altro le fasce marginali e disoccupate delle città. Entrambe progressivamente spinte verso i margini. Questo almeno tendenzialmente.

Ai primi dell’Ottocento  abbiamo un limitato numero di aristocratici che impazziscono, e un’enorme massa di vagabondi, nullafacenti, alcolisti, piccoli criminali, tutti spinti verso i margini delle città che cominciano a crescere a dismisura producendo nuove povertà e sempre nuovi bisogni.

L’esempio del manicomio di Palermo, è abbastanza conosciuto, almeno nella fase in cui fu progettato e gestito dal barone filantropo Pietro Pisani, morto di colera nel 1836. L’idea che vi sta alla base, è che il grave disagio sociale prodotto dalla crescita delle città è come una sorta di patologia collettiva e sistemica che può essere curata consegnando all’ammalato il migliore dei mondi possibili, in modo che egli stesso, accettandosi e sentendosi accettato possa essere restituito al consorzio civile come una persona normale. L’asse portante di tutto è l’ergoterapia, il lavoro. E’ vero che in questa fase non è perfettamente conosciuta la distinzione tra le diverse forme “frenetiche” o depressive rispetto alle devianze della pazzia come fatto organicamente patologico, ma è anche vero che la Real Casa dei Matti fatta costruire dal Pisani presentò un elevatissimo tasso di dimessi per il loro ritorno a una condizione di normalità. I degenti, specialmente i “frenetici” furiosi venivano cullati fino al sonno; avevano regole precise da rispettare, a cominciare dagli orari; potevano usufruire di teatri all’aperto e di ampie piscine all’interno della loro Casa; avevano inoltre le loro piccole stanze. Il rapporto tra spazio privato e spazio pubblico premiava quest’ultimo, come in una città in cui tutto è funzionale al benessere delle persone.

Pensavo proprio a questo microcosmo migliorato della società guardando la finction di ieri. E mi venivano in mente tre ordini di problemi.

Il primo è la lunga esperienza, storicamente riscontrabile, del rapporto tra società e follia. Cioè esiste un nesso stretto tra le spinte sociali (atteggiamenti, additamenti, etichettamenti, allontanamenti specie a scuola, ecc.) e la coazione degli individui ad essere diversi fino all’estrema conseguenza che essi possono essere, senza volerlo, come gli altri vogliono che siano.

Il secondo è che la follia non dipende solo da questa relazione, ma anche dal particolare modo di elaborazione interiore del mondo, a cominciare dalle percezioni.

Il terzo è la legge 180/78, meglio conosciuta come legge Basaglia.  E’ stata un’acquisizione di civiltà per il nostro Paese, specialmente per le strutture di accoglienza che essa prevede, per i servizi territoriali che fornisce e per gli interventi che prevede anche nelle situazioni di difficoltà.

Opera di Bruno Caruso

Detto questo, però, non ci possiamo mettere il salame davanti agli occhi. Palermo o Messina non sono Trieste o Gorizia e le politiche regionali sulla sanità non sono tutte uguali e non tutte riescono a rispondere alla lettera e allo spirito delle cose che Basaglia voleva e che sono sempre attuali. Ciò significa che la 180, se abolisce i manicomi, introduce stati persistenti di inoperosità normativa.  Cioè di illegalità istituzionale. E’ a questa che vanno addebitate le tragedie che si verificano in certe famiglie quando sono lasciate a se stesse e gli ammalati diventano incontrollabili. Ma in troppe circostanze la realtà è proprio questa. Un pericolo di ritorno indietro alla ghettizzazione del manicomio, al trattamento farmacologico intensivo, al ricovero coatto.

L’obiettivo è che quanti hanno detenuto il potere continuino ad esercitarlo attraverso il business delle strutture private, di fantomatiche case di accoglienza, di microstrutture che nulla hanno a che fare non dico con Basaglia, ma neanche con la filantropia dell’epoca romantica, quando gli uomini non avevano perso il bisogno di sognare, e l’uomo si chiamava uomo.

(Giuseppe Casarrubea)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Basaglia e la follia

  1. maria pia ha detto:

    I servizi territoriali di affiancamento alle famiglie di pazienti psichiatrici da noi sono strutture “fantasmi”.Leggo ogni giorno negli occhi dei genitori dei miei pazienti psichiatrici,sfiducia,dolore e alla fine rassegnazione.I miei pazientini autistici se qualcosa hanno acquisito in termini di linguaggio ed autonomia lo devono solo ai continui aggiornamenti dei propri genitori,che con grande pazienza ed amore li seguono,non senza grossi sforzi,in ogni momento della loro vita relazionale…

  2. sebastiano ha detto:

    Certo è interessante notare che il manicomio di Palermo nato con idee innovative nell’800 sia poi scivolato verso le esperienze comuni di tutti i manicomi europei e sarebbe interessante capire il perché e da chi ciò sia dipeso…
    Vi chiedo, in aggiunta, come è possibile recepire il libro società e follia in Sicilia presente in questa pagina web.
    saluti sebastiano

    • casarrubea ha detto:

      La degenerazione di una struttura come quella del “Pisani” di Palermo è analoga al crollo progressivo di strutture analoghe in tutta Europa. Credo che abbiano influito una complessità di fattori. Per ultimo il fatto che la farmacologia ha preso il posto della relazione umana e della partecipazione dei degenti a un progetto solidale condiviso.
      Il mio volume “Società e follia in Sicilia” è ormai introvabile. Fu edito, comunque, in gran parte, dalla Casa Editrice Casamassima in “Società e salute in Sicilia”.

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