Portella: Il peso del ricordo

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Rosalba Di Giuseppe sulla strage di Portella della Ginestra. E’ il frutto di un’intervista al nonno, un anziano signore di Piana degli Albanesi che fu testimone della strage. E’ un omaggio ai giovani, un piccolo fiore nel deserto. Sono i giovani la nostra speranza: senza pregiudizi, senza astii, con la loro voglia innocente di capire.

Contadine a Portella (1948)

*

Di Rosalba Di Giuseppe

Il primo articolo della Costituzione recita solennemente: “l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. È bello ricordarlo, ripeterlo con enfasi nonostante la cassa integrazione, i licenziamenti di massa, il lavoro precario, le morti bianche continue, costanti e coperte.

Il lavoratore odierno è ben rappresentato dal Luigi Delle Bicocche cantato da Caparezza. Il lavoratore è un eroe, “perché lotta tutte le ore, perché combatte per la pensione, perché protegge i suoi cari dalle mani dei sicari, dei cravattai, perché sopravvive al mestiere”.

Il primo maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori per affermare i propri diritti e per migliorare la propria condizione. Per ricordare che il lavoro nobilita l’uomo, è fonte della sua libertà e della sua autonomia. Per pretendere condizioni di lavoro più umane, più civili, più rispettose dei bisogni e della dignità di tutti.

Nel 1947 la ricorrenza fu tragica, quando a Portella della Ginestra la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa.
Anche quest’anno, come da tradizione, nel mio paese, Piana degli Albanesi, il corteo si è messo in marcia verso il luogo della strage. Io mi sono diretta dalla parte opposta, verso casa dei nonni.

“Ero partito da San Giuseppe Jato, con un amico. L’avevo tirato giù dal letto. Andiamoci – gli urlai. Ricordo l’entusiasmo per la folla immensa”. Mio nonno, Giorgio Barbato, classe 1918, comincia così il racconto di quel lontano primo maggio del 1947.

La festa tenuta a Portella della Ginestra per la vittoria del blocco Pci-Psi alle elezioni regionali e per la ritrovata festa dei lavoratori, abolita durante la guerra, si trasformò ben presto in un massacro: morirono 11 persone, tra cui due adolescenti e due bambini. I feriti furono una cinquantina.

La campagna elettorale era stata animata, non erano mancate le minacce, e la violenza mafiosa aveva iniziato a mietere vittime. Il 4 gennaio del 1947 venne assassinato il dirigente comunista del movimento contadino, Accursio Miraglia, e il 17 gennaio toccò al militante comunista Pietro Macchiarella; poche ore prima della strage, degli ”ignoti” spararono all’interno del cantiere navale di Palermo. Lo scopo era intimidatorio, come, secondo alcuni esperti, doveva esserlo anche quello a Portella della Ginestra.

La voce popolare, sin da subito, parlò dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti conservatori, e i nomi giravano sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga, i Celeste.

I carabinieri telegrafarono: “l’azione terroristica devesi attribuire ad elementi reazionari in combutta con mafia”. Vennero fermate settantaquattro persone, tra cui figuravano mafiosi di spicco (sopracitati). Le responsabilità furono attribuite al bandito Salvatore Giuliano che, mosso da sentimento anticomunista, insieme alla sua banda aveva operato, secondo le fonti, come “un plotone di polizia”, supplendo alla “carenza dello Stato in Sicilia”.

All’assemblea costituente, il giorno dopo la strage, Girolamo Li Causi, segretario regionale comunista, indirizzò durissime accuse alle forze di polizia, denunciando i loro legami con mafiosi e separatisti, e al ministro Mario Scelba, accusato in primis da Giuliano di essere direttamente implicato nella vicenda. Girolamo Li Causi prese a cuore la vicenda, e presentò dei documenti (tra cui tre lettere, due delle quali indirizzate a L’Unità, e la restante inviata direttamente al segretario comunista).

Tutte queste lettere, unitamente alle dichiarazioni di Gaspare Pisciotta, secondo cui Giuliano e Scelba erano stati “vicini” – cioè in contatto – non fornirono riscontri oggettivi al proseguimento delle indagini per gli investigatori. Le lettere erano scritte su fogli bianchi e la firma di Scelba venne ritenuta falsa. Ma perché tirare in ballo Scelba?

Legato a Don Sturzo e amico di De Gasperi, democristiano, sostenitore dell’antifascismo, fautore della famosa legge che porta il suo nome, ma che nel corso della sua funzione pubblica ha dato il via ad una politica repressiva antidemocratica verso gli scioperi, causando numerose vittime e feriti.

Il ministro degli interni liquidò la vicenda dichiarando che non esisteva un movente politico, si trattava solo di un fatto di delinquenza.

In seguito Pisciotta confessò di aver ucciso Giuliano su indicazione dello stesso Scelba, e di aver raggiunto un accordo di collaborazione con il colonnello Ugo Luca, comandante delle forze contro il banditismo siciliano, in cambio dell’immunità.

Per quanto riguarda la collaborazione, Pisciotta non nominò mai i mandanti della strage. Morì in carcere in circostanze misteriose, il suo mix vitaminico venne sostituito con stricnina. Sia il governo che la mafia furono additati come mandanti dell’assassinio.

Solite voci popolari. Vox popoli, vox dei? Si suppone che Pisciotta avesse scritto un’autobiografia in carcere, che il fratello aveva tentato di pubblicare, ma il cui contenuto fu andato perduto.

Manlio Milani, Presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, appoggia in pieno la tesi sostenuta dallo storico Nicola Tranfaglia nel suo libro Come nasce la Repubblica, 1943/47, per la quale la guerra fredda non cominciò nel 1948, bensì nel 1943, ossia con lo sbarco degli americani in Sicilia e con la collusione con la mafia delle forze neofasciste (in primo luogo Junio Valerio Borghese e tutti i “residui” della X-Mas) che si schierano con i servizi segreti Usa.

Yalta verrà più tardi, ma già nel 43 si sapeva che il mondo era destinato ad essere diviso in due blocchi, e l’Italia “doveva” far parte del blocco occidentale. È da allora che cominciò la strategia per ostacolare le forze di sinistra, e la strage di Portella della Ginestra ne segna l’inizio.

Domando al nonno cosa sta pensando.

“Se ti dico che non penso a niente, penserai che sono fermo, e io non voglio essere fermo. Se invece affermo che penso a qualcosa, devo raccontartelo”.

George Durrell disse che “i pensieri si coagulano nel cuore se non vengono espressi”; e che forse “un’idea è come un uccello raro che non possiamo vedere, ma ciò che possiamo vedere è il ramo tremolante dal quale ha appena spiccato il volo”.

Con fare deciso riprende a narrare l’evento.

“Stavamo festeggiando la festa dei lavoratori, ma anche la nostra vittoria, motivo di gioia e orgoglio. Il cielo limpido, i discorsi appassionati e la primavera rendevano la giornata degna di essere vissuta”.

Sono passati sessantadue anni. Ogni passo verso le pietre commemorative è pesante. Il peso del ricordo si è spostato dal cuore alle gambe. Oggi il piazzale di Portella appare sporco, imbrattato, sacchetti ricolmi di immondizia abbandonati, bicchieri di plastica schiacciati, bottiglie rotte. Più che una commemorazione sembra si sia svolto un rave.

Mio nonno stenta a riconoscere il posto. Sposta con il bastone un pezzo di carta, lo gira, non c’è scritto nulla, è bianco. Proseguiamo verso i piedi della montagna. Il nonno si siede e non ha voglia di parlare, vuole solo ascoltare e osservare.

Osserva il sasso. In piedi su quel sasso, Nicola Barbato, delegato del circolo socialisti dei Fasci siciliani dei Lavoratori, espose le sue tesi per “una Sicilia migliore, per una Piana migliore”.

Quel sasso porta il suo nome ora, e sembra aspetti che qualcun altro salga su di esso per farsi fotografare l’anima, per portare alle altre anime verità.

“D’improvviso colpi a raffica – racconta distaccato -, girai lo sguardo e vidi una donna per terra; e la gente che scappava, urlando come una mandria inferocita. Qualcuno ci stava sparando addosso e i colpi di fucile provenivano dalla montagna.

Mi lanciai in una folle corsa, saltai in un fossato; il mio amico era stato colpito. Loro dicono che sia stato Giuliano, ma io dico che è stato tradito. Tutti, tutti siamo stati traditi”.

La verità è ancora lontana, forse si dimena dentro ad una tomba, ma la voglia di ricordare è viva. ”Il nostro – come disse Sciascia – è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”.

Non solo Portella, l’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Portella della Ginestra che aduna anche i familiari dei sindacalisti e dirigenti politici uccisi in Sicilia dal 1944 in poi, viene fondata il 6 novembre 1997. Proprio per questo motivo, per non dimenticare.

Si è prefissa due scopi fondamentali: rendere giustizia ai familiari delle vittime e battersi per l’abolizione del segreto di Stato sulle stragi. Il presidente attuale dell’associazione è Giuseppe Casarrubea.

La vicenda è tornata alla ribalta nel 2003, grazie al film diretto da Paolo Benvenuti, Segreti di Stato, nel quale si avanza l’ipotesi che la strage sia stata perpetrata da molte persone (non solo dalla banda di Giuliano – che, anzi, avrebbe ordinato ai suoi di sparare in aria).

Secondo questa ipotesi, a muovere, manipolandole sapientemente le azioni del bandito, furono anche reduci fascisti, in particolare militanti della Decima Mas, sostenuti da uomini dei servizi e sicuri di “alte” protezioni politiche.

“Il cielo è limpido, come quel giorno. Guarda il cielo, si chiama Lala, significa maggiore, maggiore di tutti gli altri”.

“Come te, nonno” – rispondo io.

Ride.

Dedicato ai miei nonni, Giorgio Barbato e Francesco Di Giuseppe, presenti durante la strage.

Un ringraziamento speciale al nonno Giorgio, portatore della memoria storica.

//

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Portella: Il peso del ricordo

  1. Ros ha detto:

    Grazie professore.:)

  2. Daniele Moretto ha detto:

    Sto lavorando a scuola (Istit. Mursia di Carini)
    ad uno spettacolo teatrale sulla figura di Pio La Torre
    rielaborando un libretto di V. Consolo
    che parte per l’appunto dalla strage di Portella
    (io vi aggiungo quella di Caltavuturo del 1983)

    Sto cercando foto, video e soprattutto tracce audio
    dei testimoni, sopravvissuti e parenti della strage di Portella.
    Per esempio, questa testimonianza di Rosalba Di Giuseppe si basa su un’intervista registrata? Sarebbe possibile utilizzarne alcuni brani in teatro?

    Mi potete aiutare (in tempi brevi)?
    Grazie.
    Un saluto a tutti e buone cose.
    Ciao Giuseppe, sempre buon lavoro!

    Prof. Daniele Moretto
    icontemplari@libero.it
    cell. 348.6920867
    Scuola: 091.8660099

  3. MARIO ha detto:

    SI STANNO TENENDO A TP ,I PROCESSI ALLA MAFIA DI CASTELVETRANO IN QUESTI GIORNI….OPERAZIONE GOLEM 2,UNA PAROLA EBRAICA CHE SIGNIFICA MARIONETTA,PUPO,ROBOT…PERCHE ‘LA MAFIA USA COME SI FA COI PUPI..TRA I PERSONAGGI ,ANTONINO MAROTTA ,CONSIGLIORE DEI MAFIOSI ,QUALUNQUE ABBIA IL POTERE,CHE OSPITO’ GIULIANO, E’ TRA I PROCESSATI ALLA SUA VENERANDA ETA’…SPERO CHE L A NOTIZIA LE SERVE…

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