Se salta il tappo

Gli uomini da lontano sono tutti uguali, da vicino sono tutti pazzi

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Veramente il mondo è cambiato. Non è che tutto si sia modificato mentre noi siamo rimasti fermi. Siamo di fronte a un altro mondo, ad altri uomini e noi siamo rimasti ancorati ai valori che ritenevamo immutabili, alle nostre mete di vita per le quali tutto aveva un senso: il diritto, l’uguaglianza, la solidarietà, il rispetto, la comunicazione reale, la formazione, l’educazione, lo sviluppo. Cose che non devono essere sostituite.

PIZZINCARD

Senza accorgercene, però, ci siamo trovati davanti alle disuguaglianze, alle emarginazioni, alle offese e alle aggressioni fisiche e verbali, al monopolio massmediale, alla perdita del diritto a non essere spiati in ogni angolo del globo terraqueo, al controllo poliziesco dell’informazione e dei processi formativi, alla diseducazione divenuta codice di comportamento, all’aumento dei poveri e dei disoccupati. L’economia si è delocalizzata, decentrata e il mondo è diventato la nostra piccola casa. Ma i poveri sono rimasti sempre più poveri e i ricchi sono diventati sempre più ricchi. E potremmo continuare.

Per rendercene conto basta dare un’occhiata al mondo, o, più semplicemente, assistere a un dibattito televisivo. Gli uomini parlano ormai tra di loro come nemici, da fronti opposti e per partito preso. Una volta, in politica, si chiamavano avversari, partecipavano ai dibattiti; c’erano moderatori autorevoli e rispettati. Ciascuno stava alle regole e dentro i limiti imposti. Oggi ci si può alzare dal proprio posto e prendere a legnate qualcuno, di fronte alle telecamere. E i conduttori piuttosto che imparare la lezione e non invitare più chi dovrebbe prima farsi curare il sistema nervoso, amano ripetere l’errore. Fa audience. Siamo anche arrivati all’assurdo che se una voce è dissonante, va eliminata e così chi ha il potere di decidere decide da solo e si comporta come un talebano, uno sceicco a casa sua, confondendo il pubblico con il privato.

Non siamo più nella terra delle cose che abbiamo sognato da piccoli e possiamo dire che nulla rimane di quel clima, ormai preistorico, lontanissimo. I giovani lo sconoscono e crescendo nell’incultura dello sproloquio e dell’aggressività verbale risentono, per primi, il disagio di qualcosa che da dentro loro stessi cresce male, non funziona. Anche il modo di comunicare delle nuove generazioni è cambiato. Parlano per monosillabi; sono in conflitto perenne con i loro genitori; i loro genitori sono in conflitto perenne tra di loro e ciascuno di loro è in conflitto perenne con l’ambiente in cui vive. I ragazzi si scambiano messaggi cifrati. La felicità è espressa da un trattino seguito da due punti e una parentesi con la pancia a destra. Ti voglio bene si scrive tvb, che tanto fa pensare alla tubercolosi. Tutte le parole che cominciano con “per”, ad esempio, “perdonami” hanno il segno della moltiplicazione matematica davanti, seguito dal resto di una parola che perde il suo senso. In certe università l’accesso delle matricole è preceduto da un corso propedeutico di lingua italiana perchè molti giovani, e qualche professore, l’hanno dimenticata.

Silvio Berlusconi

Certo, si parla sempre meno e sempre peggio. Insomma, le relazioni umane si sono sfilacciate e il dominio economico e la proprietà dei poteri massmediali si sono concentrati praticamente nelle mani di una famiglia che decide cosa devono sapere i comuni mortali. Il potere dell’informazione non è una costante indipendente. E’ soggetta al potere più generale, agli interessi di una nuova casta padrona che prima di ogni cosa pensa solo a se stessa, al suo arricchimento personale. Chi denuncia è pericoloso e potrebbe subire gravi conseguenze. Siamo in un sistema teocratico simile a quello che c’è in Paesi che l’Occidente non è riuscito a ridurre a miglior consiglio o a sottomettere con la sua arrogante finzione democratica. I deliri di onnipotenza si richiamano tra di loro per similitidine. Conta quello che dice il capo. Quello che dice il capo non si discute. Il capo genera altri capi; li fa a sua immagine e somiglianza e l’informazione (non la “comunicazione di massa che non esiste”) li difende, li rigenera, ce li presenta dal volto umano e pulito. Così Berlusconoiha generato Bertolaso, un superman.

Reza Pahlevi

Piangeremmo con un occhio se il modello fosse solo nostrano. L’Occidente ha fallito le sue campagne politico-sociali-militari più importanti nel secolo appena passato. La guerra nel Vietnam, la guerra nell’Afghanistan e in Iraq, la sua crociata contro gli integralisti islamici e persino i terroristi somali e di qualsiasi altra parte del mondo. Soggetta al ricatto esterno l’Europa, ha saputo fondare soltanto la storica organicità di interessi angloamericani. Ora guarda all’Iran come a un mondo solo di nemici da combattere. Fu nemico l’Iran al tempo della crisi di transizione dal regime di Reza Pahlevi a quello dell’ayatollah Khomeini, quando l’unica preoccupazione degli Usa e dei britannici era quella di sapere se per caso i rapporti che questi aveva avuto con i comunisti della Francia al tempo del suo esilio parigino, potessero suscitare qualche problema. Allora la Cia commise un errore macroscopico: quello di preparare, nel 1953, un colpo di Stato per far sostituire il premier iraniano Mossadegh in quanto colpevole delle nazionalizzazioni petrolifere. E meno male che la Cia leggeva nei segreti meandri dell’ignoto. Incurante di quello che era successo come poteva non vedere il pericolo rappresentato, oltre un quarto di secolo dopo, da un colpo di Stato che abolendo una monarchia vecchia di 2500 anni, instaurava una dittatura teocratica?

Ma nel 1979, quando nacque l’Iran islamico, eravamo tutti fuori strada.

Ricordo le riunioni che avvenivano nel Pci, dove militavo. Il compagno relatore di turno che arrivava come un missionario da fuori sede e girava poi per tutti i centri minori della provincia, dava le sue dritte su ciò che dovevamo sapere. Partiva dalla situazione internazionale e arrivava poi alle questioni locali. Pochi lo seguivano e alla fine si alzava sempre il compagno vecchietto che gli poneva la  classica domanda raggelante: “- scusa compagno, ma la pensione quando me la aumentano?”. E giù una caterva di imprecazioni contro il governo col seguito degli applausi di rito.

Komeini

Ricordo soprattutto alcune riunioni del ’79 e quelle successive alla fatidica data dell’11 febbraio, quando fu decretata la nascita del nuovo Stato teocratico iraniano. Allora ci bastava sapere che si era avviato un processo rivoluzionario e che tutto sarebbe cambiato in Iran. Ma nessuno avrebbe pensato a un arretramento della storia. (I documenti su quegli anni in Iran, recentemente rintracciati da Mario J.Cereghino, sono conservati in copia degli originali presso la sede del nostro Archivio Casarrubea a Partinico. Saranno consultabili non appena il Comune  avrà messo a nostra disposizione i locali e le strutture necessarie).

Forse solo ora ci stiamo rendendo conto che la gendarmeria planetaria tradizionale non ha funzionato; forse ci troviamo di fronte a uno sfilacciamento globale della civiltà occidentale e degli equilibri che reggevano il mondo. Non è che i tempi della guerra fredda dessero più sicurezza, ma ciascuno aveva le sue più o meno false certezze e sapeva che tutto doveva tenersi  in una equità da bilanciare accuratamente, come nelle alchimie dei farmacisti. Siamo invasi da vecchie paure; ci sentiamo più scoperti ed esposti a nemici presunti e reali, e anche a casa nostra si è rotto l’equilibrio che ci teneva tutti insieme nella nostra storia nazionale, nei nostri usi e costumi, nel nostro essere cattolici o laici.

Proviamo il senso del vuoto e della mancanza dei maestri. Ad esempio, durante la vicenda Moro, quanto ci aiutarono le parole di Leonardo Sciascia? Lo stesso si può dire per Pasolini che fu, per molti versi un profeta, come Danilo Dolci. Altri uomini, altri tempi.

BERTOLASO

Nell’era di Berlusconi, il modello è della guerra totale al buon senso. L’idiozia ha costantemente i suoi monumenti dedicati alla retorica del nulla. Chiacchiere e tempo perso. La regola è l’urlo, mettere l’altro a tacere, impedirgli di aprire bocca. Il simbolo di quest’era è la mordacchia che un tempo gli inquisitori del Sant’Uffizio mettevano agli eretici, facendoli poi vagare per le strade e mettendoli alla gogna. Ciò che conta è la sottomissione. La cosa pubblica è un problema di galli e pollai. Sono finite da tempo le classi sociali marxiane, le letture gramsciane della storia, le leggi sane del materialismo storico e dialettico.  La nostra società si fonda ora su ben altro materialismo: senza finalità tranne che se stesso. Edonismo reaganiano più il potere teocratico della disinformazione, l’assenza di critica, lo stordimento della massa cerebrale. In nome di questa combinazione si possono fare tutte le pazzie di questo mondo. Ad esempio costruire una struttura immensa in vista del G8 alla Maddalena e poi avere il gusto sadico di abbandonarla al degrado, o all’inutilizzazione. In Italia si spendono banche di soldi per costruire opere pubbliche lasciate in asso, fatte morire.

E’ bravo oggi chi riesce a capire e controllare questa nuova follia. Gli altri facciano soli i polli. (Giuseppe Casarrubea)

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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