Danilo Dolci visto da Carlo Levi

LE RAGIONI DI DANILO DOLCI

Dolci seguito da Levi durante una marcia per la pace e lo sviluppo

Perché Danilo Dolci è una figura importante, e tiene un posto originale e direi unico, e pieno di rilievo e di influenza, nella vita dell’Italia contemporanea?
Danilo Dolci non è un comune filantropo, uno di coloro che dedicano la loro vita, la loro attività e i loro averi ai miseri e ai bisognosi restando tuttavia estranei alla loro natura, amici ad essi, come dice la parola, ma nulla più che amici.
Non è un sentimentale che si commuove per la miseria.
Non è un utopista che sogna il Regno dei Cieli, né un moralista che cerca astrattamente il bene, né un fanatico o un ideologico, o un uomo di parte, né è mosso, come costoro, dalle potenti spinte dell’odio, dell’ambizione, della protesta o del virtuismo; e non è neppure un apostolo religioso che si proponga di propagare e diffondere una fede determinata, un rito positivo.
E’ un uomo semplice, anche se fondato su una solida cultura, che fa azioni di una semplicità e naturalezza addirittura ovvie.

Ma all’origine della sua azione vi è un’intuizione fondamentale, un’intuizione che nasce dall’intelligenza dell’amore, e che si lega a quella che ha dato efficacia a molti dei più importanti movimenti popolari e nazionali e liberatori del nostro tempo.
Questa intuizione non è che il senso vivo e completo, la scoperta, della forza dei piccoli: dell’immensa energia che si libera e si crea nel momento stesso in cui l’esistenza si realizza per la prima volta e prende, per la prima volta, coscienza di sé.

Danilo Dolci e i bambini

Nel nostro mondo completamente strutturato, organizzato, storicizzato, superbo di cultura e di tecnica, esiste tuttavia, dappertutto, un immenso sottomondo rimasto, o costretto, fuori della cultura, della direzione, della storia, della stessa esistenza personale: un mondo subalterno e insistente, che può e deve tuttavia raggiungere l’esistenza e la libertà, che si muove in questo senso, superando gli ostacoli interni ed esterni che lo trattengono e impediscono, e che in questo processo di liberazione esprime valori nuovi, e rende manifesta una illimitata forza creatrice.
Perché questo mondo subalterno, questo mondo dei piccoli, acquisti coscienza di sé, e piena dignità umana, può essere necessaria, a vincere l’inerzia dei secoli, il peso delle cose, e la servitù della miseria, una spinta, un elemento che valga a metterlo in moto: ma perché’ questa coscienza si esprima e si formi non si può agire dal di fuori, ma soltanto da di dentro è necessario, per essere con loro, essere come loro.

E’ necessario cioè un completo atto di fiducia, che solo può creare, in essi, la fiducia in se stessi.

Di qui, il primo elemento dell’azione di Danilo Dolci, che si è fatto identico al mondo in cui vive e su cui agisce, e, con un salto volontario, si è posto nella loro stessa vita, nel loro stesso destino.

Ma c’è l’altro mondo, la cui azione, e resistenza e permeabilità, è, per evidenti ragioni, decisivo per il processo di liberazione umana del mondo dei poveri.
E’ necessario, per conoscere realmente il mondo dei poveri, vivere con loro, come loro.
Ma è necessario non solo conoscerlo, ma farlo conoscere: dare una voce ai bisogni, ai dolori, alle fatiche, ai problemi e alle conquiste.
Di qui il continuo e permanente carattere di inchiesta del lavoro di Danilo Dolci; di quella particolare e moderna inchiesta che nasce direttamente dalle bocche che, attraverso di essa, per la prima volta, più che confessarsi , si esprimono.
Questo è il carattere originale dei libri di Danilo Dolci, che li ricollega a uno dei filoni più vivi della letteratura contemporanea italiana.
La forza dei piccoli deve trovare la sua forma di espressione, la tecnica propria della sua azione.

I mezzi del movimento, le forme del suo agire, saranno dunque quelle che nascono direttamente dai suoi bisogni fondamentali, dai problemi reali, dalla necessità della sua vita, che, rovesciandosi e invertendosi di segno, diventano libertà, metodo liberatorio.

Per chi non ha da mangiare, l’arma sarà dunque il digiuno: per chi deve vivere dei mille espedienti, dei mille lavori irregolari e disorganici della disoccupazione forzata, il segno della liberazione sarà il lavoro volontario e organizzato.
Per chi è spinto, dalla sua condizione di esclusione e di separazione, a considerarsi, e talvolta diventare, un bandito, l’idea, il metodo liberatorio, sarà la non-violenza. Infine, per chi vive nell’isolamento individuale e anarchico della miseria, l’ordine cosciente raggiunto prenderà forma di un metodo comune di lavoro, di un piano.

Queste, a mio aviso, sono le ragioni, le linee direttrici dell’azione di Danilo Dolci, e i motivi della sua importanza.

Ponendosi nel momento iniziale della conoscenza e dell’esistenza, facendo dei banditi degli uomini, scoprendo l’importanza esistenziale delle conquiste minime, semplificando i problemi, riportandoli alla loro prima natura, adottando una tecnica che corrisponde alla realtà e non vi sovrappone uno schema, essa è azione creatrice, azione, umana e amorosa, di libertà.

(Il testo scritto è ripreso dal sito Facebook di Anna Li Muli, le foto dal nostro archivio)
CARLO LEVI

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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