The smoking gun

Quando la mafia si fa Stato

The smoking gun

Il cinema americano è una delle invenzioni più potenti del Ventesimo secolo. Ha influenzato centinaia di milioni di persone in tutto il mondo con i suoi miti che si chiamavano Gary Cooper, John Wayne, Tom Mix, Marilyn Monroe  e decine di altri mostri sacri di Hollywood.

Humphrey Bogart

Ma la “Settima arte” d’Oltreoceano ha anche codificato i generi: ad esempio quello dei film di gangster con Humphrey Bogart e George Raft. Le scene madri di queste pellicole degli anni Trenta e Quaranta sono le sparatorie in cui il detective di turno arresta qualche criminale dei bassifondi.

E’ la smoking gun, la pistola fumante che permette ai poliziotti di mandare in galera i fuorilegge.

Rispetto allo sforzo di rileggere la storia, tenendo conto della complessità della documentazione rintracciata, sia edita sia inedita, l’arma del delitto è nel puzzle che le carte ci forniscono, quanto meno per  formulare un’ipotesi scientifica sulla legittimazione della mafia. Perchè non ci può essere una storia fissata per l’eternità e ogni punto di vista, ogni tassello possono essere utili a definire il quadro storico generale.

Certo è che uno degli stereotipi della Sicilia irredimibile sta in una lettura descrittiva degli eventi, o nella distorsione delle interpretazioni o, ancora, nell’insufficienza del confronto degli atti. Immaginiamo di camminare su un terreno dal quale affiorano migliaia di reperti archeologici, di indizi. La cosa peggiore è sottovalutarne i particolari. O essere semplicemente narrativi, piuttosto che comportarsi da Sherlock Holmes,  per una storia che vuole provare e non soltanto descrivere.

E’ il caso della Sicilia negli anni dello sbarco alleato, quando sia i britannici sia gli americani ci lasciano una mole considerevole di atti scritti. I protagonisti che vi appaiono sono i più disparati e recitano tutti parti a loro congeniali. I loro ruoli sulla scena sono significativi, e talvolta invertiti, rispetto a quelli che il cinema americano dipinge negli anni d’oro di Hollywood.

Alleati a Troina (foto di Robert Capa, agosto 1943)

Non per nulla la Sicilia è stata sempre, come dicono gli stessi documenti che abbiamo ritrovato a Kew Gardens nelle scorse settimane, e che solo in parte sono conosciuti dagli anni Settanta, “terra di sperimentazione”. Qui si sono elaborate in provetta le sottili reazioni alchemiche che da sempre reggono le alterne sorti degli isolani. Sono formule politiche e geopolitiche, finanziarie, criminali e di potere. Tutte volte a sfruttare al meglio le risorse energetiche, strategiche e militari dell’isola. Un banco di prova angloamericano per la fondazione degli equilibri nazionali ed europei alla vigilia della Guerra Fredda.

I documenti parlano chiaro. Nonostante la Sicilia sia considerata dagli stessi Alleati un magma incandescente, una realtà da dominare o con la quale venire a patti. Anche i siciliani, popolo saggio e qualche volta persino ingenuo, accettano con rassegnazione ogni proposta dall’alto, come se fosse ordinaria amministrazione. Quello che accade nella Sicilia del 1943 è, in realtà, la nascita di un modello che avrà effetti di lungo periodo. Un modello imposto dai vincitori della guerra.

Lo capisce Lord Francis Rodd Rennell, responsabile britannico per gli Affari civili dopo lo sbarco del 10 luglio ’43. Il fascismo  – dice – non ha affatto debellato la mafia in vent’anni di potere. Tant’è che, nella prima riunione del Governo militare alleato (GMA), tenutasi a Palermo il 20 e il 21 agosto 1943, se ne lamenta la “recrudescenza”. Alla faccia di quanti hanno sempre sostenuto l’incompatibilità tra mafia e fascismo. A settembre, un documento del Foreign Office ci informa che la situazione è tale da rendere impossibile lo sradicamento dei vecchi apparati: “Vi sono ampie giustificazioni – leggiamo – per mantenere in carica un certo numero di funzionari del regime fascista. E’ impossibile gestire i comuni, i lavori pubblici, le banche, l’ammasso del grano, senza ricorrere ai funzionari tecnico-amministrativi locali. Non vi sono alternative alle nostre attuali politiche”.

Harold Macmillan

Harold Macmillan, Resident Minister del governo britannico ad Algeri e futuro Primo ministro di Sua Maesta’, il 5 settembre ’43 scrive al ministro degli Esteri Anthony Eden: “Qualunque sia stato il ruolo del fascismo in Italia, in Sicilia si è rivelato un racket legalizzato”. L’intelligence e il governo britannico capiscono fin da subito che mafia e fascismo sono sempre andati a braccetto e che in Sicilia hanno costituito un sistema politico-sociale così forte da risultare inamovibile e tale da determinare le scelte strategiche dei decenni successivi.

A lavorare per Macmillan troviamo un valido capitano dell’intelligence alleata: W. E. Scotten. La spia conosce la Sicilia, ci vive, ha le idee chiare e annota: “La mafia è un sistema di racket politico ai piani alti e di tipo criminale ai bassi livelli”. Ma anche: “La popolazione siciliana non crede che i Carabinieri o gli altri corpi di Polizia siano in grado di affrontare la mafia. Li ritiene corrotti, deboli e, in molti casi, in combutta con la stessa mafia”. Qualche settimana più tardi, a Palermo, il capitano consegna al generale Usa Julius Holmes un rapporto di sei pagine intitolato Memorandum sul problema della mafia in Sicilia. Il documento porta la data del 29 ottobre 1943 e, qualche giorno dopo, e’ gia’ sul tavolo di Macmillan, ad Algeri. Macmillan lo legge, si inquieta e lo spedisce con urgenza a Eden, a Londra.

Anthony Eden, ministro degli Esteri britannico

I temi posti dal capitano Scotten sono di tale gravità da meritare un’attenzione di primo livello a Downing Street. D’ora in poi, le decisioni sulle relazioni tra i poteri istituzionali e la mafia saranno prese ai massimi livelli.

Il Memorandum è una vera e propria smoking gun. Apre infatti nuovi orizzonti di ricerca storica, impensabili fino a poco tempo fa. Ne presentiamo alcuni brani:

“[…] 13. A parte le opinioni popolari su questi temi o sugli aspetti politici della questione, la mafia costituisce al giorno d’oggi un problema estremamente pressante, che possibilmente coloro che di fatto non ne sono venuti a contatto nell’isola, hanno difficoltà a valutare. E’ un problema, questo, che il GMA sarà prima o poi obbligato ad affrontare. In caso contrario, la questione potrebbe avere un effetto estremamente negativo su tutta l’azione del GMA in Italia, e fornire al nemico [la Germania nazista] materiale di propaganda per danneggiarci.

Sono tre le soluzioni possibili:
A. Un’azione diretta, stringente e immediata per controllare la mafia;
B. Una tregua negoziata con i capimafia;

C. L’abbandono di ogni tentativo di controllare la mafia in tutta l’isola e il [nostro] ritiro in piccole enclaves strategiche, attorno alle quali  costituire cordoni protettivi e al cui interno esercitare un governo militare assoluto.

Giuliano e Vito Genovese, 1943-’44. NB.: l’identità del boss non è ancora riscontrata.

14. La prima soluzione sembra essere l’unica in sintonia con gli obiettivi del GMA. Tuttavia è una via che richiede una cauta valutazione dei mezzi disponibili nell’attuale congiuntura. Richiede un’azione fulminea e decisiva nell’arco di giorni o al massimo di settimane, una preparazione estremamente cauta e segreta, un efficace rafforzamento dell’Arma dei Carabinieri con personale militare alleato, l’arresto simultaneo e concertato di cinque o seicento capifamiglia – senza curarsi delle personalità e  delle loro connessioni politiche –  affinché siano deportati, senza alcuna traccia di processo, per tutta la durata della guerra.

Si ritiene che tali misure siano sufficienti a spezzare la schiena alla mafia forse per due o tre anni, e ciò nel caso la Polizia sia rafforzata e riorganizzata e il timore popolare della mafia rimosso per un periodo indefinito.

15. La seconda soluzione è quella in cui il successo è meno garantito. La sua buona riuscita dipende dall’estrema segretezza dinanzi ai siciliani, al personale stesso del GMA e alle popolazioni locali. Dipende dalla personalità del negoziatore e dalla sua abilità nel conquistare la fiducia dei capimafia. In ultima analisi, deriva dalla semplice parola d’onore di questi capimafia che dovrebbero essere contattati sui seguenti punti:

a) l’unico interesse degli Alleati nel governare la Sicilia consiste nella continuazione dello sforzo bellico;

b) gli Alleati non desiderano interferire negli affari interni della Sicilia e desiderano restituirne il governo al popolo siciliano al momento opportuno;

c) gli Alleati hanno il potere di annientare la mafia ma non trovano conveniente utilizzare le forze militari necessarie a tale obiettivo;

Charles Poletti, capo dell’Amgot (GMA)

d) gli Alleati acconsentono a non interferire con la mafia, a patto che questa accetti di desistere da tutte le attività riguardanti il movimento e il commercio di generi alimentari o di altri beni di prima necessità, destinati alla popolazione; oppure di prodotti che servono alla prosecuzione della guerra; oppure di attività che riguardano i trasporti e le comunicazioni nell’isola e le operazioni nei porti e nelle basi [militari] e la manodopera impiegata; e a patto che la mafia concordi nell’astenersi dall’interferire con il personale e le operazioni del GMA. A meno che la Polizia italiana e i tribunali non individuino e puniscano nel loro operato i crimini comuni della mafia. Insomma, tale soluzione significa l’accettazione a un certo grado, da parte degli Alleati, del principio dell’omertà, un codice che la mafia comprende e rispetta interamente.

16. Naturalmente, la terza soluzione è quella che prevede la minor resistenza. E’ una soluzione debole e così sarà interpretata dal nemico [la Germania nazista], dal resto d’Italia, dagli altri Paesi occupati dal nemico che osservano l’esperimento del GMA e dalle popolazioni locali. Ciò significherebbe l’abbandono dell’isola ai poteri criminali per un lungo tempo. D’altra parte, le possibilità di successo di questa soluzione sono certe”.

La storia siciliana e italiana dei decenni successivi ci conferma in modo drammatico che i suggerimenti del capitano Scotten non sono campati in aria. Anzi, sono il risultato di un’ampia analisi compiuta da una mente raffinata e con un grande senso della Real Politik.

Tutto indica che è il punto “b” del paragrafo 13 – ovvero “una tregua negoziata con i capimafia”– che i governi di Londra, Washington e Roma finiranno per attuare. E’ un punto che lo stesso Scotten illustra nel dettaglio al paragrafo 15. Leggiamo che la buona riuscita dell’operazione dipende “dalla personalità del negoziatore e dalla sua abilità nel conquistare la fiducia dei capimafia”.

Chi è questa figura? Non è casuale che nelle stesse settimane Vito Genovese – ex Big Boss della mafia siciliana a New York, in losche attività in Italia dal 1936 con vari gerarchi fascisti – incontri a Napoli il capo del GMA Charles Poletti e ne divenga subito l’“interprete” ufficiale. Sarà don Vitone il “negoziatore” con la mafia siciliana, fino alla data del suo arresto (agosto 1944).  E’ in questo frangente che l’Intelligence Usa promuove la nascita del Fronte democratico per l’ordine siciliano (Fdos), uno strano e potente partito  presieduto da don Calò Vizzini, capomafia di Villalba. Ma il gangster che lo sostituirà, nell’aprile ’46, sarà un capo molto più spregiudicato e con una visione del futuro lungimirante: Salvatore Lucania, in arte Lucky Luciano.

Gli effetti saranno devastanti per le istituzioni italiane e per il tessuto sociale del nostro Paese. La legittimazione ufficiale della mafia avviene nella primavera 1946, quando i vari boss si riuniscono a Palermo per eleggere Lucania a capo indiscusso di Cosa Nostra. E’ da qui che nasce, dopo una sperimentazione di tre anni, quel sistema di potere che consentirà alla mafia di pretendere ed ottenere privilegi, denaro e spazi operativi sempre più consistenti. Fino a Liggio, Riina, Provenzano, Ciancimino.

Il battesimo del fuoco di questa strategia di lungo periodo sono Portella della Ginestra e gli assalti alle Camere del Lavoro del giugno ’47. Un sistema terroristico – da “santissima trinità” – che giungerà fino a Capaci, Via D’Amelio e oltre.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Il Memorandum Scotten è conservato presso gli Archivi Nazionali britannici di Kew Gardens – FO 371/37327, n. di prot. R11483, 10 novembre 1943 – ed e’ stato pubblicato da Rosario Mangiameli negli “Annali” della Facoltà di Scienze Politiche di Catania, nel 1980.

Per leggere il pdf del Memorandum in copia dell’originale, clicca qui sotto:

Memorandum Scotten (29 ottobre 1943)

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a The smoking gun

  1. Vincenzo Maldera ha detto:

    Complimenti… è il giusto modo di vedere la storia della nostra
    ancora martoriata Repubblica.

  2. Anna ha detto:

    il file del memorandum è danneggiato.
    Avrei bisogno di consultarlo per ricerche di studio…..tutto ciò è molto interessante….
    grazie

    • casarrubea ha detto:

      Cara lettrice,
      il file allegato occupa una grande quantità di memoria e pertanto impiega qualche minuto prima di aprirsi. Ci scusiamo per l’inconveniente, ma lei potrà comunque leggerlo nella sua versione originale se avrà la pazienza di aspettare uno o due minuti.

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