La crisi afgana e la Nato

LA CRISI AFGANA

MEMORANDUM DELLA NATO

21 MARZO 1980

CONFIDENZIALE

DEFE 25/350

THE NATIONAL ARCHIVES

KEW GARDENS

GRAN BRETAGNA

Afghanistan

1. Una valutazione del futuro atteggiamento del Cremlino nei confronti delle relazioni Est-Ovest richiede, in primo luogo, un’analisi di quanto i Sovietici hanno messo in conto in rapporto alle reazioni dell’Occidente e del Terzo Mondo. Tale analisi non può essere compiuta in modo inaccurato. Tuttavia, è ragionevole ritenere che i Sovietici abbiano tentato di calcolare attentamente i rischi e gli svantaggi delle loro azioni. Nel valutare le possibili reazioni, essi possono essere stati incoraggiati da un certo numero di indicatori.

Ad esempio:

– l’accettazione de facto, da parte dell’Occidente, dell’accresciuto controllo sovietico sull’Afghanistan a partire dal 1978;

– le deboli reazioni [occidentali] alle precedenti mosse sovietiche, che miravano a guadagnare posizioni in altre aree del Terzo Mondo;

– il dissidio tra gli Usa e l’Iran;

– l’affidabilità degli amici dell’Urss nel Terzo Mondo;

– lo smantellamento del CENTO;

– la fiducia dell’Occidente nella distensione;

– le preoccupazioni elettorali in molti Paesi della NATO e lo stato – già compromesso – dei rapporti tra Usa e Urss. […].

Non vi è dubbio che i Sovietici hanno messo in conto che si sarebbe verificata una forte protesta sia da parte del Terzo Mondo sia da parte dell’Occidente. Tuttavia, hanno ritenuto che la condanna sarebbe stata eminentemente verbale e di breve durata. In seguito, è probabile che i Sovietici siano giunti alla conclusione che l’Occidente e il Terzo Mondo sarebbero stati incapaci di organizzare una reazione collettiva – a causa degli interessi contrapposti e delle differenze di opinione – e che quindi [i Sovietici] sarebbero stati in grado di ammorbidire la risposta del Terzo Mondo, dirottandola sul terreno del confronto tra l’Occidente e il Sud del mondo.

Afghanistan, geografia

2. Vista la situazione, i vertici sovietici sono ovviamente giunti alla conclusione che gli svantaggi di un’azione militare diretta sarebbero stati controbilanciati dalla crescente instabilità ai confini meridionali [dell’Urss] – che presenta toni decisamente islamici – , così come dall’impegno ideologico volto a salvaguardare e a promuovere l’ideologia marxista-leninista in generale, e la rivoluzione afgana in particolare. A tutto ciò occorre aggiungere il peso considerevole dei vantaggi geo-strategici rappresentati dal controllo effettivo dell’Afghanistan, nonché la necessità di ostentare determinazione dinanzi alle relazioni tra Cina e  potenze occidentali.

3. Non c’è da aspettarsi alcuna ammissione di errore. I vertici sovietici affermeranno che non solo hanno pienamente valutato la necessità della loro azione, ma addirittura che essi hanno previsto le reazioni [dell’Occidente e del Terzo Mondo]. Tuttavia, non sono pochi i segnali che indicano una sottovalutazione delle conseguenze, sia nel contesto delle relazioni Est-Ovest sia, soprattutto, nell’ambito del Movimento dei Non Allineati e del mondo islamico. La consistenza dell’errore di valutazione si desume, in un certo senso, dagli argomenti contraddittori e dalla reazione apparentemente irritata dei leader sovietici, così come dalla goffaggine e dall’incertezza dimostrata dai loro alleati.

Sembra che il Cremlino non abbia saputo prevedere con quanta determinazione l’Occidente (e, in verità, anche gli altri) avrebbe difeso i suoi interessi dinanzi a un intervento militare. Inoltre, sembra che i Sovietici non abbiano compreso che le reazioni sul lungo periodo  sarebbero state molto forti. Di certo, la ferma condanna delle Nazioni Unite e la vibrante dichiarazione dei Paesi islamici, ad Islamabad, devono essere state una spiacevole sorpresa. Non si può comunque escludere che il Cremlino sia stato tratto in inganno dall’influenza esercitata da Cuba sul Movimento dei Non Allineati, visto l’apparente emergere di un orientamento filosovietico durante il summit dell’Avana [del 1979]. Forse, anche l’atteggiamento dell’India ha finito per rivelarsi irritante, anche se è ancora abbastanza ambiguo da non creare problemi.

4. E’ difficile interpretare l’intervento militare in Afghanistan alla stregua di un allontanamento – pianificato e cosciente – dalla politica estera dell’Urss nel suo complesso, e dalla linea applicata nei rapporti tra Est e Ovest. Tuttavia, si registra una differenza qualitativa che segna una transizione nell’attività espansionistica sovietica. L’intervento militare rimarca le differenze sul concetto di distensione tra l’Urss e l’Occidente. I vertici sovietici confinano la distensione ai rapporti tra gli Stati con sistemi sociali differenti in Europa e nell’America settentrionale. Nel resto del mondo, la loro politica continua ad essere basata sul sostegno ai movimenti di liberazione nazionale nel nome dell’internazionalismo proletario.

Per l’Urss, la distensione con l’Occidente poggia su una griglia di rapporti che prevede un livello minimo di intesa tra le superpotenze; un equilibrio favorevole – o quantomeno giusto – in rapporto alla sicurezza militare in Europa; lo sviluppo di relazioni economiche e politiche che non collochino l’Urss in una posizione di dipendenza [dall’Occidente] o di minaccia alla sua stabilità politica interna. Per i vertici sovietici, oggettivamente, dovrebbe continuare ad essere importante poter continuare ad attingere alla tecnologia occidentale, ai prestiti e ad altri beni, che permettono all’Urss di supplire alla debolezza della sua economia. […]

5. La politica estera sovietica mira ad evitare una guerra nucleare. E’ questo il suo obiettivo primario, anche se Mosca – con il suo istinto di superpotenza e con la sua missione ideologica – continua a promuovere la sua influenza ovunque sia possibile. Ciò implica un approccio cauto all’uso della forza militare, nel caso questa scateni un processo incontrollabile e un confronto diretto con gli Usa. Ma tale approccio potrebbe costringerli a fare marcia indietro, nel caso gli Usa lanciassero un ultimatum.

Tuttavia – mentre le capacità militari dell’Urss crescono assieme alla fiducia per il suo ruolo di superpotenza – emerge una nuova volontà di scendere in campo in maniera decisiva mediante l’uso della potenza militare, con l’obiettivo di appoggiare – direttamente o meno – gli interessi in una determinata area geografica. L’Urss sembra decisa ad entrare in azione, anche se i rischi derivanti dalla sua inazione sono oggettivamente più potenziali che reali. […].

9. Da quando un precario equilibrio ha iniziato a emergere tra l’Est e l’Ovest, trent’anni fa, i Sovietici hanno fatto uso della forza al di fuori dell’orbita dei loro alleati per imporre il loro volere in un altro Paese. E’ la prima volta che ciò accade. Per giustificare tale atto, l’Urss si è appellata al trattato bilaterale di amicizia [con l’Afghanistan], che ha portato alla rimozione di un governo riconosciuto a livello internazionale. L’invasione sovietica dell’Afghanistan ha prodotto un mutamento del contesto strategico sia da un punto di vista militare che politico. Di conseguenza, risulta altamente auspicabile un’ampia riflessione sulla natura di questo mutamento e sulle sue implicazioni per la sicurezza dell’Occidente.

10. La stabilità dell’Asia sud-occidentale è ovviamente vitale per il benessere di Paesi occidentali e, quindi, per la loro sicurezza. Continua lo sfruttamento mondiale del petrolio, che alimenta le economie occidentali e che è anche un potenziale strumento di controllo delle politiche dei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, l’Oceano Indiano – su cui si affacciano molti Paesi del Terzo Mondo – e il Golfo Persico (il centro del mondo musulmano) sono aree di grande importanza geopolitica.

In rapporto alla trasformazione dell’Afghanistan da Stato clientelare a satellite dell’Urss, occorre distinguere tra le minacce agli interessi occidentali che esistevano prima dell’invasione sovietica, e le nuove minacce che da questa derivano. Il vuoto di potere e la conseguente instabilità sono state endemiche nell’Asia sud-occidentale, in specie da quando i britannici si sono ritirati dalla zona a Est di Suez. Dal 1973, il conflitto arabo-israeliano ha sollevato lo spettro della vulnerabilità del rifornimento di petrolio per l’Occidente. Analogamente, è esistita anche in passato la possibilità di un crescente interesse sovietico per il petrolio del Medio Oriente – un tema che merita un’analisi a tutto campo – , sebbene la questione abbia assunto ora un aspetto più inquietante.

A parte il ruolo cruciale del Medio Oriente, i cui innumerevoli problemi sono stati solo temporaneamente oscurati dai nuovi eventi, anche le regioni lontane dal centro della crisi devono essere incluse in questo panorama. Gli sviluppi nel Corno d’Africa (Sudan incluso) e nell’Africa Australe hanno acquisito ora una maggiore importanza strategica, in specie per quanto riguarda la stabilità e la sicurezza nei Paesi bagnati dall’Oceano Indiano.

Per quanto riguarda la posizione della Cina nel nuovo contesto strategico, vi sono indicazioni che Pechino – in contrasto con le opinioni occidentali – ritiene che i Sovietici si siano indeboliti con l’apertura di un “terzo fronte”, che rischia di diventare inaspettatamente arduo sul lungo termine. I problemi, poi, potrebbero aggravarsi per l’assistenza che gli insorti potrebbero ricevere [dall’esterno] e per la messa in sordina delle soluzioni diplomatiche. Sia quel che sia, la sicurezza della Cina non solo non è stata minacciata dalla presenza delle truppe sovietiche in Afghanistan, ma Pechino ha addirittura messo a segno una vittoria propagandistica. Sono state infatti confermate le vedute cinesi sul carattere espansionistico dell’Urss e sull’ingannevolezza della distensione nelle sue applicazioni globali. Ora, l’Occidente si sente meno inibito a sviluppare la cooperazione con la Cina che, inevitabilmente, continuerà spinta dai comuni interessi. Nella visione di Mosca, questa tendenza potrebbe in un secondo momento diventare una sorta di alleanza. Di conseguenza, ciò potrebbe indurre i Sovietici alla cautela nel caso si ipotizzassero nuove mosse a livello regionale. Per altri motivi, l’invasione dell’Afghanistan ha notevolmente incrementato l’importanza politico-strategica dell’India. Il futuro equilibrio di potere nella regione e la successiva soluzione della crisi dipenderà soprattutto dall’uso che Indira Gandhi deciderà di fare del peso diplomatico e militare dell’India.

11. Le ragioni dell’invasione e le sue implicazioni strategiche sono fortemente connesse. Dopo aver inizialmente giustificato l’intervento con motivazioni pseudo giuridiche, i Sovietici hanno ora messo in campo argomentazioni di tipo politico: la necessità di bloccare una minaccia alla frontiera meridionale e l’obbligo di difendere “le conquiste del socialismo” contro le aggressioni esterne. Tali argomentazioni sollevano la questione dell’insorgere di situazioni analoghe in futuro, soprattutto nel caso dei Paesi vicini e di quelli – come l’Afghanistan – che sono legati all’Urss da trattati di amicizia.

A parte gli obiettivi dichiarati, le implicazioni strategiche che si desumono dalle motivazioni non dichiarate del Cremlino non sono meno importanti. I loro obiettivi possono essere solo materia di congetture: da un punto di vista storico, la Russia tende a spingersi a Sud, ma vi è anche il desiderio di competere con l’Occidente nella regione, come emerge dalla proposta per la creazione un sistema di sicurezza collettivo in Asia. Qualunque sia la motivazione addotta dal Cremlino per questa azione senza precedenti, senza contare gli appetiti ulteriori che potrebbero sorgere da questa nuova situazione strategica, i vertici sovietici continuano ad essere convinti del fatto che “la maggioranza delle nazioni del mondo è favorevole alle forze della pace”. E’ la visione del mondo del marxismo-leninismo e Mosca è incline a seguirne i precetti.

12. Vista la forte posizione strategica dell’Urss, si affacciano nuove minacce militari per il Pakistan e l’Iran, ma – tenendo conto dell’accorciamento delle distanze geografiche – anche per il litorale dell’Oceano Indiano, la costa settentrionale del Golfo Persico e lo stretto di Hormuz. Il Cremlino si è mosso in Afghanistan perché non vi era il rischio di un confronto diretto con gli Stati Uniti. Tuttavia, tale rischio sarebbe chiaramente molto maggiore nei casi del Pakistan e dell’Iran. Un attacco diretto a questi Paesi è improbabile. Ciononostante, i Sovietici potrebbero condurre operazioni militari oltre i confini pachistani e iraniani durante le loro incursioni contro la resistenza afgana. Al contempo, i pericoli più pressanti nascono dall’instabilità nei Paesi della regione. Di conseguenza, per l’Occidente, continuerà a persistere la minaccia alla sua precaria dipendenza dal petrolio del Golfo Persico. E ciò anche se i Sovietici rimanessero solo in Afghanistan.

Sebbene l’invasione abbia avuto l’effetto immediato di mettere in allarme il regime di Khomeini e il mondo islamico in generale, i Sovietici hanno incrementato la loro capacità di destabilizzazione, utilizzando l’intimidazione, la sovversione e l’infiltrazione. Ora, essi possono sostenere con maggiore efficienza i loro simpatizzanti politici in Iran, nonché le forze autonomiste e separatiste già operative in Iran e in Pakistan, in specie nel Belucistan. Al contempo, grazie alla loro posizione di forza nella regione, i Sovietici hanno l’occasione di rafforzare le relazioni con Teheran e con Islamabad attuando la politica del bastone e della carota. Nel concedere a questi Paesi il tempo e l’opportunità di sintonizzarsi con questa nuova “realtà”, i Sovietici potrebbero tentare di bloccare il miglioramento delle relazioni tra Iran e Stati Uniti, e di isolare il Pakistan dall’Occidente e dalla Cina. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, appare irrealistica, almeno fino a quando gli attuali vertici pachistani rimarranno al potere. Di conseguenza, l’instabilità politica della regione dovrebbe godere di un’attenzione perlomeno uguale a quella conferita alle nuove opzioni militari messe in campo dall’Urss.

13. Il tentativo di valutare l’impatto che hanno prodotto nell’Urss le misure e le prese di posizione adottate dall’Occidente, deve tenere in conto – nelle sue reazioni all’invasione dell’Afghanistan – le mire dei Paesi che stanno al di fuori dell’orbita sovietica.

Gli obiettivi sono due e corrono paralleli: anzitutto, non accettare il fait accompli ma, al contrario, fare in modo che le forze d’occupazione sovietiche si ritirino dall’Afghanistan, per consentire che la sovranità afgana sia ristabilita; poi, mettere il Cremlino dinanzi alle conseguenze della conquista militare di un Paese indipendente, in modo da scoraggiare azioni analoghe in futuro.

Di conseguenza, non si tratta di un piano occidentale che ha come obiettivo l’isolamento dell’Urss, come insinua Mosca. L’impressione di una patria accerchiata potrebbe infiammare il nazionalismo russo e spingere pericolosamente l’Urss a voler affermare le sue prerogative di superpotenza. Si tornerebbe così alla Guerra Fredda. Una via d’uscita deve essere lasciata aperta. […].

32. Qualunque sia la percezione dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, a Mosca o nel resto del mondo, la situazione internazionale è stata avvelenata da questo evento. Al contempo, gli equilibri di potere sono stati fortemente colpiti, almeno in quest’area.

Malgrado le persistenti dichiarazioni dell’Urss, la crisi afgana non può essere vista soltanto come un affare interno alla “Comunità socialista”, oppure come un problema tra Est e Ovest. Dal momento che l’invasione sovietica è una spudorata violazione della Carta delle Nazioni Unite e dello spirito di Helsinki, essa tocca gli interessi e le preoccupazioni di molte nazioni del mondo. Tale interpretazione, nell’ambito delle future politiche dell’Alleanza, è condivisa dai più ed ha già prodotto alcune conseguenze in tre campi: i rapporti Est-Ovest; l’atteggiamento nei confronti dei Paesi del Terzo Mondo e dei loro problemi (in specie in quest’area critica e nei dintorni); lo stato dell’Alleanza.

33. Le lezioni cardinali emerse dall’azione sovietica sono le seguenti:

– è necessario che il vertice alla guida dell’Urss sia totalmente consapevole del fatto che la distensione – se ha un futuro – dovrà essere reciproca, globale e indivisibile;

– la distensione è in grave pericolo a causa del comportamento aggressivo dell’Urss nel mondo in via di sviluppo.

Sono questi i punti più importanti. Se i Sovietici, da parte loro, non dovessero comprendere la lezione, dobbiamo aspettarci che i prossimi leader dell’Urss continuino ad applicare i medesimi metodi.

34. Gli obiettivi dell’Occidente sono i seguenti:

– indurre i Sovietici a ritirarsi dall’Afghanistan;

– impedire future azioni espansionistiche, senza però isolare Mosca;

– riequilibrare la bilancia dei poteri nell’area. […].

E’ generalmente acquisito che l’Urss – così come l’Occidente – considera di fondamentale importanza preservare le conquiste della distensione, qualunque sia l’approccio conflittivo messo in atto. Dal momento che l’attuale situazione potrebbe condurci a convivere per qualche tempo con un certo livello di tensione, occorre evitare una escalation della crisi.

Ciò potrebbe portare a una dimostrazione ancora più rimarcata delle capacità di superpotenza di Mosca. Per contro, ciò implica la necessità di ristabilire un dialogo razionale tra Est e Ovest. Occorre mettere in conto che i leader sovietici sono estremamente sensibili al rischio di perdere la faccia e di apparire cedevoli se sottoposti a pressione. Nell’attuale situazione, è improbabile che essi escludano un ritorno all’idea di un “Bastione Russia” ancora più potente – per quanto cara un’azione del genere possa costare loro – , se si convincessero che il corso degli eventi dovesse rendere necessaria una simile mossa. […].

36. L’invasione dell’Afghanistan […] ha fortemente contribuito ad aumentare l’incertezza in rapporto alle intenzioni del Cremlino. Ciò ha convinto molte delegazioni [della NATO] a suggerire che sarebbe prudente – in specie da un punto di vista militare – prendere in considerazione lo “scenario peggiore”, e prepararsi a una simile evenienza. Tuttavia, da un punto di vista politico, le reazioni occidentali  dovrebbero essere modellate in modo da evitare una escalation della crisi, mettendo in campo incentivi sia positivi che negativi e permettere così una soluzione soddisfacente della crisi. […].

37. E’ grave che Mosca, come sembra, sottovaluti in maniera significativa gli effetti della sua politica in rapporto a temi così centrali. Ma sarebbe ancora più grave e pericoloso se il Cremlino avesse preso la decisione di intervenire in Afghanistan mettendo nel conto le attuali reazioni occidentali, Tutto ciò sottolinea la necessità di riequilibrare la bilancia del potere in tutta l’area: è l’unica mossa ragionevole per poter trattare con Mosca.

In ogni modo, è di vitale importanza mantenere aperti i canali di comunicazione tra Est e Ovest, con l’obiettivo di trasmettere un segnale chiaro in rapporto alla determinazione e alle preoccupazioni vitali dell’Occidente. Inoltre, l’Occidente ha bisogno di questi canali per promuovere una politica attiva nell’ambito del controllo degli armamenti e del disarmo. Gli Alleati sperano che il comportamento dell’Urss renda possibile un’azione in tal senso. […].

Traduzione di Mario J. Cereghino

12 febbraio 2010

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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