Gli stivali di Stalin

gigantesca statua di bronzo al Parco Memento

Di lui è rimasto solo un gigantesco paio di stivali. Ma il suo corpo non c’è più. Disintegrato, fatto in mille pezzi e disperso, come dopo una cremazione, al vento, nell’aria inquieta dei decenni successivi alla rivoluzione ungherese del 1956. Ogni tanto qualcuno ne ritrova un pezzo dentro qualche scantinato. Un orecchio di diverse decine di chili da una parte, il pugno  chiuso da un’altra. Gli ungheresi misero il capo del comunismo materialmente in cantina già al tempo della prima loro rivoluzione, e se ne rimasero zitti per sempre. Anche dopo la condanna a morte di Imre Nagy, anche dopo la lotta al culto della personalità, al mito di Baffone, del grande e terribile Stalin.

Finì la rivoluzione e restarono quegli stivali, adagiati su un piedistallo di otto metri, al centro di Budapest, nella Piazza delle sfilate, dove un tempo, da una tribuna alta quanto un palazzo di tre piani, i detentori del potere assistevano alle parate militari che celebravano l’amicizia degli ungheresi con  i sovietici. “Il pegno della nostra libertà e della nostra pace è l’amicizia eterna tra ungheresi e sovietici (1945-1975)”. Così avevano scritto gli amici di Kadar in un altro monumento.

gli stivali di Stalin

stivali di Stalin

Poi la caduta del muro di Berlino mise fine alla divisione della città tedesca in due parti artificiose fino  al crollo dell’Unione sovietica, trascinandosi appresso quarantacinque anni di storia e ciò che l’Unione delle Repubbliche Socialiste, fondate nominalmente sui Soviet ma nei fatti su un falso potere dei lavoratori, aveva rappresentato. Tutto fu precipitoso, collettivamente voluto.  La tempesta  che covava da tempo si abbatté improvvisa, da un momento all’altro. Così, cadeva un mito crudele e romantico allo stesso tempo, una favola, quella del comunismo, che pochi uomini erano riusciti a trasformare in incubo, terrore, potere contro altri uomini, milioni di uomini pensanti. Con i loro desideri, valori, sogni.

Del mucchietto di macerie raccolte un po’ qua, un po’ là nella capitale magiara, specialmente dopo la fine dell’Urss, l’architetto Akos Eleöd, ha avuto l’idea di fare un Parco della memoria. In realtà c’è ben poco, e a fronte del biglietto che si paga per entrare, quello che il visitatore può vedere è solo una misera traccia di ciò che un tempo fu l’espansionismo, anche culturale, sovietico in un Paese come l’Ungheria. Girando per la mostra, in qualche punto provi l’impressione che le nuove classi dirigenti non siano state all’altezza del compito, quello di salvaguardare per le nuove generazioni il grande patrimonio di storia e di civiltà rappresentato dalla storia ungherese tra il 1945 e il 1989. Dal tributo pagato dai magiari, e specialmente dagli ebrei, all’olocausto (quattrocentomila deportati nei campi di sterminio nazisti), alle politiche per la pace in piena guerra fredda; dai fatti antecedenti alla seconda guerra mondiale, alla salvaguardia del patrimonio architettonico e urbanistico di una città che gode fama di essere la “regina del Danubio”.

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monumento ai caduti delle Brigate internazionali ungheresi nella guerra civile spagnola (1936-1939)

Stupisce pertanto che possano essere finiti nel Parco di questa strana memoria, congegnata apposta per rimuovere piuttosto che per insegnare e ricordare, il monumento eretto, nel 1970, in ricordo della partecipazione ungherese alle brigate internazionali, dei volontari ungheresi caduti nella guerra civile spagnola per difendere la Spagna democratica contro la dittatura di Francisco Franco (1936-1939); o quell’altro monumento costruito in memoria dell’uccisione, ad opera dei nazisti, del giovane Robert Kreutz (1923-1944). Ma i versi di un poeta ungherese, Jozsef Attila, lo ricordano, al di là del tempo e della rovina che sembra investire questo piccolo luogo che non sa nulla di museo del terrore, ma di cimitero degli umili: Vieni libertà e genera tu l’ordine del mondo;/educa tu con parole sagge i popoli/ e lascia che i nostri figli/possano domani giocare sani e temprati nello spirito.

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famiglia

Non sono, questi, versi da mandare al macero. Che ciò avvenga in regime che si professa democratico è un segnale dei tempi burrascosi che stiamo vivendo.

In un angolo di questo parco/cimitero si può in ultimo vedere la scena di una famiglia scolpita in marmo. La scultura non è eretta, ma sembra abbandonata. L’acqua piovana, il vento e le polveri atmosferiche riempiono le anse e le parti scavate di questa scena: una vecchia che tiene per mano un bambino che giace a terra con un mazzo di fiori sul petto; lavoratori che sembrano dormire. Una rappresentazione che prima di lasciare il parco mi riempie di profonda tristezza. Come se tutto fosse finito per sempre, anche quei valori che un tempo fondavano le condotte di vita, gli usi, le credenze, la fede delle persone.

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traforo su roccia: stella a cinque punte

Esco stordito da questo luogo da incubo, non per la storia che penso di conoscere, ma per il disfacimento attuale che mi pare di cogliere nel  nostro vertiginoso correre verso il nulla. (GC)

Informazioni su casarrubea

Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Gli stivali di Stalin

  1. giuseppina ficarra ha detto:

    Caro Giuseppe,
    non solo sei un grande storico, ma scrivi divinamente

  2. Pingback: Le parole d’autore di Nenni: la maschera del pacifismo passivo | il Blog della Fondazione Nenni

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