Acqua di mafia

Al di là delle mode e delle apparenze l’Italia cammina come il

Una veduta della diga (foto Casarrubea)

gambero. Gli esempi si colgono dovunque e noi, nel nostro piccolo, ne abbiamo da vendere. Siamo un Paese ad alta concentrazione di analfabeti e Partinico, dove sono nato, ma non cresciuto, è uno degli esempi più vistosi. Qui ci sono quelli che sconoscono persino le lettere dell’alfabeto, i “puri”, e ci sono gli altri che sanno mettere solo la propria firma, o che scrivono qualche parola copiandola, o leggono male o, pur leggendo, non capiscono. Per non parlare degli aspetti verbali della comunicazione che hanno reso diffuso il riferimento agli ignoti “tre compari sordi”.

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Al passo con la Nazione, la disoccupazione è in continua ascesa e segue i sempre più alti livelli di acculturazione che esistono in percentuali significative. Un paese abbandonato da Bruxelles, da Roma e da Palermo dove, come ebbero a scrivere gli americani quando ci misero piede per ‘liberarlo’,  non ci sono mezzi pubblici di comunicazione., e ci si sente “fuori dal mondo”. In un altro pianeta. Ancora oggi  alla stazione ferroviaria, che dista 3 chilometri dal centro urbano, bisogna andarci a piedi o con un mezzo di fortuna e per raggiungere l’aeroporto che ne dista venti, occorre prendere il taxi, o disturbare qualche anima pia che non trovi mai. Per farsi ascoltare la gente deve gridare e alza sempre il volume: della voce, della televisione, della radio, dei cellulari, delle musichette che arrivano dall’etere fin dentro i timpani, scassandoli.

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Giornali e libri si leggono in una percentuale irrisoria e, naturalmente, non ci sono librerie (tranne quelle scolastiche convenzionate con il Comune, per il cosiddetto “buono libri”, finanziato dalla Regione Sicilia a ogni inizio di anno scolastico). Insomma l’emarginazione dal consorzio civile delle altre pur vicine città, come Alcamo, è evidente e nessuno che abbia il cervello a posto starebbe in un paese come questo. Qui ancora si deve fare l’Unità d’Italia,  mentre Bossi parla di federalismo e secessione. A stento le classi dirigenti siciliane riescono a scimmiottarlo

Il segretario regionale Pd A.Cracolici

Il segretario regionale Pds (ora Pd) A.Cracolici

ricorrendo all’unica idea che sanno mettere in cantiere: il ‘milazzismo’, la grande ammucchiata dei partiti. In nome di un solo fatto: che si è siciliani. Bisogna fare fatica e resistere per non finire come chicchi di caffé dentro il macinino. Aggiungi l’inquinamento della  lady alcool,  ossia la Bertolino, la più grande distilleria d’Europa, la crisi economica che va a gonfie vele e una certa non indifferente incidenza dei mafiosi locali che ogni tanto si svegliano e ammazzano o fanno sparire qualcuno. Ipolitici, dal canto loro hanno come solo scopo quello di farsi eleggere, e pur di raggiungere questo scopo scenderebbero all’infimo grado di consentire che simettano le loro facce persino nei contenitori dell’immondizia.

Siamo nel pieno della crisi dei medi centri della provincia di Palermo.  Una crisi economica e, soprattutto, di valori.. A Partinico il Consorzio di bonifica Palermo 2 licenzia dodici operai e non provvede alla manutenzione delle condotte di canalizzazione che portano l’acqua alle campagne. Si rischia un’estate di sete e di buttare a mare cinquant’anni di storia attraversate dalle lotte di Danilo Dolci e  dal suo paziente sforzo di educazione allo sviluppo. A Termini Imerese, Marchionne chiude l’intera fabbrica e  manda a casa un’intero paese che da decenni vive di Fiat e del suo indotto. A Bagheria la mafia fa i suoi affari e la caduta di ‘cittadinanza’, rispetto ai tempi di Ignazio Buttitta e  di Renato Guttuso, è verticale.

Qui ormai la gente è abituata a camminare con i piedi per l’aria.  Altrimenti è vista come capovolta, all’incontrario e tutti la guarderebbero stupiti. Tranne le forme esteriori e  la condizione di miseria nera, nulla è cambiato dai tempi di Danilo. Aveva strane idee per la testa questo nostro amico e per il solo fatto che si accompagnava talvolta con alcune sue collaboratrici venute chissà da dove, s’era fatta una brutta nomea. Perchè allora, le donne, dopo una certa ora, non dovevano uscire di casa. Tanto che persino il cardinale Ernesto Ruffini, di costumi castigati e di tempra antica,  lo indicò tra i peggiori mali presenti in Sicilia in quel tempo. Gli altri a suo avviso erano il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e la mafia.

Dolci arriva con alcuni spiccoli in tasca, forte dell’esperienza di don Zeno a Nomadelfia.  Partito dal Nord piomba in questo vuoto assoluto, dove galline, conigli e porci coabitano in una stessa stanza, con il mulo attaccato in un angolo.

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Dolci nel quartiere di Partinico “Spine sante”

Si chiude in una casa senza finestre a Spine Sante, in via Iannello, oggi cadente e senza traccia della sua presenza, e comincia a digiunare. E’ il primo sciopero della fame dopo quelli ai quali era ormai assuefatto il mahatma Gandhi. Un bambino vi era morto per fame perchè non aveva più la forza di succhiare il latte quando qualcuno ebbe la possibilità di procurargliene un pò. Nel quartiere i pazzi sono rinchiusi in casa in apposite celle sotterranee e non sono pochi quelli che sostengono che se uno subisce un torto è giusto rispondere con la vendetta. La gente ha fame atavica, tale che forse si può leggere anche nel suo codice genetico.

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Frutto di queste esperienze allucinanti sono i Racconti siciliani e le Conversazioni a Spine Sante. E’ qui che negli anni ’50, dopo centinaia di riunioni con i braccianti e i disoccupati , nasce l’idea della diga sullo Jato. Prima le coltivazioni erano seccagne, e per avere l’acqua bisognava raccomandarsi ai mafiosi locali. Non è una passeggiata avere acqua democratica per tutti. Quando nasce la cooperativa raggiunge presto i 3500 iscritti. La cooperativa esiste ancora ed è presieduta da Pino Lombardo, ex consigliere provinciale. La difende con le unghia e con i denti. Lui, della razza di quei vecchi democristiani conservatori che rappresentavano la borghesia agraria tipica della piana, è forse l’altro miracolo compiuto da Danilo. Lo trovo con gli operai licenziati, fermi a scioperare al ‘bastione’ della diga.

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Il conflitto tra Consorzio di bonifica Palermo 2, che con una dozzina di altri Consorzi in Sicilia, accentra la gestione delle acque, e cooperativa è aperto. I produttori e gli operai  campano d’aria.  La Regione si è dimenticata di loro. Dovevano essere presi in carica con il passaggio dalla Cooperativa al Consorzio, secondo quanto stabilito dall’art. 24 della legge Regionale 45/95. Invece?  Le vertenze sindacali diventano carta straccia, e altre dodici famiglie sono in mezzo alla strada. Occupano le paratie dell’invaso Poma; rivendicano la regolarizzazione del loro rapporto di lavoro.  Ma questi operai non difendono solo l’acqua dei partinicesi e di tutto il comprenssorio della piana. Difendono un modello. La cooperativa voluta da Dolci e costruita giorno dopo giorno  con la fatica di un intero paese, non è un oggetto con il quale i signori dei palazzi palermitani, quelli che hanno memoria corta, possono mettersi a giocare. E’ il modello della gestione democratica dell’acqua, contro la sua gestione burocratica e politica; è il segno tangibile di un grande insegnamento: il lavoro concepito come diritto costituzionale, indispensabile all’essere umano. E Dolci, al quale Partinico non ha mai dedicato una statua, una via, un luogo pubblico, ne è il padre naturale.

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La diga fa parte integrante delle campagne della piana partinicese. Ignorarlo non è soltanto un atto irresponsabile, ma anche penalmente perseguibile.  Dopo la morte di Dolci (1997), l’Ente di sviluppo agricolo siciliano la molla. Nascono i Consorzi di bonifica in tutta la Sicilia. L’acqua diventa un affare di cui i diretti interessati sono espropriati. E’ la versione analoga a ciò che succede a Termini Imerese con la Fiat. La diga ricade nelle mani di un Consorzio in amministrazione straordinaria non in grado di gestirla. L’acqua si perde per le trazzere e i mafiosi ci passano sopra e sorridono.

(Giuseppe Casarrubea)

Per vedere un documento sull’attività di Danilo clicca qui sotto:

Danilo Dolci una vita per lo sviluppo

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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4 risposte a Acqua di mafia

  1. Tommaso Aiello ha detto:

    E’ un’analisi spietata ma rispondente alla verità,nonostante i bempensanti e i benestanti di questa scalcinata maggioranza siano di parere diverso.A questo punto bisognerebbe allargare l’analisi e cercare di capire come mai a Partinico ogni famiglia possieda due e tre macchine di grossa cilindrata.Ormai le nostre donne che appena 20/30 anni fà uscivano soltanto la domenica oggi possiedano fuori strada,BMW e Mercedes,mentre i loro padri hanno la schiena spezzata in due per avere zappato per anni e anni.Bisogna chiedersi come mai a Partinico esistano ben 15 supermercati che si fanno una guerra fratricida a colpi di volantini che imbrattano le già sporche strade e di offerte che talvolta sono un inganno e la gente non se ne accorge.Bisogna chiedersi come mai a Partinico ci siano centinaia di negozi di abbigliamento che poi si lamentano che le vendite sono in calo.Bisogna chiedersi perchè a Partinico ci sia un lusso sfarzoso che non è giustificato dall’economia reale.Bisogna chiedersi perchè a Partinico vi sia la più alta percentuale di impiegati comunali,di impiegati statali e parastatali.Bisogna chiedersi perchè a Partinico vi siano ……………..

  2. salvo vitale ha detto:

    Credo che il problema della distribuzione dell’acqua della diga sia legato a tre elementi di fondo: 1)la cattiva gestione del Consorzio, che, in passato, ha privilegiato solo alcune zone e che è stato strumentalizzato politicamente, come l’ennesimo ente del quale servirsi per portar voti ai partiti; 2) la furbizia dei contadini, soprattutto quelli i cui terreni ricadono nei lotti a caduta libera, i quali, quando arriva l’acqua, aprono la bocchetta e non si preoccupano di andare a pagare l’acqua che consumano; 3) la crisi dell’agricoltura, che non riesce più ad essere fonte di sopravvivenza, dato l’alto divario tra i costi di produzione, i prezzi bassissimi pagati ai produttori, e quelli da oreficeria che si riscontrano sul mercato: un chilo di pomodoro oggi costa intorno ai due euro, per citare un qualsiasi prodotto, mentre una cassa di limoni, allo scaro è pagata al contadino 5 euro.
    Si aggiunge a ciò la “non gestione” del consorzio di bonifica 2 PA , al quale sono passate le competenze della distribuzione delle acque: sino ad oggi diversi proprietari, che si erano iscritti, ma che non hanno visto una goccia d’acqua irrigua, a causa dei danni e delle perdite sulla rete di distribuzione, continuano ad essere vessati da perentorie richieste del pagamento di 109 euro, non si sa per quale servizio reso dal Consorzio: in pratica si possono riscontrare alcune caratteristiche vessatorie che risalgono allo stato borbonico. A mio parere non c’è speranza che la cosa si risolva, anche perchè manca del tutto, come c’era una volta, la mobilitazione dei contadini, i quali si illudono che possano funzionare ancora i vecchi sistemi clientelari, oppure abbandonano tutto facendo scegliere ai loro figli altre vie di lavoro e di sopravvivenza. Palermo continuerà a succhiare l’acqua della diga e noi continueremo ad acquistare l’olio tunisino, la carne argentina, le arance turche, continuando ugualmente a dare il voto agli sciacalli che hanno ridotto il territorio in queste condizioni. Evviva.

    • casarrubea ha detto:

      Credo che i problemi siano sostanzialmente due: il primo la vecchia gestione consortile della cooperativa, quando i produttori eleggevano i loro rappresentanti, con tutti i limiti del caso. Il sistema era però democratico a a Partinico c’era una struttura, la più grande d’Italia, a gestione popolare delle acque. La filosofia contadina voleva che, se si poteva, si cercava di avere acqua senza pagare il canone. C’erano vizi da correggere, ma l’innovazione dei comportamenti e la progettualità dello sviluppo erano e sono nello statuto della cooperativa. Ma l’Esa, la Regione, gli organi preposti, non erogavano alla cooperativa le risorse necessarie di loro competenenza e spesso, nonostante la maggior parte dei produttori pagasse regolarmente il canone ( abbastanza basso), le forme di boicottaggio al quale erano sottoposti quelli che tu chiami contadini erano già vent’anni fa cronicizzati. C’era un piano a monte destinato a deprivare al patrimonio democratico della nostra piana la migliore sua conquista, la sua vera rivoluzione liberale. Questo esproprio è stato possibile per la natura della piccola proprietà agricola locale, molto sensibile alla soggezione politica e capace di trovare anche soluzioni alternative, talvolta illecite, alla sua esistenza. Altra cosa mi sembra il mondo contadino che non ha, nella sua storia, molte alternative, e quando non ne può più esplode nelle consuete manifestazioni di piazza, talvolta violente. Il secondo aspetto del problema è il modello culturale/politico sotteso alla politica del Consorzio di bonifica Palermo 2 e di tutti gli altri Consorzi siciliani politicamente dipendenti dal governo regionale. E’ l’esatto opposto di una vera democrazia che andrebbe a tutti i costi salvaguardata. Se cinquant’anni di storia sono serviti a qualcosa.

  3. germano bonora ha detto:

    Dobbiamo essere grati allo storico Giuseppe Casarrubea dell’analisi fatta di Partinico, che nonè tanto diversa da quella di altre città non soltanto del meridione ma anche del centro e del nord dell’Italia.
    Partinico come la vicina Trappeto hanno ospitato dal gennaio del 1952 alla morte Danilo Dolci, che ha fatto venire alla luce la dura realtà di quei paesi martoriati dal sistema politicomafioso e anche religioso. Basta ricordare l’arcivescovo di Palermo, card. Ruffini, che in una pastorale scrisse: “Tre sono i mali della Sicilia: la mafia, il Gattopardo e Danilo Dolci…”.
    Per la diga sullo Iato Danilo fece un’inchiesta, chiedendo: “Volete acqua democratica o acqua di mafia?”
    La medesima domanda si potrebbe fare oggi per scongiurare la privatizzazione dell’acqua da parte di questo governo.

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