Dialogo tra leghisti

DIALOGO FRA UN LEGHISTA DEL NORD ED UNO DEL SUD

Per un popolo libero “sarebbe grande viltà e debolezza non affrontare ogni rischio

prima di essere schiavi”

(Tucidide <<Dialogo fra Ateniesi e Meli>>)

di Luigi Ficarra

Calderoli

Nel pieno della crisi capitalistica, che, come è stato efficacemente detto, ha già modificato  il paese antropologicamente sul piano sociale, culturale, politico ed economico; in una crisi che accentua, aggrava gli elementi di insicurezza e di paura per tutti; con un pil sceso in dieci anni di oltre il 4 %,  con una disoccupazione all’8,8% e nel contesto di una gestione politica di destra della crisi medesima, tesa a scaricarla sul taglio del welfare, anche col federalismo fiscale, sì che le regioni meridionali ne subiranno conseguenze drammatiche; nel quadro di un attacco generalizzato per distruggere le posizioni dei lavoratori e le organizzazioni sindacali autonome, sì da avere solo sindacati “collaboranti”, cioè complici del potere politico padronale ed in una recrudescenza e diffusione di massa del razzismo e di culture <<fasciste>>; in coincidenza con una grave pesante sconfitta delle organizzazioni politiche di classe, e quale sintomo del malessere profondo che attraversa il paese, assistiamo al un dialogo veramente allucinante, a distanza, fra leghisti del nord e del sud, speculari gli uni agli altri.

Quello del nord attacca accusando i meridionali di essere succubi delle organizzazioni criminali mafiose: camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra; quello del sud risponde dicendo che anche loro, i padani, si sono serviti e si servono di queste organizzazioni criminali per la gestione-trasporto nelle regioni meridionali dei rifiuti industriali tossici, ed hanno dato e danno una mano interessata e partecipe per il riciclaggio, a livello di società finanziarie ed industriali, del <<denaro sporco>>. Si scambiano poi con veemenza l’accusa di essere entrambe, il nord ed il sud, società in cui domina l’omertà. Il leghista del sud dice infatti a quello del nord che l’omertà è dettata, nel suo ambiente, dall’egemonia, a livello territoriale, del potere politico delle mafie, dal timore, dalla paura che l’autorità cui denunciare un sopruso, una minaccia, possa essere legata, condizionata dalle mafie; e gli rinfaccia, quasi a mo’ di autoconsolazione e con un certo compiacimento, che anche loro, durante il periodo del terrorismo, sono stati omertosi, paurosi di denunciare le minacce e la violenza di gruppi armati.

E quando il leghista del nord lo attaccca dicendogli che loro, quelli dei sud, non hanno senso civico e per qualunque cosa si raccomandano, si affidano sempre a qualcuno, gli viene di contro detto che anche il Bossi per il figlio “Trota” si è raccomandato a tutti per farlo promuovere a scuola e poi l’ha sistemato nei posti di comando della Lega, dimostrando così che il familismo vive e vegeta anche dalle loro parti.

Sembra che entrambi trovino una consonanza e si riconoscano nel detto che caratterizza da tempo il nostro costume nazionale : <<tengo famiglia>>, e nell’altro, omologo, <<fan così tutti >> ; nessuno dei due dialoganti, ovviamente, considerati i punti culturali di partenza, svolge la benchè minima critica nei confronti della concezione del mondo di cui sono rispettivamente la piatta espressione.

nordisti e sudisti

Il messaggio che danno è la fotografia della miseria morale che domina il paese, dell’offuscamento di ogni valore di riscatto e rinascita, dell’oppressione, anzi dell’egemonia culturale del padronato, dell’imperante berlusconismo.

Non c’è negli uni e negli altri, né, per quanto sopra detto, potrebbe esserci, il benché minimo riferimento a coloro che, al nord e al sud, hanno saputo e sanno essere uomini, cioè eretici, cittadini che scelgono il fronte della lotta, che hanno tenuto e tengono alta la testa : operai, contadini,  intellettuali, sindacalisti, dirigenti politici ed oggi anche imprenditori. Solo, infatti, chi ha affrontato ed affronta il rischio insito in ogni scelta, specie in quella per la libertà, la dignità e la democrazia, si pone come soggetto e non più come comparsa, persona, maschera nel significato che nell’antica lingua latina aveva la parola persona.

Non un leghista del sud, sia campano che siciliano, vittima quest’ultimo della subcultura del sicilianismo, porta come esempio di riscatto e di dignità le scelte compiute da uomini come Placido Rizzotto, Accursio Miraglia, Giancarlo Siani, Giuseppe Fava, Mario Francese, Beppe Alfano, La Torre, Falcone, Borsellino, Libero Grassi, Peppino Impastato, solo per citarne alcuni, i primi che vengono alla memoria. Questi non sono stati degli eroi, ma solo uomini che hanno scelto di essere liberi, di non  morire ogni giorno, come tutti coloro, che, secondo il canone indicato dal leghista del sud, peggio se cultore del sicilianismo, si nascondono opportunisticamente dietro l’usbergo della c.d. paura. Falcone, con un’immagine forte amava ripetere che egli, non avendo paura, avendo scelto di essere uomo, cioè soggetto libero, sarebbe morto una sola volta, mentre chi soggiaceva vigliaccamente alla paura, moriva ogni giorno ed era nella società una “maschera”, un cadavere ambulante.

leghista

Non un leghista del nord che, assieme a quelli del sud, indichi l’esempio luminoso degli antifascisti che numerosi non accettarono la compromissione col regime, difendendo la libertà loro e nostra con duri anni di carcere, o quello dei condannati a morte della Resistenza che affrontarono a testa alta il nemico, tramandando a noi un messaggio forte di dignità; ovvero ancora quello  fulgido di Guido Rossa che scelse di lottare per la libertà degli operai a non avere paura e non soggiacere alle vigliacche minacce di gruppi armati autoproclamatisi capi del popolo e detentori delle sue sorti; ovvero di magistati come Alessandrini ed avvocati come Ambrosoli che non si abbassarono alle minacce della mafia e-o dei terroristi, bollati giustamente, questi ultimi, da Berlinguer come espressione di un imbelle “diciannovismo rosso”.

Entrambi, il leghista del sud e quello del nord, lontani a distanza stellare dalla dignità propria di un uomo, non immaginano di poter portare ad esempio la scelta libera di un cittadino come Saviano, che non a caso viene attaccato da chi oggi esprime al massimo livello il plebeismo della subcutura civile e politica di gran parte degli italiani; né pensano di identificarsi nella coraggiosa civile battaglia dei giovani del <<No pizzo>> di Palermo, che hanno fatto dire ad Ingroia, giustamente, che “una rivoluzione culturale si sta avviando in Sicilia”, rivoluzione che ci auguriamo rappresenti una nuova linea della palma che attraversi veloce l’intero paese.

Un amico e compagno siciliano ebbe la dignità di sapere affrontare e dire un no duro ad un delinquente della mafia come Genco Russo che perorava dall’amministrazione comunale di un grosso centro dell’agrigentino favori per suoi protetti; e lo stesso succitato amico, trasferitosi poi in una città del nord., minacciato con una scritta anonima, attaccata alla porta di casa sua, di essere gambizzato dagli “autonomi” nella seconda metà degli anni ’70, perché comunista del pci, fece subito denuncia alla Procura rendendola pubblica, sì che sapessero che non aveva paura, ché altrimenti sarebbe stato già un uomo morto.

Ai giovani del nord e del sud occorre indicare sempre ad esempio il comportamento dei Meli, i quali, a testa alta, dissero ai greci che volevano sottometterli che “sarebbe grande viltà e debolezza non affrontare ogni rischio della lotta prima di essere fatti schiavi: solo così infatti essi hanno salvato e tramandato alla memoria dei posteri la loro dignità di uomini liberi e chiunque voglia essere uomo non può non seguire la fulgida strada da loro indicata; ché, come amava ripetere Sciascia, solo l’eretico, cioè chi sceglie non pronandosi al potere altrui, è un uomo.

1° maggio 2010

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Dialogo tra leghisti

  1. roulette ha detto:

    Mi piace quell’ articolo, non avrei pensato che questo e practicabile

  2. giuseppina ficarra ha detto:

    Parliamo di familismo amorale
    Bossi junior al Pirellone. Renzo Bossi è il “primo eletto della Lega” in provincia di Brescia. Lo ha annunciato il padre Umberto Bossi parlando con i giornalisti nella sede del Carroccio in via Bellerio. Alla domanda se il figlio poteva essere il suo delfino, in passato, Bossi aveva replicato: “Non vedete che è una trota?”. Ora il ministro delle Riforme, soddisfatto per il successo elettorale della Lega, ma anche per quello personale del figlio, ha commentato: “Renzo è bravo e mi dà una mano, corre da tutte le parti e viene a tutti i comizi. Forse ha trovato la sua strada”.(da La Repubblica 30.3.2010).
    Nessuna meraviglia: l’Italia non è la Repubblica dei raccomandati? Come ebbe a dire Filippo Ceccarelli in un articolo apparso su Repubblica il 16.11.2007 lo è (raccomandato) un italiano su due. <>
    L’occasione è buona per parlare di familismo e precisamente di familismo amorale.
    Questo fino a non molto tempo fa era considerato un marchio prettamente meridionale e per molti lo è ancora.
    Ma che di stereotipo si tratta lo hanno affermato gli storici Umberto Santino e Salvatore Lupo, il sociologo Giovanni Lo Monaco, la sociologa Alessandra Dino e altri.
    Umberto Santino in Scienze sociali, mafia e crimine organizzato, tra stereotipi e paradigmi considera il familismo amorale uno degli stereotipi più longevi!. Così scrive Santino <> (http://www.centroimpastato.it/publ/online/scienze_sociali.php3)
    Il sociologo Giovanni Lo Monaco ci informa che in una ricerca realizzata nel 2007 presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Palermo a supporto della propria tesi di laurea (relatrice, prof.ssa Alessandra Dino) dal titolo La cultura mafiosa e il sistema valoriale degli adolescenti a Palermo, è stato analizzato il valore “famiglia”. Dai dati ottenuti messi a confronto con le risultanze di altre ricerche, svolte, sia a livello nazionale (rapporto IARD, 2002) che a livello locale (Sciarrone, 2005) é emerso che la famiglia risulta importante per il 92% dei giovani palermitani, per il 90,3% dei giovani corleonesi e per l’85,3 % del resto dei giovani italiani. (1)
    In un interessante articolo apparso su Repubblica il 10/9/1999 Mezzogiorno di gloria torna il sud riabilitato Francesco Erbani si chiede <> (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/09/10/mezzogiorno-di-gloria-torna-il-sud-riabilitato.html)
    Ma chi contribuisce a demolire lo stereotipo del familismo amorale che farebbe parte della “subcultura mafiosa” presente, a detta di alcuni, in “parte non marginale” del popolo siciliano, è soprattutto Salvatore Lupo Lupo, nella sua Storia della mafia Donzelli 2007 .
    Racconta Lupo che al processo alla cosca dei fratelli Amoroso nel 1870 avviene uno scambio di battute tra il Presidente e l’imputato Carmelo Mendola dal quale hanno origine visioni distorte riguardo la cultura, la “mentalità” dei siciliani, nonché lo stereotipo del familismo amorale attribuito a detta cultura.
    Presidente: Non facevate parte della mafia?
    Imputato: Non so cosa significa
    Il sociologo Henner Hess pose questo scambio di battute in epigrafe al suo libro sulla mafia prefato da Leonardo Sciascia per sostenere la tesi della mafia come figlia della cultura siciliana. Hess sostiene che l’imputato non sa cosa sia la mafia perché chi sta tutto “dentro” una cultura regionale non può – proprio perché ci sta dentro – averne consapevolezza!
    Scrive Salvatore Lupo (op.cit.): <> Lo storico ci fa poi notare come proprio da queste deposizioni degli inquisiti del processo Amoroso siano state erroneamente derivate teorie socio-antropologiche, ad esempio sul familismo dei meridionali.
    Ci ricorda Lupo che l’imputato Caravello, sempre al processo alla cosca dei fratelli Amoroso, alla domanda se i membri della cosca siano suoi amici risponde che lui è amico solo di sua moglie e dei suoi figli. L’imputato Emanuele Amoroso alla domanda se ha odi di “partito” afferma: «Il mio partito sono mia moglie e i miei figli». Sempre nel corso di questo processo quando i fratelli Amoroso vengono accusati dallo zio Giuseppe Amoroso di avere assassinato il di lui figlio, (loro cugino), l’imputato Emanuele Amoroso sfida lo zio a giurare sull’anima del padre loro ascendente comune. Alla perplessità del Presidente su un siffatto giuramento che non è quello previsto dalla legge, l’avvocato difensore, Marinuzzi, insiste: «quello non va per il caso […] perché il volgo non vi crede». Il volgo crederebbe di più ad un giuramento che richiama in causa il valore sacro della famiglia. Scrive Salvatore Lupo (op. cit.) <>
    Per concludere potremmo dire che da Hess ha origine quello che il sociologo Giovanni Lo Monaco chiama uno stereotipo pernicioso e opprimente come quello che identifica la cultura siciliana con quella mafiosa. Ci dice Salvatore Lupo (op.cit.): <>
    Il discorso si farebbe troppo lungo e ci porterebbe lontano se volessimo affrontare infine l’argomento portato “erroneamente” a sostegno della tesi che vorrebbe essere la cultura mafiosa presente in buona parte del popolo siciliano, cioè l’assunto marxista che dice che <>. Dico “erroneamente” perché i borghesi mafiosi (i “facinorosi della classe media” di Franchetti) fanno parte, si, della borghesia, classe dominante, ma si guardano bene, proprio perché è interesse della mafia rimanere “sommersa”, “silente”, dal mostrare codici culturali diversi da quelli accettati dalla classe borghese e di riflesso dal popolo. Falcone si è trovato a processare e condannare uomini che erano stati suoi intimi amici. Conosco persone di indubbio rigore morale che per anni sono stati in buona frequentazione con persone che poi sono state condannate come mafiosi.
    Giuseppina Ficarra

    Note
    (1) Nell’ambito della suddetta ricerca sono state concesse interviste da: D. Gozzo (magistrato) 11/10/06; A. Consiglio (magistrato) 11/10/06; P. Blandano (preside scolastico, già responsabile di Libera-Scuola) 13/10/06; M. V Randazzo (magistrato minorile) 20/10/06; A. Pardo (magistrato minorile) 20/10/06; A. Ingroia (magistrato) 26/10/06; N. Fasullo (direttore della rivista Segno) 26/10/06; S. Lupo (storico) 3 1/10/06; R. Borsellino (deputato all’Assemblea Regionale Siciliana) 03/11/06; R. Scarpinato (magistrato) 03/11/06; F. Di Maria (psicologo) 21/11/06.

  3. giuseppina ficarra ha detto:

    Un altro stupido stereotipo é quello dell’omertà dei meridionali, siciliani in particolare.
    Quando i cittadini sentono che le istituzioni dello Stato sono rappresentate da gente indegna diventano inevitabilmente omertosi e ciò indipendentemente dal fatto di trovarsi al sud o al nord.

    Ricorre spesso da parte dei padani l’accusa che i meridionali sono omertosi.
    Molti giornalisti alla Bocca e alla Feltri si scandalizzano quando i cittadini meridionali si dimostrano restii a testimoniare contro la mafia. Ma vediamo come si comportano invece i padani quando sono loro a trovarsi a dover convivere a stretto contatto con gruppi criminali spietati come i mafiosi.
    Prendiamo quindi come esempio l’epoca del terrorismo BR : un caso che si verificò a Torino alla fine degli anni 70 è altamente indicativo del fatto che di fronte alle intimidazioni dell crimine organizzato c’è poca differenza tra il comportamento dei meridionali e quello dei padani.

    Nel 1977 ebbe inizio a Torino il processo ad alcuni membri delle Brigate Rosse: Renato Curcio, Alberto Franceschini, Paolo Maurizio Ferrari e Prospero Gallinari
    La competenza era della Corte d’Assise di Torino e pertanto vennero nominati i giudici popolari dalle apposite liste.
    Ebbene, tutti – dico TUTTI! – i giudici popolari nominati (normali cittadini piemontesi) presentarono certificati medici e rifiutarono di presenziare al processo.
    Il presidente della Corte, in pieno imbarazzo, fu allora costretto a nominarne altri … ma anche questi presentarono certificati in preda al panico.
    Ne vennero nominati altri ancora ma tutti rinunciavano terrorizzati: su 2 milioni di abitanti di Torino e provincia non si trovava un cittadino disposto a fare il giudice popolare!
    Tanto che alla fine la Corte popolare venne formata per il rotto della cuffia grazie alla partecipazione volontaria di alcuni parlamentari radicali e comunisti e di alcuni sindacalisti.
    Bisognava poi reperire gli avvocati d’ufficio: ebbene non si riuscì a trovare un avvocato – DICO UN AVVOCATO – 1 disponibile !!!! TUTTI TERRORIZZATI – ! Tutti gli avvocati d’ufficio a presentarono infatti anche loro certificati medici (di medici compiacienti) per suggire ai loro doveri .
    Alla fine l’avvocato d’ufficio lo dovette fare niente meno che il presidente dell’ordine degli avvocati di Torino, il quale durante il processo tanto dalla paura balbettava terrorizzato.
    Ed aveva ragione ad avere paura: fece una brutta fine, poverino … lo uccisero dopo poco.
    Se ben ricordo uccisero anche un giudice popolare.

    Questo fatto ci insegna che l’omertà non è una cosa solo tipica meridionale come alcuni giornalisti vorrebbero far credere ma che non ha latitudini. Quando i cittadini sentono che le istituzioni dello Stato sono rappresentate da gente indegna diventano inevitabilmente omertosi e ciò indipendentemente dal fatto di trovarsi al sud o al nord.

    (Sintesi dalla voce Omertà di Salvatore Lupo in “La Mafia. 150 anni di storia e storie”, CD Rom, ideato e realizzato da Cliomedia Officina, per Città di Palermo, Mediateca Regionale Toscana, Regione Toscana, 1999).

    Scrive Salvatore Lupo <> in Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 pag.168.
    Scrive Sciascia a proposito della diserzione dei giudici popolari al processo contro le brigate rosse a Torino: <<E devo confessare che, non fosse stato per il dovere di non avere paura, avrei rifiutato anch'io, avrei cercato anch'io un medico che con compiacenza da parte sua, con verità da parte mia – mi certificasse affetto da sindrome depressiva" in A futura memoria CRONOLOGIA pag.180

    L'omertà é una conseguenza necessaria del principio della vendetta privata, il quale é alla sua volta una conseguenza della poca fiducia che la giustizia pubblica ha saputo conquistarsi nei secoli passati presso il popolo siciliano.
    vedi: La mafia e l'omertà in "Polis", G. Lorenzoni, anno I, n.2, 1987, p.337

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