De Mauro: a due passi dal procuratore

Pubblichiamo lo stralcio di una più ampia documentazione prodotta dal prof. Antonino Scaglione, figlio del Procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assassinato in circostanze misteriose il 5 maggio 1971, in via dei Cipressi, a Palermo. Si tratta di un contributo notevole alla comprensione di uno degli eventi, ancora non chiariti, della storia di Cosa nostra, e della sua guerra dichiarata contro quanti, dentro lo Stato, hanno cercato di contrastare oscuri legami tra mafia e poteri occulti.

*

di Antonino Scaglione

Palermo-Politeama-Teatro

“Il Procuratore capo della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, si occupò anche dell’indagine relativa alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, avvenuta il 16 settembre 1970.

-In relazione “agli atti relativi alla scomparsa del giornalista De Mauro, si evince dai documenti acquisiti che i rapporti redatti in merito dalla Squadra mobile di  Palermo in data 17/9/1970 furono iscritti al R. G. della Procura [della Repubblica di Palermo, n.d.r.] il 18/9/1970 e poi trasmessi al G.I. il 27/10 per la istruzione formale. In relazione inoltre al rapporto redatto sulla scomparsa del predetto giornalista dai carabinieri e presentato alla Procura della Repubblica il 25/11/1970, si ricava dai documenti allegati che esso fu trasmesso dal sostituto dott. Saito, cui era stato assegnato, pochi giorni dopo l’arrivo, e cioè il 7/12/1970, al G.I. per unione ai precedenti atti relativi a Buttafuoco Antonino, contro il quale la Procura della Repubblica di Palermo aveva già emesso ordine di cattura.

Vi è poi da aggiungere che sul punto è stato ampiamente sentito dal Tribunale il dott. Saito, il quale ha confermato i dati sopra riportati, aggiungendo che la stessa Procura in data 9/12/1970, aveva inviato una lettera riservata, firmata dal dott. Scaglione, al Comando Investigativo ed al Comando Gruppo dei Carabinieri, con la quale si faceva presente agli organi investigativi che gli elementi risultanti dal rapporto erano tali da poter condurre tutt’al più alla applicazione di misure di prevenzione a carico delle persone citate dal rapporto e si esortavano pertanto i Comandi C.C. ad intensificare le indagini al fine di raccogliere elementi più consistenti. Lo stesso teste poi asseriva che nessuna risposta in merito era pervenuta alla Procura della Repubblica sino al momento in cui esso Saito aveva lasciato quell’ufficio per assumere altre funzioni, il che era avvenuto nel luglio 1972.

Mauro De Mauro

Anche in ordine al caso De Mauro non è quindi vero che il dott. Scaglione abbia ignorato il rapporto redatto dai Carabinieri, essendo stato invece attivissimo in proposito l’intervento dell’Ufficio requirente, come ha anche dichiarato la moglie del giornalista scomparso a “La Domenica del Corriere” del 13/6/1972, prodotta in copia dalla parte civile al dibattimento di primo grado” (Corte di appello di Genova, sezione II penale, sentenza 1 luglio 1975 n. 319, passata in giudicato a seguito di conferma della Corte di cassazione, citata sub. 2, p. 780 ss.);

– “Nel processo [per diffamazione, intentato dall’avv. Guarrasi contro il giornalista Pendinelli, n. d. a.] che si celebra a Milano nel 1981, al Pendinelli viene chiesto come arrivò ad individuare in Guarrasi il Mister X del caso De Mauro, il giornalista risponde di avere avuto la conferma ufficiale dell’identità del presunto mandante dall’Onorevole Francesco Cattanei, allora Presidente della Commissione parlamentare antimafia. Pendinelli rivela poi di avere saputo da fonti investigative dell’esistenza della telefonata tra Buttafuoco e Guarrasi. L’avvocato di Pendinelli, Ludovico Isolabella, cita come teste il procuratore di Palermo, Pietro Scaglione, che ha coordinato l’indagine su De Mauro, anticipandogli al telefono che gli chiederà di confermare l’esistenza di quella telefonata. Isolabella riferisce che Scaglione al telefono si mostra disponibile a recarsi a Milano per testimoniare al processo.

Qualche tempo dopo, il difensore di Pendinelli riceve una telefonata dall’ufficio di Scaglione (poi il legale avanzerà dei dubbi sulla reale provenienza della chiamata) da parte di qualcuno che chiede conferma del giorno della testimonianza. L’avvocato risponde: il giorno fissato per l’audizione di Scaglione a Milano è il 6 maggio 1971.

Ma il giorno 5 maggio Scaglione viene ucciso a colpi di pistola, a Palermo, in via dei Cappuccini, di ritorno dal cimitero dove aveva portato i fiori sulla tomba della moglie. [….] (G. Lo Bianco – S. Rizza, Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato, Chiare Lettere, Milano, 2009, p. 145 s.).

Il Procuratore della Repubblica Pietro Scaglione

– “Ricordo benissimo che sin dall’inizio dell’indagine [relativa alla scomparsa di De Mauro, n.d.r.] la mia casa si era trasformata in un porto di mare [….]. Venivano con notevole frequenza Boris Giuliano e il capitano Giuseppe Russo. [….]. Improvvisamente non ho più visto nessuno. Ciò avvenne ai primi del mese di novembre 1970. Successivamente ebbi occasione di incontrare in Procura Boris Giuliano e siccome i nostri rapporti erano molto cordiali, gli chiesi come procedevano le indagini sulla Vicenda De Mauro e come mai, improvvisamente nessuno pareva più interessarsi a tali investigazioni. Giuliano manifestò il suo stupore per il fatto che non ero a conoscenza della circostanza che a Villa Boscogrande, un night club in località Cardillo, vi era stata una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana, In tale riunione fu impartito l’ordine di “annacquare”le indagini. Giuliano non mi precisò se a tale riunione era egli stesso presente, ma mi raccontò l’episodio come un fatto certo e di cui avrei dovuto essere a conoscenza. Giuliano mi precisò anche che era presente il direttore dei servizi segreti, facendomene anche il nome: oggi non sono più certo se si trattasse di Miceli o di Santovito. [….]. Prima dell’interruzione delle indagini, l’istruttoria era giunta a focalizzare delle responsabilità molto elevate e noi prevedevamo che quando avessimo assunto i provvedimenti opportuni sarebbe successo un finimondo. Noi con la polizia ritenevamo, infatti, con assoluta certezza, che De Mauro era stato eliminato perché aveva scoperto qualcosa di eccezionalmente rilevante sulla morte di Enrico Mattei. Ritenevamo inoltre che Buttafuoco non fosse altro che l’ultimo anello di una catena che faceva capo ad Amintore Fanfani e alla sua corrente [….] naturalmente quando parlo di questa linea investigativa, parlo di decisioni cui eravamo giunti, in pieno accordo il procuratore Scaglione e io”. (Deposizione del 19 febbraio 1998, resa dal magistrato, dott. Ugo Saito, che fu il titolare delle prime indagini sul caso De Mauro, al pubblico ministero della Procura della Repubblica di Pavia, dott. Calia, riportata in G. Lo Bianco-S. Rizza, Profondo nero, cit., p. 151 s.).

una scena dell'agguato a Scaglione

– “Per spiegare la morte di Mattei è inoltre utile chiedersi a chi essa abbia portato giovamento. [….] Tra gli oppositori al progetto del metanodotto si stagliava, naturalmente, il presidente dell’Eni”. Così rispondeva Graziano Verzotto al giudice Vincenzo Calia, il 4 settembre 1998, confermando un interrogatorio precedente presso il Tribunale di Pavia, nel quarto stralcio dell’inchiesta sul delitto Mattei.[….] Dopo lo scampato attentato di Siracusa del 1 febbraio 1975, Verzotto, uomo dell’Eni di Mattei in Sicilia e capo democristiano (senatore e segretario regionale), teme di fare la stessa fine dell’ingegnere, del giornalista Mauro De Mauro (che stava lavorando per il film di Francesco Rosi su Mattei) e del giudice Pietro Scaglione, scomparsi e uccisi per le loro rispettive indagini: sulla morte per attentato aereo del presidente dell’Eni, la notte del 27 ottobre 1962, nei cieli pavesi di Buscapé; sulla  sparizione dello stesso De Mauro, avvenuta il 16 settembre 1970. (G. D’Elia, Il petrolio delle stragi, Effigie edizioni, Milano, 2006, p. 17 ss.).  

– “Dopo avere visto Guarrasi e tentato di parlare con D’Angelo, De Mauro incontra il procuratore Scaglione [il fatto non è stato provato in sede giudiziaria, n.d.r.]. Misurato, riservato, taciturno, Scaglione è considerato se non il depositario almeno un profondo conoscitore di tanti segreti siciliani. Per le sue mani sono passati i fascicoli sui casi più scottanti: dalla strage di Portella della Ginestra, alle trame del banditismo del dopoguerra, dalle morti di Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta alla scalata a colpi di lupara e di tritolo della “nuova” mafia. E’ considerato un magistrato competente e preparato, ma l’Ora lo attacca perché giudica improntata ad un eccesso di prudenza e cautela la sua gestione delle inchieste sul potere politico e sulle connivenze tra la mafia e la politica. Nel 1970 finisce nel fuoco di un’aspra e prolungata polemica, sulla quale indaga a lungo la Commissione antimafia, in seguito alla fuga di Luciano Liggio da una clinica romana. Proprio l’ufficio di Scaglione aveva emesso nei suoi confronti un ordine di cattura che, stando alla versione del questore Paolo Zamparelli  smentita però dal procuratore, doveva essere eseguito al rientro del boss a Corleone. Anche il CSM e la magistratura di Firenze esclusero responsabilità di Scaglione. Alla vigilia del suo trasferimento a Lecce dopo la promozione a Procuratore generale di Lecce Scaglione viene  ucciso con l’agente Antonio Lo Russo, il 5 maggio 1971, in un agguato in via Cipressi mentre si reca al cimitero per deporre fiori sulla tomba della moglie. L’agguato riapre amplificandole le polemiche sulla figura e sul suo ruolo ai vertici della Procura palermitana. Ma sia l’inchiesta sul delitto sia i giudizi promossi dalla famiglia contro i giornali hanno diradato tante ombre. Non solo Scaglione era stato un “persecutore spietato” della mafia, si legge in una sentenza della Corte di appello di Genova, ma la sua uccisione, hanno raccontato in tempi diversi Tommaso Buscetta e il boss Giuseppe Di Cristina, sarebbe stata decisa e organizzata da Liggio e dai suoi uomini in risposta proprio alle iniziative promosse dal procuratore. Una rivisitazione di quella stagione infuocata induce [ Vittorio] Nisticò [ex direttore del giornale L’Ora, n.d.r.] ad argomentare nelle pagine del libro “Accadeva in Sicilia” (Gli anni ruggenti dell’Ora di Palermo, Sellerio, 2001, vol. II, p. 387), un giudizio più distaccato. “Non ci si accorse allora, o non si valutò adeguatamente, che l’eccesso di politicizzazione aveva finito col fare di Scaglione il capro espiatorio di tutte le disfunzioni e le responsabilità, singole o collettive riferibili al complesso funzionamento del potere giudiziario. E col dare l’impressione tra l’altro di confinare quasi in secondo piano aspetti prioritari come la barbarie e la condanna morale di quell’assassinio”. Quando De Mauro si reca nell’ufficio di Scaglione è in preda ad una frenetica inquietitudine di cui fa partecipe Bruno Carbone, notista politico del giornale, suo compagno di lavoro al primo piano del palazzetto dell’Ora. Dalla vetrata si possono vedere piazzetta Napoli invasa dalle auto, la sagoma di un grattacielo, la composizione cromatica che ogni mattina espone un fioraio davanti al suo negozio, un pezzo di via Mariano Stabile. E’ uno scorcio che De Mauro scruta continuamente ossessivamente nervosamente mentre ripensa a quella “notizia che potrebbe fare saltare l’Italia ….”.No, non può ancora riferirla al collega perché è pericoloso solo parlarne, “Pericoloso è tenersela dentro” ribatte Carbone. “Il mio consiglio, se proprio vuoi sapere come la penso, è questo, fai due passi e vai a trovare il procuratore”. “Ci sono andato, gli ho detto tutto. Ora vedremo cosa accadrà”. E’ l’unica cosa che di quell’incontro qualche giorno dopo Carbone apprenderà. La morte di Scaglione ferma l’inchiesta sul sequestro del giornalista e insabbia per molti anni la pista Mattei sulla quale era stata intanto alzata la cortina fumogena degli annacquamenti, dei depistaggi ma anche dei messaggi trasversali>>. (F. Nicastro, De Mauro. Il cronista ucciso da Cosa nostra e non solo, Nuova iniziativa editoriale, 2006, p. 80 ss.).

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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Una risposta a De Mauro: a due passi dal procuratore

  1. casarrubea ha detto:

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    Autore: baldassare carollo (IP: 87.10.164.109 , host109-164-dynamic.10-87-r.retail.telecomitalia.it)
    E-mail: carollobaldo@interfree.it
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    Commento:
    Grazie per l’articolo. Il caso De Mauro, l’attentato a Mattei, il golpe Borghese, Guarrasi, il ruolo della mafia in Sicilia, il ruolo dei servizi segreti e della mafia insieme…dallo sbarco degli americani in Sicilia nel 43 tutto ciò che accade è un unicum senza soluzione di continuità. Portella della ginestra, il banditismo, le stragi di Stato.
    Arrivo alla triste consapevolezza che le grandi potenze, in primis l’America, ma non solo (per correttezza va indicato il quadro globale del contesto mondiale, quindi non va sottovalutato nemmeno lo speculare imperialismo della dittatura stalinista), abbiano sempre considerato i territori mondiali con la spietata logica del dominio, del potere per il potere, dell’assoggettamento violento. Così diventa lecito sfruttare i banditi, anzi organizzarle, i mafiosi, anzi inserirli organicamente nelle trame dei servizi segreti, i talebani, il traffico di armi e droga. Tutto. In un coacervo di interessi: dalla ragion di Stato agli interessi costituiti più prosaici ma non meno violenti delle multinazionali (dopotutto è sempre il potere della struttura economica che codetermina quello delle sovrastrutture politiche e statuali). Tutto è lecito in un vorticoso scambio di favori senza l’ombra più lontana dell’etica, del bene. Il potere sembra avere solo una sua grammatica: la violenza. Una
    sola referenza: l’autoreferenza e quella speculare degli interessi economici delle multinazionali. Il potere bifronte: una faccia legale e una sommersa disposta a tutto.
    A volte mi chiedo: come mai si vedono documentari televisivi che mostrano feudi di papaveri da droga in Afghanistan, per esempio, e non vengono bruciati dalle forze di pace? Possibile che con tutti i satelliti non possano essere scovati mentre un semplice gionalista può filmarli?
    La risposta che mi do è che l’America e le potenze in genere usino la droga e le mafie del mondo per dominare i territori, farli sviluppare con denaro illegale e sfruttare il ricatto per assoggettare le mafie, anzi inserirle nei loro disegni. In cambio gli lasciano il territorio, la sua gestione. dopoututto l’enorme flusso di denaro prodotto dalla droga e dall’illegalità ormai è organico e indispensabile al capitalismo, ai suoi equilibri mondiali.
    Il quadro che ne esce è quello di un capitalismo spietato e violento, con l’ipocrisia della doppia verità, disposto a tutto per dominare: alle stragi di stato, all’alleanza con la mafia mondiale, a tutto.
    E il popolo? e le speranze di un mondo più giusto?
    Il male è la dimensione del potere e della storia. Ma per fortuna esiste un mondo diverso: quello della gente semplice, delle moltitudini, dei popoli, del nostro vicino e prossimo, vicino e lontano. Verrà un giorno forse, e dobbiamo lottare, in cui i poveri saranno i protagonisti della storia. Quando la parola poltica tornerà a significare: il bene della magggioranza.
    Grazie Giuseppe per il tuo blog al servizio della verità

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