Parola di Lucky Luciano

Lucky Luciano

Non immaginavamo di doverlo incontrare immerso tra i documenti nella Reading room di College Park, nel Maryland. Circondato da allievi della scuola di biblioteconomia sicula. Così preso dalla sua ricerca che a mala pena ci riconobbe sollevando il capo da polverose carte dell’Fbi e della Squadra narcotici che aveva per le mani. A vederlo così, circondato da studiosi,  con le dita nella marmellata, sembrava  Carlo Pisacane, in arte Capannelle, il grande caratterista del cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta,  nelle tragicomiche macchiette che lo vedono assieme a Totò, Alberto Sordi e Aldo Fabrizi. Non ultime quelle dell’Armata Brancaleone di Monicelli.

Se non lo conoscessimo per le sue sparate o perchè è capace di farti  il gavettone potremmo anche pensare che si sia finalmente smosso il sedere dalla poltrona per mettersi di buzzo buono a fare  il mestiere  dello storico. Finalmente! Ma gli ignavi restano sempre tali e le sue bravate ci impediscono di pensare a un macchiettismo culturale diverso da quello che ci fornisce la regia del personaggio. Così, vederlo in un archivio, è un sogno e noi ci siamo ormai rassegnati. In fondo è rimasto un eremita goliardico, inconsapevolmente logorroico. Al massimo riusciamo a vederlo come un personaggio di Brancati, alla ricerca di se stesso e del tempo perduto. Perchè è tempo perduto annegare in mezzo ai castelli di libri carichi di muffa e di puzza di piscio, ed è anche cosa inopportuna rischiare la propria salute mentale osservandolo con una certa costanza.  Se i libri sono stati abbandonati in un casalino senza tetto e senza porta tutti ci hanno fatto i loro bisogni sopra. Volatili compresi. Ma lui non se ne rende conto e perciò lo lasciamo nel suo anonimato a godersi la sua saccenteria.

Tiberio Murgia e Capannelle

Alcuni di questi volumetti (non tutti per fortuna) li conoscevamo per le  loro curiose storie sulle materie più svariate: i pesci e i fichi secchi, i  cucchiai e le formelle dei dolciumi,  le terrecotte e le farse di Nofriu e Virticchiu. Fino all’ opera dei pupi e oltre. Non ci eravamo accorti che nel mucchio, mescolati con la storia delle patate e dei cetrioli c’erano pure argomenti spinosi, tra  gli innumerevoli della storia quotidiana dei comuni mortali. E non sapevamo che tutti questi temi, radunati a mò di bibliografia, ce li saremmo trovati assieme come silloge di quanto prodotto dal genere umano su una questione complessa: il contributo di Lucky Luciano allo sbarco alleato.  O meglio, la negazione di quest0 evento. Avere perciò  immaginato per un attimo l’esercito vagabondo di storici,  vivi e morti, tutti radunati in uno stesso luogo per far riflettere il nostro irriverente amico sul tema dell’inesistente apporto del boss di Lercara Friddi alla seconda guerra mondiale, è stata una sorpresa veramente grande. Finalmente anche noi abbiamo potuto capire che fare ricerca non significa andare negli archivi, ma accatastare e leggere centinaia di autori, costruire montagne di insalate, e tirarne fuori, alla fine, la sorpresa. Come il prestigiatore tira fuori il coniglio dal suo cilindro. La macchietta a questo punto si inorgoglisce. Fino alla pazzia, al delirio, all’onnipotenza, se non proprio al malandrinaggio culturale. Si ritiene, cioè,  forte delle letture e del sostegno dei più disparati autori, al di sopra del genere umano.

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E’ il caso del recente libro che il nostro sedicente storico ha voluto dare alla luce.  A essere sinceri fino in fondo più che a un testo di storia assomiglia al genere dell’operetta viennese.  E’ uno stereotipo, un modellino, un carattere universale dell’uomo. Perciò non ne diamo i connotati generali: autore, titolo e casa editrice.  E’ un fenomeno universale. Gli ingredienti ci sono tutti: attori, comparse, ordine di apparizioni e di recite, testimonianze scritte e quant’altro attiene ai canoni propri del genere letterario trattato. Insomma l’autore si è documentato bene e ha emesso la sua sentenza. Non alla fine,  come sarebbe stato giusto fare, ma all’inizio, prima ancora di sviluppare l’idea centrale del suo lavoro che è più precisamente questo: dimostrare che la mafia in Sicilia di fatto non è esistita nel 1943. E, di conseguenza, gli Americani, non potevano trattare con nessuno il loro progetto di sbarco. La mafia era stata “annientata” (!) da Mussolini e da Cesare Mori che l’aveano combattuta con tutte le forze.

Il particolare che la macchietta non considera è che questa loro intenzione non andò mai a buon fine.  Fu lotta ai pesci piccoli e quando giunsero i pescecani anche il duce si mise da parte. Ad affermare il contrario sono figure poco limpide. E se  Max Corvo scrive che quella lotta andò a buon fine, non per questo  il giovanissimo ufficiale siculo americano dell’Oss, può essere citato come fonte di verità. Anzi, ragazzi come lui, nati in Sicilia e cresciuti in America, come ad esempio, Vincent Scamporino e Charles Siragusa, sono arruolati dopo Pearl Harbour in vista della prosecuzione in Europa della guerra. Ora se il nostro Capannelle siciliano non lo capisce sono affari suoi. E peggio per lui.

La nostra macchietta entra, comunque, con molti altri  personaggi, nel novero dei nuovi revisionisti, quelli che hanno il loro idolo in Gianpaolo Pansa e nelle belle storielle d’Italia inventate da Bruno Vespa. Per non parlare del più grande storico del momento che è Silvio Berlusconi. Perciò di Capannelle che si spacciano per storici oggi ce ne sono a bizzeffe. Hanno tutti un caposcuola.

Ogni autore che compone lo stuolo dei testimoni a carico per la tesi capannelleana, si presenta al cospetto dell’accusa e si confessa con il Caronte dantesco che è il Capannelle di turno in persona. Il diavolo ridacchia nella caverna delle fauci infernali e manda giù nel precipizio di fuoco le centinaia di pennaioli che non lo soddisfano. Li conta a uno a uno con sadica voluttà e poi  bofonchia sonoramente facendo rimbombare l’interno inferno di fiamme  e di anime perdute. Solo quattro (dicesi quattro) si salvano. Tra i testimoni a discarico ci sono gli stessi imputati.  Corvo e Siragusa, Kefauver e Poletti, Dewey e persino Lucky Luciano in persona. A parte troviamo i condannati a fare penitenza,  accademici compresi, a favore dei quali sono suggeriti  pellegrinaggi alle biblioteche per apprendere la scienza finora negata. Perchè è in questi santuari che si apprende la verità e non altrove.

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Il bibliotecomaniaco ha ragione. Come si può ritenere che gli Americani avessero bisogno della mafia per sbarcare in Sicilia? Erano onnipotenti. Ma c’è una semplice domanda che ciascuno si può fare. Sbarcarono alla cieca senza conoscere per nulla neanche le mappe dei luoghi?  Erano proprio sicuri che bastava un alto numero di soldati e di armamenti per vincere?  Non avevano forse bisogno di un elevato numero di informazioni? E che ci stavano a fare l’OWI (Office of War Information), o il PWB (Psycological Warfare Board, la direzione della guerra psicologica)? Capannelle ignora che gli Alleati volevano sapere tutto. Altro che sbarco alla cieca! Se nei pressi dei paesi c’erano corsi d’acqua; se i podestà erano brave persone; se c’erano gruppi antifascisti organizzati sui luoghi; se la Chiesa solidarizzava con i fascisti, ecc. ecc. Il loro vero problema non era solo la Liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo, ma come mantenere la pax sociale e il governo delle città e degli Stati dopo una guerra dalle proporzioni inaudite. Perciò impiegarono enormi capitali in spie e informatori. E la mafia era da quasi un secolo pronta a rendere i suoi nuovi servigi ai potenziali vincitori, ai più forti. Se gli Alleati avessero ignorato questo  sarebbero stati proprio inadeguati a vincere non una grande guerra, ma persino una scaramuccia.

Si tranquillizzino, dunque, gli scopritori dell’acqua calda e i suggeritori ad orecchio. Ancora prima dello sbarco gli Americani non avevano certo bisogno di un pezzo da Novanta come Lucky Luciano che mobilitasse le truppe di Cosa Nostra.  Molti autori come Gaia, Sansone, Ingrascì e Pantaleone sono presi a pesci in faccia, dal nostro Capannelle. Anche se sono qualcosa in più delle semplici voci popolari. Ed è facile a parole “svuotare come un calzino” quello che hanno detto. Diciamo questo dalla parte degli storici, consapevoli del valore che hanno  persino i racconti popolari.

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La verità è un’altra e più profonda. Emerge dalle carte del Nara (Maryland), da noi ritrovate nell’agosto 2004, nello sterminato fondo “Lucky Luciano”. La storia dell’aiuto prestato dal boss di Lercara Friddi allo sbarco serve solo a coprire una realtà ben più cruda. Nel 1951, ad esempio, Joseph Amato (special agent della Squadra narcotici, New York) afferma, in un rapporto inviato a Washington, che la mafia nel 1945 corrompe politici e funzionari degli Usa per fare uscire di prigione Luciano. La cifra complessiva delle mazzette arriva a 650 mila dollari. Notizia, questa, confermata da Charles Siragusa, agente della Squadra narcotici a Roma ed ex ufficiale dell’Oss in Italia a partire dal 1944.

Siragusa, il 24 luglio 1952, racconta al capo della Commissione narcotici H. J. Anslinger di essersi incontrato a Roma il giorno prima con il giornalista Mike Stern, ex membro dei Servizi militari americani, coinvolto nelle oscure trame di Salvatore Giuliano negli anni Quaranta, e di avere appreso che Stern sta preparando un articolo sulla dolce vita napoletana di Lucania per la rivista True, in uscita per il numero di ottobre. “Quando Luciano è stato intervistato da Stern, gli ha fornito anche alcune informazioni confidenziali che rafforzano i contenuti di un memorandum (datato 16 agosto 1951) scritto dall’agente della narcotici Joseph Amato. Nel documento si afferma che Lucky ha consegnato alle persone giuste una prima rata di 150 mila dollari, con l’obiettivo di far(lo) uscire dalla prigione in libertà vigilata. Il costo totale delle mazzette successive, pagate dalla mafia italiana, ha raggiunto – dice Amato – la cifra di 500 mila dollari”.

Luciano chiede a Stern di giurare di mantenere il massimo segreto. La cosa più grave è che anche Charles Haffenden, dei Servizi segreti della Marina americana, intasca una buona parte di queste mazzette. Ecco, dunque, perchè Haffenden racconta alla Commissione Kefauver che Luciano era stato liberato per i suoi meriti acquisiti durante lo sbarco americano in Sicilia. Un modo, questo, per coprire le sue vergogne e i suoi sensi di colpa.

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Questo non esclude che, a prescindere dalla presenza di Lucky Luciano e di qualsiasi altro mafioso nella faccenda, un certo fermento sul campo  ci sia stato. Silenzioso e discreto.  Sappiamo che già il 9 settembre 1942  l’Oss redige un piano segreto di cinque pagine firmato da Earl Brennan e intitolato “Italy (Sicily) project n. 4” i cui obiettivi sono “inviare segretamente in Sicilia sei agenti appositamente addestrati e di origine siciliana, il cui compito sarà di trasmettere informazioni di intelligence a Malta o al Cairo tramite due radio ricetrasmittenti a onde corte”. Gli agenti dovranno raggiungere la Sicilia da Malta a bordo di sottomarini, pescherecci o aeroplani per essere paracadutati.  Il loro compito  è di organizzare sabotaggi e gruppi di rivoltosi. Il meccanismo di approccio preliminare all’isola deve essere graduale e servire a mettere in moto gruppi operativi sul territorio e a organizzare apposite bande. Il 23 febbraio ’43 l’Oss di Algeri scrive a Washington che i gruppi di infiltrati includono sedici marconisti  e altri  ventiquattro agenti speciali dell’SO (Special operation), tutti di origine italiana. Sempre alla stessa data l’Oss di Algeri chiede a William Donovan, capo mondiale dell’Oss a Washington, l’invio di altri venti sardi e di altrettanti siciliani. Un paio di settimane prima dello sbarco, il 28 giugno 1943, l’elenco degli agenti speciali si arricchisce di altri quarantacinque elementi.  La maggior parte di origine siciliana, prelevati dai campi di addestramento negli Usa.

Non per ultimo dobbiamo ricordare l’importante rapporto del capitano americano Scotten  dell’ottobre 1943 in cui si suggerisce una vera e propria trattativa tra autorità angloamericane e cosche mafiose. Per non parlare del Resident Minister Harold Macmillan, futuro primo ministro britannico, che in un documento di quelle stesse settimane parla del fascismo come responsabile del vero racket mafioso da vent’anni.

Agli storici di cartapesta che si divertono a ridacchiare alle spalle altrui suggeriamo, in ultimo, la lettura  del paragrafo “Lucky Luciano e la nascita di Cosa Nostra” (pp. 177-211) del nostro “Lupara Nera” (Milano, Bompiani, 2009).

Insomma, Lucky Luciano nel ’43, era ben tranquillo in galera. Non serviva nell’immediato come boss sia pur di rilievo. Ma  dopo il consolidamento della  vittoria alleata serviva, eccome! Sicuramente dall’inizio del 1946. “Espulso” dagli Usa arriva infatti a Napoli il 27 febbraio 1946.  Col suo arrivo cambiano musica e maestro e per l’Italia inizia una nuova era. Nel nome della “Santissima trinità”, ovvero il connubio strategico tra Cosa nostra, Intelligence internazionale e poteri politici. Nel 1947 la sua permanenza in Italia è perfettamente coincidente con l’inizio dello stragismo contro le classi lavoratrici e i dirigenti della sinistra. Su di lui ha investito la mafia. E’ lui il nuovo vero raìs.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Per un approfondimento dei temi, clicca qui sotto:

in questo stesso blog : The smoking gun: quando la mafia si fa Stato

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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10 risposte a Parola di Lucky Luciano

  1. Mario Arpaia ha detto:

    Ti ringrazio per i documenti inediti, provvedo a diffonderli. ti saluto caramente, Mario

  2. Tommaso Aiello ha detto:

    Ci siamo trasferiti in campagna,appena ci sistemiamo leggerò con attenzione l’articolo che sicuramente è interessante perchè Lucky Luciano fu uno dei più feroci banditi.

  3. Renzo C ha detto:

    Il revisionismo storico di una certa parte politica gode di fondi tali che pubblicare un libro del genere è cosa fin troppo semplice.
    Sarà piuttosto importante vigilare che queste menzogne non diventino testi scolastici.
    Per quanto riguarda il libro in sé, basterà trovare il mobile giusto e usarlo come spessore per livellare i piedi, sempre che qualcuno, sbadatamente, lo avesso comprato.

    Cordiali saluti
    Renzo C

  4. L.A. ha detto:

    Prof. carissimo, alla luce di tutto cio’ ne approfitto per ricordarti di vigilare su quelle che sono le mie ultime volonta’: Con piena fiducia nella tua comprensione ti porgo con la stima che sai i miei complimenti per lo splendido articolo. Ad maiora!

  5. Non mi pare una apprezzabile attività critica redigere stroncature senza citare autore e titolo del volume che si recensisce.

    • casarrubea ha detto:

      è mio costume evitare di personalizzare i fatti. Tale omissione non vuole essere offesa per nessuno, trattandosi di riferimenti ormai troppo diffusi su scala nazionale. Ci troviamo di fronte, infatti, a gente che sputa sentenze basandosi solo su nozioni bibliografiche o fondate sui propri pregiudizi. La verità è frutto non di una informazione libresca e massmediale, ma di una fatica severa. Tutto qua.

  6. Antonio l. ha detto:

    Peccato professore, alla sua apprezzabile ricostruzione dei fatti manca però la citazione del libro e del suo autore. Con tutto il rispetto, cosa c’entra la “personalizzazione dei fatti”? Il diritto di critica, perfino feroce, è del tutto legittimo, ancor più se supportato da documenti. Omettendo il nome dell’autore e il titolo del suo libro però, non rende un buon servizio di informazione trasparente a noi lettori, che qui veniamo per apprendere e conoscere da una fonte autorevole. Capisco che lei non voglia fare polemica, ma abbiamo tutti ben presente che qui non siamo su Novella 2000 e che la discussione si basa su fatti storici e comprovati. Altrimenti il rischio è che, con la scusa che si tratta di “riferimenti ormai troppo diffusi su scala nazionale”, si finisca per documentare fatti parlando a una ristretta cerchia di persone già informate. E gli altri?
    Grazie se vorrà completare il suo documentato articolo.

  7. giuseppe, lo so anch’io che far i nomi e i cognomi dei corrotti, dei nemici, dei coglioni gli si dà lustro e si aiuta a farli passare alla storia. Il n’empêche che a tutt’ora io NON so di che cosa si parli… Sarò disattento, sarò cosa ti pare, ma non so nulla di quelli che definisci “riferimenti ormai troppo diffusi su scala nazionale”.
    Il fatto che personalmente io sia un cultore (qualcuno dice specialista) dei rapporti di Pico con l’ebraismo non mi autorizza a inferire che tutti conoscano i suoi rapporti con Abu al-Faraj, alias Guillermo Ramundo Moncada, alias Flavio Mitridate…

    • casarrubea ha detto:

      Caro Pardo,
      i riferimentia gli interessati credo siano molto chiari: riguardano il modello della cultura berlusconiana, i cortigiani del principe, i leccapiedi del sistema. Non è necessario che si sappia l’elenco della lunga servitù. Ho parlato dei revisionisti alla Pansa e alla Bruno Vespa, di quelli che fanno storia seduti nelle loro poltrone, quando invece la scoperta della verità è faticosa e richiede movimento. Quindi, ti prego, di capire il mio punto di vista e di rispettarlo come io rispetto il tuo. Lo condivido, ma non posso andare oltre. Grazie.

  8. Ezio Costanzo ha detto:

    Prof. Casarrubea, condivido in pieno quanto lei afferma riguardo il libro di Pasquale Marchese La beffa di Lucky Luciano. Ho letto il volume e sono rimasto sbalordito non tanto da ciò che è stato sostenuto (ognuno scrive e sottoscrive ciò che vuole), che comunque non condivido, ma dall’approccio metodologico utilizzato per mettere su la tesi che circa 400 storici hanno scritto fino ad ora scemenze su Lucky Luciano mentre altri quattro, secondo l’autore, hanno detto la verità. Ovvero: riscriviamo un pezzo di storia con il copia ed incolla di ciò che questi quattro onnipotenti storici hanno scritto (ma chi sono poi? sarebbe stato interessante da parte dell’autore fare uno specchietto a fine libro con l’elenco di questi 404 studiosi. Non mi soffermo sulle gratuite affermazioni, senza alcun riscontro documentale, scritte da Marchese, lo ha già fatto lei con l’autorevolezza di chi questo lavoro lo svolge andando negli archivi; vorrei solo aggiungere un elemento, che poi ho ampiamente sviluppato nel mio libro Mafia & Alleati, che riguarda le testimonianze di alcuni agenti del Naval Intelligence, sbarcati in Sicilia nel luglio del 1943, rilasciate alla commissione Herlands nel 1954. Infatti, mentre infuriava la battaglia per la conquista della città, gli agenti segreti Marsloe, Murray, Alfieri e Titolo decisero che era giunto il momento di infiltrarsi dietro le linee nemiche e prendere contatto con i mafiosi siciliani. Alfieri lo confermò davanti alla Commissione Herlands: «Uno dei progetti di maggiore importanza consisteva nel mettersi in contatto con persone espulse dagli Stati Uniti per crimini ivi commessi ed estradate nella natia Sicilia, e uno dei miei primi successi, dopo essere sbarcato a Licata, consistette appunto nel riuscire ad avvicinare parecchi di loro. Essi si rivelarono prontissimi a collaborare e di grande aiuto, perché parlavano sia il dialetto locale, sia l’inglese».
    Alla precisa domanda di Herlands se fosse sicuro che quei siciliani erano membri della mafia, Alfieri rispose: «Beh, non l’avrebbero mai ammesso, ma sapevo che lo erano in base all’esperienza che avevo avuto modo di fare durante le indagini compiute a New York. Comunque, nella stragrande maggioranza dei casi, questi contatti furono frutto della collaborazione con il boss Lucky Luciano. Le informazioni avute si sono rivelate assai utili».
    Per predisporre un’attenta e ben celata vigilanza sui movimenti delle navi nel Mediterraneo, Titolo e Alfieri controllarono anche le attività dei pescherecci che operavano al largo delle coste meridionali della Sicilia, mettendo in pratica tutta l’esperienza maturata sul fronte del porto newyorkese. «Applicando le tecniche che avevo appreso alla Sezione Informativa del Terzo Distretto Navale – raccontò Alfieri – pianificai un’operazione simile in Sicilia. L’organizzazione così costituita fu posta sotto il comando del tenente Titolo e diede un assai valido contributo alla nostra Marina, riferendo su movimenti navali sospetti. Vero è che lo scopo primo della riorganizzazione, sotto il controllo della Marina statunitense, della flotta da pesca siciliana era di assicurare il rifornimento di prodotti ittici agli italiani una volta che l’invasione fosse riuscita; ma dal tenente Titolo i comandanti dei pescherecci ricevettero l’incarico di riferire notizie di carattere militare che si rivelarono preziose e ci furono di grande aiuto durante quei primi, difficili giorni dell’invasione». I contatti con i pescatori sarebbero però risultati vani senza la mediazione degli uomini della mafia locale. Titolo lo confermò nella sua deposizione davanti alla Commissione Herlands.
    Alla domanda se per riorganizzare la flotta da pesca siciliana avessero avuto contatti con membri della mafia, la risposta di Titolo fu: «Sì, ne abbiamo avuti. E furono aiuti preziosi, così come le informazioni ottenute».

    Con rinnovata stima, Ezio Costanzo

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