Berlusconi e la comunicazione emotiva

di Renzo Campagna

Silvio Berlusconi in atteggiamento tipico

Un aspetto spesso sottovalutato del Cavaliere è la dote innata di venditore. Montanelli diceva che è il miglior piazzista del mondo, ma pochissimi capirono al tempo la valenza di questo talento naturale, soprattutto se abbinato al potere mediatico di cui dispone. E’ però semplicistico affermare che chiunque disponendo a proprio piacimento di un tale potere possa far eleggere anche un pregiudicato al Parlamento: può darsi che ci riesca, ma da qui a raggiungere una maggioranza così schiacciante c’è una differenza abissale.

Per meglio comprendere le strategie comunicative, è necessario fare una premessa di carattere sociale: gran parte delle popolazioni vive in una frenesia continua, la famiglia è spesso solo una scatola, un appartamento, perché nel quotidiano è frantumata da decine di impegni personali. Entrambi i genitori lavorano per riuscire ad arrivare a fine mese, in una marea di piccoli problemi. I giovani raramente si interessano attivamente di politica, spesso ragionano per stereotipi o simpatie/antipatie.

Ne conseguono due aspetti negativi e perniciosi: la televisione, che per la sua praticità d’uso è il media imperante, e sappiamo quanto essa sia manipolata e chi la controlla. Il secondo è ancora più triste, ma è il vero snodo che ci conduce alla rapida e inarrestabile ascesa del Cavaliere: il fascino della capacità comunicativa. La politica, in un paese a regime capitalistico avanzato come è tutto il blocco occidentale, Italia inclusa, è, né più né meno, un “prodotto”, come un pacco di spaghetti o una lavastoviglie.

Questo fondamentale assioma, che può non piacere ma di cui purtroppo però ne è dimostrata la valenza assoluta, e di cui bisognerebbe che tutta la classe politica comprendesse l’ importanza, è il cardine su cui ruota tutta l’attività propagandistica del Cavaliere. Spesso leggiamo da firme prestigiose ed intelligenti che la politica non è una partita di calcio, ma in questa affermazione è insito un errore, perché sappiamo benissimo che andrà al governo chi vincerà le elezioni, e le elezioni si vincono contando i voti.

Se a ciò si aggiunge pure il recente “porcellum” elettorale, abbiamo ben due poteri dello stato decisi dalle elezioni e dalle segreterie: legislativo ed esecutivo. Perché ciò che avviene non è un mistero, è solamente il risultato del sapiente e continuo rimarcare i punti cardine della strategia comunicativa, anche in contesti nei quali c’entra poco o nulla: ad esempio, il Cavaliere è solito evocare il comunismo e i comunisti anche quando c’entrano come i cavoli a merenda. In questo modo evoca il “nemico” contro cui combatte, e raccontando che è un nemico numeroso e ben armato, evoca l’ immagine dell’ eroe senza paura contro le soverchianti forze avverse. Non importa che sia tutto falso, ciò che conta è saperlo raccontare bene! Questo aspetto è largamente sottovalutato da parte di politici legati alle tradizioni ormai secolari della politica seriosa e sonnolenta.

Tanto per fare un esempio reale di linguaggio incomprensibile, cito una dichiarazione di Bersani, parole dette nel 2009, non decine di anni fa: “La mia paura è che ci sia uno scarto tra il barocchismo del percorso, lo stato dell’organizzazione e certe tensioni divisive. E’ una contraddizione che se non riusciamo a governare può farci non capire nel paese”. Speriamo ci sia riuscito, anche se almeno io non ho capito di cosa parlasse, quindi, poiché credo di far parte di questo paese, qualcosa non mi torna. Se anche il soggetto di tale astruso pensiero fossero le questioni interne del partito (il contesto era questo) o una manovra fiscale sulle arance, non fa poi tutto sommato una grande differenza, resta incomprensibile comunque. Sia chiaro però che il Cavaliere non ha inventato nulla, l’ applicazione di strategie di marketing alla politica sono note da anni in USA, semmai le ha solo adattate agli usi e costumi nazionali. Niente di nuovo quindi, solo la capacità di comprendere che ciò in termini di voti paga.

Volendo approfondire questo tema cruciale, è interessante leggere il recente libro di Daniele Luttazzi “Guerra Civile Fredda”, nel quale illustra una teoria, anzi, sarebbe meglio dire “un sistema” definito “la comunicazione emotiva”, secondo la quale, fissando alcuni punti precisi e sistematicamente evocati, si riesce a convogliare su di sé il consenso di soggetti sociali che, a ben vedere, non traggono alcun vantaggio a votare in quel modo, anzi, ne sono sfavoriti.

Questa strategia, definita dagli strateghi politici neocon negli USA, è stata ripresa abbastanza fedelmente dal Cavaliere. Raccontare bene una storia, anche se falsa, crea un rapporto diretto fra narratore e uditore, il quale resterà quantomeno incuriosito dal seguito della storia e parteggerà per l’eroe (il narratore) votandolo. Luttazzi illustra questo sistema articolandolo in 5 punti cardine della narrazione, ed è innegabile che il Cavaliere li abbia sfruttati nel corso degli anni a proprio vantaggio.

1. Grandi ostacoli da superare (i comunisti in senso generale, come ho scritto prima)

2. Le proprie debolezze (rendono il narratore umano quindi “simile”)

3. La volontà ferrea di raggiungere lo scopo (governare e vincere il nemico)

4. L’ unicità del protagonista (si veda il giornaletto che ci inviò a casa nel ’94)

5. Protagonista e antagonista devono essere opposti in modo estremo (rif. punto 1)

Ampliando solo il primo di questi punti della narrazione, sappiamo bene che ricorre ad una immagine ormai retorica ed obsoleta, visti gli accadimenti di questi ultimi 20 anni, ma non c’entra nulla: ottiene l’ effetto voluto perché definisce con un termine preciso “il nemico” da combattere, il male verso cui occorre opporsi, che si tratti di avversari politici, di magistrati (toghe rosse) o la poca opposizione mediatica rimasta: tutti etichettati comunisti.

Poco o nulla importa che questi nemici non esistano realmente, è invocarli insistentemente che fa passare il messaggio vi siano forze da cui bisogna difendersi, instillando una paura che nei fatti è solo illusoria e al contempo esalta la figura dell’ uomo solo che li combatte. Quindi, definire precisamente e con un “nome” semplice, evocativo e ben conosciuto il nemico verso cui combattere, paga. Le masse si chiederanno: se lo dice lui sarà vero, meglio prevenire il rischio. E lo votano.

Non potendo disporre del tempo necessario per approfondire, finiscono per credergli. Inoltre, poiché la storia è raccontata bene, non c’è nemmeno una forte volontà di cercare delle conferme esterne. Infatti i dati statistici europei indicano che siamo il paese col tasso di lettura dei quotidiani fra i più bassi nell’ EU: solo 110 cittadini su 1.000.

Va notato che anche altre forze fanno ricorso a queste tecniche, non solo il Cavaliere. Un esempio analogo a lui, è nella rapida ascesa dell’ IDV: Di Pietro non fa mistero di chi sia il suo nemico, lo combatte duramente ed infatti l’elettorato lo premia.

Analogamente la Lega agisce allo stesso modo, anche se in maniera più subdola, perché evoca la naturale e radicata “paura del diverso” che è insita in ciascuno di noi, anche del più antirazzista che si conosca. E’ parte della memoria atavica, qualcosa che ci portiamo dentro da decine di millenni. Sarebbe da condannare duramente questo vile approccio politico leghista, ma è di facile presa nelle menti a-culturate, e a costoro è difficile spiegare qualsiasi cosa.

Anche la creazione di un paese irreale e inesistente come la padania è funzionale alla narrazione, così come lo è il federalismo fiscale: entrambi sono punti cardine della storia e vengono costantemente evocati.

Altri esempi sono ben riconoscibili negli slogan elettorali: Prodi prometteva di ridurre il “cuneo fiscale”, mentre Berlusconi uscì con il clamoroso “aboliremo l’ ICI”.  Il primo sappiamo essere una importante leva economica per rilanciare l’ economia, ma nella massa elettorale nessuno sa cosa sia il “cuneo fiscale”, il secondo è un argomento falso, perché era già abolita per le classi meno abbienti, ma è chiarissimo e comprensibilissimo, quindi di formidabile impatto elettorale.

Sempre, ad esempio, giova ricordare che Bill Clinton ospitò alla Casa Bianca, la prima notte da presidente, proprio il suo stratega d’ immagine: un onore non da poco, ma giustamente tributato a chi in pratica gli consegnò le chiavi di quella casa.

L’ approccio innovativo, non nel senso stretto del termine, ma nell’ adattamento al panorama politico nazionale di strategie note, la capacità comunicativa e l’assurdo concentramento televisivo nelle sue mani, sono quindi valide chiavi di lettura per comprendere almeno in parte il successo elettorale del Cavaliere. Anche una banalità come il perenne sorriso nelle occasioni di esposizione mediatica, fa capire quanto egli sia devoto alle strategie di marketing.

Di questa capacità comunicativa ne è consapevole lui stesso, e questo porta inevitabilmente verso una deriva di culto della personalità che ci riporta agli anni più bui del secolo scorso. La strategia comunicativa è quindi, a conti fatti, determinante per raggiungere le masse e quindi la maggioranza.

Sarebbe auspicabile che l’ opposizione iniziasse ad approfondire adeguatamente queste tematiche, viceversa non riusciremo mai a liberarci da questo regime.

۞

Ci sono poi anche altri aspetti che concorrono in modo decisivo al raggiungimento del fine.

Il momento storico della nascita di FI è importante. Non so se si possa parlare di fortuna, di coincidenza casuale, o di un preciso calcolo politico. Personalmente propendo per la terza ipotesi. Era impossibile prevedere il momento esatto del crollo del blocco orientale, ed era altrettanto impossibile prevedere che una banale inchiesta di corruzione, facesse nascere Tangentopoli e tutto ciò che ha significato in termini di crollo dei partiti storici.

Fatto è che il Cavaliere era l’ uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto, e con i mezzi adeguati alla bisogna. Ciò che gli mancava se lo poteva procurare rapidamente, aveva già i contatti in casa (Dell’ Utri e Mangano).

Per quanto riguarda sempre la cronologia degli avvenimenti in quello che potremmo chiamare il biennio buio, vorrei proporre una personale lettura di un fatto: l’ attentato a Maurizio Costanzo, il primo della stagione stragistica mafiosa fuori dalla Sicilia. Secondo quanto riferisce Ezio Cartotto, solo Berlusconi e Dell’ Utri erano a conoscenza di quanto lui stava organizzando. Lo stesso Cartotto rivela che l’ entourage del Cavaliere non era tutto compatto per la “discesa in campo”, anzi, Letta, Confalonieri, Costanzo, Ferrara ed altri si opponevano decisamente. In questo quadro, dove abbiamo un nucleo di falchi che porta avanti un progetto in segreto (di cui faceva parte Craxi) e una fronda di colombe che lo osteggiano, quanto è credibile il Cavaliere che ricorda “pianti sotto la doccia” “l’animo macerato dai dubbi” e “mi domandavo cosa dovevo fare”? Poco o nulla. Piuttosto è molto più sincero quando dice “diranno che sono mafioso”, anche perché non si capiscono le ragioni “al tempo” per un’affermazione del genere. Oggi invece è provato che ha fondato FI assieme ad un fiancheggiatore della mafia, oltre ad avere avuto in casa un mafioso conclamato per anni.

Quindi quale può essere la chiave di lettura per l’attentato a Costanzo (tessera n° 1819 P2)? Quella di mandare un nemmeno troppo velato messaggio alle colombe che, curiosamente, si sono rapidamente allineate al progetto politico. Un altro aspetto da non sottovalutare è la presenza sul territorio.

Questo adagio è forse fin troppo abusato, ma è una delle chiavi più importanti di lettura per capire come sia stata possibile una così rapida ascesa. La criminalità organizzata sa bene quanto è importante controllare il territorio, ed anche se questo è il lavoro per la bassa manovalanza, è su di esso che poggia la struttura superiore, verticistica se si tratta di mafia e camorra, zonale se si tratta di ‘ndrangheta. Se si potesse eliminare, l’ intera struttura crollerebbe, il problema è che si compone da centinaia di soggetti.

Allo stesso modo, il Cavaliere aveva già una struttura presente ed operativa: Publitalia. E’ bastato ridefinire gli obbiettivi e le strategie per avere immediatamente dei riferimenti in grado di contattare, convincere, riciclare personalità politiche vecchie ed emergenti e farle convergere ad un progetto che disponeva di soldi e appoggio mediatico, ovvero visibilità immediata.

Non esiste altro modo per controllare il territorio se non occuparlo fisicamente, e ciò vale in qualsiasi scenario. Questo dogma è assoluto e imprescindibile: le sedi periferiche sonoquindi fondamentali.

Prova ne è la Chiesa, che con parrocchie e preti ovunque sul territorio, è di fatto determinante per indirizzare una mole notevole di voti. Altre valide ragioni sono indubbiamente l’ affiliazione massonica, la spiccata attitudine a trattare con le criminalità organizzate e le concessioni fin troppo generose alla Chiesa, giunte alle indecenti dichiarazioni su Eluana Englaro.

Tutti poteri che hanno condizionato la vita politica del paese nella fantomatica prima repubblica, fantomatica nel senso che non ne vedo le differenze da quella attuale, e tutti poteri tradizionalmente reazionari, storicamente più affini alla destra che alla sinistra.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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8 risposte a Berlusconi e la comunicazione emotiva

  1. Renzo C ha detto:

    Innanzitutto ringrazio moltissimo il Dott. Casarrubea per aver pubblicato questo mio “pezzo” nel Suo blog, è un onore al quale non pensavo minimamente e che mi gratifica motissimo.
    Come spesso mi accade, mi accorgo in ritardo di non aver inserito anche altre cose inerenti al tema. Non proprio fondamentali, direi più di “corredo”, qualcosa come quei ritocchini dell’ ultimo minuto.

    Occorre fare MOLTA attenzione commentando ciò che il Cavaliere ci propina quasi quotidianamente, il rischio, molto alto, è quello di fare il suo gioco. La fretta, la smania di passare al dileggio per certe sue figure nazionali e internazionali è spesso funzionale al progetto stesso di comunicazione. Non sono mai uscite casuali, anzi, molto spesso servono a “rubare la scena” all’ avvenimento nel quale si trova a pronunciarle. Sempre Luttazzi ne individua alcune, come il leggio rotto nei discorsi di fine mandato di Bush alla Casa Bianca, o “l’ abbronzato” ad Obama appena insediato: in entrambi i casi ha rubato la scena a quello che era il protagonista dell’ avvenimento, girando l’attenzione mediatica mondiale verso di lui. Poco importa che siano state uscite buffe o gaffes ineleganti, l’ importante è che i media mondiali si sono focalizzati su Berlusconi. Anche recenti boutades sono state lanciate ad arte: si pensi al “ghe pensi mi” o al “kapò” all’ Europarlamento nel 2006. Possono sembrare guasconate, ma non lo sono.
    Quindi è sempre saggio frenare lo slancio di commentare ciò che combina, perchè non è mai casuale, è arte comunicativa pura e/o mediata con abili strateghi d’immagine.

    Anche l’abbigliamento è importante: abbiamo infatti due momenti distinti e perfettamente individuabili dai comportamenti che tiene.
    Il blazer doppio petto blu è “la divisa” ufficiale, una sorta di tuta da lavoro. Ne avrà almeno 100, tutti identici e sempre disponibili ovunque vada. Quando indossa il blazer dobbiamo aspettarci il Berlusconi istituzionale, quello cioè che con la divisa militare o l’abito talare incarna ciò che rappresenta. Quindi le dichiarazioni saranno ufficiali e “parla” come capo del governo o padrone dell’ Italia, che oggi sono la stessa cosa.
    Viceversa, quando lo vediamo con altri abiti, sappiamo da subito che è il Berlusconi nelle sue debolezze (il punto 2 dei 5 cardini della narrazione). In questo caso possiamo aspettarci di tutto, ma ATTENZIONE, è fin troppo facile criticarne i comportamenti, lui lo sa benissimo, infatti ruba ancora una volta la scena, perchè i media daranno ampio risalto ai fatti, rendendogli in pratica il servizio che si aspettava facessero.

    Un’ ultima considerazione meritano anche i fasti delle cerimonie di partito.
    Già negli anni ’80 abbiamo assistito ad analoghe sontose scenografie: era il PSI di Craxi il primo partito che capì la superiore valenza dell’ immagine rispetto ai contenuti nel mondo moderno della comunicazione. Anche in quel caso, assieme ad altri fattori d’immagine come il ringiovanimento del partito, ottennero buoni risultati elettorali. Il perchè ciò avvenga è semplce da capire: vi è maggior impulso ad immedesimarsi in un consesso fastoso, spettacolare ed evocativo o in una fumosa assemblea di tecnocrati di partito, tenuta in un’ aula magna fredda e anonima? E’ una domanda fin troppo retorica.

    Cordiali saluti

    Renzo Campagna

  2. Maria Grazia Mosconi ha detto:

    ciao Renzo, sono marzia. interessante quello che dici sulla strategia di marketing applicata alla “occupazione dello stato” A una prima impressione, mi sembra però che questo potesse essere valido nei primi anni, quando B era anche abbastanza impacciato e sembrava un “vero” gaffeur (Romolo e Remolo) tanto per intenderci o” è chiaro che noi siamo superiori, come civiltà all’islam.” poi tutto è stato come una grande ola : la gente agisce di riflesso condizionato ( vedi ultimo comizio san giovanni pro polverini)ed essendo la media dell’ età della popolazione abbastanza in là, oltre che tutti poco informati, causa analfabetismo di ritorno, nella mia piccola esperienza, perch( sono stata nella vita abbastanza sedenteria )ho potuto notare questo. se uno sta benee non gli manca niente dice: perchè non votarlo?gli anziani,mio suocero e quello di un mio fratello guai a toccargli Berl. ma anche tra colleghi (ins pubblici) qualcuno dice ” a te cosa ti toglie? nulla e allora? ( la filosifia dell’embe?) allora non tanto la comunicazione emotiva in questa seconda parte del quasi ventennio, bensi la distruzione pianificata dell’istituzione scuola accompagnata alla ben più influente insipidizzazione, passami il termine, dei programmi televisivi di qualsiasi genere, informativo, culturale, spettacolo. aggiungi l’impallidimento culturale della area di sinistra, il verbo del seguire la moda, l’immagine, l’apparire,la ricchezza di cui non ci si deve vergognare(!) Tutto ha continuato per inerzia, e rannicchiamento singolo. certo, quando le cose hanno cominciato ad andar male- il ( programmato o meno tartaglia, ( io, sai che sto con genchi)-l’agenzia di marketing ha ricominciato a funzionare di brutto e di questo che la maggior parte non si è accorta però poi tutto è carambolato…il resto è dei nostri giorni e la vedo molto male su come il tutto potrà evolvere. ciao ci sentiamo di là.

  3. giovanni ha detto:

    tutto ottimo, solo un appunto sulle scenografie degli ultimi congressi socialisti. Secondo me non servivano a prendere voti (del resto col proporzionale nessun partito poteva aspirare ad avere da solo la maggioranza assoluta come fa Berlusconi), ma semplicemente a permettere alle varie correnti di tangentari di dimostrare a chi voleva fare carriera in politica quale corrente garantiva le ruberie maggiori…

    • Renzo C ha detto:

      Non contesto questa sua interpretazione, ma la sostanza della mia citazione è da valutare nella strategia comunicativa di cui ho scritto.
      Il PSI di Craxi capì prima di altri che il fasto esibito non portava a critiche di spreco, ma piuttosto al desiderio di immedesimazione in una entità politica luccicante e fastosa.
      L’affermarsi dell’ immagine sui contenuti, del bello esibito sulla concretezza malvestita, è proprio di quegli anni: gli anni dello yuppismo, della “Milano da bere”.
      Ancora oggi ne se ne osserva l’influenza sui costumi sociali, ed infatti spesso sentiamo giovani che cercano di smarcarsi dal luogo comune di bello/a e scemo/a.
      Non c’è alcun dubbio ad affermare che il bello attrae, è nella natura umana, ma ciò non vale solo per i desideri… intimi, vale anche per un paesaggio come per un’ automobile. Ed allo stesso modo vale per l’immagine di un partito.

      Saluti

  4. Umberto Donato ha detto:

    …Caro Giuseppe, condivido in toto…Una sola, amara constatazione…I venditori levantini di tappeti di scarto necessitano pur di un suk , nonchè di una pletora di potenziali acquirenti di bocca buona per piazzare la loro taroccata mercanzia…E’ questo l’appunto etico fondamentale che muovo a certa Italia ed a certi Italiani. Un saluto.

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