Orda nera: l’assassinio di Miraglia (doc.VII)

Chi ordina l’eliminazione di Miraglia e la decapitazione sistematica del movimento sindacale in Sicilia, tra il ’46 e il ‘48?

Polizia e tribunali indagano su questi delitti ma non approdano a nulla. Non un solo processo porta all’individuazione e alla condanna dei mandanti. Nel caso di Miraglia, una pista si apre inaspettatamene molti anni dopo, alla morte del deputato Antonio Ramirez, nel ’69. L’onorevole lascia un memoriale in cui riferisce un episodio accaduto alla vigilia dell’Immacolata del ‘51, quando il Partito monarchico di Alfredo Covelli (1914) è scosso da scissioni interne e da tensioni gravissime. Ramirez si incontra col deputato monarchico Gioacchino Barbera e, subito dopo, decide di mettere nero su bianco il contenuto della discussione. Scrive di aver appreso che, tra i mandanti della stage di Portella della Ginestra e dell’assassinio di Miraglia, vi è la stessa persona: il potente leader monarchico Tommaso Leone Marchesano.

Dell’omicidio, si occupa un documento Sis del 18 marzo ’47. Porta la firma dell’ispettore di Ps Fausto Salvatore. E’ un duro atto di accusa contro Messana, allora ispettore generale di Ps in Sicilia, che mantiene sotto il suo controllo anche l’Arma. Alla morte del sindacalista, Messana indirizza le indagini in una direzione errata. Inoltre, queste sono assunte inspiegabilmente dalla procura di Palermo, anziché da quella di Agrigento. Il primo atto è la scarcerazione dei tre indiziati principali: “Certo Curreri, quale sospetto complice dell’ignoto esecutore materiale del delitto, e certi Rossi e Di Stefano, il primo quale mandante ed il secondo quale complice. Il Curreri – scrive Salvatore – fu arrestato dopo pochi minuti dal delitto per sospetti formulati dai due amici che avevano accompagnato il Miraglia che rincasava. L’arresto – ordinato dal dott. Zingone e dal capitano Carta – fu eseguito da un vicebrigadiere dell’Arma e da un carabiniere con tattica sbagliatissima. L’operazione doveva essere eseguita personalmente dal funzionario e dall’ufficiale, i quali avrebbero dovuto, subito appena entrati in casa del Curreri, contestargli il delitto dandogli la sensazione precisa di aver già acquisito testimonianze e prove che ne accertavano la colpa. Tutto ciò avrebbe dovuto esser fatto con tecnica perfetta per studiare la reazione dell’interessato ed il suo eventuale turbamento che – opportunamente sfruttato – avrebbe potuto condurre ad una confessione. Ciò perché il Curreri deve tuttora essere ritenuto il filo conduttore per la scoperta dell’autore del delitto. Dopo il Curreri, il giorno seguente, per sospetti formulati dai familiari del morto dai membri della citata commissione e da incontrollate voci di piazza, furono dal Messana fatti arrestare l’avv. Rossi e il Di Stefano. Questi arresti – benché come sopra sollecitati – furono per lo meno intempestivi. Prima di eseguirli, bisognava esperire indagini diligenti ed acquisire, se non prove, almeno indizi sufficienti. E’ invece risaputo e provato dagli atti d’ufficio che prima si procedette all’arresto e poi con fretta e superficialità si andò in cerca di elementi che lo giustificassero. E qualunque indizio fu ritenuto buono e probante, pur di affastellare una denunzia e calmare gli animi al canto dell’inno della vittoria. La stessa commissione non restò convinta, tanto che, sia direttamente sia a mio mezzo, disse al Messana di andare cauto nel denunziare i pretesi mandanti del delitto, convinta com’era che l’autorità giudiziaria avrebbe distrutto il suo operato se non fosse stato scoperto l’esecutore materiale del delitto ed acquisire prove sufficienti a carico dei mandanti. Ed il rilievo era giusto perché bisogna riconoscere che con procedura nuova ed inusitata si volle dal preteso mandante arrivare all’esecutore materiale, mentre è risaputo che è da questo che si può risalire al primo. Si arrestò il Rossi perché si disse che questi era un proprietario terriero cui era stato tolto molto terreno da assegnare alle cooperative; che tra il Rossi e il Miraglia era da tempo pendente un giudizio civile e che infine tra i due vi era dell’odio per infondata denunzia fatta dal Miraglia contro il Rossi. Fatti solo in parte veri cotesti ma insufficienti e non probatori per un sì grave delitto”.

Come si vede, anche per l’ispettore Salvatore il delitto non ha una matrice di classe: “E’ invece accertato – scrive – che era fin da allora notorio che, dei quattromila ettari di terreno sottratti ai proprietari del circondario di Agrigento, erano stati assegnati alle cooperative solo sette ettari (cioè solo una quantità irrisoria è del Rossi); e che, come quanto e più del Rossi, molti altri feudatari, e soprattutto altri fittuari, mezzadri e coloni, potevano nutrire rancori e desiderio di vendetta contro il Miraglia. E’ infatti noto che il proprietario terriero è in realtà il meno danneggiato dalla legge per la lottizzazione dei latifondi, perché questa, oltre a lasciare integro ed illeso il diritto di proprietà, garantisce il canone di affitto”.

Salvatore ignora i giochi di alto livello che si stanno facendo in quelle settimane a Roma, Palermo e Washington. Sa, però, chi è Messana e che si presta a coprire i delitti politici che avvengono in Sicilia da quando è Ispettore generale di Ps. E aggiunge con amarezza: “Purtroppo nessun accertamento, dico nessuno, risulta eseguito o appena iniziato da parte dell’ispettorato di Messana o dalla questura di Agrigento in tutto questo vasto settore. Nel fascicolo ‘Miraglia’ dell’Ispettorato non vi sono che una decina di verbali di interrogatorio degli arrestati, di coloro che accompagnavano il Miraglia e di qualche altra persona, tutti di irrilevante valore. Nel fascicolo della questura di Agrigento vi è ancor meno: qualche copia dei suddetti verbali e null’altro. In ambedue, nemmeno un cenno biografico del morto e – purtroppo – nemmeno le sue complete generalità”. E conclude: “Bisogna ricominciare da capo ed eseguire con metodo, con pazienza e con costanza tutte quelle indagini che – ove non fossero state del tutto omesse – avrebbero potuto dare utili risultati” (v. nota).

Salvatore ha un merito indubbio: intuisce fin dall’inizio che Messana ha sbagliato tutto. Ma non sa forse che i sicari, poco dopo il delitto, troveranno rifugio nel Veneto, una delle zone maggiormente infestate dall’attività squadrista delle Sam e dell’Eca, dal ‘46. Ignora inoltre che l’Arma  partecipa occultamente alle attività di queste formazioni nazifasciste, come ci racconta, ad esempio, il neofascista Mario Cocchiara a Trieste.


nota- Cfr. Acs/Sis, b. 36, f. HP27/Agrigento. Titolo: Sciacca (Agrigento), assassinio del rag. Miraglia, segretario di quella Camera del lavoro, 18 marzo 47, segreto. La commissione a cui si accenna nel rapporto è composta da esponenti del Pci agrigentino.

*

Sciacca (Agrigento), assassinio del rag. Miraglia, segretario di quella Camera del Lavoro

Acs/Sis, b. 36, f. HP27/“Agrigento”

18 marzo 1947

Com’è noto, la sezione istruttoria della Corte d’Appello di Palermo ha rimesso in libertà i tre arrestati, quali mandanti e complici dell’assassinio del rag. Miraglia, segretario della Camera del Lavoro di Sciacca. L’ordinanza dell’autorità giudiziaria era da prevedersi ed io ne feci chiaro accenno nella mia precedente relazione sull’omicidio in oggetto. Bisogna riconoscere che il cesareo “veni, vidi, vici” lanciato dall’ispettore generale Messana – recatosi sul posto con elementi del suo ispettorato per dirigere e condurre a termine le indagini relative – era prematuro. Certo, non gli ha portato fortuna. Infatti, dopo la prevedibile e prevista scarcerazione degli arrestati, a carico dei quali non esistevano sufficienti indizi di reità, l’agitazione dei dirigenti politici e sindacali di Palermo, Agrigento e Sciacca, diretta a fare del Miraglia un martire della reazione agraria ed a sfruttare il delitto a fini della propaganda di partito – specie in questo delicato momento di aspra e serrata lotta politica per la conquista del governo regionale – si è acuita, prendendo di mira oltre al Messana, obiettivo principale, ed il capitano Carta dei carabinieri, anche la magistratura giudicante. […].

Si chiede, com’è noto, l’immediata destituzione del Messana, oggetto questi, in ultimo, di una interpellanza alla Costituente fatta dai consultori comunisti Montalbano e Li Causi. Né questo è tutto, perché una pertinace campagna di stampa contro il Messana, condotta dal giornale comunista La Voce della Sicilia, tiene accesi gli animi, rinfocolando ogni giorno la passione di parte. Per valutare esattamente e studiare i mezzi atti a normalizzare la situazione politica creatasi in provincia di Agrigento a seguito dei fatti in esame, è necessario riconoscere che effettivamente non si ebbe intuito felice nelle indagini dirette a far luce sul delitto, essendo state queste iniziate e proseguite con leggerezza e superficialità ed in direzione prefissata, sotto l’assillo e il pungolo di una speciale commissione di consultori e dirigenti politici comunisti, con i quali faceva coro una eccitata opinione pubblica.

Com’è noto, gli arrestati furono tre: certo Curreri, quale sospetto complice dell’ignoto esecutore materiale del delitto, e certi Rossi e Di Stefano, il primo quale mandante ed il secondo quale complice. Il Curreri fu arrestato dopo pochi minuti dal delitto, per sospetti formulati  dai due amici che avevano accompagnato il Miraglia che rincasava. L’arresto – ordinato dal dott. Zingone e dal capitano Carta – fu eseguito da un vicebrigadiere dell’Arma e da un carabiniere con tattica sbagliatissima. L’operazione doveva essere eseguita personalmente dal funzionario e dall’ufficiale, i quali avrebbero dovuto, subito appena entrati in casa del Curreri, contestargli il delitto dandogli la sensazione precisa di aver già acquisito testimonianze e prove che ne accertavano la colpa. Tutto ciò avrebbe dovuto esser fatto con tecnica perfetta per studiare la reazione dell’interessato ed il suo eventuale turbamento che, opportunamente sfruttato, avrebbe potuto condurre ad una confessione. Ciò perché il Curreri – come dirò in seguito – deve tuttora essere ritenuto il filo conduttore per la scoperta dell’autore del delitto.

Dopo il Curreri, il giorno seguente, per sospetti formulati dai familiari del morto dai membri della citata commissione e da incontrollate voci di piazza, furono dal Messana fatti arrestare l’avv. Rossi e il Di Stefano. Questi arresti – benché come sopra sollecitati – furono per lo meno intempestivi. Prima di eseguirli, bisognava esperire indagini diligenti ed acquisire, se non prove, almeno indizi sufficienti. E’ invece risaputo e provato dagli atti d’ufficio che prima si procedette all’arresto e poi, con fretta e superficialità, si andò in cerca di elementi che lo giustificassero. E qualunque indizio fu ritenuto buono e probante, pur di affastellare una denunzia e calmare gli animi al canto dell’inno della vittoria.

La stessa commissione non restò convinta, tanto che, sia direttamente sia a mio mezzo, disse al Messana di andare cauto nel denunziare i pretesi mandanti del delitto, convinta com’era che l’autorità giudiziaria avrebbe distrutto il suo operato se non fosse stato scoperto l’esecutore materiale del delitto ed acquisire prove sufficienti a carico dei mandanti. Ed il rilievo era giusto perché bisogna riconoscere che, con procedura nuova ed inusitata, si volle dal preteso mandante arrivare all’esecutore materiale, mentre è risaputo che è da questo che si può risalire al primo.

Si arrestò il Rossi perché si disse che questi era un proprietario terriero cui era stato tolto molto terreno da assegnare alle cooperative; che tra il Rossi e il Miraglia era da tempo pendente un giudizio civile e che, infine, tra i due vi era dell’odio per infondata denunzia fatta dal Miraglia contro il Rossi. Fatti solo in parte veri cotesti, ma insufficienti e non probatori per un sì grave delitto.

E’ invece accertato che era fin da allora notorio che, dei quattromila ettari di terreno sottratti ai proprietari del circondario di Agrigento, erano stati assegnati alle cooperative solo sette ettari (cioè, solo una quantità irrisoria è del Rossi); e che, come quanto e più del Rossi, molti atri feudatari, e soprattutto altri fittuari, mezzadri e coloni potevano nutrire rancori e desiderio di vendetta contro il Miraglia. E’ infatti noto che il proprietario terriero è, in realtà, il meno danneggiato dalla legge per la lottizzazione dei latifondio, perché questa, oltre a lasciare integro ed illeso il diritto di proprietà, garantisce il canone di affitto.

I veri danneggiati possono essere i fittuari e, più di costoro, i mezzadri e i coloni diretti, i quali da anni vivevano del terreno e sul terreno, ora dato alle cooperative. Costoro sono moltissimi e nulla vieta di pensare che tra di essi – estromessi dalla terra che dava loro vita e lavoro e costretti a svendere scorte vive ed attrezzature agricole – vi sia stato qualcuno che abbia voluto erigersi a giudice e vindice.


Purtroppo nessun accertamento, dico nessuno, risulta eseguito o appena iniziato da parte dell’ispettorato di Messana o dalla questura di Agrigento in tutto questo vasto settore. Nel fascicolo “Miraglia” dell’Ispettorato, non vi sono che una decina di verbali di interrogatorio degli arrestati, di coloro che accompagnavano il Miraglia e di qualche altra persona, tutti di irrilevante valore. Nel fascicolo della questura di Agrigento vi è ancor meno: qualche copia dei suddetti verbali e null’altro. In ambedue, nemmeno un cenno biografico del morto e – purtroppo – nemmeno le sue complete generalità. E’ canone fondamentale di polizia giudiziaria studiar bene ed a fondo la vittima di un delitto, conoscerne la vita, le attività, le amicizie, le relazioni d’affari, ecc.

Nulla, assolutamente nulla di tutto questo, è stato fatto per il Miraglia, sia dall’Ispettorato che dalla Questura. E sì che il Miraglia ha avuto una vita movimentata: giovane disoccupato, poi studente, poi impiegato a Milano, poi anarchico in cerca di espatrio, poi mancato fascista, poi fervente comunista, poi dirigente politico e sindacale e uomo d’affari e commerciante di cereali, di ferramenta, di pesce salato e quasi sicuro e vittorioso candidato alle prossime elezioni politiche. Un’attività, dunque, intensa e multiforme, studiando la quale potrebbe trovarsi il filo conduttore del delitto. Senza dilungarsi in una critica facile ed ingenerosa – riconosciuta la buona fede e la buona volontà di far luce piena sul delitto da parte di tutti i funzionari, ufficiali dell’Arma e loro dipendenti che fin qui hanno operato – , si può dire che, per la scoperta del delitto in esame, bisogna ricominciare da capo ed eseguire con metodo, con pazienza e con costanza tutte quelle indagini che – ove non fossero state del tutto omesse – avrebbero potuto dare utili risultati. […].

Al dott. Zingone ho in particolar modo richiesto di accertare e ricostruire esattamente quella che è stata la vita e l’attività commerciale e politica del Miraglia e la sua esatta posizione economico-finanziaria, perché, mentre unanimemente si asserisce che egli era ricco a milioni (30 o 40), come si deve desumere dalla multiforme attività commerciale svolta e dalle relative attrezzature, nessuna somma è stata ritrovata in casa e tantomeno carteggio con banche. Ciò in relazione ad una strana ipotesi, che da qualcuno è stata ventilata, e cioè che il denaro di cui il Miraglia si serviva per fini commerciali gli fosse stato da altri affidato per ben altri fini.

Ho inoltre disposto che siano col massimo impegno riprese le indagini sul Curreri, arrestato e come sopra ho detto, liberato, a carico del quale, a quanto mi è stato riferito riservatamente, esisterebbero indizi che indicherebbero quale autore del mancato omicidio – verificatosi nel 1945 – di certi Venezia, Rosa e Perrone, i quali, unitamente al Miraglia, capeggiavano, quali membri della Camera del Lavoro di Sciacca, le agitazioni dei contadini per la concessione delle terre. Dopo l’avvertimento così drastico, i tre suddetti si ritirarono l’uno dopo l’altro dalla lotta politica, mentre il Miraglia, più ostinato, accentuò la propria intransigenza assumendo il ruolo di capo ed unico agitatore della massa. […].


(1)Tra il 1941 e il 1943, Ettore Messana è questore a Lubiana (Slovenia) – occupata dalle truppe nazifasciste nell’aprile del 1941 – e, in seguito, a Trieste. Nel 1944, il suo nome compare nella lista della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra. E’ accusato di aver compiuto uccisioni, stragi e deportazioni contro la popolazione civile. Ciononostante, in novembre, il governo Bonomi lo invia in Sicilia a dirigere l’Ispettorato per la pubblica sicurezza dell’isola. Nel fascicolo n. 40 del fondo Sis conservato presso l’Acs di Roma (titolo: Criminali di guerra/1945),  leggiamo il seguente passo: “Stralcio relazione n. 12: omissis. Alla questura di Lubiana si eseguivano torture. Il tenente Scappafora dirigeva le operazioni di tortura, mentre il questore Messana esortava personalmente gli aguzzini ad infierire contro le vittime. […] Messana era considerato uno dei maggiori carnefici.” L’Archivio nazionale di Lubiana (Repubblica Slovena) custodisce un voluminoso fascicolo sui delitti compiuti dal questore tra il 1941 e il 1943 (busta 1551, 14 luglio 1945). In Sicilia, tra il 1945 e il 1947, il terrorista nero Salvatore Ferreri (banda Giuliano) diventa il confidente numero uno di Messana.

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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