La sfida Brunetta/Rossellini

Circa un anno fa, il ministro della Pubblica amministrazione e dell’innovazione, Renato Brunetta, ebbe a liquidare Roberto Rossellini, come esempio del tutto italico del passaggio dal vecchio regime fascista alla democrazia. Ne parlò nel suo blog e ne ricevette, per tutta risposta, una sfida da parte del figlio del noto regista, Renzo. Il produttore, un vero galantuomo, lo invitò, alla vecchia maniera dei cavalieri che si sfidano a duello, in un metaforico scontro corpo a corpo, rivendicando per sé le armi della storia e indicando come ribalta della sfida un luogo pubblico. Scelse Carlo Lizzani come padrino, e la cosa prese una piega culturale che valse a Renzo Rossellini, numerosi attestati di solidarietà. Una risposta concreta ai “dubbi” del Ministro, l’aveva data, per la verità, lo stesso regista. A ricordarcela è Elda Grossi, con questo brano, che presentiamo ai lettori, come un vero e proprio documento. Il regista parla della sua storia biografica, del clima culturale nel quale era vissuto, dell’ambiente libero e aperto nel quale operava la sua famiglia.

di

Roberto Rossellini

Roberto Rossellini

“La cosa più importante era l’atmosfera di ebbrezza intellettuale in cui sono cresciuto. Ogni domenica mio padre riceveva a casa tutta una banda di amici, amanti come lui di sapere e di bellezza. Musicisti, pittori, romanzieri, il grande scrittore Bontempelli, fondatore, insieme a Malaparte, della rivista ‘XXème siècle’ che aveva la peculiarità di essere in francese; Eduardo Gori, che era un poeta, un filosofo, un uomo veramente raffinato. Queste persone discutevano animatamente e liberamente di letteratura, di politica, di sport, di donne, della vita e della morte. Nessun argomento era tabù, nessuna opinione proibita. Erano conversazioni accese che raramente giungevano alla fine senza esplodere in gigantesche dispute in cui tuonavano le voci romanesche; ma anche queste liti erano splendide.

Fin dall’età di tredici-quattordici anni, sono stato ammesso in questo circolo in cui avevo il diritto di dire qualunque cosa che mi consentisse di rivaleggiare in intelligenza con gli adulti. Questo genere di schermaglia verbale ti assicura una vivacità intellettuale, una sete di sapere e un bisogno di capire destinati a durare per tutta la vita. Mio padre mi ha anche insegnato i rudimenti della politica, di cui avevo un estremo bisogno data l’abissale ignoranza in cui versavamo. Nel 1922, quando Mussolini prese il potere, abitavamo in via Ludovisi, proprio di fronte all’albergo Savoia dal cui balcone sarebbe apparso il 30 ottobre per annunciare alla folla che il re Vittorio Emanuele III gli aveva affidato l’incarico di formare il primo governo fascista.

Roma, in quei giorni di febbre, era un calderone in cui bolliva una specie di guerra civile, con bombe che esplodevano qua e là e un gran concorso di squadristi in camicia nera armati di fucile, di pistole e di manganelli per far entrare il fascismo nella testa della gente. Avevano portato a termine senza colpo ferire quella parodia che fu la marcia su Roma e controllavano la strada, tanto che la polizia non osava affrontarli e s’era rifugiata nell’atrio del nostro stabile, in posizione di combattimento, dietro il portone e sui primi gradini della scala. Avevo sedici anni ed ero eccitato da quell’atmosfera di lotta.

Con mio fratello piccolo e la maggiore delle mie sorelle – la minore è nata più tardi – stavamo nella stanza che dava sulla facciata dell’albergo Savoia e ci eravamo affacciati alla finestra per non perdere una sola mossa dell’uomo vestito di nero che stava per impadronirsi dell’Italia. In quel mentre arrivò mio padre, apri la porta ed esclamò con voce tanto forte, che si dovette udire dall’altro lato della strada: ‘Ragazzi, ricordatevi che il nero nasconde sempre la sporcizia!’

Al momento della sua morte, avvenuta nel 1932, era in pessimi rapporti con le autorità fasciste. Due ore dopo il suo ultimo respiro, suonarono alla porta in piena notte: era la polizia che veniva ad arrestarlo. Ma nemmeno il fascismo poteva nulla contro i morti. C’erano dei precedenti in famiglia. Mio nonno, repubblicano a oltranza, era stato compagno e amico di Garibaldi, di cui conservava religiosamente le lettere. Me ne ricordo una, parola per parola: ‘Mio caro Zefiro’, il nonno era originario di Pisa dove danno i nomi più inverosimili ‘mio caro Zefiro, ho ricevuto regolarmente le sei paia di calze di lana, le due pancere e le due maglie. Vi ringrazio. Vostro affezionato Giuseppe Garibaldi’.
Questo è il mio ricordo di quell’eroe. Durante la prima guerra mondiale, un giorno accompagnai quello stesso nonno a comperare una bandiera italiana verde, bianca, rossa con la quale intendeva unirsi al grande slancio di zelo patriottico che animava l’intera città. Ci si batteva contro l’Impero austro-ungarico, si andava a liberare dal giogo le province dell’ irredentismo, non passava giorno senza una sfilata, discorsi, manifestazioni perfino nella scuola che io frequentavo. Come rimanere estraneo a quell’entusiasmo? Mio nonno entrò nel negozio di bandiere e precisò:
‘Ne voglio una, ma senza la patacca in mezzo.’ La patacca era l’effigie del re!

Furono tappe decisive che tracciarono la mia strada. Per pura fedeltà a mio padre, a mio nonno, mi sono tenuto fuori dal fascismo la cui ala avrebbe potuto sfiorarmi come altri. L’apparato fascista, con i suoi canti, le sue bandiere, le sue parole d’ordine semplificatrici, era un grande meccanismo per manipolare i giovani. Io sono riuscito a sfuggirgli, resistendo a tutte le pressioni.
In questo ero aiutato dalla reputazione che avevo saputo farmi; mi si considerava un piccolo genio rampante, una specie di pazzo abbastanza pericoloso e infido da perdonargli le stravaganze, come quella di non volere ad alcun costo mettere il dito nell’ingranaggio del partito.
Poiché sto elencando tutte le doti che devo a mio padre, devo nominare il coraggio che lui mi ha trasmesso quotidianamente con il suo esempio. A lui associo nel mio ricordo un altro uomo che, dopo la sua morte, è stato per me come una specie di tutore: il deputato socialista Arnaldo Dello Sbarba, che, con fantasia sublime, si beffava di tutto e di tutti.

Una volta, mentre si accingeva a prendere il treno alla stazione di Firenze, venne aggredito da un sicario fascista che urlava: ‘Io sono il tal dei tali, ho sette morti sulla coscienza, tu sarai l’ottavo’.
Al che Arnaldo rispose: “Bravo, buffone!” E salì tranquillamente sul suo scompartimento mentre l’altro rimaneva interdetto. Come colpire alla schiena un uomo che dava prova di tanto disinvolto coraggio? Ma come anche, da parte mia che ascoltavo questo racconto, non ammirare la rapidità di riflessi che aveva permesso ad Arnaldo in un momento così critico di sovrapporre nella sua mente una pura astrazione (è degno morire per le proprie idee) a una situazione terribilmente concreta (la morte è là e si presenta, ridicola, per mano di un uomo senza scrupoli) e poi di tradurre questo confronto in una scelta profondamente umana?”

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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