Giuliano 1950: il countdown di una scomparsa

 

 

Il corpo del cortile di Castelvetrano, 5 luglio 1950 (Archivio Corseri)

 

“Con questa si dorme ventiquattro ore”. Così sta scritto in un biglietto attaccato a una bustina di carta contenente “un prodotto biancastro”. Lo afferma la sorella del bandito, Mariannina Giuliano, nel libro scritto con il figlio Giuseppe Sciortino, Mio fratello Salvatore Giuliano, Montelepre, “La Rivalsa”, 1987.

E’ il 3 luglio 1950. Gaspare Pisciotta, il luogotenente del capobanda, parte verso mezzogiorno alla volta di Palermo, a bordo di una 1100 nera che i carabinieri gli hanno messo a disposizione. Tutto è pronto. Il colonnello Luca e il capitano Perenze, entrambi ufficiali dell’Arma, allertano i loro uomini: “Il momento è arrivato”.

Alla caserma Calatafimi, a Palermo, i due incontrano Pisciotta e lo portano da un picciotto recluso in una camera di sicurezza. Il suo nome è Nunzio Badalamenti. Subito dopo, i due ufficiali consegnano a Pisciotta la bustina con il sonnifero e gli affidano, proprio a lui che ha 38 omicidi sulle spalle, il detenuto. I carabinieri si fidano. E Gasparino pure.

E’ quasi buio quando Pisciotta incontra il sempiterno latitante Salvatore Giuliano a Villa Carolina, alla periferia di Monreale, una proprietà dell’Arcivescovado. Nel soggiorno, una tavola è imbandita con del caciocavallo fresco, pane e vino.

Ma da questo punto in poi i conti non tornano. Secondo Mariannina, Pisciotta versa nel bicchiere di vino di Giuliano il potente sonnifero. Questi si addormenta e poco dopo Badalamenti gli scarica addosso “tre colpi di pistola”.

Alle prime luci dell’alba del 4 luglio, arrivano a Villa Carolina i mafiosi Minasola e Miceli, alle sette del mattino Perenze e Luca. Secondo il racconto della sorella di Giuliano, il cadavere rimane nella villa per tutta la giornata, per essere poi trasferito a Castelvetrano nella notte tra il 4 e il 5, a bordo di un furgone del Comando forze repressione banditismo. Da qui, la famosa messinscena del cortile di Castelvetrano, la mattina del 5 luglio 1950.

Ma è credibile questa storia? Un bandito-terrorista tutt’altro che ingenuo e con 411 delitti accertati sul groppone, sarebbe stato così incauto da cadere in una simile, puerile trappola? Certamente no.

La verità, invece, sta emergendo piano piano in questi ultimi anni, grazie a ricerche, analisi, testimonianze da noi condotte, che ricostruiscono un quadro assai diverso da quello offertoci per sessant’anni dallo Stato.

La stessa Mariannina, che dice e non dice, afferma e nega, mette sorprendentemente in  discussione questa versione, all’interno un racconto  a volte fantasioso e depistante nonché pieno di contraddizioni.

Scrive:

“Turiddu mi aveva avvertita. Cominciai a dubitare. Tutto quello che dicevano i giornali non poteva essere vero. Questi dubbi mi hanno accompagnato tutta la vita, rafforzati dal fatto che il sosia di Turiddu, un giovane di Altofonte, sparì qualche giorno prima della ‘morte ufficiale’ e non se ne è saputo più nulla” (p. 343).

Nel volume, entra poi in scena la madre del bandito, Maria Lombardo, che è prelevata da un sottufficiale dei carabinieri, quella mattina, a Montelepre e portata a Castelvetrano a bordo di una macchina dell’Arma, per il riconoscimento del cadavere. L’accompagna Letterio Maggiore, il medico della famiglia Giuliano. Secondo Mariannina, all’anziana madre, in quel momento, affiora alla mente un messaggio che il figlio le aveva inviato mesi prima: “Se un giorno ti verranno a chiamare, dicendoti che sono stato ucciso, non ci credere!” E la stessa sorella del bandito si chiede: “Ma quella morte è reale o falsa? Turiddu è veramente morto o al suo posto è stato ucciso il sosia che l’ispettore Ciro Verdiani stava da tempo preparando?”

Il racconto del riconoscimento del cadavere, all’obitorio di Castelvetrano, è ancora più strano:

“La sala mortuaria era composta da un corridoio e da tre stanze poste in longitudine ad esso. Il corpo era stato sistemato nell’ultima stanza, entrando veniva quasi di fronte. Nostra madre avanzò lentamente, guardando fisso davanti a sé e arrivò fino alla seconda stanza. Prima ancora di vederne il viso, le sembrò di riconoscerne la corporatura. Mandò un urlo disperato e si accasciò al suolo svenuta. Il medico che la seguiva la soccorse prontamente. Mia sorella Giuseppina era dietro di loro con gli occhi velati di pianto e vide cadere nostra madre. Da questo solo fatto, capì che quello doveva essere proprio il corpo di nostro fratello. Si sentì mancare anche lei. Suo marito riuscì ad afferrarla, prima che cadesse, cercò di confortarla come meglio poteva, mentre il dottor Maggiore continuava ad occuparsi di nostra madre. Ci vollero un bel po’ di minuti prima che si riprendessero. Quando furono in grado di poter proseguire, i carabinieri li obbligarono ad uscire. Per loro, quegli svenimenti erano stati la prova tangibile che quel corpo apparteneva al nostro congiunto. Per loro, il riconoscimento era stato effettuato” (p. 345).

E conclude, a sorpresa: “Visto che nessuno della famiglia ha potuto vedere bene in viso quel cadavere, né tanto meno scrutarne il corpo alla ricerca di certi segni particolari, a qualcuno potrebbe sorgere spontanea questa domanda: Salvatore Giuliano è veramente morto?”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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8 risposte a Giuliano 1950: il countdown di una scomparsa

  1. LUIGI FICARRA ha detto:

    grazie del lavoro di ricerca compiuto.
    luigi ficarra

  2. NICOLO' SCIBETTA ha detto:

    BUONASERRA PROF. CASARRUBEA,QUESTO MISTERO UNO DEI TANTI,E FORSE IL PRIMO DELLA NEONATA REPUBBLICA,MI HA SEMPRE SUSCITATO ,DA TANTO TEMPO MOLTE PERPLESSITA’,FINALMENTE GRAZIE A LEI SI RIAPRE IN MANIERA CLAMOROSA QUESTA PAGINA OSCURA DEL NOSTRO PASSATO,MI CHIEDO COME MAI NON VIENE TOLTO IL SEGRETO DI STATO SUBITO ANZICHE’ ASPETTARE COME DICEVANO QUALCHE GIORNO FA IN TV L’ANNO 2016 ?
    LA RINGRAZIO E CORDIALMENTE LA SALUTO .
    SCIBETTA NICOLO’

    • casarrubea ha detto:

      Siamo dovuti andare in America e a Londra, consultare le carte del Sis che stavano per essere buttate al macero e che il prof. Giannuli ha fortunosamente salvato in un sottoscala di via Appia a Roma, per sapere qualcosa di più sulla strage di Portella della Ginestra e su uno dei suoi principali esecutori: il bandito-terrorista Salvatore Giuliano. Credo che dopo tutto quello che abbiamo saputo girando gli Archivi di mezzo mondo ci sia ben poco ancora da sapere. Comunque. Supposto che in questo sempiterno rinvio a date che devono venire per sapere ciò che gli Italiani avrebbero dovuto sapere già nel 1947, ci sia il trucco di rinviare sine die la conoscenza della verità. Che succederà nel 2016? La circolare Prodi del 2 maggio 1998 ha già tolto ogni segreto di Stato sulla strage di Portella della Ginestra. Se non è stato svelato tutto, significa che c’è qualcosa che secondo certi signori non dovremo mai sapere. Ma già ne sappiamo abbastanza per smetterla di parlare di misteri.

  3. Germana Bartolucci ha detto:

    Ciao Giuseppe e grazie per questa pagina di storia, ma soprattutto per la ricerca della verità, molto spesso “contraffatta”. Mi domando, allargando la scena, quanto di ciò che viviamo in questo sociale, sia realtà o finzione.Nulla è ciò che appare…
    Chiedo scusa per il breve “sfogo” e rinnovo davvero i miei complimenti a chi ha la capacità di scavare nei fatti, diventando soggetto attivo e non passivo, nella storia di questo paese.
    Serena giornata
    Germana

  4. Emilio ha detto:

    Da un pò di tempo mi appassiona questa storia. Ci sono troppe incongruenze: i dubbi di Tommaso Besozzi, i dubbi del professor Bellocco, le rivelazioni dell’avvocaticchio ai due infermieri, la riesumazione di un cadavere non propriamente “in linea” con le foto nel cortile Di Maria (nudo, giacca non estiva sotto il capo, scarponcini al posto dei sandali). L’unica certezza, a mio parere, è la trattativa con lo Stato per chiudere la partita e, poichè solo i morti non parlano (Turiddu sapeva troppe cose), credo che Turiddu sia morto due volte. La prima, quando è stato ucciso il sosia di Altofonte per inscenare l’uccisione ufficiale; la seconda, quando il vero Turiddu, ucciso a tradimento, è stato portato all’obitorio di Castelvetrano.

  5. Pingback: Portella della Ginestra

  6. massimo magnoni ha detto:

    Vorrei farle una domanda riguardo a un particolare che emerge proprio nella scena, del film “delitti di stato”, in cui si delineano le interconnessioni tra i vari corpi dello stato e dell’occidente in generale di quell’epoca e di quei fatti; il film, peraltro interessantissimo, lascia alcuni elementi “laterali” parzialmente inevasi; la domanda – o meglio, le domande, interconnesse, sono: dove è uscita (su quale giornale) la foto in cui si vede il capitano Perenze presente mentre Togliatti ferito viene portato via? Anche la versione “ufficiale” di quell’attentato sarebbe quindi falsa ed agiografica, e l’attentato a Togliatti non sarebbe stato fatto da Antonio Pallante?
    Un mio conoscente, ex partigiano titino, Umberto Graziani, cui ho mostrato la suddetta foto, l’ha definita “un fotomontaggio”, sostenendo la versione che Pallante avrebbe agito di propria iniziativa e per proprio conto e dicendo che lui era presente mentre Togliatti veniva portato via. Stento a credere alla tesi del fotomontaggio (mi intendo un po’ di fotografia ed ho osservato l’immagine con attenzione) ma… gradirei, da parte sua – cioè da parte di una persona che si è documentata parecchio su quei fatti – un parere, in un senso o nell’altro, e/o eventualmente qualche link dove andare ad approfondire.
    Grazie comunque in anticipo.

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