Salvatore Giuliano e i santi del Paradiso

(aggiornato al 23 ottobre 2010)

San Francesco di Paola

Che i siciliani abbiano avuto, da sempre e senza distinzione di fedine penali, un forte senso religioso della vita, è un fatto di dominio universale. Persino Cosa nostra usa le immagini sacre di santi protettori e di madonne varie per sancire le proprie affiliazioni. Si potrebbe redigere una cronologia di tutti i morti ammazzati o dei pregiudicati catturati, nelle cui tasche è stato trovato di tutto, quanto a devozione alle proprie entità sacre e ultraterrene. Veri e propri numi tutelari, pagani, tenuti nascosti in qualche angolo degli oggetti d’uso quotidiano. Una cultura secolare e diffusa.

Quando ammazzano Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo (26 giugno 1947), membro di primo piano delle squadre armate neofasciste al Sud, gli trovano addosso un libretto con, in copertina, un’immagine di San Francesco di Paola, un’altra metallica dello stesso santo, un portatessere con tre santini. Il picciotto, nativo di Alcamo, luogotenente di Giuliano, si  forma alla scuola di sabotaggio nazifascista di Firenze nel luglio 1944. Nutre una particolare devozione per il santo calabrese. Si sta facendo le ossa e, mentre diventa un killer di spicco, non disdegna di partecipare alle celebrazioni di questo santo patrono.  Nella sua città, la Madonna dei Miracoli è nel cuore della gente. Alla processione che ogni anno si svolge il 22 giugno, Ferreri è sempre in prima fila. Come possa conciliare il mestiere del tagliagole con la sua fedeltà a Santa Romana Chiesa, la sa solo lui.

Quello che invece sappiamo è che Fra’ Diavolo partecipa alla strage di Portella della Ginestra. All’inizio della sua carriera, però, giocando fuori casa, il suo protettore è il santo della Calabria, particolarmente venerato a Paola e nella provincia di Cosenza. Una città che i Servizi  indicano come base logistica della banda Giuliano al Sud, a partire dal 1944, in connessione con l’intelligence di Salò. Altri banditi monteleprini venerano l’immagine del Cristo crocefisso o di Santa Rosalia, in quanto il paese risente dell’influsso del cattolicesimo palermitano.

Anche Giuliano è molto devoto. Scrive suo cognato:

“Nei sette anni che Turiddu visse alla macchia non trascurò mai di andare in Chiesa. Andava a Santa Rosalia di Montelepre o dai padri Salvatore Vicari e Cassata a San Giuseppe Jato o a Romitello, dai Padri Passionisti. Oppure era padre Di Bella di Montelepre, cappellano dell’Evis [Esercito volontario per la indipendenza della Sicilia], che veniva al campo ad officiare la Messa.

Non assistere alla Messa della domenica per Turiddu era una colpa gravissima, imperdonabile, perchè la scelta della Fede e della devozione egli l’aveva fatta liberamente e non voleva venir meno a questo dovere. Non solo, ma cercava di convincere i picciotti ad andare in chiesa, ad avvicinarsi alla Fede.

In Chiesa Turiddu stava all’impiedi – continua ‘Pino’ Sciortino  – con lo sguardo rivolto verso l’altare. Stava fermo, come di pietra, per tutta la durata della funzione. Non entrò mai armato in chiesa, lasciava le armi all’ingresso, all’incredulo Pisciotta che preferiva restare a guardare all’esterno.

Col tempo Turiddu si era fatta una strana, personale, concezione della religione e della Fede. A chi gli chiedeva come potesse conciliare la sua vita di fuorilegge e le uccisioni commesse, con la fede religiosa e il rispetto dei Comandamenti divini, egli soleva ripetere: ‘Ognuno è responsabile delle proprie azioni e non di quelle degli altri’. C’era un fondo di rimorso in questa asserzione, una ricerca del perdono presso Dio, per quelle azioni che sapeva che gli uomini non gli avrebbero mai perdonato.

Infine la sua devozione si manifestava in maniera tipica, contadina, nelle feste paesane, nelle ricorrenze religiose. Allora scendeva in paese con tutti gli uomini, dopo aver messo sentinelle tutto intorno l’abitato.

Per la Settimana Santa, nella processione della Via Crucis, Giuliano e gli altri picciotti indossavano sai e cappucci bianchi e prendevano posto sotto la ‘Bara’, il ferculo con il grande Crocifisso, che veniva portato a spalla per le vie del paese (A Montelepre il Venerdì Santo viene onorato in maniera solenne, con la rappresentazione di un Mistero religioso con scene del Processo e Morte di Gesù).” Ma la descrizione di questa religiosità non finisce qui, perchè, a quanto pare, anche le forze dell’ordine si compenetravano nello spirito cristiano dei banditi, dimostrando una certa accondiscendenza:

“Durante la processione i picciotti portavano le armi sotto il saio, anche se in paese vigeva una totale tregua con i carabinieri che partecipavano, armati anch’essi, alle cerimonie. Giuliano e i suoi ragazzi avevano il privilegio di ‘fare la guardia al Santo Sepolcro’ e di portare a spalla la ‘Bara’ del Crocifisso” (Sciortino-Attanasio, Storia di Salvatore Giuliano, 1985, pp.182-183) .

Quella di tenersi cari i santi non è una necessità che hanno solo i banditi. E’ comune a molti altri criminali, a prescindere dalla loro levatura. Ad esempio, in tempi recenti, abbiamo scoperto che lo stesso Bernardo Provenzano, prima di essere acciuffatto nelle campagne di Corleone, esercita, con risultati nefasti per i comuni cristiani, l’esegesi biblica nella stalla in cui finge di vivere, mangiando cicoria e ricotta fresca. Annota accuratamente i passi che più lo colpiscono, con la sua minuta grafia a matita. Con la Bibbia in mano decide a chi dare la morte. Si ritiene il sommo pontefice di una chiesa tutta immaginaria.

Lo squadrone della morte capeggiato da Salvatore Giuliano è alle origini di questo mondo di diavoli e di santi. Non averlo capito prima, è certamente una colpa grave degli storici e anche delle istituzioni. Attorno al terrorista monteleprino, si muovono stormi di frati e di preti in odore di santità, vescovi e cardinali, fondatori di opere pie e istituti conventuali. Qui, preghiere, canti e omelie hanno un suono e un ritmo diverso dalle chiese povere del contado. Sono luoghi in cui, talvolta, i canti si uniscono alle bandiere e le genuflessioni agli arsenali. Armi che sparano, che uccidono, che generano il connubio  esplosivo tra mafia, banditi, polizia e poteri ecclesiastici.

Non è un caso che nell’ indice di un diario tenuto da un altro luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta  – durante la sua detenzione nei primi anni ’50 –  leggiamo: “I miei rapporti politici con padre Biondi di Monreale” (capitolo 15);  “Padre Biondi mi visita nelle carceri di Palermo” (capitolo 16); “Il mio buon amico Cardinale Ruffini” (capitolo 20); “Le promesse del cardinale Ruffini (capitolo 21); “La visita nel carcere del Cardinale” (capitolo 22); “Per un ex monaco dodici ergastoli” (capitolo 36).

Giuseppe Cornelio Biondi, classe 1909, monaco benedettino dell’arcidiocesi di Padova, è un elemento chiave per capire gli intrighi degli anni Quaranta. Il maresciallo Giovanni Lo Bianco (Cc) in un suo libro di memorie, Il carabiniere e il bandito, ce lo presenta come un simpatico imbroglione. Se il giudizio non fosse espresso dall’autorità che firmò il Rapporto giudiziario sulla strage di Portella della Ginestra, la cosa potrebbe non avere rilievo alcuno. Al contrario, è il segnale dei depistaggi e dei paraventi dietro ai quali  il Robin Hood  monteleprino era solito nascondersi. Biondi è il caso più emblematico. Nel novembre 1944, padre Eugenio Zappaterreni, a Padova, lo convoca e gli ordina di recarsi dal maggiore delle SS Otto Ragen, a Verona.  Ha una missione da affidargli. Dovrà recarsi in Vaticano, per conto dei Servizi nazifascisti, per attività di spionaggio e per raccogliere fondi destinati alla guerra segreta oltre le linee. Ma c’è un intoppo. Nell’attraversare la linea Gotica, Biondi è arrestato da una pattuglia americana e poco dopo confessa tutto.

Strano posto Verona. Nelle sue vicinanze è attiva una scuola di sabotaggio e di spionaggio frequentata, tra gli altri, da Gino Locatelli della Decima Mas che, qualche mese dopo , troveremo nella provincia di Palermo a fare da istruttore alla banda Giuliano.

Ma non dobbiamo andare molto lontano per cogliere i rapporti di questo plotone armato con le gerarchie ecclesiastiche. A Monreale, ad esempio, c’è Villa Carolina, di proprietà dell’arcidiocesi di Palermo. E’ un luogo dove circolano mafiosi e banditi, buono per riunioni e tavolate, nascondere facoltosi sequestrati, armi e munizioni. E’ frequentato anche da Pisciotta e da Giuliano in persona. Qui sono di casa i Miceli e i Minasola., capimafia di peso. E ci sono anche i carabinieri del Corpo forze repressione banditismo. Qui, il capobanda trascorre le sue giornate a scrivere memoriali e lettere minatorie. E’ un porto franco. Possibile che l’arcivescovo di Monreale ignori questo andirivieni?

Ma andiamo a Roma. Lo spionaggio italiano ci dice che nel ’46-’47, nei sotterranei del convento di Santa Maria Romana, si stampa il foglio neofascista “Vent’anni”, organo dei Fasci di Azione rivoluzionaria (Far) di Pino Romualdi. Un luogo frequentato da loschi individui della malavita romana come Armando Di Rienzo e da Franco Garase, inteso “Lo Zoppo”, emissario, nella capitale, della squadra armata di Giuliano. Ma ecco la rivelazione che ci fa il Sis: tutta l’organizzazione dipende occultamente dal Centro informazioni Pro Deo diretto da un altro frate, il belga Felix Morlion, il capo dei Servizi di intelligence della Santa Sede. E non è casuale che sia proprio Morlion a spedire padre Zappaterreni in Argentina, negli stessi mesi, per raccogliere fondi dall’internazionale nazifascista che ha messo radici a Buenos Aires. Il segretario del frate, guarda caso, è un giovanotto promettente che risponde al nome di Giulio Andreotti.

In quei mesi i frati non se ne stanno a intonare canti gregoriani nelle abbazie. L’anticomunismo è un affare serio. Lo sanno bene anche i cappuccini che hanno un loro convento in via Sicilia, angolo via Romagna, a poche decine di metri dalla sede romana del Controspionaggio americano diretto da James J. Angleton e Philips J. Corso. E ‘ il Comando alleato a raccontarci nell’estate del 1946 che, nei sotterranei di questo convento, trovano rifugio le squadre armate del clandestinismo fascista. E sono proprio i documenti del Servizio Informazioni e Sicurezza (Sis) a dirci che Salvatore Giuliano e il suo vice Fra’ Diavolo sono tra i capi delle Squadre Armate Mussolini (Sam) e dei Far tra il 1946 e il 1947.

Padre Pio

Cappuccino è anche Francesco Forgione, in arte Padre Pio, a San Giovanni Rotondo in Puglia.

Scrive il giornalista Lello Vecchiarino sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 settembre 2010, a proposito delle varie identità dietro alle quali si cela il terrorista di Montelepre: “Il santo del Gargano senza mezzi termini aveva parlato di un sosia, ‘un povero figlio di mamma’ fatto morire al posto del bandito siciliano. […] E’ ancora vivente un testimone di quei giorni. Si chiama Giovanni Siena, scrittore e giornalista. Le sue parole sono inequivocabili: ‘Per una ventina di volte mi sono trovato davanti alla scena, diciamo, in un salottino del convento, e Padre Pio, ogni volta che individuava fra i presenti un siciliano, un palermitano, gli poneva la questione: se lui era dell’avviso, secondo quanto pubblicato dai giornali, che Giuliano era morto. E quelli rispondevano: ‘Ma sì, è tanto evidente. L’abbiamo visto crivellato di colpi, sul catafalco, la mamma che piangeva disperatamente sul figlio morto’. Ma Padre Pio si burlava di questa versione facendo capire che sotto c’era una cosa losca, una messa in scena. Quella della cattura e dell’uccisione di Giuliano, diceva, era una messa in scena che era costata la vita a un povero innocente che gli somigliava. Salvatore Giuliano non è morto, aggiungeva. Lui ora se ne sta in America.”

“Per un momento, quindi – scrive Vecchiarino –  la vita di un santo si è incrociata con quella di un fuorilegge, fino al punto che – come rivelò Padre Pio allo scrittore Pier Carpi – lo stesso Turiddu scrisse una lettera al Frate offrendogli l’incarico di cappellano della propria banda. E non era certo un sosia quello che, travestito da Cappuccino, giunse a San Giovanni Rotondo. Era Turiddu.”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

 

Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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7 risposte a Salvatore Giuliano e i santi del Paradiso

  1. Amedeo Rogato ha detto:

    Affascinante ed inquietante insieme ,ma soprattutto veritiero

  2. casarrubea ha detto:

    Teresita de la Iglesia
    dalla pagina Facebook di
    http://www.facebook.com/#!/profile.php?id=1664072680

    Es un honor que Giuseppe Casarrubea me haya subido su nota en mi pagina, entre otros destinatarios. Una de las dimensiones superiormente interesantes del articulo es de recordarnos cuan importantes fueron los lazos tendidos entre la Interna…cional nazifascita y la Argentina peronista o protoperonista. Lástima que debido a la dificultad de hacer historia desde nuestras orillas, tales reminiscencias tan fundamentales para instaurar un “Nunca más” que tenga contenido tienen que venir de la otra segunda madre patria. Nazifascismo y cultura mafiosa tienen muchas cosas en común. En Argentina, lo vemos hoy con la prevalencia de estructuras mafiosas que no dicen su nombre, el funcionamiento de los gremios es uno de los casos criminalísticos mas explícitos, la cronicidad de la corrupción pase quien pase por la Casa Rosada, con un pico jamás alcanzado es verdad ahora con los Kirchner, la cultura del empadronamiento, y muchas otras cosas. Entre ellos está el odio, casi la ethnicisacion del miembro del bando de enfrente. Con el asesinato de Mariano lo vimos esta semana de vuelta. Obreros tiran sobre otros obreros porque no son del mismo bando, del mismo gremio. Unos son de la Unión Ferroviaria, los otros son obreros precarios, tercerizados, representados por gremios “disidentes”. Porque el sindicalismo real en Argentina es “disidente”. Más allá del agenda política de los Kirchner y del miedo que sus secuaces quieren instalar, esa cultura fascitoide es un paradigma argentino que no tiene comparación en todo el continente. En que país del mundo, hoy obreros, los de la Unión Ferroviaria tratan de “comunista de mierda” otros pobres sino en Argentina, y eso por una sola razón : la prevalencia de esa cultura fascista y esa cultura de violencia política, cuyo vector más fuerte es la CGT y sus satélites. Hoy más que nunca es importante de recordad y de insertar en su contexto histórico la CGT y Hugo Moyano, para que ese “nunca más” tan esperado, sea emancipador de una historia que desde los años 40 tiene mucho que ver con las paginas mas infamantes de la historia del primer mundo y singularmente de Italia. Lease: “”Ma ecco la rivelazione che ci fa il Sis: tutta l’organizzazione dipende occultamente dal Centro informazioni Pro Deo dircomun queetto da un altro frate, il belga Felix Morlion, il capo dei Servizi di intelligence della Santa Sede. E non è casuale che sia proprio Morlion a spedire padre Zappaterreni in Argentina, negli stessi mesi, per raccogliere fondi dall’internazionale nazifascista che ha messo radici a Buenos Aires. Il segretario del frate, guarda caso, è un giovanotto promettente che risponde al nome di Giulio Andreotti.”
    Muy interesante también la relación entre fe, piedad católica y criminalidad. Cuantos sicarios de la mafia llevaban en sus bolsillos estampas con santos ? Cuantos narcotraficantes no se arrodillan en las iglesias donde curas se aferran a denunciar, corriendo los más grandes peligros, el flagelo del paco hoy en las villas de Buenos Aires ? Cuantos sicarios en Ciudad de Juárez hacen ofrendas antes de cometer atentados terroristas ? Ya no hablamos de asesinatos. En el nombre del Dios cristiano no se mata, o poco, es verdad. Pero también es verdad que el cristiano no le teme a Dios a la hora de matar por venalidad. Y lo digo yo que soy cristiana.

  3. libera45 ha detto:

    come dire che le persone oneste non amano portare immagini sacre nè seguono processioni al seguito di cardinali e papi perchè la loro onestà è al disopra del sistema religioso..l’onestà è un valore umano che si conquista ciao..se ti fa piacere vieni nel mio blog

  4. massimo pallini ha detto:

    mi perdoni, professore, ma una confidenza non si sa di chi non può, a ragion di logica, dimostrare alcunché senza dati oggettivi che la confortano. personalmente sono un paio d’anni che studio le fiduciarie della polizia politica fascista, e se dovessimo prestar fede a quanto raccontato (non scordiamo che i fiduciari dovevano guadagnarsi lo stipendio, sicché molti di questi tendevano a raccontare un bel po’ di bubbole) ne evinceremmo che Marinetti – tanto per fare un caso – era gay, cocainome e, per sovrammercato, cedeva sua moglie per le gozzoviglie orgiastiche dei suoi creditori. come ben può immaginare, queste su Marinetti sono panzane.
    tornando all’affare Giuliano-padre Pio: da quanto riportato il beato di Petralcina sembra che sornione si divertisse a rilevare ad ogni palermitano in visita quanto gli venne segretamente confidato sulla presunta falsa morte del bandito. la cosa mi pare, senza offesa per il giornalista Vecchiarino un abbaglio o, peggio, uno strillo doloso per vendere meglio il proprio articolo.
    sulla morte di Giuliano vorrei far notare che, considerata per l’establishment politico la sua pericolosità da vivo, perché lasciarlo andare in america? solitamente i testimoni scomodi delle stragi hanno fatto tutti una brutta fine.
    sarà comunque l’esame del dna a dire la parola definitiva su questa faccenda. a proposito… quando si avrà il risultato degli esami?
    la ringrazio per l’attenzione.

    • casarrubea ha detto:

      L’esame del Dna si dovrebbe avere in questi giorni. Il suo interrogativo, unito a molti altri, è stato alla base della nostra richiesta di esame avanzata alla Procura di Palermo. Troppi elementi di contraddizione con la versione ufficiale dei fatti si sono accumulati nel tempo ed era necessario, finalmente, mettere a tacere tutte le voci prive di senso. Almeno in questo il tribunale di Palermo può dare un contributo alla verità. Allo stato ci sono molte piste concordanti che nulla hanno a che fare con le dicerie di piazza: le testimonianze di diversi giornalisti su quanto sostenuto da padre Pio (che non mi pare il tipo che si prenda burla del prossimo); il “testamento” di Gregorio di Maria prima di morire (7 maggio 2010); la testiminianza di un agente segreto che dichiara di avere accompagnato Giuliano al funerale della madre, nel 1971; le valutazioni del perito medico legale Alberto Bellocco; i dubbi e le affermazioni dei familiari di Giuliano; le documentazioni sulla trattativa tra Giuliano e lo Stato con la mediazione dell’ispettore Ps Ciro Verdiani, e via di seguito. Tali elementi restano, comunque, in piedi a prescindere dall’esame del Dna. Nel senso che concorrono tutti a definire meglio le circostanze di ciò che realmente accadde la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950, in quel remoto cortile di Castelvetrano.

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