Stato e mafia

di

Nicola Tranfaglia

 

Cia

Uno  strano fenomeno sta accadendo in Italia. Vicende avvenute venti, trenta ma anche sessanta, settanta anni fa stanno finalmente  venendo alla luce.

E quel che rimane di una opinione pubblica, decimata dai conflitti di interesse e da un’opposizione parlamentare  al Caimano che per la maggior parte  esita e balbetta come se avesse paura di rompere i piatti in una grande chincaglieria, si chiede con ansia sempre maggiore che cosa è veramente successo nel settantennio repubblicano.

Se riusciremo ad esempio, in qualche mese, a sapere chi sono stati i mandanti esterni per la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, di chi è il cadavere sepolto nel 1950 nel cimitero di Montelepre alla morte di Salvatore Giuliano o invece  alla sua fuga negli Stati Uniti per diventare una spia della Cia, come lo era diventato sicuramente alla fine degli anni quaranta l’ex comandante della Decima Mas, Julio Valerio Borghese.

Come persona, si direbbe in tribunale – informata dei fatti, per il mio antico e attuale mestiere di storico – vorrei  dire  che  questa ansia di sapere quel che è accaduto, di sciogliere alcuni dei misteri che infiorano la nostra storia fa capire o dovrebbe far capire che questo passato pesa come un macigno nella nostra vita, ci sottopone ad incubi costanti e  difficili da accantonare.

Che senso ha il fatto che uno dei più grandi banditi del dopoguerra, come Salvatore Giuliano, non sia stato ucciso dai carabinieri, come si volle dire ufficialmente nel luglio 1950 salvo essere subito dopo smentiti dai testimoni, ma sia stato invece  messo in una cassa e portato con un aereo negli Stati Uniti per ritornare in Italia come agente della Cia?

E, ancora, per ritornare agli anni Novanta così misteriosi e decisivi per le sorti della repubblica, chi ebbe interesse a far saltare in aria con il tritolo nel giro di due mesi i due giudici (con le loro scorte) che si erano messi in prima linea per la lotta contro la mafia?

Il mancato riconoscimento di Narracci da parte di Spatuzza e di Massimo Ciancimino non elimina il problema della partecipazione di uomini dei servizi segreti militari e civili nella preparazione degli attentati di Capaci e di via d’Amelio. E, d’altra parte, la domanda successiva di chi vuol ricostruire quella storia rinvia ai referenti politici di quei servizi segreti visto che non c’è dubbio che quegli agenti eseguissero o fossero comunque in  rapporto con esponenti politici di questo o quel partito di governo.

Del resto alcuni elementi di fondo sono, senza alcun dubbio, accertati in maniera definitiva e non se ne può prescindere.

Quando Salvatore  Riina è stato catturato nel 2003 quali corpi dello Stato (il Ros, la polizia o chi altro?) sono intervenuti per pulire il covo del capomafia? O a chi hanno consentito di intervenire in quella casa e per quale ragione?

E ancora: chi ha ostacolato per anni la cattura di Bernardo Provenzano che era stato con ogni probabilità implicato, d’accordo con la polizia e con i carabinieri,  nella cattura di Riina fino a prorogarne la latitanza fino al 2008?

Insomma quello che possiamo dire, ormai è stato accertato sul piano storico, è la presenza continuata di rapporti tra i capi di Cosa Nostra (o alcuni di essi), esponenti della politica nazionale e locale (di qui anche gli assassini di Lima, di Reina, di Mattarella) e forze dell’ordine italiane?

Simili rapporti sono legati,come è ragionevole pensare, a interessi precisi che corrono nella società italiana, oltre che in quella siciliana, e  che, a quanto pare, non sono dicibili e non possono diventare pubblici.

Ma, se questo è vero, e mi sembra oggi assai difficile, se non impossibile, negarlo, le domande si affollano alla mente di quel pezzo di opinione pubblica che ancora resiste nel nostro paese.

E’ possibile che, dopo centocinquant’anni di unità nazionale, dopo essere usciti attraverso una guerra sanguinosa e una guerra terribile sul nostro territorio nazionale da una ventennale e feroce dittatura come quella mussoliniana, siamo  ancora di fronte  a un governo invisibile della cosa pubblica che sembra più forte di quello visibile, a una complicità così estesa tra mafia e istituzioni dello Stato, a una mancanza così totale e indifferenziata di trasparenza e di controllo democratico sul funzionamento delle nostre istituzioni rappresentative?

Queste domande se fossi in parlamento  chiederei di rivolgere al presidente del Consiglio Berlusconi e al ministro degli Interni Roberto Maroni pur con scarsa speranza – devo confessare – di ricevere una effettiva risposta.

Pubblicato dal Il fatto Quotidiano

e ripreso dalla pagina Facebook di Nicola Tranfaglia

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Informazioni su Giuseppe Casarrubea

Giuseppe Casarrubea (1946 - 2015), ricercatore storico. E' stato impegnato per anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.
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3 risposte a Stato e mafia

  1. Renzo C ha detto:

    Egr. Dott. Tranfaglia,
    mi dispiace dissentire su quanto da Lei scritto in questo articolo.
    Se da un lato non posso che essere d’accordo con Lei per quanto riguarda gli ormai secolari rapporti fra mafia/stato mediati dalle le forze dell’ odine, ritengo invece sia un errore, sulla base di ciò, avvalorare o meno testimoninze e fatti che non hanno ancora nulla di certo oltre ogni legittimo dubbio e che pertanto trovo difficile definire storici.
    ConoscendoLa infatti come storico, mi sono stupito che non abbia riportato almeno, ad esempio, quanto emerso dal processo a Mori/Ultimo sulla mancata perquisizione alla casa di Riina (sottolineo casa), processo per il quale il PM chiese l’archiviazione, nel quale Caselli difese la scelta di Mori, sia al tempo che durante il processo (non andrebbe dimenticato che Caselli e Mori lavorarono assieme, fianco a fianco, a Torino per anni), sul quale vennero scritte molte inesattezze (ad esempio la videocamera su un lampione, mai esistita) e tanti altri particolari che, nonostante il Giudice abbia deciso di rinviare a giudizio, portarono ad una piena assoluzione degli imputati.
    A ciò andrebbe aggiunto che, nonostante siano ormai due anni e mezzo che Massimo Ciancimino rende testimonianze, ancora nulla di riscontrabile è emerso dai suoi racconti.
    Viceversa ha raccontato almeno una falsità in diretta a milioni di italiani (il riconoscimento di una persona in una foto poi rivelatasi di tutt’altro contesto), ha giustificato questa sua scarsa disponibilità di tempo per gli interrogatori con suoi presunti impegni professionali, mentre è noto che per parecchio tempo (vox populi) sia presente in un noto bar a pochi passi dal suo domicilio bolognese.
    Non sarebbe nemmeno da dimenticare che la testimonianza di Massimo Ciancimino è stata caldeggiata da Riina stesso, cosa che mi fa pensare non poco, visto da chi proviene.
    La lista sarebbe ancora molto più lunga, ma non intendo tediarLa oltre.

    E’ mia personale opinione che ci sia ancora tanto da scoprire e approfondire, e che non siamo ancora in grado di poter trarre conclusioni sulla base di fatti certi, quindi storici, sugli accadimenti dei primi anni 90.
    Ciò non significa che non creda personalmente vi sia stato un accordo di non belligeranza fra stato e mafia, prova ne è la perdurante pax mafiosa, ma arrivare a definirne modalità e attori non sarà semplice.
    Come giustamente Lei conclude, non è certo dal potere politico che avremo queste risposte, di qualunque colore esso sia, perchè, come Lei certamente saprà, nemmeno l’indagine denominata “mafia e appalti” ebbe una gran fortuna nella procura di Palermo.

    Cordiali saluti

    Renzo C

  2. Franco ha detto:

    Non sono uno storico di professione, pertanto il mio intervento è politico. Alcuni fatti:

    1) Nel 1943, nel 1944 i principali centri industriali entravano in sciopero, la classe operaia dopo il ventennio fascista che aveva messo fuori legge e distrutto le sue organizzazioni e le sue sedi ritornava in campo. La Resistenza antifascista in armi da Napoli fino alle Alpi si organizzava, nascevano organizzazioni comuniste rivoluzionarie (Stella Rossa a Torino, Bandiera Rossa a Roma) che volevano avanzare sul terreno della Rivoluzione socialista e proletaria. Nel PCI e nel PSI settori militanti non volevano fermarsi alla fase democratica, ma avanzare sul terreno rivoluzionario come in Jugoslavia.

    2) Nell’immediato secondo dopoguerra il movimento bracciantile nel Paese e in Sicilia si metteva in moto, occupava le terre, chiedeva la riforma agraria e l’esproprio della grande proprietà terriera, si organizzavano le prime cooperative (quelle vere, non come oggi aziende capitalistiche che praticano il peggiore sfruttamento);

    3) Lo Stato reagisce, ingloba nel governo il PCI e il PSI. Nel Nord e nel Centro riesce a riportare la calma nelle borgate popolari e nelle fabbriche i padroni riprendono il controllo. Nel Sud scatena le bande armate della borghesia mafiosa e dei gruppi fascisti (Giuliano….), dei servizi segreti. In più organiza Gladio! per ogni evenienza;

    4) poi gli anni successivi……..

    La mia conclusione è che avevano ragione Marx, Engels, Luxemburg, Lenin e Trotsky quando dicevano che lo Stato è l’organo di repressione a servizio della classe dominante e la borghesia mafiosa è una frazione della classe dominante utilizza la polizia, l’esercito, la burocrazia, la magistratura contro le lotte operaie e delle masse popolari; che lo Stato è anche un organo di manipolazione del consenso attraverso la scuola, la chiesa, i mass media e che le istituzioni rappresentative servono a leggittimare questo apparato burocratico verticista e autoritario.
    Questo apparato (Stato Borghese) non può essere utilizzato dai lavoratori, questo apparato deve essere distrutto dicevano i nomi citati. La sinistra, con l’ovvia eccezione del Partito Comunista dei Lavoratori (non a caso si definisce trotskista), ha dimenticato questa lezione.

    Noi scopriremo la vertità storica, solo con la nostra inteligenza, le nostre lotte, il nostro coraggio, la nostra onestà intellettuale, le nostre organizzazioni, la nostra presentazione indipendente alle elezioni per denunciare lo schifo che viviamo tutti i giorni, e forse grazie anche all’azione di qualche magistrato onesto (ma al di là di quello che dice Berlusconi, sono veramente pochi).

  3. maxhki ha detto:

    L’intreccio tra mafia e stato si capisce bene quando si ragiona in termini di “piovra”. Il termine piovra lo riprendo dalla fortunata serie televisiva perché mi pare utile ad esprimere il concetto che era espresso bene in essa.

    La mafia è solo il braccio armato della piovra, esegue ordini e viene lasciata operare e delinquere finchè è utile.

    La piovra è:

    – un’organizzazione segreta

    – piramidale: chi sta ai livelli inferiori deve obbedire agli ordini dall’alto e non conosce la “politica” dei livelli superiori

    – ha ramificazioni (mafia, camorra, ndrangheta, varie logge massoniche coperte, gladio, ecc.) che operano a compartimenti stagni: ogni ramificazione non è in generale collegata direttamente con le altre e non è a conoscenza diretta di ciò che le altre fanno.

    – I contatti e il coordinamento fra le varie ramificazioni della piovra avvengono solo tramite gli elementi di vertice, i capi. Esiste una super commissione o cupola in cui i vertici di tutte le ramificazioni si incontrano per decidere la politica comune.

    – è infiltrata nello stato tramite la massoneria (P2 e derivati) e gladio. Ne fanno parte altissimi esponenti della politica di destra e sinistra, della magistratura, dell’esercito e delle forze dell’ordine.

    – è infiltrata nella chiesa tramite la massoneria. lo IOR ne è un’espressione diretta,

    – fa della corruzione uno strumento di potere: il fatto che l’Italia è il paese più corrotto d’Europa non è un caso: i corrotti sono ricattabili. La ricattabilità è un requisito fondamentale per l’accesso ai posti importanti della politica, delle istituzioni e della pubblica amministrazione. Il ricatto è uno dei metodi di controllo preferiti della P2.

    – ha origini mazziniane: la mafia è nata con l’unità d’Italia da criminali reclutati nella massoneria nelle carceri. La P2 è l’erede della loggia Propaganda che stava dietro al mega scandalo della Banca Romana (1889) di cui pochi oggi ricordano ma che all’epoca fu un gran terremoto.

    – è a sua volta controllata dall’estero: Mazzini era al servizio della massoneria inglese e americana, e tutta la massoneria ancora oggi lo è. Poi si pensi anche a quello che ha detto Contrada: la mafia non si può sconfiggere perché è collegata agli americani.

    Mettendo tutti i pezzi insieme si capisce come mai il parlamento sia capace di approvare leggi filo-mafiose (scudo fiscale, chiusura supercarceri, ecc.) e il CSM prendere decisioni che sembrano rispondere alle richieste della mafia (ispezioni e trasferimenti ai danni di magistrati scomodi alla mafia e alla massoneria, ecc.).

    Dunque l’intreccio che affiora tra uomini dello stato e mafia non è altro che lo svelamento di alcune delle operazioni della piovra.

    Se la mafia fosse un’organizzazione criminale normale non sarebbe resistita per 150 allo stato che ha uomini e mezzi sovrabbondanti per combatterla. La mafia prospera perché serve da braccio armato della piovra che ha pesantemente infiltrato la politica e le istituzioni.

    Alcuni credono che il vertice della piovra sia negli “illuminati”, un gruppo massonico supersegreto, e la cosa quadrerebbe se si pensa che Mazzini era un agente degli “illuminati”.

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